Walter Cremonte

Walter Cremonte, Cosa resta (nota di Ombretta Ciurnelli)

Walter Cremonte, Cosa resta, Aguaplano Editore, Passignano 2018

Cosa resta di Walter Cremonte, pubblicato nella collana Lapsus calami dell’editore Aguaplano (Passignano 2018), raccoglie liriche tratte da sillogi composte tra il 2001 e il 2016 cui si aggiungono due inediti. Se si considera la propensione dell’autore a costruire brevi percorsi di scrittura, a volte consegnati a libriccini di poche pagine stampati in proprio e in pochissime copie, non c’è che da rallegrarsi per la pubblicazione di un’antologia che raccoglie e salva dalla “dispersione” una scrittura poetica sempre intensa e profonda, offrendo un saggio significativo dei temi e della cifra stilistica che la caratterizzano, come era già accaduto nel 1999 con il volume antologico Contro la dispersione (Perugia, Guerra Editore) che raccoglieva testi composti nell’arco di circa vent’anni.
In Cosa resta si narrano sia ingiustizie e contraddizioni del nostro tempo sia gli affetti più intimi e gli accadimenti che di necessità segnano e sostanziano la poesia attraverso intense immagini e figure che della vita declinano in modo sommesso e in un alternarsi di chiaroscuri le pieghe più intime. Il volume si apre con liriche che traggono spunto da fatti di cronaca; tra questi risalta in particolare la storia di una giovane rumena, dileggiata dalla madre per la sua pelle troppo bianca e costretta a fuggire, o i poveri operai irrisi nel loro diritto alla sicurezza. Accanto a figure che attestano impegno civile e profonda partecipazione alla complessità umana e sociale della storia più recente, ci sono gli amici poeti, come Franco Scataglini e Paolo Ottaviani, con cui si condividono tensioni e approdi o i compagni di sempre, nel ricordo di lotte vissute insieme e della gioia della rivoluzione, come Roberto Volpi. E tra gli affetti familiari c’è il figlio Nicola, un Orfeo del nostro tempo, più che mai presente in tutto il volume, anche se il suo sorriso non si lascia prendere. E c’è Giovanna con cui, in un intimo e sommesso colloquio, si condividono ricordi, attese, disinganni, sogni, speranze. E tutto ciò sullo sfondo di luoghi concreti, solo a tratti cupi, come la cella della lirica Stalinista, ma più spesso permeati di lirismo a comporre una sommessa geografia in cui si proiettano emozioni e ricordi, nonché l’eco di storie e narrazioni, come le vie delle città (la via del Bulagaio a Perugia o Corso Sempione a Milano), o il «colle giardino, il bosco/ amiatino», le siepi e gli orti familiari, il Lago Trasimeno, il fiume Tevere, il mare, i monti azzurrini, sempre con toni pacati e sommessi, lontano da astrazioni e idealizzazioni. (altro…)

Walter Cremonte, Con amore e squallore. Nota di Ombretta Ciurnelli

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Walter Cremonte, Con amore e squallore. Nota di Ombretta Ciurnelli
Nel primo fascicolo della nuova serie di “Passaggio”, il trimestrale di Poesia e arte curato dall’Associazione Culturale “La Luna”, che vanta la direzione letteraria di Eugenio De Signoribus, compaiono la raccolta Con amore e squallore di Walter Cremonte e la grafica Laceramenti 3 dell’artista urbinate Vitaliano Angelini. La breve silloge Con amore e squallore che contiene poesie inedite, insieme ad altre apparse nel 2014 in Come qualcosa che dura, dimostra ancora una volta la propensione di Cremonte a costruire percorsi brevi in cui si condensa un’intensa riflessione lirica. Il lavoro si apre con una prosa (Una nota sul titolo) in cui si dà conto del titolo scelto, tratto da Per Esmé: con amore e squallore, un racconto di J. D. Salinger. Al di là del contesto storico in cui si colloca la vicenda narrata (ne è protagonista un soldato americano, che è anche scrittore, dapprima nell’attesa dello sbarco in Normandia e poi al termine del secondo conflitto), l’amore è sentito dall’Autore come “motore” della poesia (perché, se no, si scrive?) mentre lo squallore è riferito all’uso di un linguaggio […] sempre più degradato, sempre più povero di grazia e di energia in una dimensione in cui le parole (e le cose) sono interscambiabili, non avendo più il loro luogo di appartenenza, il loro riferimento certo nella realtà. Ciò è da collegare anche all’ansia del dire poetico, in una visione della poesia in bilico tra limite e necessità: Come posso dire / come devo dire / tutte le cose / e del disastro […] cosa devo dire / (e come) recita altrove la lirica Come posso dire (in Come qualcosa che dura, 2014). Su questo sfondo va posto il tono colloquiale della poesia di Walter Cremonte, a volte densa di interrogativi, altrove risolta in brandelli di chiacchiere, ora nella condivisione ora nello smarrimento, sempre lontano da tentazioni retoriche, da facili suggestioni foniche, spesso in un borbottio che chiude le liriche a fissare l’essenza del vivere, in una semplicità basica del lessico, con toni pacati, solo in apparenza dimessi, sciolti in una tessitura di sottili rimandi letterari.

Ma lo ‘squallore’ va oltre la dimensione linguistica ed espressiva cui l’Autore si riferisce nella prosa Una nota sul titolo
Già nelle prime liriche della raccolta colpisce l’uso del condizionale: Potrei dire: fumo una sigaretta oppure Avremmo detto che era proprio quella la strada (da Una sigaretta e La strada), così l’insistere del verbo vorrei in L’erba voglio a sottolineare attese che sfumano o la condizione di impotenza che segna il nostro vivere, perché non c’è altro da dire quando sono assenze incolmabili a segnare lo scorrere della quotidianità, quando, secondo l’adagio di Gino Bartali citato nella lirica La strada, si scopre che è tutto sbagliato, tutto da rifare o quando si considera che la storia si risolve in un susseguirsi di generazioni prese in una spirale di colpe e rancori.
I versi conclusivi della poesia L’erba voglio (Vorrei questo, vorrei quello / non se ne esce) rimandano a un gioco, senza soluzione, di desideri e attese disattese, in un afflato che include tutti (e pure degli altri vorrei lo stesso / come se il tempo si fermasse / per tutti quanti) e che, tuttavia, si smorza nella sospensione pensosa di un interrogativo: allora / anche per chi sta molto male // e non vorrebbe che tutto si bloccasse / anzi, vorrebbe che il tempo passasse più in fretta?
Nella raccolta torna insistito il tema del tempo e alcune liriche riportano alla mente Virgilio: sed fugit interea, fugit inreparabile tempus, / singula dum capti circumuectamur amore; così, nell’ultimo verso della lirica Prove del teatro,  tutto scivola via come sull’onda, mentre nella poesia in forma di lettera indirizzata al tempo, nella compostezza e nell’equilibrio della scrittura, trapela profonda amarezza nel constatare che i giorni scappano / come ladri colti sul fatto e che, se il tempo non raccoglie il nostro invito a rallentare, non c’è nulla da fare, perché a decidere è solo lui. Il tempo. Saranno solo i sogni a confortarci, non quelli della notte, che son solo imbrogli / vadano al diavolo, ma quelli che facciamo da svegli che son come i pollini / che profumano l’aria, / l’acqua fresca che cogli / nel cavo della mano.
Può la bellezza dare senso e conforto al nostro vivere? In quella di un tramonto, di un paesaggio, di un libro Cremonte intravede già la malinconia velata dal rimpianto / così triste come chi ha già perduto / ormai tutto questo / come se tutto fosse andato via, fino a credere che solo le cose brutte / ci mettono allegria (da Le cose belle, le cose brutte) e nella lirica d’amore Un papavero, che chiude la raccolta, nel contemplare l’effimera bellezza di umili fiori, destinati ad appassire in un vaso, può esprimersi solo il desiderio, pur sempre insopprimibile, di credere a qualcosa che dura.
© Ombretta Ciurnelli
Vitaliano Angelini, Laceramenti 3

Vitaliano Angelini, Laceramenti 3