yari bernasconi

Nuovi giorni di polvere di Yari Bernasconi. Nota di Federica Giordano

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Yari Bernasconi apre la raccolta poetica Nuovi giorni di polvere (Edizioni Casagrande, 2015) con un tono che si impone all’attenzione e che colpisce per maturità espressiva, soprattutto se riscontrata in un autore nato nel 1982.
Il prologo della Lettera da Dejevo pone il lettore nel bel mezzo di una narrazione storica che, per la sua essenzialità, sembra guardata da molto lontano e con occhi puliti. Questo testo mi ha ricordato moltissimo il gusto del poeta Reiner Kunze, in particolare la poesia Die Mauer. Come per Kunze, anche per Yari le architetture fisiche, i muri e le loro ombre sembrano diventare metafore della condizione esistenziale dell’uomo e delle sue esperienze.

Un muretto si tiene in piedi, quasi fiero.
Come in attesa di un’esecuzione.

La prospettiva neutra da cui Yari guarda e racconta è quella di una Svizzera osservatrice e mai partecipe, di cui l’io narrativo è portavoce. Si oppone a questo, un “tu” impersonale multiforme, un altro da sé che continuamente porta alla vista i resti delle devastazioni, mostra come una guida gli itinerari altri che hanno portato alla morte. Si rileva dunque in questo confronto una colpa, una malcelata condanna di questo comportamento che si potrebbe definire “politicamente omertoso” e di cui il singolo porta il peso.

M’accompagni fra le macerie come si fa con i bambini:
lo sguardo teso ad una mia colpa vaga,
levigata dal tempo e dai luoghi. Non vedi?

Il freddo della città estone e il suo viso deturpato vengono rievocati con la semplice elencazione delle strutture devastate, quasi come se l’autore riuscisse a descrivere le cose semplicemente nominandole. Emerge da queste pagine una cittá-corpo, i cui pezzi vengono passati in rassegna chirurgicamente, in modo che il resto non sembri mai fossile, bensì pezzo macabro e mutilato. Leggiamo di “costole di case”, “esofago di terra”, “tubature sradicate” etc. Anche a questo proposito tornano alla memoria delle pagine di poesia tedesca: mi sembra pertinente il riferimento a Porzellan – Poem vom Untergang meiner Stadt del tedesco Durs Grünbein. Anche per questo episodio poetico, l’autore si avvale di immagini geografico-corporee che hanno come fine quello di enfatizzare efficacemente il senso di morte della città, e quindi, di morte collettiva. Il popolo muore insieme con il suo luogo.
Grünbein e Bernasconi condividono anche il movimento pendolare della memoria, passando da un prima ad un dopo il momento della tragedia, che rappresenta la cesura storica e personale. Per Durs, il momento viene stigmatizzato dal crollo della Frauenkirche, la più bella chiesa barocca di Dresda, che era rimasta “in piedi con la spina dorsale rotta” dopo il bombardamento. Per Bernasconi la visione è invece quasi sempre postuma, guarda con gli occhi di chi sopraggiunge dopo, e può solo ricordare o ricostruire uno scenario precedente.
Leggendo questi versi, ho ripescato dalla mia memoria musicale la Trenodia del compositore polacco Penderecki. Questo musicista realizza una musica bifronte: dissotterra la storia descrivendola come una cronaca e scandaglia pericolosamente la psiche. Il procedimento e la scelta espressiva, a mio parere, non sono dissimili dagli intenti di Bernasconi, che usa parole anziché suoni.
Una poesia per la galleria ferroviaria del San Gottardo e Sul treno per Zurigo sono a mio parere i testi dove meglio si interpreta l’origine dell’autore. Al di là del contenuto, qui Yari lascia liberamente affiorare il carattere svizzero, sale leggermente la temperatura affettiva dello scritto. C’è un legame particolare con i treni e con le case che si vedono dal finestrino. Yari stesso mi dice che è proprio nei treni che gli svizzeri trascorrono la maggior parte della loro vita. E proprio questo aspetto colpisce se si pensa a quanto nel treno si sia spettatori e null’altro del viaggio che si staglia davanti a noi. Notevole il testo Warschauer Strasse, dove l’autore scrive:

senza tornare né arrivare:
essere a casa, qui con te, sentirlo
da una lingua straniera.

La dimensione dell’andare diventa radice di appartenenza al punto tale da trovare l’Heimatgefühl in una lingua straniera. A proposito di ciò, va detto che il bagaglio espressivo degli autori sembra arricchirsi della lingua straniera che padroneggiano, quasi come se prendesse voce in qualche modo anche il “possibile dire in altro modo”. In Nuovi giorni di polvere i fantasmi delle lingue straniere appaiono spesso tra i versi dello svizzero Bernasconi.
L’atmosfera è morigerata in tutto il libro. La lingua di Yari non cede alla seduzione estetica, è una lingua che ricorda a tratti la prosa di Fleur Jaeggy, solo meno delicata e più maschile, con qualcosa di più perentorio. La cifra irrinunciabile di queste pagine è la sospensione dell’effetto speciale e il coraggioso abbandono del morboso per destare nel pubblico\lettore\fruitore una reazione immediata, a vantaggio di una lucida osservazione che non rinuncia tuttavia al commento. In altre parole, l’asetticità dello sguardo di Yari non cade nell’afasia, anzi riduce il pensiero all’essenziale. Ed è proprio in questo aspetto, che trovo Bernasconi abbia dato un interessante contributo: mi sembra molto onesto avvicinarsi alla storia in questo modo e credo che come tutta la buona Letteratura, questo libro ci porti all’attenzione un importante atteggiamento etico che per sua natura, sfugge dal singolo per risuonare nella sfera dell’universalità.

© Federica Giordano

L’importanza di essere piccoli – quarta edizione dal 5 al 9 agosto

locandina Importanza

L’IMPORTANZA DI ESSERE PICCOLI – IV edizione
poesia e musica nei borghi dell’Appennino tosco-emiliano
dal 5 al 9 agosto 2014

POETI E MUSICISTI
SI INCONTRANO NELLE VALLI E NEI BORGHI DELL’APPENNINO TOSCO EMILIANO

con
FABIO PUSTERLA, MARIO BENEDETTI, RICCARDO SINIGALLIA, PEPPE VOLTARELLI, DAVIDE TOFFOLO e molti altri

Per il quarto anno, dal 5 al 9 agosto, torna “l’importanza di essere piccoli” un festival in cui musicisti e poeti si incontrano riabitando i borghi, i cortili, i sentieri e le radure dei boschi.
“L’importanza di essere piccoli” è organizzato dall’associazione culturale SassiScritti Circolo Arci di Porretta Terme (Bo) con la direzione artistica di Azzurra D’Agostino e Daria Balducelli e il contributo di Regione Emilia Romagna, Provincia di Bologna, Comune di Castel di Casio, Comune di Granaglione, Comune di Pistoia, Comune di Porretta Terme, Comune di Vergato, Arci Bologna, Fondazione del Monte, e Pro Helvetia Fondazione svizzera per la cultura.
La bellezza ruvida dei paesaggi che fanno da sfondo agli incontri e ai concerti è la materia viva del festival che da alcuni anni rende possibile, insieme agli artisti e agli abitanti dei paesi, la parabola della poesia, il suo fremito. I versi oracolari tratti dal poemetto di Amelia Rosselli ‘Libellula, panegirico della libertà’, hanno suggerito l’immagine di quest’anno, emblema di grazia e levità, un lapsus poetico che nel suo librarsi bilancia le ali e si dona allo sguardo.

Fabio Pusterla, Peppe Voltarelli, Mario Benedetti, Riccardo Sinigallia, Davide Toffolo, Roberto Angelini, Mara Redeghieri, Luigi Socci, Chandra Livia Candiani, Dina Basso, Yari Bernasconi, Alberto Cellotto, sono gli ospiti che con la loro poesia e musica si libreranno sulle frazioni e i borghi dell’ Appennino, trasfigurando gli orizzonti e cangiando loro stessi alla presenza dei paesaggi. Gli ampi campi della sede del circolo culturale ippico Scaialbengo a Castel di Casio, che come praterie ospitano allo stato naturale i cavalli che possono vivere liberamente in branco, così come il parco pluviale del fiume Reno che solca la valle del Molino del Pallone, sono esempi di luoghi speciali da scoprire e riabitare con l’arte. E ancora: la suggestiva e antichissima Pieve della Rocca di Roffeno (Vergato), risalente al X secolo, la dolcezza dei declivi di Capugnano (Porretta Terme) e il borgo Castagno di Piteccio (Pistoia) che incontra la linea transappenninca della Porrettana, gioiello dell’ingegneria ferroviaria del XIX secolo: sono questi i paesaggi così lontani dai “giganti passi dell’uomo” che saranno solcati dagli artisti e dagli ospiti, come libellule che abitano i campi. La partecipazione degli abitanti dei borghi è poi la linfa de “L’importanza di essere piccoli”: sono loro che ospitano gli artisti, li incontrano e passano il tempo con loro, tra una lettura e un soundcheck.

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