Walter Siti

Bruciare tutto, bruciare se stessi (di V. Sturli)

Bruciare tutto, bruciare se stessi.
Il desiderio, l’assoluto e lo scandalo nel nuovo libro di Walter Siti

di Valentina Sturli

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1. Di cosa parla la letteratura?

La letteratura ha sempre parlato di tutto e di questo ci si è sempre molto inquietati. Ma perché deve parlare di tutto? Perché se non lo fa lei, che dovrebbe essere libera da servaggi, corvées, diktat e bienséances – e che se anche non è libera ‘ufficialmente’, in qualche modo la libertà se la prende – non lo farà nessuno, e questo sarebbe un problema. Una perdita incalcolabile. Ciò di cui ci parla la letteratura è piuttosto il tutto di una vita che vivono tutti: l’esperienza di ciò che sta dentro la natura umana, potenzialmente di ogni uomo e della sua esperienza vitale nel brodo in cui siamo costantemente immersi. La letteratura non dovrebbe limitarsi a confermarci quello che già sappiamo (o che crediamo di sapere), ma proporre domande più scomode, spostarci anche soltanto di due millimetri dalla normale attività cognitiva su cui tendiamo a restare adagiati. Se la letteratura non torce almeno un po’ le budella, allora forse non è tanto degna di questo nome. E con questa espressione non penso solo alle seghe circolari e ai martelli di American Psycho: alcune delle visioni più atroci, delle domande più terribili, delle conclusioni più devastanti sulla natura umana sono reperibili dentro la storia di una ragazza di Rouen intrappolata in un matrimonio sbagliato.

Se ha un senso dire che la letteratura sa e può produrre conoscenza è perché, ponendoci implicitamente delle domande attraverso le storie che racconta, costringendoci a riconsiderare anche solo un po’ il nostro abituale punto di vista, sfruttando i meccanismi di identificazione e le infinite possibilità del narrare, ci fa provare qualcosa che non è semplicemente la conferma dell’uguale a noi, bensì il richiamo – potente e contraddittorio – di quello che invece è diverso. La letteratura ci fa tornare sull’esperienza della vita umana nelle sue multiformi varietà, mostrandocene sempre nuovi lati, senza morali e dichiarazioni di intenti, restando (nei suoi risultati migliori) empirica, vitale e avventurosa. Così, nel leggere un testo letterario ben fatto possiamo essere posti davanti a problematiche anche spinosissime, su cui però, proprio perché sono esperienze che avvengono in uno spazio immaginario, e non fatti che stanno accadendo davvero, abbiamo il tempo di riflettere, sperimentare, assaggiare cosa emotivamente e cognitivamente proviamo senza doverci schierare subito da una parte o dall’altra. Perché il problema è questo, e vedremo che è anche al centro della polemica sul nuovo libro di Siti: c’è un intero ‘mondo reale’ che sempre più, ad ogni apertura di TG o di giornale, ci chiede di reagire, condannare, indignarci, boicottare, oppure solidarizzare, difendere, propendere. C’è un mondo intero che ci domanda a ogni istante di arrivare alle conclusioni ancora prima che si sia capito cosa pensare. Ma appunto, leggere un libro da cima a fondo, e magari rifletterci su, è una cosa che richiede del tempo. Certo che costa sforzo, ma può regalare un’esperienza che difficilmente potremmo fare altrove con altrettanto giovamento. Quale?

Per esempio farci entrare dove non possiamo entrare, dove la società ci dice che è sbagliato o pericoloso mettere i piedi, dove non avremmo mai il coraggio di addentrarci per conto nostro nella vita reale. Pensiamoci: omicidi, desideri perversi, tradimenti, parossismi di aggressività e barbarie sono una fetta bella grossa della materia di cui sono fatti i nostri testi più importanti e più amati. E dove ci portano? Per esempio dentro la testa di uno che medita di ammazzare la vecchia del piano di sopra perché tanto che ci fa al mondo quella ripugnante usuraia? Poi i parametri dell’accettabile variano col tempo: Flaubert a metà dell’800 fu processato perché raccontava la storia (potenzialmente, la nostra vicina di casa) di un’adultera senza prendere parte contro di lei; Pasolini fu processato per scene che oggi ci fanno sorridere. Bene, stavolta è capitato con Siti, che col suo nuovo libro – come lui stesso dichiara – tocca uno degli ultimi tabù in giro nel ventunesimo secolo: quello della pedofilia. Intendiamoci, non penso affatto (come è stato proposto da alcuni articoli all’indomani del lancio) che questa sia un’operazione di mercato per attirare l’attenzione sul testo. Penso invece che Siti sia partito dalla domanda circa quale potrebbe essere una situazione umana e morale che la letteratura – che per sua stessa natura si presta a sospendere il giudizio morale e a farci entrare in una dimensione ‘virtuale’ in cui è possibile guardare le cose da più punti di vista – può indagare per dirci qualcosa dell’attuale congiuntura storica e sociale in cui annaspiamo. (altro…)

Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione

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Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione, minimum fax, 2016; € 15,00, ebook € 7,99

La geografia sentimentale di Cleopatra va in prigione, di Chiara Tripaldi

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C’è James Ellroy che in un’intervista, alla domanda del giornalista che gli chiede perché ambientare tutti i suoi romanzi nella città dov’è nato e cresciuto, Los Angeles, risponde “La geografia è destino. Se fossi stato italiano e fossi cresciuto a Roma, avrei scritto Roma Confidential che probabilmente assomiglierebbe a La dolce vita di Fellini.
Tante volte mi sono interrogata su questa frase, così come su quella speculare di Chuck Palaniuhk, che invece di cantare la metropoli del viale del tramonto, in uno dei suoi romanzi più famosi, Rabbia, mette in bocca a uno dei suoi personaggi queste parole:

«Il motivo principale per cui la gente se ne va dai paesini di provincia» […] «è perché così può sognare di tornarci. E il motivo per cui resta è per sognare di andarsene».

Una sorta di determinismo dal sapore ottocentesco ascriverebbe ai natali il destino di una persona (e di riflesso, di un personaggio letterario), così dobbiamo assumere che chi nasce al centro parla del centro e chi nasce in provincia, invece, desidera scappare per poi raccontarla tutta la vita.
Il terzo romanzo di Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione,  ce lo dice l’autrice stessa, “è la storia di una ragazza che cammina per Roma”.

Una ragazza, Caterina, che vive in quel triangolo di periferia est compreso fra via di Pietralata, la Tiburtina e Rebibbia, percorrendolo a piedi puntualmente per andare a trovare il suo fidanzato Aurelio, in carcere per presunto sfruttamento della prostituzione nel night che avevano aperto assieme (e in cui lei stessa si esibiva). All’uscita spesso l’aspetta “il poliziotto”, quello che arrestò Aurelio, con cui Caterina ha intrecciato una relazione parallela.
È un romanzo a più livelli, quello di Durastanti, su cui è facile trarre conclusioni affrettate nel tentativo di inquadrarlo in un genere: c’è il noir, perché uno dei protagonisti sconta una pena; c’è la periferia, perché i personaggi si muovono al di fuori delle Mura Aureliane; c’è Roma, che ha creato un genere a sé nei salotti letterari e giornalistici post moderni (Roma capitale provinciale e immobile contro Milano europea e dinamica è un cliché onnipresente), e alla periferia rimandano Pier Paolo Pasolini e il suo proletariato di borgata, che però non è un riferimento né esplicito né implicito, piuttosto un fantasma letterario che è difficile scacciare.

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L’«altra metà» di Primo Levi: la chimica dei versi – di Emanuele Zinato

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I. Primo Levi è celebre soprattutto come testimone di una delle maggiori tragedie del Novecento: i campi di annientamento nazisti. Levi, tuttavia, è anche e soprattutto un grande scrittore: Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati sono opere che, riflettendo sulla “condizione umana”, si situano sulla scia dei Saggi di Montaigne e dei Pensieri di Pascal, La tregua è una grande narrazione epica e picaresca, le quattro raccolte di racconti (Storie naturali, Vizio di forma, Il sistema periodico, Lilìt e altri racconti) sperimentano le varie maniere dell’ apologo “scientifico”, «facendole reagire le une sulle altre».[1] È inoltre un poeta, e nella forma breve delle sue poesie si può apprezzare compiutamente l’impasto di invenzione letteraria e argomentazione etica tipico della sua scrittura.
Levi ha iniziato a scrivere poesie molto presto: il primo testo, dal titolo Crescenzago, è del febbraio 1943. La scrittura in versi dunque precede, e poi affianca, quella in prosa e arriva sino agli ultimi mesi di vita dell’autore. Le poesie uscirono in una prima raccolta di 27 testi presso l’editore Scheiwiller nel 1975: L’osteria di Brema, il cui titolo è tratto da una poesia di Heinrich Heine. Dieci anni dopo, nell’ottobre del 1984, uscì la seconda raccolta, pubblicata da Garzanti: Ad ora incerta, di 53 poesie (anche stavolta il titolo rimanda a un testo poetico: un verso di The Rime of the Ancient Mariner di S. T. Coleridge). Altri 18 testi, composti tra il settembre 1982 e il gennaio 1987, furono raccolti con il titolo redazionale di Altre poesie e pubblicati postumi nel volume einaudiano delle Opere.[2]
Considerare Primo Levi “un poeta” può risultare sorprendente: la poesia nella modernità dell’Occidente è stata il più egocentrico dei generi letterari, un’arte che, nella sua forma tipica, rievoca frammenti autobiografici in uno stile del tutto soggettivo. Levi, invece, è giustamente noto come scrittore del “noi” e del “voi”, come evocatore di un monito e di una responsabilità collettiva. Infatti egli, fedele al criterio di trasparenza nella comunicazione, dichiara perentoriamente “dicendo poesia, non intendo niente di lirico”;[3] e “provo diffidenza per chi è poeta per pochi”.[4]
Nel risvolto di copertina di Ad ora incerta, tuttavia, Levi confessa al lettore un’altra origine, “non razionale”, della propria scrittura poetica:

Uomo sono. Anch’io, ad intervalli regolari, «ad ora incerta», ho ceduto alla spinta: a quanto pare, è inscritta nel nostro patrimonio genetico. In alcuni momenti, la poesia mi è sembrata più idonea della prosa per trasmettere un’idea o un’immagine. Non so dire perché, e non me ne sono mai preoccupato: conosco male le teorie della poetica, leggo poca poesia altrui, non credo alla sacertà dell’arte, e neppure credo che questi miei versi siano eccellenti. Posso solo assicurare l’eventuale lettore che in rari istanti (in media, non più di una volta all’anno) singoli stimoli hanno assunto naturaliter una certa forma, che la mia metà razionale continua a considerare innaturale.[5]

Quale fra queste dichiarazioni autoriali dobbiamo prendere per buona? I versi di Primo Levi sono davvero la voce della metà inconscia, non razionale dell’autore?
Gli esiti formali sembrerebbero smentire questa confessione leviana. Al lettore delle poesie, infatti, balza agli occhi soprattutto il loro impianto didattico e epigrammatico: anche la poesia sembra nascere in lui dalla ragione, dalla lettura morale della realtà. A partire dal testo poetico più noto, l’ epigrafe di Se questo è un uomo dal titolo Shemà, nei versi di Levi non vi è mai la più piccola traccia di orfismo o «l’attesa che – suono a suono, figura a figura – il senso scaturisca in forza di quella razionalità ‘altra’ che è l’inconscio».[6] Si tratta viceversa di un caso esemplare di figuralità severamente controllata,[7] che permette di accostare, dal punto di vista stilistico e retorico, Ad ora incerta «a quella poesia neorealistica che in Italia è riuscita ad avere così di rado degne espressioni.»[8] Shemà in ebraico significa ‘ascolta’ ed è l’invocazione a Jahwè con cui si apre la preghiera fondamentale dell’ebraismo. Questo titolo allude a una poesia intesa come parola religiosa laicizzata: un monito culturale a largo raggio di senso. Si tratta di tre strofe di 4, 10 e 9 versi liberi, in cui la figura più presente è l’anafora, la ripetizione. I destinatari sono i milioni di anonimi condensati in quel “Voi”: si tratta di una maledizione e insieme di un ammonimento disperato e solenne. Il comando imperioso, martellato dalle anafore, serve a scolpire nel cuore di ognuno la memoria, contro la smemoratezza, l’indifferenza e la complicità. Allo stesso modo funzionano altre poesie composte tra il 1945 e il 1946, come a esempio Buna, Alzarsi, Lunedì, Ostjuden. Non si tratta dunque, di certo, di poesie liriche, il genere letterario dedicato all’espressione dei sentimenti individuali: lo schema è piuttosto quello classico della poesia di pensiero (l’epigramma, l’epistola in versi, l’apostrofe).

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