Zona

Vincenzo Frungillo, Spinalonga (presentazione a Milano)

16880167_1855042544736185_1570793949_o

Vincenzo Frungillo, Spinalonga, Zona, 2016 

*

La barca per Spinalonga salpa dal porticciolo di Plaka,
un piccolo paesino di pescatori sorto in un’insenatura
dell’isola di Creta. Dopo una breve navigazione,
raggiungiamo il promontorio di terra disteso sul mare.
Una salita mi porta all’ingresso della roccaforte in
pietra. Sono molti i turisti che salgono le stradine della
fortezza, visitano il paesino di roccia che ospitava i
malati, sbirciano nella vecchia farmacia. Ci sono foto in
bianco e nero che immortalano i medici, gli infermieri,
i pazienti, i preti ortodossi; è possibile leggere le loro
vicende, ripercorrerne la vita. Quella più significativa è
la vicenda di Epaminonda, uno dei pazienti dell’isola;
era cieco, aveva il corpo segnato dalle infiammazioni, le
dita erano ridotte a moncherini, vestiva con abiti scuri
e portava occhiali da sole per coprire le pupille vuote,
sapeva cantare con voce da basso tenore, il suo canto
intratteneva tutti durante le cerimonie.

*

Sabato 25 Febbraio alle ore 18.30

Presso la Libreria Popolare di Via Tadino, 18, Milano,

verrà presentato il testo teatrale di Vincenzo Frungillo

Spinalonga. Una drammaturgia sulla corruzione (illustrazioni di Davide Racca, Zona Contemporanea Edizioni, 2016)

Interverranno e dialogheranno con l’autore

Laura Di Corcia (critica teatrale per il Corriere del Ticino, poetessa, giornalista)

Davide Racca (artista, poeta, traduttore)

 

Parti del testo saranno letti dall’attore e regista teatrale Antonio Ballerio

invito-25-02-2017_-frungillo

 

 

 

I poeti della domenica #138: Gianni Montieri, Per esempio mia nonna

12729192_10207650772259779_3716582022171475467_n

I poeti della domenica #138: Gianni Montieri, da Avremo cura, Zona 2014

*

Per esempio mia nonna
era il punto più distante
dalla morte. Nonna era il bianco
quella che restava in piedi
sulle macerie, tra le briciole
(sempre poche) da spartire.
Lei era di un altro sud
sorrideva, non moriva.

*

© Gianni Montieri

“Avremo cura” a Venezia – stasera ore 20,30

avremo cura1

 

Stasera, alle 20,30,  Gianni Montieri e Fabio Michieli saranno a Venezia alla Libreria Marco Polo per raccontarvi Avremo cura (Zona, 2014 il nuovo libro di Gianni Montieri. Ci sarà un bel pezzo di Poetarum Silva, vi aspettiamo numerosi

Per info:

Libreria Marco Polo
Cannareggio 5886A (accanto al Teatro Malibran)
tel 0415226343
email: books@libreriamarcopolo.com

qui l’evento facebook:

Avremo Cura Venezia

Donato Cutolo, “19 dicembre ’43”

Mi piacerebbe recensire, in una giornata così pertinente, l’ultimo romanzo di Donato Cutolo, 19 dicembre ’43. La data del titolo sfiora quella della battaglia di Montelungo (16 dicembre), che vide il ripiegamento tedesco sotto l’avanzata italiana e degli alleati. Clima di guerra mondiale, dunque, sfasatura di appena tre giorni, popolati, nel romanzo di Cutolo (la cui topografia è appena mutata ma perfettamente riconoscibile) da frammenti di ricordi, ricerche di superstiti, bandoli di rappresaglie, ferite.
Mi piacerebbe recensire questo romanzo, dicevo, ma temo di non poterlo fare senza due operazioni preliminari.

Innanzitutto il legame con quelle che sono le due opere precedenti di Donato Cutolo, entrambe edite, come 19 dicembre ’43, per ZONA: Carillon (2009) e Vimini (2012). C’è ben poco ad accomunare i tre libri per quanto riguarda le storie (la prima, una vicenda d’amore in un mondo che si colora in base all’umore dei personaggi; romanzo di formazione di un adolescente dopo la morte della nonna la seconda), ma tutto nella loro volontà di percorrere, per servire la narrazione, ogni possibile forma espressiva.

Violet - Nicola Ruoppolo

Violet – Nicola Ruoppolo

Donato Cutolo è un compositore (perfino le indicazioni di capitolo o altre ‘flashback’ o ‘flash-forward’ diventano ‘play’, ‘rewind’, ‘fast-forward’), e si avvale a sua volta di collaborazioni con musicisti del calibro di Fabio Tommasone (Carillon), Fausto Mesolella (Vimini, 19 dicembre ’43), Daniele Sepe (19 dicembre ’43). Paolo Rossi presta la voce, in una traccia audio, al primo capitolo di 19 dicembre ’43, con una lettura rasposa, sconsolata, paratattica, tanto simile alla prosa del libro. Non è possibile separare, e questo vale per l’intera trilogia di Cutolo, ciò che è scritto da ciò che è ascoltabile (i cd riportano tracce audio che, da accenni di milonga a brevi linee melodiche, si prestano a perfetta colonna sonora), così come non era possibile separare i toni del mondo dall’umore individuale in Carilllon o i colori dell’arcobaleno dalle personalità dei personaggi in Vimini. Cui l’artista napoletano Nicola Ruoppolo ha, ad esempio, dedicato un’illustrazione, a testimonianza di come la natura dei testi di Cutolo siano l’apertura verso varie forme d’espressione.

La seconda remora che mi impedisce di recensire 19 dicembre ’43 come romanzo su una storia privata all’intero della Resistenza (storia di amicizia messa in pericolo dalla guerra, di terrore, di bombardamento, di vita d’amore ostacolata dalla continua paura che lui-lei vengano passati al filo del nemico) è che 19 dicembre ’43 non è un romanzo, checché ne dica l’occhiello in copertina. Sotto qualsiasi analisi si voglia fare (dalla lingua alla struttura ai personaggi) 19 dicembre ’43 è una fiaba.

copertina

Il luogo è ben preciso, certo: un Paese asserragliato dalla guerra, dove più che il dramma della storia viene messa in luce l’impossibilità di qualsiasi intimità, nel male («tutto in frantumi. piccoli soprammobili, bicchieri, mobili, sedie, stoviglie, ogni oggetto è imbrattato e trasfigurato, violentato, fatto a pezzi e sparso ovunque») come nel bene («Filarono di orto, di casa in casa, i contadini non ostacolavano la corsa, li facevano passare dalle cucine, dalle stanze da letto, dalle finestre.»)
Una situazione di perdita dell’intimità che va oltre la guerra, che diventa perdita dell’identità stessa. Questo il brano di un momento in cui Ettore, il protagonista, si specchia in un lago per lavarsi non sapendo che i tedeschi sono in arrivo:

– Sbaglio o sto invecchiando, Giorgio?
Si girò verso l’amico che però non fece una piega, rattrappito com’era dal freddo, ma quando volse di nuovo lo sguardo verso l’acqua trasalì: vide la sua faccia macchiarsi poco a poco di chiazze scure,  e in pochi attimi diventare completamente nera. Sfigurata.

Un altro termine che caratterizza una fiaba è l’inverosimiglianza dei personaggi, intesa come loro essere superficie di contenuto simbolico. Delle creature di Cutolo noi conosciamo, per suo volere, appena la linea che dal vissuto va al pensiero e quindi all’azione, e questo rende i loro comportamenti tanto credibili quanto ipoteticamente universali. Ecco allora i due amici, Ettore e Giorgio, il loro legame che risale ai primi della guerra, Ada, detta la fata per la sua bellezza e per la generosità con cui cuce per chi è più povero; ecco l’orco, il tedesco, che le fa scendere una mano sui capezzoli; e Aldo, figura quasi muta, gestore di una biblioteca che sembra cattedrale in mezzo al nulla, uomo che sa senza bisogno di sapere; ecco l’oggetto magico più che transizionale (il suo fazzoletto azzurro, che Ettore preme sulla ferita per fermare il sangue e non sentire dolore). E la prosa, che è paratattica e tesa alla ridondanza, alla ripetizione.

Chi si aspetta un semplice racconto di resistenza si armi, insomma, alla fiaba. La vicenda di Cutolo tra i giovani protagonisti e il lupo tedesco si scioglie non con la vittoria di questa o dell’altra parte, ma grazie a dinamiche che hanno a che fare con la rimozione e la memoria, il lutto come processo che è quasi incantesimo. Il finale verrà, ovviamente, taciuto; ma è il finale di una fiaba, esattamente, non di più.

© Giovanna Amato

Marco Mantello – poesie

berlino 2011 -foto gm

berlino 2011 -foto gm

 

All´entrata Roma sud dell´ateneo
che ci passano tante magliette
c´è una camera ardente
l´apriranno alle sette

Ogni giorno lo stesso corteo
sotto agli occhi divertiti dell´agente
Vedi il padre, l´amico, il parente
stare in bilico lí sulle porte

E di fronte all´edicola verde
dove cambia colore il tuo viso
resta come una linea mediana
tra la vita e la morte

il confine diventa preciso

.

Conoscenza della transitorietà

Si era messo il baffo finto
e una cuffia sui capelli
se ne stava davanti allo specchio
e dopo aver sorriso
come ridono tutti i pischelli
si accorse che era vecchio
All´inizio soltanto perplesso
alla fine con occhi di pianto
a fissare quell´altro se stesso
che era vero altrettanto
con il viso del padre riflesso
e uno sguardo piuttosto severo
il figliolo e quell´altro se stesso

.

 

Il sorriso era ben disteso
come quello di un santo
che ti ama senza pietà.
Se non era cosciente di amare
voleva dire che la sua paralisi
doveva essere permanente
e che il ghigno, lo sbuffo, lo sbrego
non potevano esprimere niente
non arroganza, né intelligenza
con quell´aria che passava dalla bocca
e mutava di colpo in fiato
il sorriso non si era salvato.

.

L´uccisione di Isacco R.

Vorrei essere un fabbro ferraio
per forgiare catene ed un paio
di lame affilate e colpire
tutto questo pollame e la tua
svogliatissima prosa volgare
Vorrei prendere e considerare
l´assoluta mancanza di prove
come un film con effetto speciale
dove tu l´antagonista
hai vissuto bevendo cicuta
hai voluto soltanto la pace
educando tuo figlio nel nome
di una legge che mi è sconosciuta
Ma dove io senza una terra,
terrorista e mi dispiace
se ogni tanto facevo a parole
perché ritornasse la guerra
e questo lo chiamo dolore.
La mia bocca non è sulla scia
di una stella che brilla a ponente
Per uccidere il mio presidente
come Davide miro a Golia
all´altezza del cranio ma piano
Perché cazzo il mio paese
sembra come un gigante
sulle spalle di un nano
e adesso io, da israeliano

.

 

Il cenacolo si svolse in un salotto
Quella massa di bare con foto
digiunò fino alle otto
poi arrivarono le cameriere
e versarono la pace universale
in un calice rimasto vuoto
I divani parevano rami secchi
e la padrona di casa
sparava acuti dal deretano
Quando lessi a voce alta “Il cimitero”
si svegliarono due tizi in dialisi
e una donna bellissima (chiaramente in nero)
mi strappò le parole di mano
con un bacio che durò trent´anni

.

 

Le vetrine

È probabile
che nelle vetrine del duemila
e cento uno o giù di lì
al posto dei soldatini di piombo
con la baionetta, il cappellaccio
e le mani che gli scoppiano in diretta
ci sarà uno del mio stabile
Camicia aperta a mo´di straccio
la schiena magra e la maglietta
dei Dead Boys prima del laccio
L´avvocato trasformato per la notte
l´ingegnere volontario nell´Angola
ed un mucchio di ragazze danzatrici
per le quali fare a botte e andare a scuola
Nelle vetrine del duemila e cento uno
ci saranno i miei amici

.

 

Le classi sociali

Hanno fatto la Luiss negli ottanta
perché costa denaro al paese
Abitavano in molti al Prenestino,
al Tiburtino, a Piazza Zama
e da quando guadagnano bene
sono i massimi esperti di un vino
comperato col loro stesso sangue

I laureati in legge, a luglio
rimanevano tutti in città.
Un´estate, due estati il concorso statale
il senato o la banca centrale.
A studiare studiavano in gregge
E poi, ogni sabato mattina
finivano tutti così, a bocca aperta
davanti a un ufficio postale:

“Li hai presi i soldi?“
“Li ho presi i soldi, si, scendo a Natale“.
Anche oggi organizzano feste
dove portano bambini appena nati
perché i vivi si sono sposati
con donne a metà
fra una notte a Milano
e un risveglio campano

Provengono dal sud
dallo stesso paese dei magistrati
e le carni sono fuse al piombo

Anche la lingua, le orecchie, gli ani
Alle volte le bocche dei cani
brillano: e tutti li credono umani.
Le ragazze che a testa rasata
vassoiano nei pub sono robot
e si fanno pagare a nottata
per mentire sulla propria identità
o sul numero di esami che gli manca…
Alcuni si organizzano in città
ma non hanno che polvere bianca
e una gran dimestichezza
con lo stato di ubriachezza

.

 

Quando vede il suo negozio di vestiti
apparire fra un foglio di via
ed il cuore tricolore
dell´omino sul cartello elettorale
si comincia finalmente a innamorare.
Ora posa davanti alla cassa
la borsetta e si sfila il cappotto
disinnesca l´allarme e si gira
a raccogliere cartacce da là sotto
Gradualmente la saracinesca
dà l´immagine completa degli interni
C´è una lapide a forma di insegna
e un terribile odore di vermi.
Quando vedo il suo negozio di vestiti
con il nome del parente fondatore
dieci lettere incassate nel soffitto
quattro chiodi che brillano al sole
Penso è strano che fai vivere tua figlia
chiusa dentro la cappella di famiglia.

.
Nota.
Le poesie L’uccisione di Isacco R. e Il sorriso era ben disteso sono inedite. Le altre poesie uscite originariamente su Standards (Zona, 2006), sono state riviste da Marco Mantello. La prima poesia, pubblicata in Standards fu pubblicata anche su Storie e Nuovi Argomenti in una versione più ampia.

 

Altre poesie di Marco Mantello pubblicate nel 2012

 

Franz Krauspenhaar – effekappa

Franz Krauspenhaar – effekappa – ed. zona – 2011

Eccolo Franz: il poeta, lo scrittore, l’uomo. Eccolo con una raccolta di poesie che è la certificazione della solitudine, il prenderne coscienza e raccontarla. Le poesie di Krauspenhaar, in generale, ma queste in particolare sono irruente, violente, senza sconti, senza risparmi di parole. Sono un fiume in piena, sono testimoni di un’irrinunciabile malinconia e (mai prive) d’ironia. Mi sono domandato leggendo questi testi se sia vero quel che nota Cristina Annino in prefazione; ovvero che l’Io di Franz  sia il grande protagonista di questa raccolta. Credo di no, certo il poeta riversa sulla pagina tutto se stesso, non si mette mai da parte, ma se in questa sua forte presenza il lettore si riconosce, allora non ci troviamo più soltanto davanti all’Io ma a noi stessi. Leggere Franz Krauspenhaar è come bere un lungo caffè con lui, o una birra, e parlare di tutto: dal male di vivere  al trash degli anni ’80, litigare sul calcio o su un film. Leggerlo è star dentro la vita. “Agitato dentro come yogurt o maracas / con o senza la esse, come una serpe / prima del pasto; mi sentivo all’esame finale, / che per la prima volta sapevo. Dimmi un po’ cosa, c’è / di meno utile alla vita oltre vivere? Mi sono sentito / morto più di dieci anni fa, urlavo per la casa / con una bottiglia di birra in mano, contro / i miei morti e i loro fantasmi: come in ritirata veloce / il fante di cuori esploso. Dimmi un po’ cosa ci fai / di un titolo, di un’idea, di uno spunto, se dovrai / farla breve all’ultimo minuto? Questa che tocchi / è la tua pelle indurita, non puoi neanche scuoiarla / ed agitarla fuori dalla porta come bandiera. / Tornando poco fa dal tabaccaio incontro uno, / giorni fa fece finta di non vedermi: gli vado / incontro da amico, gli stringo forte / la mano sorrido. Ogni minuto è prezioso, / l’indifferenza vale solo per chi ha tempo.” L’andamento, il modo in cui l’autore stende i versi, soprattutto, le chiuse di molti testi, tutto ricorda la poesia nord americana del secondo novecento. Scene domestiche o, comunque, di vita quotidiana servono a dire del dolore, dei cattivi umori, delle malattie, dell’amore, dei ricordi. La famiglia e poi Kafka, Pasolini, Gainsbourg, Di Bartolomei e Kempes, il dado Knorr. Quello che sta nella testa di Krauspenhaar almeno  una volta è stato nelle nostre teste e certe cose quando passano segnano per sempre. Il poeta ammette la solitudine e ci fa una domanda: chi è disposto ad ammettere la propria? Una lettura intensa questo libro, per niente facile da digerire e da dimenticare ed è giusto così. “Non c’è che una solitudine, una sola. / Attraversa le braccia della giacca, / si posa sulla cenere della sigaretta, / atterra sui capelli tra la pioggia e / si stanca delle scarpe, delle mani / strette, e si acciglia per il bianco / sparato della neve, il blitz del tempo / in un inverno che non ha mai fine, / fino a una primavera che non vedi.”

Gianni Montieri

Il nuovo credo

Credo nel dribbling, nel passaggio laterale,
nel colpo di tacco, nel “sombrero”, nella
“bicicletta”, nello stop di petto e nella
rovesciata, nel tiro al volo all’incrocio
dei pali; credo in San Blatter, in San Rimet
ora pronobis, in Sanbittér, in San Pelè
Edson Arantes do Nascimento, credo
in San Diego Armando Maradona, credo
in San Johan Cruijff, in San Gianni Rivera,
credo nel profeta Zinedine Zidane, credo
nell’illuminismo di Michel Platini, credo
nel protestantesimo di Neeskens, in papa
Franz Beckenbauer kaiser di tutte le guerre
di religione, credo nei Freikoerper di Gerd
Mueller, credo in Ameri, Ciotti, Bortoluzzi,
credo in Pulici, in Sivori, in Paolo Rossi,
credo in Cristiano Ronaldo, in Andrade,
in Garrincha, in Vavà, in Junior, in Zico,
credo nella filosofia di Wolfgang Overath
e nella volontà di potenza di Rummenigge,
credo nell’eleganza di Jogi Loew, nel fado
di Mourinho, nella follia althusseriana
di George Best, credo nel suicidio del caro
Di Bartolomei, nella chioma dittatoriale
di Mario Kempes, nella Barilla di Falcao,
credo nel calcio, nella magia insensata,
in questo gioco per bimbi devastati
dalla violenza, in questo lurido cortile
che è stato il nostro campo per anni,
prima che fossimo presi al monte di pietà,
e rivenduti sul mercato d’una vita espulsa.

Poesie tratte da “Città biografiche” – Luciano Mazziotta

 

 

 

 

Pensa se fosse così la città

  

Pensa se fosse così la città,
se ci fossero le auto ferme
ai semafori, e se allo stop
bloccassero i cerchi in lega
e facessero un cenno con
gli abbaglianti. Se gli abitanti
abitassero, se sui muri ci
fossero luci e pubblicità;
se ci fossero spazi pubblici,
e se li battessero prostitute
clandestine, nere, tailandesi;
se nascessero ristoranti cinesi
come funghi, e se i funghi
ce li mangiassimo, in qualche luogo
ci innamorassimo e parlassimo
almeno una volta al giorno.
Se fosse un punto di ritorno,
se non si aggirassero né angeli
né dei, se ci si buttasse dai ponti,
se si morisse costantemente;
se si nascesse in ospedale:
se ci si sentisse bene,
se ci si sentisse male.

Pensa se ci fossero chiese,
e case popolari, e quartieri;
se ci fossero regolarmente
differenze di classe, e un asse
che la dividesse in due,
e un altro che la dividesse in quattro;
se ci fosse più di un matto,
e se si svolgessero giornate
alla memoria, alla gloria,
in morte di, in vita di;
se passassimo i venerdì
ad ubriacarci, non controllarci,
e ci sedessimo sulle rovine,
sulle vetrine; se sulle cartoline
ci fosse scritto: “Saluti da,
Sarebbe questa una comune
Città? Saremmo noi comuni?
Se la città fosse com’è,
sarebbe “essere”, uno o tre?
Se tutto fosse così com’è,
sarebbe per gli altri o di per sé?
Se possedesse ciò che è,
                        la città,
potrebbe fare a meno di te?

Medio in oriente

 

*

Le mura, molli, di casa si reggono
in piedi da sole; puoi chiudere invano la porta,
eppure la televisione del coinquilino
continua a filtrarle, e si sente
quello che dice e che fa; trasporta
le sue liti e la serenità postuma
nella stanza adiacente; le mura di casa
cuscino e piscina, in cui tuffarsi vestiti,
si lasciano sfiorare dalla testa e dal pugno
per dire “Silenzio”, e quando lo hai detto,
sai che nessuno ti ascolta: ascolta
lo sparo delle vecchie mura di casa
la cui minaccia imminente è la porta.

Come sono umane le mura di casa…le mura
Che lasci e ricordi tra sfida e paura.

*

I muri amanti di muraglie
Si ergono tra soldati e mitraglie:
non crollano, non crollano mai,
si spostano, semidei, lontani da noi
(severi, austeri, monasteri di eremiti)
da Berlino a Beirut a Shangai-
i muri non crollano, non crollano mai.
Sono stati cinesi, sono stati tedeschi;
hanno complottato con le nazioni;
così palesi figli di servizi segreti
cercano le nozze attraverso il divorzio.

I muri, semidei si muovono e delimitano
La storia, producono periodizzazioni,
si improvvisano trincee: troppo maschi
e troppo forti vecchi reazionari
si sconvolgono per le alterità,
veline militari approdano a Gaza.
I muri soluzioni di bellicosi
Mortificano la terra madre
Col loro seme infertile
E solo gli aerei collegano
Gerusalemme a Gerusalemme.

Il muro da un lato Palestinese,
dall’altro lato è Israeliano
come due vicini che si guardano coi cannocchiali
ad innescare liti condominiali.
La schiena, la schiena sfregiata
È l’unica parete da riverniciare
Coi cerotti, per l’emorragia fendente,
scissione immanente, medio
                                                          in oriente.
Non singhiozzare, non singhiozzare
Come me dal telefono di una cabina:
piangi reagendo, donna mia, Palestina.

Orma

  

Essenza di assenza percorre i finestrini:
sei il lato passeggeri, la cintura stretta
sul sedile. Attraversiamo il letto del fiume
che ha raccolto colpi di sonno e di frusta,
incurante dei ponti che lo incrociano.
Chi era da lasciare è stato già lasciato,
– beh grazie del passaggio; poi dividiamo!
– Non preoccuparti – non voglio compartire
la mia visione, già divisa tra ciò che è
e ciò che appare qui, la sua forma di estraneo
divisore e dividendo; la sua bocca che confonde,
beata orma sul vapore antico dei finestrini.

Com’era strano pensarsi ancora vicini!