Vydia Editore

Poesie da ‘Non essere’ di Alberto Cellotto

Esistono i cavalli vicino ai fiumi. Esistono le strade e hanno
rispetto, esistono i colli nei pollai nascosti tra le lamiere
di questo mattino diviso: il sole, l’ultima nebbia accecante.
Esistono le onde i doganieri gli spettri i sogni che cambiano
pegno ai giorni. Gli specchi no, non esistono più. L’igiene
del mondo poteva essere un colore infranto sullo spazio
sempre più sottile sempre più verosimile
fino a farci sbucare nel bianco.

*

Il filo tra la casa vecchia e quella abitata portava
corrente e di notte sempre un topo al terrazzo. Lì
a un passo infilò mio papà una latta d’olio e il topo
non venne più. Non so se la tosse degli anni condurrà
ancora topi oltre la ringhiera amaranto tra i panni
e le scope, ma la lotta resiste la ruggine quando piove
il senso la spartizione e l’altezza tra le due case
che vengono con noi come fossero
l’estremo disprezzo del mondo.

*

 

Quello vecchio lo bruciamo noi o lo tiene per ricordo? mi ha chiesto
senza pensare stamattina l’addetto in questura al rilascio
di un passaporto nuovo. Senza pensare ho detto lo tengo
ma dire per ricordo non potevo. Non penso però
lo riaprirò, non credo sfogliare timbri datati di paesi
sia ritrovare viaggi, passaggi o coincidenze perse magari.
Dovrei bruciare io, con tutto quello che per niente tengo
tengo e tengo per pensarmi più lento a perire.

* (altro…)

Anticipazioni: Enrico De Lea, La furia refurtiva

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Anticipazioni

Enrico De Lea, La furia refurtiva, Vydia Editore 2016

Quale voce avrebbero le pietre se riuscissimo a divinarne i suoni? La risposta che mi appare più corposa e, con un tratto originale, inaspettatamente melodiosa, mi giunge dalla poesia di Enrico De Lea. Non da oggi, s’intende, bensì dalle prime sue pubblicazioni, in particolare con Ruderi del Tauro (L’arcolaio 2009). In quel volume troviamo già gli elementi costitutivi e, in componimenti quali (presto accade), il manifesto poetico di De Lea: «Poiché non sanno/ l’enigma del puro proferire,/ del suo freddo sentire/ di quell’anno, presto accade/ che l’arma del suo amare/ s’arrenda, covi/ ben due serpi di stile, in processione/ luci dell’oscurato, da torrette.» Con La furia refurtiva, tuttavia, raccolta (di cui è prossima la presentazione) che racchiude e schiude più raggruppamenti (La serpe di Laconia, Pause e licenze, Cinque sequele) sembra davvero di percorrere quaderni fitti di note per strumenti e voce, nei quali si dispiega, compatto come roccia e mobile come corso d’acqua, l’universo della scrittura di De Lea. Se le acque respirano e si confessano, sgorgano improvvise e si rivelano da vene sotterranee, i greti prosciugati mandano in avanscoperta richiami sonori, perché ricerchino chi ne sappia scoprire le concatenazioni. Le ottave di Suono del vento primo (anch’esse, come Respiro e confitemi delle acque, tra le Cinque sequele) sono prova del lavoro, ampio e preciso, del poeta sulla forma. Esse infatti coniugano la rima, prevalentemente alternata a esclusione del distico finale, sempre a rima baciata – con metri diversi – l’endecasillabo di «Porto le brocche per un suono d’acqua», il dodecasillabo come doppio senario, oppure come quinario più settenario o, ancora, il doppio settenario di «con tutta la vittoria della visione varia». (altro…)

Nadia Agustoni, Lettere della fine

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Nadia Agustoni, Lettere della fine. Prefazione di Renata Morresi, Vydia editore 2015

Nota di lettura di Anna Maria Curci

.

Finis, fine, termine, confine, frontiera: lì si situa il punto di vista di Nadia Agustoni. L’osservatorio prescelto, segno caratteristico della sua poesia e qui manifesto sin nel titolo, Lettere della fine, non va tuttavia mai inteso nel senso comune del termine, quello che la consuetudine dà per immediato. Colonne d’Ercole, approdo, pietra miliare e d’angolo, la fine declinata in queste Lettere si palesa, più che come conclusione (e sicuramente non come interruzione del dire, come vuoto o afasia), come apertura a un altro orizzonte percettivo e visionario. Non è da rigettare del tutto l’ipotesi, al contrario, che la fine di cui si narra, da cui si narra, dischiuda un inizio, completamente diverso. C’è, infatti, nei Biglietti tondelliani esplicitamente richiamati da Agustoni, un duetto dell’autore con Ingeborg Bachmann dei racconti de Il trentesimo anno. Lì, nel racconto Tutto, proprio dinanzi a una fine, a un limite drammatico, si parla a ritroso e in avanti della speranza di ri-dire tutto con parola nuova, inusitata e veritiera. Illusione, forse, e insieme strada percorsa e da percorrere. (altro…)

Lo sguardo delle donne de-scrive le Marche – per una lettura dell’antologia “Femminile plurale”

di Marco Di Pasquale

femminile plurale

Quando si parla di un’opera letteraria che sfugge alle solite categorie sembra fuor di luogo iniziare introducendo uno dei più vieti luoghi comuni, ma è un fatto acclarato che le Marche sono contemporaneamente una ed innumerevoli regioni, intrecciate come una trama tessuta da un pettine di colline digradanti verso il lago-mare Adriatico che a noi, suoi abitanti, fa da consolante confine e rampa di lancio verso il futuro. In questa variabilità di paesaggi e di contesti, chi vi abita finisce per assumere caratteri diversi e acquisire molteplici prospettive, come innumerevoli e disparati sono gli sguardi e le sensibilità che la poeta e studiosa di letteratura marchigiana Cristina Babino, ha voluto raccogliere nel volume antologico Femminile plurale – Le donne scrivono le Marche, uscito sette mesi fa per la casa editrice maceratese Vydia, riunendo in queste pagine diciassette voci di donne che vivono e riflettono quotidianamente sui simboli, i caratteri e su un’ipotetica comunità antropologica, sociologica e culturale di questa terra.

(altro…)

da “Buonanotte occhi di Elsa” di Michele Ortore

di Michele Ortore

buonanotte

.

Blu steso nel letto, serenamente

L’alba ci disimpara,
ci spreme come pula ponente,
gatti dietro l’ellisse di una foglia.
L’alba per circa quindici minuti
è come un blu disteso
su letti di strame e di ossessioni, che
prima di salire le scale
stringe, come un gioco di rime,
la mano della donna rannicchiata: rimarrà
per entrambi il tentativo



Emi-

“Mio essere a che, dimmi,
se più nulla ti resta,
se conosci ogni cosa, parli ancora?”

Franco Fortini


Come se la Terra avesse tre emisferi
e i prefissi greci non servissero a nulla,
incontrai di spalle un ricordo,
un mucchio di sassi in forma di spiaggia,
come un respiro non pesano
ma partoriscono in ogni istante
una domanda invisibile.
La garitta della memoria non ha custodi:
la sentinella si è licenziata
ben prima che nascesse Proust,
eppure certi panorami sfocati
non mi appaiono tutti riconducibili
al traffico di contrabbando.
Ho scelto la cartapaglia umida:
bere, esalare, gonfiarsi d’umori,
esperire quasi senza guardare.
Ma poi disfiorare, rinunciare uno a uno,
strappare e strapparsi le palpebre
per non chiudere gli occhi: ascoltarsi,
cercare il punto più alto
per ridersi in faccia, misurare
come un ladro gli scatti della mente,
illusioni a ghigliottina, la lente
all’indecente.
Ma, se restasse qualcosa:
i prefissi greci non servono a nulla.



Breve apologia dell’imperfezione


Non sarebbe libertà, se mancasse il
sussulto di timpano ossidato,
o il filo troppo lungo sullo scafo
di poseidonia scalatrice;
non fosse così grezzo questo cuoio
mancherebbe anche il suo bulino:
e senza relazione, non sarebbe libertà.



Si prende cura di me


Imitare l’apertura alare
di chi fra le dita stringe una rondine,
dotarla di eliche, grasso o reattori,
a cavallo dell’aereo degli inetti
a un passo dall’asfalto salvare il suicida,
e scoprire l’America,
prima dei Vichinghi dare al comunismo
una chance atlantica, per ritrovarsi poi
nel millenovecentocinquanta
con un Krusciov liberista, un’Ungheria ancora ribelle,
un’Italia sempre a metà, Stakanov che sforna trade-mark,
e di nuovo tutti nel freezer.
Ma è questo sognare, e chi per amore comprende la morte,
sono queste cose, che si prendono cura di me.



Il solco


mi guardavi solo quando la parola finiva

il solco dello stilo incontra
le pareti verticali della roccia in filigrana:
le sorgenti apparecchiano architravi,
quando la punta sgretola
le consistenze atomiche e come in un
ciclo stellare l’assenza dell’elio
produce vista ed energia –
così mi fu chiara la verità del plesso solare,
quando sta tutto tremante
il triangolo scaleno del mistero, rovescia
in linea la forma del pensiero
e qualcosa finalmente accade

 

 

“Quelle di Ortore sono dunque parole che rilasciano un mondo complesso, stati verbali della materia che vengono adoperati e mescolati oltre il loro significato semantico, gettati ancora vivi nella mischia alchemica, sondati nella intrinseca ironia geometrica, riformulati come operazioni matematiche e serie numeriche, al fine di decifrarne i nessi e indagare la legge che preesiste allo spazio e al tempo e regola l’emersione di un universo dall’inconcepibile vuoto.”

Dalla prefazione di Maria Grazia Calandrone

[Tratto da Michele Ortore, Buonanotte occhi di Elsa, Vydia Editore 2014]

 

 

Marco Di Pasquale, poesie da “Il fruscio secco della luce” (Vydia 2013)

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UN CUORE DI MARTELLO

.

in abbracci angusti

ad una ragazza da tempo morta

dialogando ne guardo
lo sprofondo della gola
ne traccio l’impreciso assaggio
ne faccio il sondaggio toccando
negando il sapore e la pece
di un pomeriggio di decubito

sotto le calze il pallore s’indovina
come già conosciuto altrove
in altri abbracci angusti
tra i marmi e le candele nuove

s’inchioda il futuro sotto il piancito
nel muro sarà serbato il calco
di un sorriso ormai serrato

.

*

laggiù mi sentivo in silenzio
come un respiro che sussulta
nel bagliore che disperde veemenza

in scivolo da qui mi sentivo
biglia incredula del destino
ma anche paga del rollio
lo schiocco dei penseri contro i vetri

non mutava alcun fattore interno
niente più questionari a compilarmi vivo

.

*

sparite le fosse di silenzio dagli occhi
il resto è placca di superficie
difesa di lacca blindata, osso
che rifiuta ogni tregua o pace
una firma in calce all’anno languente
a frantumarci brindisi nelle mani

.

*

brande torna alla guerra

è arrivata qui la storia
una voce tramortita
nei venti che ci abitano
da chiudere e atterrire
non resta che un granello
che soffre a scivolare

è arrivata e trema ancora
come saltando un fosso, una luce
che dilania negli occhi la fiducia

.

*

come la luna il tempo
aumenta fuori dalle orbite
che accudiscono il presente
finché si tende e non sfreccia
fuori dalle mani

temiamo ora l’odore dell’avvenire
come esalazione che svende
il sorriso conquistato alle svolte
dei lavori ritorti, delle pause forzose

nel giornale la luna non scrive novità
fuori dallo stimato, nel campo
della calma manca una croce

.

*

in un mattino d’indugi

da un inceppo della nebbia
è traboccato uno sgorgo di luce
descrivendo la pianura e
facendomi solo, appeso al greppo
ancora crinale tra me e lavoro
gli spiriti d’umido sorvolavano
l’asfalto e le rovaie, come per una
passeggiata in un mattino d’indugi
nell’ombra di mezza collina
noi cerchiati dallo scatto di una volpe
fiduciosi nel sentiero dei funghi
in un tempo da recludersi
e aspettare

.

*

Potrebbe confortarti
un cuore di martello
che nelle angosce genera allerta
se solo ragionassi con gli spigoli
se li piegassi alla planimetria
delle passioni

.

*

fa bene con questo sole estrarre
l’amore come un disegno dalla tasca
esporlo a fondere sopra l’orrore
della sete intorno di carne e metalli

voglio stringere una piega di calore
su di te, accecare il vento e scaldarti
dalla fatica di resistere

.

***

Marco Di Pasquale è nato a Ripatransone (AP) nel 1976. Si è laureato in Lettere Moderne a Macerata, dove risiede. Da alcuni anni svolge attività di divulgatore letterario nelle associazioni “Licenze poetiche”, “ADAM” e “UMANIEVENTI”. Ha coordinato i gruppi di lettura “I libri per l’isola deserta” a Tolentino (MC), “Un ponte di parole” a Montegranaro (FM) e “Le strade dei libri” a Cupra Marittima (AP). Dal 2006 al 2008 è stato direttore artistico del Festival delle arti “Rampe per Alianti”, mentre nel 2009 ha ideato e tuttora dirige il “Poesia Leonis Minifest” a Ripatransone (AP). Ha pubblicato sue sillogi nelle antologie L’opera continua, Roma, Perrone, 2005, e Scrittura amorosa, Rimini, Fara, 2008, in qualità di secondo classificato nell’omonimo Premio Nazionale di Poesia. Nel 2009 è uscita la sua opera prima, Il fruscio secco della luce, Porto Sant’Elpidio, Wizarts, uscita in un’edizione riveduta e ampliata per Vydia editore nel 2013.
Racconta la propria esperienza di scrittore nel blog http://www.marcodipasquale.it

John Taggart – Pastorali

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John Taggart, Pastorali. Traduzione e introduzione di Cristina Babino, Vydia editore

.

***

CARLISLE INDIAN INDUSTRIAL SCHOOL

Now a college of the military
war college

what was once the Carlisle Indian Industrial School

photograph on a wall of the college
young Indian couple
almost prim almost properly “Victorian”

brooch coat and tie

left unclothed
their eyes flashing/black/unforgettable their flashing black eyes

lesson
for those who would be generals.

.

SCUOLA INDUSTRIALE INDIANA DI CARLISLE

Ora un college di militari
college di guerra
quello che una volta fu la Scuola Industriale Indiana di Carlisle

fotografia su una parete del college

giovane coppia indiana
quasi puritana quasi proprio “vittoriana”
spilla cappotto e cravatta

lasciati spogliati
i loro occhi abbaglianti/neri/indimenticabili i loro occhi neri abbaglianti

lezione
per quelli che saranno generali.

.

***

PASTORELLE 1

Glance to the right all that’s possible
driving south
on 641 what was the old stage coach route
curve on 641 curve and descent
hard on the horses
weight bearing down on them
glance
perhaps all that was ever possible
clearing through the trees at the curve
wide field
brown green brown
where the farmer plowed where the farmer didn’t where he did
glance
and glances
over the years
this is where my ashes are to be scattered
driving south and west.

*

PASTORALE 1

Guardare sulla destra tutto ciò che è possibile
guidando verso sud
sulla 641 quella che fu la vecchia via delle carovane
curva sulla 641 curva e discesa
dura per i cavalli
carico che pesa su di loro
guardare
forse tutto ciò che fu mai possibile
radura tra gli alberi sulla curva
grande campo
marrone verde marrone
dove il fattore ha arato dove il fattore non ha arato dove ha
[arato
guardare
e sguardi
attraverso gli anni
qui è dove le mie ceneri verranno sparse
guidando verso sud e ovest.

.

***

PASTORELLE 7

Mud along the edge of the creek

creek or small river
and low during the summer

low water and increased edge of mud rank smell
in the heat
many rocks exposed slick to touch

the problem is not finding a rock there are
many

the problem is not turning
into a rock

the problem is a problem of how
far how far can I throw myself and how far can I
throw myself again.

*

PASTORALE 7

Fango lungo il margine del ruscello

ruscello o piccolo fiume
e in secca durante l’estate

acqua bassa e margine aumentato di fango odore di marcio
col caldo
molte rocce esposte viscide al tatto

il problema non è trovare un sasso ce ne sono
tanti

il problema non è diventare
un sasso
il problema è un problema di quanto
lontano quanto lontano posso lanciarmi e quanto lontano
posso lanciarmi ancora.

.

***

PASTORELLE 8

Young woman
Amish
green dress black apron translucent white prayer bonnet
strings of her bonnet trailing in the air

rollerskating down the road

by herself alone in the air and light of an ungloomy Sunday afternoon
herself and her skating shadow

the painter said
beauty is what we add to things

and I
chainsawing in the woods above the road
say what could be added
what other than giving this roaring machine a rest.

*

PASTORALE 8

Giovane donna
Amish
vestito verde grembiule nero translucida cuffia da preghiera bianca
i lacci della cuffia si trascinano nell’aria

pattina lungo la strada

tutta sola nell’aria e nella luce di una chiara domenica pomeriggio
lei e la sua ombra che pattina

il pittore disse
la bellezza è ciò che aggiungiamo alle cose

e io
che taglio legna con la sega elettrica nei boschi sopra la strada
dico ciò che si potrebbe aggiungere
che altro se non spegnere questa macchina rombante.

.

***

PASTORELLE 13

“So it did”
turn of phrase of local parlance

what’s said at the end of what’s being said around here

intensifier and clarifier of
what’s being said

what’s being said is “the horse fell in the well” which is saying all
that could go wrong did go wrong there’s nothing left to go
wrong

“so it did” at the end of “the horse fell in the well”

which says it all which
makes it intensely clear there’s nothing left
the horse a dead horse in a well gone dry.

*

PASTORALE 13

“Così è stato”
modo di dire del gergo locale

ciò che si dice alla fine di ciò che si sta dicendo da queste parti

intensifica e chiarisce
ciò che si sta dicendo

ciò che si sta dicendo è “il cavallo è caduto nel pozzo” che è come dire che tutto
quello che poteva andare male è andato male non c’è nient’altro che possa andare
male

“così è stato” alla fine de “il cavallo è caduto nel pozzo”

che dice tutto che
rende intensamente chiaro che non è rimasto nulla
il cavallo un cavallo morto in un pozzo prosciugato.

***