Volker Braun

Giornata mondiale della poesia 2015: le nostre (ri)proposte

Oggi, 21 marzo 2015, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, proponiamo la (ri)lettura di alcuni nostri articoli dedicati a voci poetiche a noi care.

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An(ders)denken: Bachmann, Jandl, Enzensberger, Braun, Kunze

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An(ders)denken: Bachmann, Jandl, Enzensberger, Braun, Kunze

 

Quando l’esercizio della memoria (Andenken), il monito sul tempo si fa pensiero diverso e divergente (anders denken): cinque testi poetici, cinque autori di lingua tedesca. Scelta di testi e traduzione in italiano di Anna Maria Curci.

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Gli anni meravigliosi – 5 – Volker Braun

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La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

La quinta tappa è rappresentata da un componimento poetico di un autore sul quale ci siamo già soffermati, nella rubrica Tra le righe: Volker Braun. In entrambi i casi si tratta di un confronto serrato con la storia, lì, in Das Eigentum (La proprietà) con equilibri e mutamenti successivi alla caduta del muro di Berlino, qui, nella poesia Kontinuität (Continuità), pubblicata in volume esattamente quaranta anni fa, con considerazioni su ideali e reali cambiamenti a qualche anno di distanza dal 1968, che per molti scrittori della DDR aveva significato anche − se non addirittura principalmente − la primavera di Praga e la drammaticità degli eventi ad essa legati. Anche a Volker Braun, come a Reiner Kunze, il regime della SED presentò un conto salato per la critica presa di distanza  all’indomani dei fatti di Praga.

*

Continuità

Mentre quasi con destrezza
Svoltiamo all’angolo, dichiariamo tranquillamente
Di mantenere ferma la direzione.

Nonostante tutti i bei passi in avanti
Asseriamo tetragoni la nostra posizione.

Senza battere ciglio
Senza neanche strizzare l’occhio
Scambiamo le cose
E restiamo ancorati ai nostri concetti.

Da questo impariamo
Quello che abbiamo sempre saputo.

La linea, certo, è una retta:
il nesso più breve tra due epoche.

Quando cambiamo dunque in modo percettibile
Nessuno deve notarlo, però.

Così mutiamo profondamente, dicendolo immutato,
Il mondo, che ne ha bisogno.

E non cambierà nulla in questo
Finché un bel secolo
Non chiedetemi come
È scoppiato il comunismo.

Volker Braun
(traduzione di Anna Maria Curci)

*

Kontinuität

Während wir beinahe gekonnt
Um die Ecke biegen, erklären wir ruhig
Daß wir die Richtung beibehalten.

Bei all den schönen Schritten nach vorn
Behaupten wir standhaft unsre Position.

Ohne mit der Wimper zu zucken
Nicht mal augenzwinkernd

Wechseln wir die Sachen
Und bleiben bei unsern Begriffen.

Wir lernen dazu
Was wir immer gewußt haben.

Die Linie, sicherlich, ist eine Gerade:
die kürzeste Verbindung zwischen zwei Epochen.

Wenn wir also merklich ändern
Soll es doch niemand merken.

So verändern wir, vorgeblich unverändert
Die Welt, die es braucht.

Und es wird sich daran nichts ändern
Bis eines schönen Jahrhunderts
Fragt mich nicht wie
Der Kommunismus ausgebrochen ist.

(da: Volker Braun, Gedichte, Suhrkamp 1972; il testo originale della poesia è stato riportato dal volume a cura di Christoph Buchwald e Klaus Wagenbach, Deutsche Literatur der 70er Jahre, Wagenbach 1984, p. 46)

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Volker Braun è nato a Dresda nel 1939. Dopo aver conseguito la maturità e dopo lavorato come operaio specializzato in una stamperia e come tubista, ha studiato filosofia a Lipsia. Nelle sue opere teatrali, nelle sue poesie, nei suoi romanzi e nei racconti ha affrontato le contraddizioni e le speranze nella Repubblica Democratica Tedesca; pur essendosi iscritto alla SED nel 1960, ha subito spesso la censura a causa del suo atteggiamento critico. Dal 1965 al 1987, su invito di Helene Weigel, è stato direttore artistico del Berliner Ensemble. Dopo gli eventi della primavera di Praga, la critica crescente allo Stato socialista gli è costata una sorveglianza sempre più stretta da parte della Stasi. Dal 1972 Braun ha lavorato al Deutsches Theeater di Berlino; nel 1976 ha sottoscritto la petizione contro l’espulsione di Wolf Biermann, che era stato privato della cittadinanza della DDR. Tra il 1989 e il 1990, all’epoca della Wende, Braun è stato tra i sostenitori di una “terza via” per la DDR: la poesia Das Eigentum, del 1990, ne è espressione e il secondo verso è un intenzionale rovesciamento del motto che Georg Büchner pone all’inizio del suo scritto clandestino di protesta, contro la chiusura e la repressione della Germania anteriore al 1848,  Il messaggero dell’Assia. Dopo il 1989 raccoglie il consenso unanime della critica e nel 2000 gli viene assegnato il Premio Büchner. Tra le sue raccolte successive al 1990 vanno menzionate Der Stoff zum Leben (1990), Die Zickzackbrücke (1992), Tumulus (1999), Auf die schönen Possen (2005). La prima antologia di Braun in traduzione italiana, La sponda occidentale (a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi, Donzelli editore),  è stata pubblicata a venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nel 2009.

Il tempo è immobile. Heinz Czechowski. Poesie scelte

Miti e ostinati scorrono versi lungo i fiumi

Heinz Czechowski, Il tempo è immobile. Poesie scelte

Lettura di Anna Maria Curci

 

A cura e con le traduzioni di Paola Del Zoppo, Del Vecchio pubblica un altro volume della sua collana di poesia che si va arricchendo di titoli significativi. L’antologia è dedicata a un poeta della DDR ben poco conosciuto al pubblico italiano, Heinz Czechowski (1935-2009)*, e riprende le poesie scelte di Die Zeit steht still, pubblicate nel 2009 dalla casa editrice Grupello di Düsseldorf. Czechowski è stato definito, come apprendiamo dalle note biografiche che corredano la raccolta, “maestro del ritratto e della poesia di paesaggio”. È stato annoverato tra i poeti della “Sächsische Dichterschule” e chi conosce e ama Sarah Kirsch e Volker Braun comprende che questa definizione si riferisce a dialoghi, a conversazioni, a richiami intertestuali forti e consistenti, a un gruppo che pratica il confronto aperto “alla critica collettiva” (p. 12) piuttosto che a una vera propria scuola nel significato corrente del termine.

Lungo le rive di fiumi scorre la poesia di Czechowski, scandita in otto blocchi temporali che coincidono con altrettante fasi della sua produzione lirica. L’ultima sezione, di esplicita ispirazione dantesca, si intitola, anche nell’originale tedesco, Inferno. I richiami alla poesia di lingua tedesca, in particolare a quella di Klopstock, di Hölderlin, di Novalis, di Annette von Droste-Hülshoff si manifestano come un solo apparentemente placido confluire di acque fluviali.

Già nella prima sezione, che raccoglie le poesie scritte tra il 1958 e il 1962, chi legge si trova a percorrere le rive del fiume Neckar già nella terza poesia, intitolata, con il nome del poeta tedesco, Hölderlin.

HÖLDERLIN

Persino in rovina aveva ancora belle visioni:

I piacevoli pendii del Neckar. E ancora sentiva la vela

Morbida e sensuosa sfiorargli la fronte.

E sopra di lui ancora si inarcavano

I rami ombrosi dei suoi versi immortali

Ché lui ancora morente guardava

Pioppi, e montagne e vedute di campagna.

Ma ancora più smisurati i visi

Sull’orlo delle nuvole di sera

Sempre e sempre fino al giorno.

(p. 37)

HÖLDERLIN

Selbst im Verfall noch hatte er schöne Visionen:

Die lieblichen Hänge des Neckar. Und fühlte noch Segel

Weich und sehnsuchtsvoll sein Stirne berührn.

Auch wölbten sich über ihm noch

Die schattigen Zweige seiner unsterblichen Verse,

Da er vergehend noch einmal erschaute

Pappeln und Berge und Blicke ins Land.

Doch ungeheurer noch warn die Gesichte

Über den Saum der Wolken zum Abend

Immer und immer dem Tag zu.

(p. 36)

Dalle rive dell’Elba, da una Dresda squassata dal bombardamento bellico, dalla “città sprofondata in fiamme” scorre la parola come fiume. Ma il verbo“klirren”, reso qui con “stridere”, è un palese tributo a Hölderlin di Hälfte des Lebens, Metà della vita:

PERIFERIA DI DRESDA 1945

Dal bianco, che copre tutti gli affanni,

Non sale un suono,

Si avvicinano neri, binario a binario,

Vagoni –

Inverno di guerra – senza pelle,

Che a lungo lasciò carcassa su carcassa.

Il vento stride.

Il filo strazia la carne.

Non c’è una cornacchia che qui si perde.

(p. 41)

DRESDNER VORSTADT 1945

Dem Weiß, das alle Mühsal deckt,

Entsteigt kein Laut.

Schwarz aufgefahren, Gleis auf Gleis,

Waggons –

Kriegswinter – ohne Haut,

Die längst Gerippe um Gerippe ließ.

Wind schwirrt.

Draht schneidet tief.

Nicht eine Krähe, die sich hier verirrt.

(p. 40)

La poesia menzionata di Hölderlin si chiude con le parole “im Winde klirren die Fahnen”, (“al vento stridono i vessilli”),  in quella di Czechowski è il vento a stridere – “Wind klirrt” è il lapidario terzultimo verso. Tuttavia, nella sezione successiva, quella che racchiude le poesie scritte tra il 1963 e il 1967, la Lode dell’esser qui di Czechowski  si apre nel segno del vessillo d’azzurro  (“Fahne aus Blau ”); riporto qui la prima strofa del componimento:

LODE DELL’ESSER QUI

Sono qui, sotto la tenda, il vessillo

Di blu. Le lame dell’estate

Incidono asfalto, alberi e pelle.

Rigido spavento degli alberi

Quando l’oscurità , una mano enorme, copre

Il sole, non mi raggiunge più

Tra stordimento e sonno.

(p. 49)

LOB DES HIERSEINS

Hier bin ich: unter dem Zelt, der

Fahne aus Blau, Die Messer des Sommers

Schneiden ins Asphalt, Bäume und Haut.

Das starre Erschrecken der Bäume,

Wenn die Dunkelheit, riesige Hand, die

Sonne bedeckt, erreicht mich nicht mehr

Zwischen Betäubung und Schlaf.

(p. 48)

Superata la “Wende” (“Ciò che è alle spalle/ Lo sappiamo. Ciò che è davanti/ ci rimarrà oscuro/Finché non/Sarà alle spalle.”, p. 193; poesie scritte tra il 1987 e il 1992), le acque bagnano paesaggi spogli e mesti, anche ben oltre i confini tedeschi, anche sulle rive dell’Arno; dalla sezione che contiene le poesie scritte  tra il 1993 e il 1996, ecco:

AUTORITRATTO, FIRENZE

Pomeriggio tardo. Incredibile

Luce invernale. Chi ancora non

È  malinconico

Non può che diventarlo, qui. Io

Tremo nell’intimo. Terra troppo

Lontana la Germania. Quando mi avranno

Lasciato il dolore, la rabbia,

Sarò perduto.

(p. 213)

SELBSTBILDNIS,  FLORENZ

Später Nachmittag. Ein unglaubliches

Winterlicht. Wer noch kein

Melancholiker ist,

Muß es hier werden. Ich

Zittere innerlich. Deutschland

Ist ein zu fernes Land, Wenn mich

Der Schmerz, die Wut verlassen,

Werd ich verloren sein.

(p. 212)

À rebours, concludo con l’incipit. L’antologia si apre con il primo verso di un sonetto, An der Elbe, Sulle rive dell’Elba: Sanft gehen wie Tiere die Berge neben dem Fluß : “Leggère come bestie le montagne scivolano accanto al fiume”  (pagine 32, 33). Nell’introduzione, che ripercorre puntualmente le tappe della produzione poetica di Czechowski, Paola Del Zoppo informa chi legge: «Riguardo al sonetto […], Czechowski affermerà in seguito che era “spazzatura” e che del sonetto andrebbe “salvato” proprio solo il primo verso.» (p. 13). Non ho opposto resistenza alcuna alla curiosità immediatamente suscitata in me da questo manifesto rinnegare da parte del poeta. Riporto di seguito il sonetto abiurato, apparso nel 1961 nella raccolta “Conoscenza con noi stessi”. All’originale segue la mia traduzione.

Heinz Czechowski
An der Elbe

Sanft gehen wie Tiere die Berge neben dem Fluß.
Nur zu ahnen die Brücke, doch eben noch da.
Und von den Wiesen mischt sich ein Duft
mit dem Geruch dumpfen Wassers. Wir sind ganz nah.

 

Und Geräusche sind wenig: das Gurgeln des Wassers,
ganz leis nur in Blättern und Gräsern ein Wind.
Kein Mensch sonst. Nur wir. Und die große Stille
geht in uns ein — nur wir Liebende sind.

 

Hier sind wir zu Haus. Und der Himmel ist hoch.
Und die Nacht läßt die Sterne des Sommers drin reifen.
Ganz nah dein Gesicht. Und dann spüre ich noch,

 

wie die kleinen Wolken die Pappeln fast streifen.
Und wie ein Glücklichsein in uns sich vermählt
mit der großen Schönheit der Welt.

(da: Bekanntschaft mit uns selbst. Gedichte junger Menschen, Halle 1961, S.57)

Sulle rive dell’Elba

Miti vanno come animali i monti accanto al fiume.

Si può solo intuire il ponte, eppure è ancora là.

E dai prati si mescola un olezzo

all’odore di acqua stantia. Siamo da presso.

 

E di rumori ce ne sono pochi: il gorgogliare dell’acqua,

tutto sommesso solo in foglie e fili d’erba un vento.

A parte questo, nessuno. Solo noi. E il vasto silenzio

ci pervade – solo noi amanti esistiamo.

 

Qui siamo a casa. E il cielo è alto.

E la notte vi fa maturare le stelle dell’estate.

Vicinissimo il tuo viso. E allora sento pure

 

come le piccole nubi quasi sfiorano i pioppi

e come un esser-felici si sposa in noi

con la maestosa bellezza del mondo.

 

(traduzione di Anna Maria Curci)

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* Poeta e scrittore un tempo molto famoso e apprezzato soprattutto nella DDR, tanto da ricevere, su proposta di Christa Wolf, il PREMIO HEINRICH MANN, Czechowski si spegnerà in una clinica nei pressi di Francoforte nel 2009, dimenticato quasi da tutti. La sua produzione poetica offre la possibilità di conoscere la ricca e complessa esistenza del poeta, nato nel 1935, parte di quella generazione che ha vissuto il nazismo in età infantile e la cui età adulta si è realizzata in gran parte nella Germania divisa. In Czechowski, definito dai più un poeta “soggettivo e storico” insieme, lo sguardo della poesia, così legata agli eventi, è sempre fortemente filtrato dalla soggettività, la poesia stessa è un’interrogazione sull’Io: «Dietro alle domande che devo pormi si cela il problema dell’identità del soggetto con se stesso e con la società in cui vive». E la risposta a queste domande è ancora una volta compito della poesia.

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Heinz Czechowski, Il tempo è immobile. Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio Editore, 2012

Tra le righe n. 10: Volker Braun

Volker Braun

Tra le righe n. 10: Volker Braun, Das Eigentum

la traduzione è nella sua essenza plurale etica dell’ascolto

Antoine Berman[i]

Das Eigentum

Da bin ich noch: mein Land geht in den Westen.

KRIEG DEN HÜTTEN FRIEDE DEN PALÄSTEN.

Ich selber habe ihm den Tritt versetzt.

Es wirft sich weg und seine magre Zierde.

Dem Winter folgt der Sommer der Begierde.

Und ich kann bleiben wo der Pfeffer wächst.

Und unverständlich wird mein ganzer Text

Was ich niemals besaß wird mir entrissen.

Was ich nicht lebte, werd ich ewig missen.

Die Hoffnung lag im Weg wie eine Falle.

Mein Eigentum, jetzt habt ihrs auf der Kralle.

Wann sag ich wieder mein und meine alle.

La proprietà

Eccomi, ancora qui: va all’Ovest la mia terra.

AI PALAZZI LA PACE ALLE CAPANNE GUERRA.

A rifilarle il calcio ho provveduto io stesso.

Con i suoi magri fregi si lascia buttar via.

E passato l’inverno, avida estate sia!

Andarmene all’inferno è quanto mi è concesso.

E di tutto il mio testo non si capisce il senso.

Quello che mai ho avuto mi viene oggi strappato.

Quel che non ho provato avrò sempre perduto.

Le speranze, un intralcio, furono trabocchetti.

La proprietà, la mia, è tra i vostri profitti.

Quando ridirò mio e intenderò dir: tutti?

(traduzione di Francesco V. Aversa)

La proprietà

 Io sono ancora qui: il mio paese va a Ovest.

GUERRA AI TUGURI PACE AI PALAZZI.

Del resto un calcio gliel’ho dato anch’io.

Si butta via coi suoi modesti vanti.

Dopo l’inverno l’estate della brama.

E allora posso andare in malora dove sono.

E tutto il mio testo diventa oscuro

e quello che non ho mai avuto mi viene tolto.

Di quello che non ho vissuto sentirò sempre la mancanza.

La speranza ingabbiava il cammino.

La mia proprietà ora è nelle vostre grinfie.

Quando tornerò a dire mio e a intendere ognuno?

(traduzione a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi in: Volker Braun, La sponda occidentale, Donzelli 2009)

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Volker Braun, nato a Dresda nel 1939, dopo la maturità e un periodo di occupazione che lo ha visto operario specializzato in una stamperia e tubista, ha studiato filosofia a Lipsia. Nelle sue opere teatrali, nelle sue poesie, nei suoi romanzi e nei racconti ha affrontato le contraddizioni e le speranze nella Repubblica Democratica Tedesca;  pur essendosi iscritto alla SED  nell 1960, ha subito spesso la censura a causa del suo atteggiamento critico.   Dal 1965 al 1987, su invito di Helene Weigel, è stato direttore artistico del Berliner Ensemble. Dopo gli eventi della primavera di Praga, la critica crescente allo Stato socialista gli è costata una sorveglianza sempre più stretta da parte della Stasi. Dal 1972 Braun ha lavorato al Deutsches Theeater di Berlino; nel 1976 ha sottoscritto la petizione contro l’espulsione di Wolf Biermann, che era stato privato della cittadinanza della DDR. Tra il 1989 e il 1990, all’epoca della Wende,  Braun  è stato tra i sostenitori di una “terza via” per la DDR: la poesia Das Eigentum , del 1990, ne  è espressione  e il secondo verso è un intenzionale rovesciamento del motto che Georg Büchner pone all’inizio del suo scritto clandestino di protesta, contro la chiusura e la repressione della Germania anteriore al 1848,  Il messaggero dell’Assia.. Dopo  il 1989 raccoglie il consenso unanime della critica e nel 2000 gli viene assegnato il Premio Büchner. Tra le sue raccolte successive al 1990 vanno menzionate Der Stoff zum Leben (1990), Die Zickzackbrücke (1992), Tumulus (1999), Auf die schönen Possen (2005). La prima antologia di Braun in traduzione italiana, La sponda occidentale (a cura di Anna Chiarloni e Giorgio Luzzi, Donzelli editore)  è stata pubblicata a venti anni dalla caduta del muro di Berlino, nel 2009.

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Di questa lirica, che affianco idealmente a Metà della vita di Hölderlin come “mia poesia“, scelgo idealmente due versi: il secondo e l’ultimo.
Il secondo verso, che Braun ha voluto distinguere dagli altri evidenziandone tutti i caratteri in maiuscolo, è un amaro rovesciamento del motto rivoluzionario attribuito a Nicolas Chamfort «Guerre aux châteaux. Paix aux chaumières.», che Georg Büchner pone immediatamente dopo la premessa del pamphlet Der Hessische Landbote / Il messaggero dell’Assia, fatto stampare e circolare clandestinamente nel 1834; così “Friede den Hütten! Krieg den Palästen!” diventa qui “KRIEG DEN HÜTTEN FRIEDE DEN PALÄSTEN”, “GUERRA AI TUGURI PACE AI PALAZZI”. Negli anni della Wende, Volker Braun sosteneva una terza via, terza via  degna di nota, ancorché ignorata dalla storia,  nella nostra epoca di cannibalismo capitalistico.
Il verso conclusivo della poesia è una domanda che faccio mia ed estendo a tutti gli aspetti del nostro convivere (civile?): “Wann meine ich wieder mein und meine alle”:  “Quando ridirò mio e intenderò dir: tutti”.

Anna Maria Curci, 8 aprile 2012


[i] Berman, linguista francese, traduttore dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, saggista e teorico della traduzione, è menzionato da Maria Luisa Vezzali a p. 8 del suo Editoriale al volume di “Materiali” (pubblicazione semestrale della Bottega dell’Elefante), pubblicato nel dicembre 2007 con il titolo La soglia sull’altro. I nuovi compiti del traduttore.