volevo essere una farfalla

‘in carne e ossa’: Alice Banfi e Michela Marzano al Festival dei Matti, Venezia, sabato 17 novembre 2012

Ho spesso parlato in questo blog di corpi frammentati, che si possono comprendere soltanto se guardati come fossero anche prismi  dalle tante facce, e dunque ogni faccia fosse in grado di restituire una propria dignitosa sostanza. Di corpi che si spezzano ho parlato meno, ma è questo il tema dell’incontro tra Alice Banfi e Michela Marzano al Festival dei Matti 2012 ‘corpo a corpo’ che si è tenuto lo scorso 17 Novembre 2012 al Teatro Goldoni di Venezia, con moderatrice Anna Poma. Una filosofa e un’artista-disegnatrice sedute allo stesso tavolo per parlare dei loro corpi ‘in carne e ossa’, delle loro vicende autobiografiche che mettono in campo molti temi, tra cui quello dell’anoressia e dell’internamento psichiatrico, narrati anche in pagine autobiografiche recenti rispettivamente in Volevo essere una farfalla (Mondadori) e Sottovuoto (Stampa alternativa). Qui pubblico l’audio dell’incontro (al link sotto le foto, si può ascoltare e scaricare!). Sulle due autrici una nota-recensione che segue.

Alessandra Trevisan

‘in carne e ossa’ – Michela Marzano e Alice Banfi a FdM 2012

Vivevamo in quel posto, senza cure. Era solo un parcheggio, un brutto parcheggio. Non avevamo speranze, non sognavamo la guarigione, aspettavamo passare il tempo, aspettavamo fumando.

Sottovuoto di Alice Banfi (Stampa Alternativa, 2012) è un romanzo all’imperfetto, non solo perché proprio l’imperfetto è il tempo verbale prevalente della narrazione ma perché pare anche rappresenti un passato non molto lontano ma abbastanza lontano per essere raccontato. La sua è la storia di una malattia, che conduce all’autolesionismo incalzato da bulimia e anoressia, una malattia che fa soprattutto perno sui periodi di internamento: giorni vuoti, scanditi dalle medicine, da passatempi lenti, dal fare branco, dalle fughe, dalle sigarette, dall’alcool. Aspettare che arrivi domani dentro quelle prigioni che chiamano case di cura, in ci si è numeri, in cui non si è nessuno. Un ritmo incalzante da diario, fatto di fotogrammi brevi, quasi fosse un film: l’internamento psichiatrico, dall’ospedale alle comunità, è narrato a morsi, con una voracità che è la stessa che Alice pratica – perché questo è un romanzo autobiografico oltre che “psichiatrico” -; l’energia con cui divora grandissime quantità di cibo per espellerle poco dopo è tutta convogliata anche nella scrittura, incisiva, forte. Questo è un romanzo bulimico, che parla di dolore e sofferenza ma senza banalizzarli: la rabbia si è trasformata in altro; Alice utilizza un linguaggio quotidiano per mettersi in dialogo con chi legge e ci dice “questo è ciò che sono stata”; Alice affronta questi temi con un distacco lucidissimo, sempre in una direzione vitale e ‘non giudicante’. Alice Banfi è un’artista, pittrice e disegnatrice; questo è il suo secondo romanzo, che segue Tanto scappo lo stesso (2008).

Sul volume di Michela Marzano si è già detto qui ma ci tengo a citare una poesia di Patrizia Cavalli da Sempre aperto teatro che mi sembra calzi:

In questo ornato nulla
questo sapiente nulla
mia culla morbida
dove posa la carne e il suo pensiero,
diciamo pure questo cimitero.

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Segnalo il reportage del festival di Federica Pennelli di Sherwood TV-Radio Sherwood, storica emittente (ora web) di Padova. Lo trovate qui.

Come leggono gli under 25 # 3 – Volevo essere una farfalla di M. Marzano

             Marzano: per un’etica del corpo tra soggetto e oggetto di sé

Maddalena Lotter

“Mi è diventato chiaro, per esempio, che il corpo è un potente strumento di comprensione del mondo, di certo non inferiore alla mente” (Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, Feltrinelli 2010).

Come osserva Zanardo nel suo documentario che ha shockato l’Italia nel tentativo di educare alla consapevolezza dell’immagine delle donne nella tv, la corporeità, la palpabilità del reale sono un contatto che deve rimanere sempre vivo fra il soggetto e il mondo “altro” in cui esso agisce. La percezione del proprio corpo, della sua unicità e della sua dignità, è il primo requisito per il rispetto di sé. E il rispetto di sé è il primo requisito per vivere bene.

Nell’ultimo libro autobiografico di Michela Marzano: Volevo essere una farfalla (Mondadori 2011), la filosofa mette in luce quali sono i nodi nevralgici del rapporto con il proprio corpo, attraverso un’attenta ricostruzione di emozioni, ricordi, sentimenti legati alla sua esperienza dell’anoressia, e ce ne parla con una chiarezza e una intensità che toccano la sensibilità di un pubblico universale. L’anoressia nasce da un non-amore, dice la filosofa; un non-amore che proviene da altri (da questo punto di vista, ingombrante è la figura paterna nell’esperienza di Marzano) e da se stessi, da un’incapacità di accettarsi così come si è, con i propri limiti e la propria vulnerabilità.

La tensione verso un di più non necessario sembra essere l’emblema della nostra società, sotto diversi aspetti, da quello socio-economico (penso a Bauman) a quello interiore-intimo, come suggerisce Marzano. Volere di più. Avere di più. Ma per raggiungere cosa, poi, se non l’insoddisfazione cronica, il logoramento di sé?

In una riflessione etica sul ruolo del corpo fra il soggetto e una sua inconsapevole oggettivazione nella ricerca di un obiettivo sempre più alto, l’accettazione del proprio esserci, del proprio agire e anche dell’avere fine, è dunque per Marzano un punto di forza e di stabilità, una luce, e non una rassegnata debolezza.

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‘TUTTI SIAMO CORPO’.

 Alessandra Trevisan

Parlare di corpo, del proprio corpo come ‘luogo del vissuto e della memoria’ significa fare i conti con la propria vita, perché le due cose sempre coincidono, stanno strette insieme, specialmente per le donne e in questo momento storico. Così è in Volevo essere una farfalla della filosofa Michela Marzano (Mondadori, 2011) che ripercorre alcuni temi d’indagine affrontati dall’autrice negli ultimi anni ma con un taglio autoreferenziale. Si pensi tra le altre opere aFilosofia del corpo(Il Melangolo, 2009) e si giunga qui, dovel’anoressia è fotografata sullo sfondo (ma non sfocata!) per dire altro, molto altro, per lasciare spazio ad un racconto-verità sulla ricerca di un ruolo nel mondo, ricerca che passa attraverso il rapporto tra il proprio corpo e i corpi altrui, esplorando l’umano nelle sue fragilità, errori, paure, tensioni, incompletezza per viverle fino in fondo, analizzarle e superarle. Un narrare per perimetrarsi – completamente –, riconoscere e riconoscersi su carta: Marzano mette in campo la propria esperienza affinché l’odierna riflessione sul ruolo del corpo raggiunga le coscienze di tutti, perché ‘tutti siamo corpo’. Il suo linguaggio inoltre persegue un’etica della comprensibilitàche molto ha a che fare con una ‘sottrazione di peso’ tematica e stilistica, che dunque chiama in gioco la leggerezza di Calvino per intendersi, ed è una delle grandi forze del libro unita alla densità di condivisione del suo senso globale. Ma questo libro è oltre che ‘profondamente umano’ anche un flusso, un continuum che scorre fino all’ultima pagina, a voce alta, allo specchio: leggendolo vengono in mente pagine bellissime di Una vita sottile di Chiara Gamberale, liriche di Patrizia Cavalli e Anna Maria Carpi, alcuni recenti romanzi di Anna Maria Mori, Dora Albanese, Susanna Bissoli,e ancora (soprattutto) Malamore di Concita De Gregorio e il documentario Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi,in cui il corpo protagonista vitale è frammentato e ricucito mille volte per essere compreso, come accade per Marzano, com’è nella poesia quasi tangibile di Anna Toscano pelle parole: «le parole diventano pelle/ non si può parlare/ma sfiorare, toccare// la pelle diventa parole/ se ne può parlare/scrivere, raccontare// la pelle parole non sono parole pelle/ c’è un ordine di composizione,/ di evoluzione// un infinito da rimestare» (All’ora dei pasti, Lietocolle 2007).