Yehuda Amichai

Fioriture capovolte, di Giovanna Rosadini

gio.ros.


Giovanna Rosadini, Fioriture capovolte, Einaudi 2018, € 11,00

“È autunno, tempo di fioriture capovolte”: un’immagine affascinante e misteriosa, che le è stata riportata una volta da un amico, così, casualmente. Rosadini l’ha conservata a lungo nella mente, fino a farla diventare il titolo di quest’opera in cui ovunque troviamo delicatezza e tensione, e ovunque forza, fermezza soprattutto. Come se una mano fosse protesa a toccarci.
L’autrice crede fermamente nelle affinità elettive, tanto che il libro è disseminato da una “fraternità in versi”; versi cioè di altri, di amici fraterni appunto, chiamati a testimoniare la necessità costante di uno scambio per il comune traguardo della poesia.
L’incontro, per lei, viene prima di tutto.
E si sente la compiutezza di quest’opera, se ne avverte la maturità, senz’altro, ma anche la profonda continuità col lavoro precedente dell’autrice.
Molto importanti sono la dedica del libro alla madre, alla sua forza, e la citazione di Amichai in apertura: «Vedi, abbiam vissuto più di una vita…». Da qui, dall’assunzione di un’idea vasta e preziosa, il riprodursi continuo della vita, inizia il tesoro della sua scrittura di oggi.
«Tenebre è una parola che risolve», scrive Rosadini; o ancora, con particolare forza in questo frammento riportato in copertina: «quando il fuoco avrà ingoiato tutto». È come se facesse di continuo una promessa nello scrivere, a se stessa e al mondo: la combustione del dolore avverrà. È un auspicio e un proposito, nella fiducia e con la convinzione che questo – davvero – è accaduto, accade, accadrà: «come un errore finalmente rimediato/ come un dolore finalmente riassorbito», aggiunge a pagina 27.
I luoghi centrali, vissuti, del libro sono la Liguria, sua terra d’origine, Milano e soprattutto Venezia, riemersa dal fondo di un ricordo nostalgico e felice degli anni universitari.
Il mare di Levante è un mare vissuto “fuori stagione”, un paesaggio mentale, dove è il cielo a dominare: si tratta di «un cielo alla prova», un «campo azzurro» steso sull’ingombro della mente. L’inquietudine è proprietà dal vento, è sonno disertato dai sogni, è «anima slogata e sofferente».
Lo spazio bianco della seconda sezione invece è nebbia, metafora di una pagina nuova, dell’inizio di sempre. Ed è silenzio, che in queste poesie significa soprattutto attraversamento e necessario abbandono («fa’ di me ciò che vuoi», scrive l’autrice). Mentre tutto è in battaglia e s’incarna ancora una volta nel fuoco: («Mi hai attraversata/ come un fuoco che consuma»), occorre scivolare, non opporre resistenza. Occorre per rinascere, dopo un doloroso personale riepilogo di dieci anni da un terribile incidente, «al ritmo lento delle parole». Ecco allora, il dolore sembra essersi consumato, la casa ormai riconquistata. Il nero del resto già ha vinto sul bianco, ed è scrittura, quell’inizio di sempre al quale ogni volta siamo attesi e che “ci salva”, ci cura.
Le dimensioni della mente e di questa speciale dimora che è la scrittura sono indagate e approfondite nella terza sezione, Fioriture capovolte. Dopo Africa, una poesia dedicata alla sua famiglia, nell’arco di due sottosezioni, Infanzia e Adolescenza, il “racconto” di Giovanna Rosadini si fa particolarmente pacato, misurato, attento. Mentre la ferita continua a lavorare, l’animo è in ascolto, in equilibrio tra confessione e circospezione: in cerca degli «strumenti per poter/ affrontare/ il residuo immedicabile del mondo» eppure libero di «sollevarsi agli azzurrati cieli».
L’ultima sezione del libro, intitolata Un ritorno, è anche in questo caso un riepilogo di anni, ma mediante un salto che porta a Venezia, agli «anni belli dell’università» che ha avuto modo di vivere. Assistiamo a uno speciale viaggio a ritroso e allo stesso tempo a un continuum di vita che trattiene il lettore nella laguna come fuori dal tempo. Così a Venezia arriviamo anche noi «in cerca di un perché/ di un esilio salvifico/ un approdo». Fino a sentirci noi stessi dentro una splendida poesia, S. Giorgio e il drago, che conclude meravigliosamente così: «non più fuoco/ uscirà dalle fauci piegate in un ghigno/ di resa, e l’arma spezzata/ non avrà più nemici».

Cristiano Poletti

 

Non c’è scelta – [“I don’t represent today’s Israel”] – Sento cadere qualcosa – Natan Zach (post di natàlia castaldi)

Sento cadere qualcosa, Natan Zach, Einaudi 2009

Non c’è scelta, bisognerà pur dirlo:
anche in questa terra conoscemmo
altre speranze, irreali

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

la stagione era provinciale, perfetta per gettare
le fondamenta, le porte chiuse, atmosfera casalinga.
Chi ci pensava a un mondo peggiore

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero
di Arik Sharon e del rabbino Kahana.(*)
Maxìm Zakashansky presentava i suoi sketch
e di norma le gambe erano amputate

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

solo in caso di bisogno e nei pubblici ospedali.
Nei cantieri
sorgevano case in cemento armato

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

opera del nuovo ebreo:
quello vecchio non era più di moda
o non era più in vita: dialogo troncato

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

la teoria economica era molto meno
sofisticata: la gente mangiava meno, e male
senza indicizzazione. Tutto ciò era imposto dall’alto

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

dagli insegnanti di Bibbia:
la Visione delle Ossa secche era
chiosata in modo nuovo, il Deuteroisaia staccato da
Isaia

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

nelle aule scolastiche, di notte, si beveva
nèttare, ci si addestrava al sionismo pratico:
si vestivano uniformi si gettavano zucchetti

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

la richiesta era di blu, di rosso, di cachi.
Meno popolare il marrone:
erano i primi indizi di un senso estetico

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

ai comizi popolari declamavano come folli
poesia, militanza, destini
pazzi di zelo per l’ebraico(**)

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

tutto era un nuovo mondo
tutto era possibile:
era questo il punto debole

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

quando l’amaro era amaro veramente
e il miele ancora miele
e la terra era inseminata
eppure in parte seminata

in quei brutti giorni
prima dei giorni brutti davvero

.

***

.

dalla sezione “Brandelli di memoria”

.

E in fondo perché no? Perché non andarcene
da questo brutto posto in un paese nuovo, dove sia per
____________________________ così dire possibile
ricominciare da zero. In che cosa è preferibile questo
a un altro paese, adesso che l’ora urge.
Non potevamo infatti prevedere
il fuoco e il fumo nel loro villaggio, le bombe,
i rifugi, i cacciatorpedinieri. E che morissero.

***

dalla sezione “Forme di pensieri”

2.

Poi scorsero in me pensieri: forme di pensieri
più che pensieri. Molte
forme di pensieri. La poesia voleva rispondere
ma l’abito di tacere è ormai radicato.
Solo il dolore grida ancora
e poi, perplesso, ride.

Un tempo pensavo di scrivere
per la mia propria rovina e non per coloro che amavo.
Oggi non c’è neanche più la rovina
e tutto il conto è ormai liquidato.

*

3.

Scrivere di sogni con parole secche
come bandiere flosce senza un alito di vento,
peccato che certi sogni sognino parole secche
come carta cianciata sulla via.
La pagina non sente di essere già schiacciata,
il sogno, di essere già fuggito.

*

7.

La poesia non è parole, né un’azione
che culmini in fatti. Ed è una difficile cosa
e tu non puoi misurarla se non con la tua propria
misura
ed è la tua patria, promessa oppure no.
E lei ti misurerà sul palmo della mano,
ti sedurrà col bene e anche col male, in essa
costruirai la tua casa, altra casa non avrai
anche se il fuoco la divorerà o se d’un tratto sarà
distrutta

Tu senti ancora ciò che dicono nella stanza accanto
e di là dalla finestra
e ascolti o tiri su una tenda
e non c’è nulla là tranne l’eco
e questa è la via del mondo
e questo è il chiuso
oltre cui non passerai.

*

________________

Note:

(*) Negli anni Sessanta, Zach si allontanò da Israele per completare gli studi universitari a Londra, dove si fermò per diversi anni (inframezzati da lunghi periodi di soggiorno in Italia, cui dedicherà la “Suite italiana” e varie liriche), senza mai smettere di vivere secondo la tradizione e la cultura ebraica, coltivandone altresì lingua e scrittura (del “79 è la raccolta Zefonìt-mizrachìt: Nord-Est, all’interno della quale spicca il bellissimo idillio “Tè sotto gli alberi”); furono anni vissuti da Zach come un necessario esilio dalla trappola-rifugio, che contribuirono ad acuire il senso di inappartenza già presente nel suo animo che, una volta rientrato in Israele , dovette scontrarsi con una realtà politica (erano ormai gli anni 80, per l’appunto gli anni della politica nazionalista di Sharon e del Rabbino Kahana ) ormai completamente in balìa dei partiti di centro-destra, quindi del tutto dissimile dall’etos socialista dei primi padri fondatori, cui egli si sentiva eticamente e culturalmente legato.

(**) con questi versi Zach allude alla polemica in atto in Israele negli anni ’50 tra due “fazioni” poetiche, quella capitanata da lui stesso e dall’amico-poeta Yehuda Amichai (scomparso nel 2000), che proponeva un’emancipazione dell’ebraico dagli schemi lessicali lirici della tradizione, con un allontanamento dalla metrica tradizionale (ricorso schemico alla rima e forme strofiche chiuse), a favore di uno schema ritmico e prosodico libero basato sulla naturalezza del buon canto nello scorrere di una lingua viva, popolare, parlata, operando quindi un processo di riassestamento della lirica ebraica moderna “verso il basso”;  e quella che aveva come suo massimo esponente il poeta-teorico Nathan Alterman, che si batteva per una “conservazione” del linguaggio “puro” della tradizione israelana (l’ivrit), non solo nel lessico ma anche nelle forme “chiuse” della metrica tradizionale e della sua intonazione, volutamente lontana dalla rarefazione della lingua parlata.

nc

________________

Natan Zach

Nato a Berlino nel 1930 da padre ebreo e madre italiana, ancora bambino (era il 1935), Natan Zach emigra con i genitori in Palestina, alla ricerca del mondo promesso. Oggi Zach è un poeta israeliano meraviglioso, ma definire un poeta “meraviglioso” è dire poco, è parlare con l’entusiasmo di un bambino davanti alla scoperta del primo tonfo, del primo oggetto che cade; non a caso, la raccolta da cui ho espunto questi testi si intitola “Sento cadere qualcosa”; titolo che, a pensarci bene, è già di per sé e in tutta la sua semplicità un verso, una intera poesia. Cosa potrebbe invidiare la miriade di immagini e riflessioni che generano quel “cadere” e quel “qualcosa” al suo numinoso opposto “mi illumino di immenso”? Nulla. – E’ la natura della poesia – mi dico.

Leggo e scopro quest’uomo, il suo dolore, la sua poesia. Definirla civile non so se potrebbe bastare o calzare, è indubbiamente civile, civile nel dato della memoria, civile nel raccontare il tempo, gli squarci, i “Brandelli di memoria” (sezione bellissima del libro, che traccia il segno del crollo delle illusioni intime di Zach e di un intero popolo).

In questa raccolta che abbraccia un lungo percorso di produzione poetica,  dal 1960 al 2008, temi come la ricerca di una patria, la consapevolezza che non esista che l’illusione di essa, la diaspora che continua nell’anima che non si arrende ma aspetta il compimento della fine [Ora navigherò in sogno,/ forse è l’ultima traversata/ nella stanza-loculo dell’albergo straniero/ prima che venga il cameriere/ ad annunciare che la ghigliottina/ è pronta], la perdita di un dio, la ricerca dello stesso, la descrizione del prossimo come un Gesù alla porta, la terra come promessa mancata perché fallimento dell’uomo, costituiscono il fulcro della ricerca di Zach, una ricerca che si fa domanda disillusa quanto più amaramente ironica è la risposta che deriva dalla lucida osservazione degli eventi [Io sono un romantico amarissimo. / Quando sono con me, un romantico caldissimo. / Quando sono con gli altri, un romantico freddissimo – epigramma, Tutto il latte e il miele, 1966]. Il tutto con un linguaggio autentico, un linguaggio scarno, lucido, rarefatto e quotidiano, un linguaggio il più vicino possibile alla lingua parlata, quella della comunicazione, dello scambio tra uomo e uomo, eppure così profondo da abbattere anche i miei pregiudizi, la mia pre-sunzione di lettrice.

Il 10 maggio 2010, secondo quanto rivela il “The Jerusalem Post“, MK Miri Regev (esponente del partito nazionalista Likud) ha chiesto al Ministro dell’Istruzione Israeliano Gideon Sa’ar, che venissero eliminate le poesie di Zach dai libri di testo destinati alle scuole in Israele [“Israeli children do not need to learn the poems of a poet whose behavior teaches anti-Zionist values that are make us less secure”], in seguito ad un’intervista rilasciata dallo stesso Zach in merito alla questione palestinese e, precisamente, allo stato di assedio della Striscia di Gaza, durante la quale Zach dichiarò di essere pronto a partecipare alla prossima Freedom Flotilla, portando con sé i libri più interessanti ed i poeti più rappresentativi delle diverse culture del mondo [“I would be ready to participate in the next flotilla. … I don’t know who would come. I would bring interesting books and poets from around the world with me”]. Ancora sotto accusa e pressione da parte dell’establishment Israeliano, nei primi mesi del 2011, il poeta ha fermamente risposto di non rappresentare l’odierno Stato di Israele. [“I don’t represent today’s Israel”].

Da leggere e meditare, questo libro segna un importante controcanto di denuncia da dentro, da una regione del mondo in cui diritto e libertà sembrano aver perduto i loro naturali connotati umani e storici [in quei brutti giorni / prima dei giorni brutti davvero].

E mi preme concludere questa breve nota sulla vita e la poetica di Zach, con il motto del nostro blog, quale augurio per Zach e per tutti noi.

– Nie wieder Zensur in der Kunst –

nc

________________________

(Per associazione)

Valzer con Bashir

Film autobiografico, gen. Animazione

Soggetto e Regia Ari Folman

Musiche di Max Richter