Wislawa Szymborska

Gli esordi di Wisława Szymborska e il dattiloscritto ritrovato (di L. Pompeo)

Nel ’43 una ragazza ventenne di Cracovia, Wisława Szymborska, per i familiari e per gli amici Ichna o Ichniusia, aveva cominciato a lavorare come impiegata alle ferrovie per evitare la deportazione ai lavori forzati in Germania. Aveva cominciato a scrivere poesie, alcune di carattere frivolo e satirico, altre più serie, e alcuni racconti legati al periodo dell’occupazione, come testimoniano le date in calce ad alcune pubblicazioni dell’immediato dopoguerra (tuttavia questi componimenti giovanili comparsi su rivista non vennero mai più riproposti nelle successive raccolte o antologie). Aveva perso il padre nel 1936 (quando Wisława aveva tredici anni) e da allora la famiglia, da una condizione di agiatezza grazie alla quale la futura poetessa aveva potuto trascorrere un’infanzia dorata, passò a una condizione di ristrettezze, che si acuirono durante la guerra. La famiglia si era trasferita a Cracovia nel 1929, quando il padre, venduti due edifici a Toruń, aveva acquistato uno stabile nella centrale Via Radziwiłłowska. Anche se gli scritti di questo periodo non passarono il vaglio degli anni della maturità, durante l’occupazione nella coscienza della giovane poetessa stava accadendo qualcosa di importante: «La guerra accentuò la crisi religiosa che stavo attraversando già da prima. Era inevitabile chiedersi come potesse Dio permettere tutto quello che stava accadendo».[1]
Il giorno 17 di gennaio del 1945 Cracovia venne liberata dalla fulminea avanzata dell’Armata rossa sotto la guida del maresciallo Konev, il quale in soli cinque giorni dall’inizio dell’offensiva (il 12 gennaio) aveva raggiunto e accerchiato la città, che i tedeschi abbandonarono senza combattere. Quella che dal 1939 era stata la capitale del Governatorato Generale (entità che raggruppava quei territori della Polonia che non erano stati direttamente annessi al Reich), veniva smobilitata e abbandonata in fretta e furia. «Era l’unica grande città polacca che non era stata coinvolta nelle vicende belliche e alla quale desideravano recarsi come alla Mecca sia gli artisti che i letterati, nella speranza di incontrarvi gli amici sopravvissuti, qualche lavoretto, le possibilità di pubblicare e qualche modesto onorario. Le città di Varsavia, scientificamente distrutta e spopolata e Leopoli, occupata dai Sovietici, non erano altrettanto invitanti quanto lo era Cracovia. Era qui che vennero riaperti i caffè, le riviste e organizzate le prime serate letterarie».[2] Il punto di incontro di tutti i letterati fu l’Unione degli scrittori polacchi, (Zwiazek Zawodowy Literatow Polskich), riattivato in poco tempo. Come scrive anche Olczyk, «nei primi mesi del 1945 Cracovia divenne l’indubbia capitale della vita letteraria in Polonia».[3]
Subito dopo la liberazione la città aveva fame di eventi culturali e fu subito organizzata una matiné poetica, alla quale accorse anche la Szymborska: «una folla di cittadini gremiva la platea non riscaldata dello Stary Teatr in piazza Szczepański. Tutti i posti, e perfino i passaggi tra un posto e l’altro, erano occupati, e il pubblico si accalcava nel foyer e sulle scale […] Prima Tadeusz Brzeza e Stanislaw Dygat parlarono della vita letteraria a Varsavia durante l’occupazione. Poi lessero le loro poesie Czesław Miłosz, Julian Przyboś, Stanisław Piętak, Adam Ważyk, Jerzy Zagórski, Witold Zechenter. Alcuni attori recitarono le poesie degli assenti Mieczysław Jastruń e Stanisław Jerzy Lec, e anche quelle di Adam Włodek, che non salì sul palco per un attacco di tremarella. […] La Szymborska assisteva a tutto questo timidamente da lontano. Qualche anno dopo avrebbe sposato colui che quel giorno aveva avuto un attacco di tremarella. E mezzo secolo più tardi avrebbe stretto amicizia con Czeslaw Milosz».[4]
Molti anni più tardi, nel 2001, a distanza di 56 anni, così ricordò quell’episodio: «I nomi degli autori in programma non mi dicevano niente. Se qualche idea sulla prosa potevo averla, le mie conoscenze in fatto di poesia equivalevano a zero. Eppure ascoltavo e guardavo. Non tutti erano capaci di leggere, alcuni recitavano in modo insopportabilmente pomposo, altri lo facevano con voce tremante, riuscendo a malapena a tenere i fogli in mano. A un certo momento fu annunciato il nome di Miłosz. Lesse i suoi componimenti con sicurezza e senza eccessi declamatori. Come se pensasse ad alta voce e invitasse il pubblico a prendere parte ai suoi pensieri. “ecco la vera poesia, pensai, e un poeta vero”. Fui certamente ingiusta. Vi erano altri due o tre poeti meritevoli di attenzione. Ma vi sono diversi gradi di eccezionalità- E l’istinto mi suggeriva di tenere d’occhio Miłosz».[5] (altro…)

‘Il sonno limpido del mare’ di Samuele Giannetta (rec. di C. Tosetti)

Dalla mia vita il tempo

Dalla mia vita il tempo
scompare senza a fondo
ascoltare – se non parole –
il sonno limpido del mare.

(da Il sonno limpido del mare, p. 9)

Confesso di aver incontrato delle iniziali difficoltà – e un accenno di ritrosia, immediatamente repressa − approcciandomi alla lettura di questo libro; titubanze che si sono svelate frutto di dannosi pregiudizi.
Il primo pregiudizio riguardava il corposo numero dei componimenti: sbirciare l’indice, gesto per me naturale, in ispecie quando ci si dedica alla poesia, in questo caso può incutere timore.
Questo mio errato approccio è stato demolito rapidamente: in primis, la lettura invoglia la lettura; inoltre, il poema è imperniato su di un verseggiare breve.
Il secondo pregiudizio (mio, personalissimo) riguarda la trattazione del tema dell’Amore, in poesia. Che divampi, che finisca, che sfinisca, troppi, tanti e grandi ne hanno verseggiato la polpa e le nuances, coll’incombente rischio d’essere – oggi – semplicemente superflui.
Trattare dell’Amore è percorso impervio, difficile, che richiede profondità, delicatezza e posso affermare – cospargendomi il capo di cenere – che l’autore in esame ha contribuito a riavvicinarmi al tema con rinnovata fiducia, anche ridimensionando la mia autostima. Insomma: una lettura interessante e – per il sottoscritto – terapeutica.
Vinti i miei tentennamenti, ho scoperto come l’opera prima di Samuele M. R. Giannetta (Il sonno limpido del mare, L’Erudita, 2017) non solo non sia guastata dai suesposti (e supposti) vizi, ma come – al contrario – mostri capacità poetica, in generale e nella manipolazione del bollente fardello, il tutto a dispetto della giovane età del poeta.
Anzitutto, il mio plauso va alla tecnica, che, in Giannetta, prevede la misura, è presente regolarità sillabica, ed emerge l’attenzione al suono, all’accento. La poesia in apertura dell’articolo ne è l’esempio: la conta sillabica e il suono rendono la breve poesia fluida.
Brevissime, fra l’altro, sono diverse poesie, nelle quali il poeta riesce a esprimere una sintesi, lasciando la riflessione al lettore (cosa che, credo, sia una delle finalità del fare poesia).
Le caratteristiche metriche non devono farvi figurare rigidità strutturale e – quindi – rischio d’imbattersi in una lirica vetusta, in quanto appaiono nella giusta misura stemperate e calate in un moderno comporre – la poesia è fresca − e il vocabolario dell’autore (che raramente si concede vocaboli alti o tecnici: vuole essere comprensibile) conferisce ai testi una musicalità, una fluidità, che mi hanno colpito per la leggerezza; il dolore vivo del ricordo, l’ispezionare introspettivamente il vuoto, reiterandolo, l’evocazione continua, incessante, della presenza dell’altro attraverso immagini ormai inghiottite dal passato, affiorano melanconicamente, in sapiente equilibrio, pur rappresentando il sostrato sul quale Giannetta ha sviluppato questo poema.
Il tocco delicato, equilibrato, del poeta, mi hanno anche donato l’impressione che il libro debba “scaldarsi” nelle mani del lettore.
Le immagini si accendono leggendo e rileggendo, come accade nelle terre del nord, il cui pallido sole, basso all’orizzonte, lentamente genera un’esplosione di timidi colori.
Altro esempio di misura, fluidità e leggerezza è Leggero, mi porti (pag. 28), in cui spicca nella lettura la rima “accese-attese”, che ben chiude la prima parte della poesia:

Leggero, mi porti
pur sempre via
dall’alba verde
delle campagne
in sosta e piene
del nostro star
stretti in profonde
armonie – le accese
selvagge attese –

Lì si accarezzano
ancora, trascinandosi
via un lieve sogno
di carne e pelle.

(altro…)

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio, 2016, € 12,00

 

I testi che compongono Il tempo del consistere risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, secolo amatissimo da Fabbri. L’autore ci regala una scrittura capace di attraversarlo per intero, questo secolo. Una vena, capace di dirci quanto questo periodo abbia fatto soffrire, certo, e sperare; un tempo che si è fatto sentire, con un suo spessore, nel sangue e sottopelle; un’età dove tutto ha avuto un peso straordinario.
È un libro pieno di neve, soprattutto all’inizio; un libro di quadri, d’intimità, di confidenzialità.
Ovunque tra queste pagine troviamo eleganza e raffinatezza: intendo la leggerezza di un soffio, qualcosa di aereo e forte allo stesso tempo. E poi c’è pudore, raccoglimento, c’è la tenerezza della scoperta, una tenerezza costante, e una sensualità evidente ma delicatissima.
Cambiano le stagioni, passano in rassegna, disegnano tutto l’arco della vita. Consideriamo che secolo, nella sua radice etimologica, significa proprio questo, l’arco della vita, la generazione, l’età di un uomo.
Ci troviamo allora di fronte a cartoline, istantanee del Novecento: oltre a pagine di guerra e di strage (Bologna, agosto 1980), si rievocano nella voce di Fabbri nomi e titoli della musica e della letteratura, brani che hanno accompagnato l’anima dell’autore, hanno costruito il suo animo gentile.
Via via, leggendo, si comprende bene il puzzle in composizione. Bastano già i titoli delle sezioni a rendere evidente il disegno: Echi del passato, L’occulto sguardo del presente, La suggestione della cultura, Il rovello della scrittura, Frammenti e aforismi.
Il tema, poi, è tutto nel titolo. Cos’è la consistenza? Oltre l’aver peso e la robustezza viene in mente qualcosa d’altro: non so, l’essere insieme, come se la vena fosse il privato e il corpo il collettivo. È di questa consistenza che mi sembra si parli, di una solidità necessaria – e probabilmente perduta – per ricondurci insieme al mondo, non evaporare, non perderci.
Questo avviene nel libro soprattutto quando scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Come in questa pagina, dove c’è forse l’eco di Proust, e dove c’è senz’altro – come sempre in Fabbri – una speciale perizia nella punteggiatura:

Anno di grazia 1958:

La solitudine di questi giorni cresce fino a un livello insopportabile.
Ma è inutile crucciarsi, non conta nulla inveire al cielo le ingiustizie patite.
È vero: sono ormai una donna vecchia, non posso guardarmi allo specchio.
Ma c’è il tavolo, davanti a me, grande come un lago. Sopra ci faccio navigare la tazza del caffelatte e i savoiardi. Isole felici, mi dico, quelle molliche più in là. Atolli di un oceano piatto.
Fosti molto urbano, il giorno in cui mi lasciasti. Eri sposato: che te ne saresti fatto di una come me? Una non affascinante, già verso i quaranta e con la vocazione, fortissima, ad essere zitella.
Le ultime volte mi prendevi all’impiedi, di fianco al divano. Dovevi fare in fretta, non avevi più tempo da dedicarmi. Del resto, dovevo capirlo: tua moglie ti dava un figlio dopo l’altro. Tra noi non rimaneva molto da dire.

Consistere, dunque, a partire da un nucleo di memorie – non può che essere così – da un cantuccio, lì dove l’autore “si ripesca”. E non manca il velo dell’ironia. Spunta qua e là, levigata, appena accennata, leggera, figlia forse (anche) della lezione dell’amatissima Szymborska: «All’improvviso mi sono ricordato di me»; e più avanti, a pagina 49: «Sono ancora io, nonostante me stesso. / Vorrei che mi chiamassi, questa notte». O ancora: «Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere» (pagina 83).
Scrive dunque dalla nicchia del sé, Fabbri. E la dedica in questo senso dice molto: Ai miei genitori, che in quel tempo furono la mia ombra. Quell’ombra amata e restituita in prosa, un’ombra in cui noi, ringraziando l’autore, possiamo riconoscerci.

Cristiano Poletti

 

“Come se tutto bianco” di Lorenzo Ciufo

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Se tutto fosse bianco, sarebbe questo libro di poesia

di © Simone di Biasio

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800px-claude_monet_-_camille_monet_sur_son_lit_de_mortLa lettura del libro è avvenuta durante le festività natalizie, dunque può essere che sia stato influenzato dal paesaggio cristiano che più volte ci si è parato davanti agli occhi, solo più moderno, anzi più contemporaneo: «Di ore donami un container./ Che mi ci possa accoccolare/ come su paglia di campo./ Nella stalla, più che nel granaio,/ al tiepido vapore delle vacche,/ al mattino operose, a sera stanche». Lorenzo Ciufo ha visto il presepe vuoto dopo l’Epifania e ci si è andato a stendere lui stesso, coi doni già scartati e il caldo ancora sagomato attorno ai pochi personaggi superstiti. «Tocco la mia/ solitudine/ in questi luoghi. Ha carni/ flaccide e fredde»: forse è un pupazzo di neve la solitudine; raramente ho potuto toccare con mano come con questa immagine un sentimento tanto vivo. Grande solitudine deve aver sfiorato anche Claude Monet quando, nel 1879, realizzò un ritratto della moglie Camille morta prematuramente a 32 anni. Così descrisse quel dramma lo stesso pittore impressionista: «Un giorno, all’alba mi sono trovato al capezzale del letto di una persona che mi era molto cara e che tale rimarrà sempre. I miei occhi erano rigidamente fissi sulle tragiche tempie e mi sorpresi a seguire la morte nelle ombre del colorito che essa depone sul volto con sfumature graduali. Toni blu, gialli, grigi, che so. A tal punto ero arrivato. Naturalmente si era fatto strada in me il desiderio di fissare l’immagine di colei che ci ha lasciati per sempre. Tuttavia prima che mi balenasse il pensiero di dipingere i lineamenti a me così cari e familiari, il corpo reagì automaticamente allo choc dei colori…». (altro…)

Su “Il soccombente” di Thomas Bernhard: un esempio mortifero di desiderio mimetico

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Wertheimer era un uomo “da vicolo cieco”, il narratore lo sa perché lo conosceva bene, insieme da ragazzi avevano studiato pianoforte al Mozarteum di Salisburgo. Con loro c’era un allievo destinato a diventare uno dei più grandi pianisti del secolo, e il massimo esecutore di Bach e delle sue Variazioni Goldberg: Glenn Gould. Al tempo del racconto, Gould è appena morto per un ictus, Wertheimer si è invece suicidato, non reggendo più il fallimento della propria vita. Ma di quale fallimento si parla? Il soccombente di Thomas Bernhard (1983, considerato qui nell’edizione Adelphi, traduzione di Renata Colorni) è un lungo monologo sul dramma dell’invidia, su quel vicolo cieco che può diventare l’idealizzazione del rivale; per dirla con René Girard, che sembra quasi l’ispiratore occulto di questo romanzo, il soccombente Wertheimer è colui che nel desiderio mimetico annienta se stesso per inseguire l’essere dell’altro, la sua apparente pienezza.
Ma Bernhard complica il modello triangolare girardiano soggetto-mediatore-oggetto (in questo caso, Wertheimer-Gould-Bach) aggiungendo un quarto elemento, più defilato, che è il narratore stesso, in definitiva salvato dal fatto di essere lo spettatore della tragedia di Wertheimer, e per questo in grado di tirarsi fuori in tempo dagli abissi della rivalità mimetica. Anche lui come l’amico, di fronte al genio impareggiabile di Gould, abbandona il pianoforte, pur essendo a sua volta un virtuoso. L’impossibilità di essere i migliori, ma soltanto degli ottimi musicisti, ha reso per entrambi impraticabile la passione per la musica. Questo non sarebbe accaduto se Gould fosse stato per loro un modello lontano, nel tempo o nello spazio, un riferimento elevatissimo senza agganci con la loro vita reale, e cioè, in termini girardiani, un benefico mediatore esterno (Wertheimer desidera suonare Bach secondo il desiderio di Gould). Proprio la vicinanza e l’amicizia che li legava fa invece sì che la mediazione sia interna, mortifera, e il terzo elemento del desiderio triangolare, cioè la musica, perda di fatto ogni reale importanza (Wertheimer desidera la genialità di Gould):

Del resto [Wertheimer ] suonava mille volte meglio della maggior parte dei nostri virtuosi del pianoforte che si esibiscono in pubblico, ma alla fine la prospettiva di diventare nel migliore dei casi un virtuoso del pianoforte come ce ne sono molti altri in Europa non riuscì più a soddisfarlo, e allora smise di suonare e si immerse nelle scienze dello spirito. Io stesso, di questo son convinto, suonavo ancora meglio di Wertheimer, eppure non sarei mai riuscito a suonare così bene come Glenn, e per questo motivo (lo stesso motivo, dunque, di Wertheimer!) ho abbandonato il pianoforte dall’oggi al domani.

Alla luce di questa doppia rinuncia, suonano dunque illusorie e autoconsolatorie le parole del narratore, che si confronta con l’esperienza dell’amico suicida:

Inoltre, a differenza di Wertheimer che assai volentieri sarebbe stato Glenn Gould, che avrebbe voluto essere Glenn Gould, io ho sempre voluto essere soltanto me stesso, Wertheimer invece è sempre stato uno di quelli che continuamente e per tutta la vita e riducendosi in uno stato di perenne disperazione vogliono essere qualcun altro, qualcuno che devono credere per forza più favorito dalla sorte di loro, pensai. […] Wertheimer non era capace di vedere se stesso come un essere unico al mondo, mentre in effetti è così che ciascuno di noi può e deve concedersi di vedere se stesso se non vuole cadere in balia della disperazione, ogni essere umano, comunque sia fatto, è un essere unico al mondo, io stesso me lo dico di continuo e con questo son salvo.

La sensazione è invece, come detto, che a salvare il narratore sia stato proprio Wertheimer, o meglio il suo esempio di soggetto che desidera mimeticamente scorgendo nel mediatore un paradiso inaccessibile, e condannando se stesso all’inferno. Ma il desiderio mimetico si fonda su due travisamenti opposti e complementari. Da una parte c’è l’idea che la nostra infelicità possa essere perfetta, totale, assoluta, e invece ha tante pause, e si regge sulla nostra inconsapevole collaborazione:

Wertheimer insomma si era innamorato, o addirittura era rimasto ammaliato dal proprio fallimento, pensai, e in questo fallimento si era incaponito fino alla fine.

Wertheimer aveva paura di perdere la propria infelicità e per questo, per nessun altro motivo, si è tolto la vita, pensai.

Anche Wertheimer, come qualsiasi altro essere umano, non era ininterrottamente infelice, non era, come lui pensava, sempre e totalmente posseduto dalla propria infelicità.

E come non può esistere l’infelicità perfetta, tanto più illusoria è la felicità perfetta che attribuiamo agli altri. Gould è in fondo raffigurato nel libro come l’astrazione di un uomo divenuto tutt’uno col suo pianoforte, con la sua musica: ci è data insomma di lui quella stessa immagine idealizzata che ossessiona Wertheimer, un’immagine falsa, inumana. Penso a quella poesia di Wislawa Szymborska, che contemplando l’armonia interna di una cipolla ricorda che “a noi resta negata/ l’idiozia della perfezione”. E così, tutte le volte che crediamo di vedere la perfezione negli altri, in realtà stiamo guardando il dentro di una cipolla.

@Andrea Accardi

I poeti della domenica #53: Wisława Szymborska, L’acrobata (Akrobata)

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L’acrobata

Da trapezio a
a trapezio, nel silenzio dopo
dopo un rullo di tamburo di colpo muto, attraverso
attraverso l’aria stupefatta, più veloce del
del peso del suo corpo che di nuovo
di nuovo non ha fatto in tempo a cadere.

Solo. O anche meno che solo,
meno, perché imperfetto, perché manca di
manca di ali, gli mancano molto,
una mancanza che lo costringe
a voli imbarazzati su una attenzione
senza piume ormai soltanto nuda.

Con faticosa leggerezza,
con paziente agilità,
con calcolata ispirazione. Vedi
come si acquatta per il volo? Sai
come congiura dalla testa ai piedi
contro quello che è? Lo sai, lo vedi

con quanta astuzia passa attraverso la sua vecchia forma e
per agguantare il mondo dondolante
protende le braccia di nuovo generate?

Belle più di ogni cosa proprio in questo
proprio in questo momento, del resto già passato.

[trad. di Pietro Marchesani]

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Akrobata

Z trapezu na
trapez, w ciszy po
po nagle zmilkłym werblu, przez
przez zaskoczone powietrze, szybszy niż
niż ciężar ciała, które znów
znów nie zdążyło spaść.

Sam. Albo jeszcze mniej niż sam,
mniej, bo ułomny, bo mu brak
brak skrzydeł, brak mu bardzo,
brak, który go zmusza
do wstydliwych przefrunięć na nieupierzonej
już tylko nagiej uwadze.

Mozolnie lekko,
z cierpliwą zwinnością,
w wyrachowanym natchnieniu. Czy widzisz
jak on się czai do lotu, czy wiesz
jak on spiskuje od głowy do stóp
przeciw takiemu jakim jest, czy wiesz, czy widzisz

jak chytrze się przez dawny kształt przewleka i
żeby pochwycić w garść rozkołysany świat
nowo zrodzone z siebie wyciąga ramiona –

piękniejsze ponad wszystko w jednej tej
w tej jednej, która zresztą już minęła, chwili.

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Wislawa Szymborskada Uno spasso (Sto pociech), 1967,
ora in Wisława Szymborska, Opere,
a cura di Pietro Marchesani, Milano, Adelphi, 2008

 

La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac. Di Monica Martinelli.

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La parola che sta nel fiato. Riflessioni sulla poesia di Duška Vrhovac.

Di Monica Martinelli.

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La raccolta di poesie Quanto non sta nel fiato di Duška Vrhovac, prima e unica edizione italiana pubblicata nel 2014 dalla casa editrice Fusibilia, tradotta dal serbo da Isabella Meloncelli, con l’interessante prefazione di Ennio Cavalli e un’accurata postfazione di Ugo Magnanti che ne è anche il curatore, corredata inoltre da una completa sezione biobibliografica, rappresenta le diverse stanze del corpus poetico della poetessa, giornalista e traduttrice serba che ha al suo attivo almeno una ventina di libri di poesia pubblicati e tradotti in varie lingue. Suddivisa in quattro sezioni – Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro, Né dell’eterno né del provvisorio, Lingua di piante e vento, Persone – che prendono i titoli dai versi di alcune poesie (come del resto il titolo stesso del libro), raccoglie testi di differenti periodi. L’ultima sezione, straordinaria nella sua icastica ironia, è quella dedicata ai poeti e alle persone che più hanno influenzato l’autrice o che comunque hanno avuto un significato particolare nella sua vita, ed è anche un omaggio ad alcuni grandi poeti come Szymborska, Neruda, Isidora Sekulić.
La poesia di Duška Vrhovac va oltre la poesia stessa, supera i confini, le barriere linguistiche ed etniche e pur avendo assorbito tutta la tradizione letteraria e la cultura balcanica, non ne resta confinata ma si espande come lava di vulcano perché i suoi versi fanno parte di una cosmologia pervasa di misticismo dove Dio è presente e immanente nelle cose e nella natura, e anche se ci sono il male e il dolore la nostra vita è indirizzata al bene, un bene che i poeti, più delle altre persone, riescono a percepire e a comunicare. Infatti, la poesia Poeti esprime con ironia e con forte determinazione, unite a un’ampia conoscenza filosofica da parte dell’autrice, l’immagine salvifica della poesia e il ruolo fondamentale del poeta come delatore della verità: “I poeti sono ladri di visioni… I poeti sono custodi incoronati / dell’essenza riposta nella lingua… I poeti sono invisibili interlocutori / nel silenzio sul senso e sul non senso / di tutto ciò che si vede e non si vede. / I poeti sono i miei soli veri fratelli.”
(altro…)

Vita di poeta, in presa diretta

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Che possibilità ha di riuscire un documentario su un poeta? Anzi, su un processo creativo, quello poetico, così difficile da raccontare? Come dar conto, in definitiva, di quel «pozzo di lavoro con attorno / un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola»?[1]
Gira tra queste domande, nell’esporle, una tensione; sembra quasi di doversi muovere, qui in mezzo, con imbarazzo. D’altronde la poesia stessa è un dubbio, enorme. Può essere una luce che ci guida, certo, e il poeta essere un esempio, e se è vero e grande addirittura un maestro. Oppure no, sarà tutto un vuoto la poesia e una delusione il poeta.
Comunque, si diceva: documentare. Ecco, ma cosa esattamente? Da dove partire, dove arrivare? Quante volte ci siamo detti: come arriva una poesia? Come si accende quella fiaccola segreta che avrebbe nome poesia? Le domande si moltiplicano, niente di più facile, e una risposta, forse la risposta valida per tutte, potrebbe essere questa: tutto sta nel cercare, della poesia, l’origine, o almeno fiutarne il segreto.
Già Wisława Szymborska, con incantevole ironia, una volta mise in guardia dai pericoli insiti in un’operazione simile, e non lo fece in una sede qualunque ma all’Accademia svedese, in occasione del Nobel ricevuto nel 1996: «… i poeti sono i peggiori. Il loro lavoro è disperatamente poco fotogenico. Un individuo siede alla scrivania o giace su un divano e fissa immobile una parete o il soffitto. Di tanto in tanto, questa persona butta giù sette righe, per poi cancellarne una quindici minuti più tardi, poi passa un’altra ora, durante la quale non accade nulla… Chi avrebbe il coraggio di guardare uno spettacolo del genere?».[2]
Eppure, va detto, la quotidianità di un uomo è il cuore di ogni possibile documentario. Da lì occorre partire, necessariamente; dall’esperienza minuta, dallo spendersi delle ore, dai dettagli sempre preziosissimi che compongono il giorno.
A partire dalla vita ci si stringerà poi ai testi, è dovuto, come per verificarli nella realtà. Così, nella pagina di un poeta potremo trovarci ad esempio riflesso un territorio, ossia tutti quei luoghi amati, entrati nel respiro della sua poesia.
Non è solo e semplicemente un ritratto che va cercato, anzi; oltre l’intervista, oltre la biografia, ed evitando il genericamente poetico, il regista dovrà scoprire i nervi del poeta, per indovinarne il ritmo, il respiro, l’origine di una vocazione ineludibile.
Alla poesia – pare banale dirlo, ma non lo è – il poeta appende la propria vita. Ma la poesia prende senso solo da una condivisione di affetti e d’intenti, da una comunità. Fatta appunto di incontri, luoghi precisi e scelti, occupazioni e preoccupazioni. Potremmo dirla in questi termini: una comunità della poesia che risponde alla comunità del vivere. Perché qua sta la poesia, in mezzo ai giorni, proprio mentre intorno si intravedono dei pericoli: che le abitudini arrivino a comporre un deserto; che un generale sonnambulismo ci sovrasti. Nella condizione collettiva come in quella individuale, dalla vita pubblica alla vita privata.
Riportando tutto a casa, il poeta raccoglie lì la poesia. Nel suo studio, in particolare: il luogo dove scrive è il “pozzo di lavoro” dove quell’“uomo sempre in crisi” che è il poeta si ostina a disordinare il silenzio della pagina, cercando di trascrivere, “figurandola”, questa “crisi” che sempre abbiamo sentito e sempre sentiamo.
Illuminanti, a questo proposito, alcune parole del filosofo Antonio Banfi: «E il nostro non è un punto di vista che offre una soluzione della crisi: è il punto di vista della crisi, dove le energie creative devono trapassare dal negativo al positivo. Se trapassano, bene, se non trapassano, che resta a dire? È questo l’unico grande tentativo che può essere fatto».[3]
Occorre allora che il regista possa, e sappia – come dire – infilarsi nella vita del poeta, guadagnarsi via via la sua fiducia. E lo accompagni, lo affianchi, facendosi portatore invisibile di un occhio-camera in grado di catturare, rubare dettagli.
Così il regista vede, ascolta. Sa che dopo aver tanto rubato, tanto scavato, del poeta gli rimarrà essenzialmente l’uomo; sa che ogni risultato positivo sarà il prodotto dell’umanità che li mette in relazione. Il regista, il poeta: i loro sguardi prima distanti possono farsi vicini. Entrambi, d’altronde, nutrono immagini e dalle immagini sono nutriti. Questo avvicinamento (o incontro, o sovrapposizione) si gioca nello stile, nella visione, soprattutto attraverso il motore del film che è il montaggio, sapendo che più che di sapienza tecnica, infatti, lo stile ci dice della visione. Ecco il pozzo intorno a cui girare, il lavoro che li avvicina, li rende uguali, ugualmente prigionieri. Pagina e schermo possono quindi incontrarsi.

Cristiano Poletti

 

[1] V. Sereni, Pantomima terrestre, in Gli strumenti umani, Einaudi, Torino, 1965.

[2] W. Szymborska, La prima frase è sempre la più difficile, Terre di mezzo, Milano, 2012.

[3] A. Banfi, La crisi, Scheiwiller, Milano, 1967.

Proust, ancora

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La Ricerca, con quell’ordine architettonico tutto suo, frutto di un’infinita elaborazione, di scomposizioni e ricomposizioni continue, è cattedrale poetica per eccellenza. Con un equilibrio trovato infine sull’idea dello stare. Fissando a lungo i giorni ordinari fino a vederli svanire nel loro rumore, il Passato, rinato nel silenzio di un attimo in mezzo al presente, ne prende improvvisante il posto, ed è lì vicino a noi, dopo tutta la distanza che da noi quello stesso silenzio aveva stabilito, seppellendolo nel Tempo.[1]
Un romanzo-pozzo, per così dire, dove non è difficile veder ristagnare, sul fondo, acqua mista a petrolio. Una volta cadutoci dentro, il lettore, come fosse uno sventurato cormorano, dovrà affrontarne l’inevitabile pericolo, divincolarsi, trovare una via d’uscita.
Sappiamo che più di un romanzo è un tout vivant l’opera di Proust: tra scavi e ritrovamenti, anche (e forse soprattutto) violenti, la grazia della sua osservazione, capace di permearne la scrittura, fiorisce sulla ferocia di un fardello che ha voluto implacabilmente assegnarsi, rispondendo così a una vocazione, il cui “racconto” in effetti è il fuoco centrale della Ricerca.[2]
Questo compito, immenso, generatosi in lui tramite un desiderio d’immortalità coltivato nell’arco di tutta una vita, andava assolto. Doveva ridurre, fino a eliminarla, la “distanza d’anima” fra tempo interiore e tutto ciò che fuori di lui (fosse semplice chronos[3] o spicciola materia o rassegna sociale in cui passano le esistenze) si consumava, pulsando con altra meccanica, lontana dal suo cuore.
Lo scrittore (più in generale l’artista, per meglio corrispondere al pensiero di Proust), grazie a un «istinto religiosamente ascoltato in mezzo al silenzio imposto a tutto il resto»,[4] deve essenzialmente creare, fedele soltanto alla sua verità più profonda, un linguaggio nuovo.
E proprio questo è il pozzo, il linguaggio, in cui si trova calato ogni possibile stile, ogni possibilità di visione. Proust ebbe la forza di crearne uno così puro e trasparente da poter “saldare tutti gli esseri”, consapevole che «l’unica cosa che conta è la profondità in cui si è riusciti a discendere anche attraverso le impressioni più frivole».[5] Serve soprattutto delicatezza per entrare nelle pieghe dell’essere, di ogni cosa, di ogni persona. Questo ribollire di “avventure, pettegolezzi, trame”, per riprendere una considerazione del poeta Valerio Magrelli,[6] esalta unicamente la preziosità del dettaglio, di ogni dettaglio che l’autore ha saputo scegliere ed evidenziare con cura. Questa è la via: scendere nel segreto di ogni piega e rappresentandone le infinite ombre svelarne la natura.
Scendere nel pozzo, dunque. Nel saggio Sulla Lettura,[7] Proust scrive: «E in effetti è proprio questa una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri (e che ci farà capire il ruolo insieme essenziale e limitato che la lettura può assumere nella nostra vita), che per l’autore essi potrebbero chiamarsi “Conclusioni” e per il lettore “Incitamenti”. Sentiamo proprio che la nostra sapienza comincia dove quella dell’autore finisce, e vorremmo che ci desse delle risposte laddove tutto ciò che può fare è fornirci dei desideri […] una legge strana, e peraltro provvidenziale, dell’ottica degli spiriti (legge che significa forse che non possiamo ricevere la verità da nessuno e che dobbiamo crearcela da soli)…».[8]
Per Proust la lettura è una forma pura di amicizia, in grado di regalare tranquillità, grazie all’esercizio della pazienza e a un ascolto prolungato, proprio come tra amici che vogliano confidarsi. E aggiunge: «L’atmosfera di questa amicizia limpida è il silenzio, più puro della parola».[9] Ancora Magrelli, riflettendo e scrivendo sul tema della lettura, ricorda una bellissima pagina del V secolo che racconta lo stupore di Sant’Agostino nel trovare il maestro Ambrogio intento a leggere sottovoce, senza pronunciare una parola, mentre all’epoca la lettura a voce alta era di rigore. È la “crudeltà” della lettura: una persona vede un’altra leggere in silenzio, e leggendo la esclude. Tutto il significato del leggere, ossia popolare la solitudine, si concentra in quest’esclusione.[10]
Con la lettura, quindi – e a maggior ragione con la scrittura – si tenta in fondo di riconoscere e superare il limite di se stessi. È il fuori-di-noi a guidarci tra le pagine, per trovare una nuova “possibilità di noi” che potremmo addirittura azzardarci a chiamare “verità”. E ancora una volta Proust viene in soccorso: «[…] la verità, – scrive – concepita ancora come qualcosa di esteriore, è lontana, celata in luoghi non facilmente raggiungibili. E allora sarà magari un documento segreto, delle lettere inedite, delle memorie, a gettare una luce inattesa su certi aspetti difficili da rintracciare. Che felicità, come è riposante per una coscienza stanca di cercare la verità in se stessa, potersi dire che essa si trova all’esterno…».[11] Affondare, approfondire; per trovare, finalmente, e poi risalire.
Ora, ci si chiede: cosa continuerà a vivere di molti Autori? E, addirittura, la lettura stessa continuerà a esistere? La lezione di Proust, a fronte di queste domande, ha valore ancora oggi, è attuale, contemporanea. Oggi che “Viviamo più a lungo,/ ma con minor esattezza/ e con frasi più brevi”, nell’orizzonte di tanto che troppo velocemente si consuma, idee a sciami che sono solo di passaggio e fatti che diventano per un po’ notizia per poi sparire improvvisamente da quello stesso orizzonte da cui si sono affacciati,[12] l’insegnamento più prezioso di Proust è la lunga durata, il “per sempre” nato dalle sue pagine.
Ecco per intero l’inconfondibile ironia di Wisława Szymborska nella poesia intitolata Del non leggere:[13]

In libreria con l’opera di Proust
non ti danno un telecomando,
non puoi cambiare
sulla partita di calcio
o sul telequiz con in premio una volvo.

Viviamo più a lungo,
ma con minor esattezza
e con frasi più brevi.

Viaggiamo più veloci, più spesso, più lontano
e torniamo con foto invece di ricordi.
Qui sono io con uno.
Là, credo, è il mio ex.
Qui sono tutti nudi,
quindi di certo in spiaggia.

Sette volumi – pietà.
Non si potrebbe riassumerli, abbreviarli
o meglio ancora mostrarli in immagini?
Una volta hanno trasmesso un serial, La bambola,
ma per mia cognata è di un altro che inizia con la P.

E poi, tra parentesi, chi mai era costui.
Scriveva, dicono, a letto, per interi anni.
Un foglio dopo l’altro,
a velocità ridotta.
Noi invece andiamo in quinta
e – toccando ferro – stiamo bene.

Grazie alla sua opera, il suo essersi fatto specchio per riflettere la vita, possiamo continuare a leggere noi stessi. Silenzio, sonno, e sogno. Perché la memoria possa tornare e agire, sapendo che ricordare è creare.[14]

Cristiano Poletti

 

[1] Silenzio contrapposto al rumore, come in un sogno tra sonno e risveglio, l’uno pendant dell’altro nel farsi metafora di morte e resurrezione del Tempo. Il contrasto al rumore fu anche strenuamente cercato in vita da Proust: se celebre è la sua camera da letto nell’appartamento al 102 del Boulevard Haussmann, foderata in sughero, si veda anche, a proposito di questo contrasto, Lettres à sa voisine, a cura di Gaudry e Tadié, Gallimard, 2013.
[2] G. Deleuze, L’immanence: une vie…, in Philosophie, n. 47, 1995. Ne Il Tempo ritrovato, sulla soglia della rivelazione che l’opera d’arte è l’unico mezzo per ritrovare il Tempo perduto, Proust scrive: «Così tutta la mia vita sino a quel momento avrebbe e non avrebbe potuto essere riassunta sotto il titolo: Una vocazione». Tra le traduzioni di Proust, si ritiene preferibile quella di Raboni, poeta di cui è ricorso nel settembre di quest’anno il decennale della scomparsa.
[3] In contrapposizione al kairos.
[4] Ne Il Tempo ritrovato; concetto ripreso e allargato in Proust, L’opera, la vita, la critica, di Jean-Yves Tadié, 2003.
[5] Proust, L’opera…, cit., p. 41.
[6] «Fu il primo libro che lessi in vita mia in francese; sono entrato da Proust nella letteratura francese», ha avuto modo di dichiarare Magrelli in un’intervista.
[7] Nell’edizione Passigli del 2007 con titolo Del piacere di leggere. Traduzione di Maria Cristina Marinelli.
[8] Ibidem, pp. 33-34.
[9] Ibidem, p. 49.
[10] V. Magrelli, La lettura è crudele, Edizioni d’if, 2009, di cui una parte è poi confluita ne Il sangue amaro, Einaudi, 2014. “Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce e la lingua riposavano”, recita la prima delle due citazioni che introducono l’ipertesto.
[11] Del piacere di leggere, cit., p. 40.
[12] Tornano alla mente questi versi di Eliot, da Choruses from the Rock, del 1934: «Where is the wisdom that we have lost in knowledge? / Where is the knowledge we have lost in information?».
[13] Tratta dalla raccolta Qui, del 2009 (traduzione di Pietro Marchesani).
[14] C. Rozzoni, Ricordarsi è creare, L’essenza estetica della Recherche di Marcel Proust, Mimesis, 2008. Mirabili, ne Il Tempo ritrovato, questi passaggi: «L’arte vera non sa che farsene di tanti proclami, e si compie in silenzio». E ancora: «I veri libri devono essere figli non della luce e delle chiacchiere, ma dell’oscurità e del silenzio».

Pillole da Mantova #2 – (il mondo migliore)

A Festivaletteratura si viene per conoscere libri e autori nuovi. Non si viene sempre ‘imparati’, anzi, si viene più spesso impreparati, magari infarciti di letture estive diverse da quelle che ci aspettano qui. Mantova è un luogo unico per scoprire quali potrebbero essere le letture dei prossimi mesi; in primo luogo lo è la sconfinata bellezza dei luoghi che ospitano il festival: palazzi storici, cortili, sale concerto, teatri, che già da soli, nelle loro pietre, racchiudono centinaia di storie. In secondo luogo devo dire che merito della forza con cui certi autori arrivano al pubblico, va ai traduttori presenti agli eventi, i quali dimostrano sempre la loro attenzione e qualità nel lavoro che fanno ‘dal vivo’; la loro è la capacità di farci entrare ‘nel vivo’ della conversazione che si vede sul palco, di supportare il presentatore, di rendere piacevole un reciproco scambio di idee. Stamattina, ad esempio, incuriosita dal titolo dell’evento 70 “Il Sacro Graal del romanzo totale”, mi sono recata ad ascoltare lo scrittore olandese Tommy Wieringa, presentato da Francesco Abate e, per l’occasione, tradotto da Donata Mori. Iperborea, ad agosto 2014, ha pubblicato il romanzo Questi sono i nomi, uscito in patria due anni prima, dove ha venduto 200 mila copie. Una storia di ‘confine’ e confini ambientata nella steppa dell’Asia centrale e con al centro la vicenda di sette profughi ma dedicata, più in generale, agli erranti del XXI secolo. Anche Wieringa, a suo modo, è stato un ‘ragazzo di confine’: cacciato da molte scuole, da diciassettenne anarchico-attivista si definisce ora ‘uomo che segue l’ordine costituito’. IMG_20140905_110508Eppure il suo sentirsi borderline l’ha aiutato con la letteratura, a scrivere, e a narrare questa storia che, ricorda Abate, nonostante sia stata scritta da qualche anno, pare attualissima: «Mai come in questo momento si sta assistendo al processo di eternizzazione della migrazione», afferma l’autore, il quale è appena rientrato da un viaggio in Israele. A proposito di questa esperienza: «Pensavo e speravo che questa mia visita avrebbe portato chiarezza. Il bilancio è che mi sento ancora in una situazione difficile, dai confini assolutamente non determinati rispetto alla politica che viene perseguita da Hamas. In Israele anche le persone più illuminate fanno continuamente propaganda. Nessuno vuole parlare di politica ma, se per cinque minuti si parla di qualcosa d’altro, le persone diventano subito nervose, perché c’è questo assillo continuo. Io non penso di aver trovato risposta a questo problema eterno. Penso però comunque di riuscire a capire un po’ meglio questo mondo. Spero [anche] che i lettori possano trarre dal mio libro la stessa lezione che io ho tratto dalla mia visita in Israele: che non c’è una risposta ma una maggiore comprensione.»

20140904_112216A Mantova si vagabonda da un posto all’altro per tutto il giorno: le strade sono affollate da facce sudate, sotto la calura del dopopranzo, oggi che pare esplosa l’afa. La sagrestia di S. Barnaba è, per fortuna, uno spazio di refrigerio, dove nel 2011 ho avuto il piacere di ascoltare Anna Maria Carpi presentata da Elia Malagò. Un folto pubblico attende alle 16.00 Vivian Lamarque, pronta a leggere se stessa e Wisława Szymborska per l’evento 96. La presentazione è di Vanna Mignoli che entra sin da subito prepotentemente nei versi di Lamarque, per sviscerarne in senso e restituirlo al pubblico con quello che l’autrice ha definito “un orecchio femminile che scava e incide”, quasi in modo violento. La solitudine di bambina, il mondo della fiaba (con riferimento a Perrault), l’essere adulta-sola; e ancora, gli uomini della sua vita-autoriale: il padre [mancato quando la Vivian di Teresino (Guanda, 1981) aveva 4 anni], ma anche lo psicoterapeuta di cui s’innamora con un processo di transfert ne Il signore d’oro (Crocetti, 1986) e poi il marito assente. Ma anche i temi della morte e del tempo, quello che pretendiamo dalle relazioni umane, la gelosia, sono al centro di una lettura incrociata e analogica che comprende, oltre all’annunciata autrice polacca, anche Emily Dickinson. Lamarque accosta coerentemente ai suoi testi soprattutto alcune poesie di Szymborska: è un gioco di echi in cui la sua voce fa da controcanto a quella della poetessa polacca, come nell’ordito di uno stesso tessuto. Ad esempio, azzeccato è quello che concerne lo ‘spostamento di lutto’ (così dice la nostra autrice) di Szymborska nella poesia Il gatto in un appartamento vuoto mentre in Poesie per un gatto (Mondadori, 2013) il gatto Ignazio interroga Vivian sull’aldilà, la quale risponde “È come una specie di giardino si diventa tutti erba fiori.” “Fiori? Un fiore io? Mai!” “E perché? essere un fiore è un onore non lo sai?”.

A Mantova si vengono ad ascoltare parole che già si conoscono e si vengono a sentire parole inesplorate. Si vengono ad ascoltare autori che ci piacciono, altri che speriamo ci possano piacere poi. Di certo si viene per salire sul primo gradino di una scala impervia che è la scala dell’esperienza di ognuno di noi, e che si compone di consigli; uno azzeccato, è stato dato ieri sera da Fabio Geda, a chiusura dell’ultimo evento del secondo giorno di festival; intervistato dai ragazzi di Blurandevù sul palco di Piazza Alberti, dice: «Lasciate il mondo meglio di come l’avete trovato». Io direi: «Ricordiamoci di lasciare il festival meglio di come l’abbiamo aspettato.»

Una piena solitudine

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Riformulando la riflessione da Proust, si ritiene spesso che scavare nell’anima umana sia possibile considerando i grandi fenomeni sociali, quando invece è solo calandosi nel profondo di un’individualità, e quindi nell’anima di quella individualità, che si potrebbero comprendere quei fenomeni.[1]
“Società”, vale a dire sentirsi dentro la storia, farsi tempo, esserne parte comune, portarne memoria.
Eppure da sempre, in effetti, vogliamo (vorremmo) vincerlo il tempo, qui dove siamo caduti: «Invece di compiere ogni sforzo per ritrovarsi, per incontrare se stesso, la sua essenza intemporale, egli (l’uomo, NdR, corsivo mio) ha rivolto le sue facoltà verso l’esterno, verso la storia».[2]
La misurazione del tempo, sappiamo, è un prodotto dell’uomo. Il tempo è la sua prigione. Tra i suoi “due confini di polvere”, tra il suo essere e ritornare polvere, potremmo addirittura spingerci a dire che l’uomo sia tempo, sia la sua stessa prigione. Ma non il suo sguardo, che come l’amore supera, eccede ogni misura. Uno sguardo cos’è, se non un cammino solitario, un atto d’amore, di un amore antenato e fatto proprio, ma che resta in fondo primordiale, originario?[3]
Se in grado davvero di ampliare e approfondire ogni possibile prospettiva, lo sguardo è sempre atemporale: è, forse, il motivo per il quale attribuiamo tanto valore agli occhi così come ne attribuiamo alla potenza della visione, nella vita come nell’arte.
E tanto più da lontano proviene lo sguardo, e più lontano punta, più la prospettiva è allargata.
A pensarci, a questo serve la lettura, a riempire la solitudine. La solitudine del lettore, ecco, si potrebbe definire una piena solitudine. Un Io, ma non-Io, con la lettura: un Io popolato.

Balla da solo, l’uomo, o comunque ha come unica compagna di danza la morte.[4] Ma mai si tratta di un’unica morte, della propria, perché in una abitano tutte le morti, e sciolta nelle ore sono tante piccole morti. La solitudine, oltreché essenza inestinguibile dell’esistenza, è una stretta necessaria, un imbuto perché ci si trovi come dire spalancati a tutto, a tutti.
Occorre allora, infine, servirsi sempre della poesia.
Ritornano da due fonti differenti mirabili versi.

Questi, di Wisława Szymborska: [5]

(…)

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.

La morte
è sempre in ritardo sempre di quell’attimo.

(…)

E questi, di Mario Benedetti:[6]

(…)

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

Cristiano Poletti

 

____________________

[1] M. Proust, La parte dei Guermantes.

[2] E. M. Cioran, La caduta del tempo.

[3] Ed ecco lo sguardo di Antonio Porta in questi versi da Poemetto con la madre, una sintesi meravigliosa:  «Ma c’è un tempo che non conosciamo / che non misuriamo mentre agisce / dentro e fuori di noi: la nascita / lo svela e la morte non lo cancella».

[4] G. Penzo, Kierkegaard. La verità eterna che nasce nel tempo. E, più in generale, tutte le riflessioni sul Singolo di Kierkegaard.

[5] W. Szymborska, Sulla morte senza esagerare, da Gente sul ponte.

[6] M. Benedetti, da Umana gloria.

 

Il sorriso di Wisława Szymborska

wislawa

In un articolo apparso sempre su Poetarum Silva il 6 febbraio 2012, giusto a pochi giorni dalla scomparsa di Wisława Szymborska, Andrea Accardi ricordava come la poetessa, invitata alla Normale di Pisa il 9 maggio del 2007, «lesse in polacco, con vocina minuta… da topolino» e quanto questo facesse a pugni con la voce impostata, da “attorone”, della recitazione a seguire, in italiano. Un discreto imbarazzo. Con tutta evidenza doveva suonare proprio male, prima di tutto alle orecchie della poetessa.
Per parte mia, ricordo quando nel 1996 vinse il Nobel, un fatto per lei, persona tanto riservata, del tutto sconvolgente. Quella vittoria fu così ubriacante, in negativo, che nei due anni successivi pare non sia quasi più riuscita a scrivere poesie. Tra i candidati di quell’anno compariva per la prima volta anche il nome di Bob Dylan. Si chiacchierò molto di questo, ci furono discussioni non di poco conto – come ce ne sono ogni volta ancora oggi – sulla pertinenza o meno di certi accostamenti. Alla notizia del vincitore sentii commenti addirittura del genere che il premio l’aveva vinto una poetessa sconosciuta, solitaria, anche un po’ beona (mi pare la parola esatta fosse whisky) e comunque affetta da forte tabagismo.
Al di là di questo paio di ricordi, la verità è che Szymborska ha mantenuto per tutta la vita, fuori da ogni posa, l’entusiasmo di una ragazzina, tanto meravigliosa da incarnare uno dei più famosi titoli proprio di Dylan, Forever young.
Con lei, riprendendo ancora le parole di Accardi, l’ombra della Poesia non è mai caduta sulla poesia; la sua «leggerezza pensosa» ha sempre offerto, con grande generosità, splendidi frutti. Perché motore della sua opera è stato essenzialmente il dubbio. Lo dichiarò anche pubblicamente, proprio in occasione del Nobel: «L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante non so» disse, per poi aggiungere: «Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso non so. Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta d’una risposta provvisoria e del tutto insufficiente».
E, pensandoci, il segreto di tutta questa leggerezza (pensante forse più che pensosa), è racchiuso proprio in quella voce “da topolino”, dietro la quale si cela, con naturalezza, una straordinaria, illuminante vocazione al sorriso.
Il sorriso in poesia, si sa: difficile, difficilissimo.
L’ironia d’altronde è una forza che gira nel sangue, si possiede oppure no, non si può recuperare con uno stratagemma, tantomeno inventare. Come la poesia, se c’è davvero fa i conti con la vita, e pulsa al ritmo del sangue.
In un articolo apparso sul Sole24ore il 9 febbraio 2014, intitolato appunto Poetessa del sorriso, tra le molte affermazioni di Berardinelli perlomeno discutibili, ce n’è una che non lo è: «…che la sua poesia voglia avere una funzione. In realtà, ha solo quella, fondamentale, igienica, di disintossicare dalle idee generali…». Trovare l’incrocio giusto, tra la piccola strada dell’io e quella ben più grande, della storia, dell’umano, appare un compito ineludibile della poesia. Cuore e perno di questo è il dettaglio, che davvero tutto muove, nel segno distintivo dell’unicità. Tutto si racchiude nel particolare, o da lì si sprigiona, toccando l’universale. Questa è “l’igiene”, “la pulizia” di immagini e forma che Berardinelli indica giustamente nel caso di Szymborska. E verrebbe da dire che in fondo si sorride per dettagli e anche di fronte alla peggiore delle avversità, anche nel più sofferto dei limiti può esistere-resistere un sorriso.
Ecco, Wisława Szymborska ha sempre saputo sorridere, fino al comico. Nei 54 minuti del video-documentario La vita a volte è sopportabile, a firma di Kolenda-Zaleska, oltre a incontrare personalità come Woody Allen, Umberto Eco, Václav Havel, vediamo la poetessa immersa in scherzi e battute, apparendo spesso persino “sciocchina”, o alle prese con curiosi bricolage e filastrocche. Comunque innamorata di tutto, e su tutti di Vermeer e di Ella Fitzgerald. Tutto, rigorosamente, sorridendo.
Per chiudere, occorre una poesia emblematica. Prima però, un ultimo ricordo, di qualche anno fa, una telefonata con Pietro Marchesani che mi raccontava quanto, nella traduzione di questa poesia, si fosse soffermato su un verso semplice e al tempo stesso di grande complessità: «Tiro la vita per una foglia». Dietro questo verso vediamo il corteggiamento e il sorriso; oltre, le domande, i dubbi di sempre.

 

Allegro ma non troppo

Sei bella – dico alla vita –
è impensabile più rigoglio,
più rane e più usignoli,
più formiche e più germogli.

cerco di accattivarmela,
di blandirla, vezzeggiarla.
La saluto sempre per prima
con umile espressione.

Le taglio la strada da sinistra,
le taglio la strada da destra,
e mi innalzo nell’incanto,
e cado per lo stupore.

Quanto è di campo questo grillo,
e di bosco questo frutto –
mai l’avrei creduto
se non avessi vissuto!

Non trovo nulla – le dico –
a cui paragonarti.
Nessuno ha fatto un’altra pigna
né migliore, né peggiore.

Lodo la tua larghezza,
inventiva ed esattezza,
e cos’altro – e cosa più –
magia, stregoneria.

Mai vorrei recarti offesa,
né adirarti per dileggio.
Da centomila anni almeno
sorridendo ti corteggio.

Tiro la vita per una foglia:
si è fermata? Se n’è accorta?
Si è scordata dove corre,
almeno per una volta?

Cristiano Poletti