Vladimir D’amora

Nota su una poesia di Corrado Benigni

di Vladimir D’Amora

Tribunale

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Siamo davvero la misura di una colpa
o la memoria di un silenzio ci contiene?
Quale crimine consumiamo senza commetterlo?
Da quale morsa verrà l’assoluzione? Guarda
le parole diventare cenere, qualcosa, forse,
si ricompone tra chi resta e chi muore,
tra l’innocente e il supplizio – una voce rappresa.
Giudica tu ora chi parla.


(da Corrado Benigni, Tribunale della mente, Interlinea 2013, p. 7.)


IL VERSO DEL GIUSTO

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Corrado Benigni è poeta di una specie assai insolita, poeta di rara trascendentalità. Uno di quei poeti che quasi pongono condizioni, e senza trascendenza. Comunque, i suoi sono versi atopici, dove l’interstizialità non è soltanto intravista vagheggiata, ma proprio tenuta come tale, coniugata allo stremo, compiutamente declinata. Questa poesia, epperò, non può etichettarsi come meramente presa tra opposti, coppie dicotomiche quali, in primis, laicità e misticismo, disincanto e visionarietà. Perché, allora, accanto alla tensione dicotomica (ma, forse, dovrebbe dirsi antinomica: perché l’antinomia è di dicotomia risvolto meno secondo ipseità, che medesimezza), convivrebbe il tenace radicale, se non inverificabile quanto condivisibile, convincimento circa la crisi nichilistica, sul nichilismo come alcunché di congiunturale (e recente?). La poesia di Benigni sarebbe così segnata dall’irresolutezza: la pessimistica rilevazione, di sé tristemente paga, insieme preludio, ormai indifferibile, ad una indelibabile speranza. Se è arduo a contestarsi, questo poetare per sì fatta anti-nomicità, pure la critica troppo cursoriamente si è soffermata sulla capacità, da parte di Benigni, di abitarle come tali, le soglie. Mentre assunzione di nichilismo, sua lucida spietata condivisione, è prima di tutto stazionarvi allibiti, anche meravigliati (non solo storditi), dei non che imperversano, impiantati. Non solo, quindi, svuotamento di certa realtà che fondi tensioni monche, cieche visioni. Piuttosto appaiamento di un’insistenza negativa e di una possibilità che, se incompiuta, si rapprende (non: rapprenda) tale e quale, inescusabile, irriducibile. E la soglia, in cui ci si blocca a come tastarli sinceramente i fronti, non è de-lusa dimensione, ancora obbiettivabile, ma patria scomoda e, da sempre a sempre, ospitale: in-salvata.Se i versi di Benigni possono, con certa correttezza, affacciarsi alle loro costellazioni di pensiero, e rubricarsi accanto al risaputo d’una storia che pur deve ridursi a cronaca, il punto meglio sta nel medio della parola ch’è qui poetica – dopo averla anche, semmai, salutata come inizio di una versificazione né elegiaca né innica, e neppure di consimile compromesso. Tra il deserto e le voci aderentivi, o lamentose, insorge ancora una vocazione, e né solo ateleologica né solo infondata… Bensì sono domande gravi, sonanti sentite chiamate, inviti inaggirabili – come è, appunto, nella caduta di questo inedito. Due domande, tre, esordiali, e cioè quattro versi – e, già qui, è chiara l’adesione di Benigni al proprium poetico, o meglio, della dettatura: per quanto serie semiotica e serie semantica, anche senso e suono, convivono in, per uno scarto – eppure senza enjambement. Ed è proprio questo, il segreto cui apre questa poesia giusta, del giusto, ossia la coappartenenza arcaica, pure disposta (solo) a ripercuotersi interrogativamente, di dìke e aidòs – non solo: giustizia e vergogna… L’alternativa, tra primo e secondo verso, è solo posta, si tratta di una dialetticità bloccata, dove il primo corno parrebbe rimettersi, adeguarsi all’altro, invaderlo quasi, se non fosse che questo è risucchiato intero dal senso, disgiuntivamente limitato. I primi due versi, due domande che si risolvono in un’unica diretta, fanno chiasmo, così corrispondendosi secondo logica: secondo una logica, un raccogliersi trasparente di un’ingiunzione esplicita, universale, onniabbracciante: sicura per quanto principiando incontenibile, anche infida come sibilando, s’afferma in una chiusura graduata in un’allitterazione tosta, e indisposta al residuo. Il gioco interno al polo verbale del chiasmo, gioco ascensivo (dalla premessa chiara e disponibile: Siamo, alla conclusione inaggirabile e dosata: ci contiene), è il gioco della storicità come in-dividua, bi-unitariamente esaustiva, e che tiene-insieme (appunto: contiene) la sostanza nominale, o meglio, data la staticità ossimoricamente negata, certa nominale soggettività: l’umana potenza, meglio, possibilità di misurare, di memorare. Ed è possibilità, ossia potenza-di-non di qua d’ogni attualità reale, perché colpa e silenzio sono gli oggetti generati (…di colpa, …di silenzio: patenti genitivi solo oggettivi), adeguati all’umano che (si) sappia – che (si) provi.Tale disporsi del termine alla sua intima tensione, la forza che trascenda gl’irrinunciabili argini suoi – questa intima crisi ch’è il segreto che antecede pur pro-dotto, è trascendentale condizione della cineticità storica, lo scorrere ad includere l’altro: un altro solamente, tuttavia, intravisto per quanto ciò, di cui appunto si fa domanda, è dell’identità la capacità di potersi differente, non esclusiva. Ecco, così, ch’è proprio l’intima crisi del soggetto, ancora per due versi interrogata: sciolta però da una certezza, in cui pure riposa – l’ineludibilità, l’accertabilità di una presenza segnata inaggirabilmente, marcata dalle gutturali allitterate che tengono in uno un’evidenza d’antitesi: non più colpa, ma crimine, colpa misurata, riconosciuta, eppure inconsegnata, solo interrogativamente attribuibile, sempre in-certa. Domanda non più differibile, sebbene vana, che dura precede, come realtà, la possibilità di un futuro prima anteriore, e cioè tosto come morsa, quindi semplicemente liberato alla sua ulteriorità: sciolto nella fluidità liquida e sibilante (assoluzione). Ebbene, sarebbe metafisica imbarazzata soltanto, questa, se non fosse sigillata a sua volta da quanto l’interrogazione (esordiale, diretta, insistita) si lasciava larvale, accennato come in tentazione, e cioè l’enjambement cui compete lo scarto, la distensione trattenuta, prospezione solo tentata. Come sarebbe un umano raggirato, quello incaricato di un compito solo all’impossibile declinato nel fallimento. E invece l’apertura è al senso (il semantico), chiuso il semiotico, la forma destinata alla sua fine, dettata come versura esige. In vero non altro che un’esigenza, per la consegna di una reale espropriazione, d’una inappropriabilità, è il compito dell’umano: lo sguardo che vola nella (non: alla) lingua contenta di sua pochezza: di un risultato che sì solo storicamente si rapprenda, ma quasi integrale, e come nelle sue figure trascorrente, consumazione. L’umano che abita la sua reale dimora di parola inceneritasi – l’umano, il soggetto rimesso ad una realtà nominabile non per altro, che per sigilli di simbolo. E quindi tessere raccolte da, anzi, in una lingua senza riscatto minore, dove e quando la forma è il teatro, esso solo immobile sebbene traghettato lungo ogni binario di divenire: in cui l’altro, l’evento ch’è tale perché di ciascuno, è semplicemente posto. E quanto eventicamente è posizione di raccolta, comunione nella differenza inaggirabile, la forma se lo tiene eventuale: la forma ch’è lingua, parole di una visione azzardata, in tornante, che gioca alla verità dell’apparenza. Per Hegel giovane, gli scritti di teologia, il perdono porta ‘na risultanza non dimentica, come amore che appiani, ma non superi, le cicatrici, la segnatura del negativo. Ma questo è un Hegel postumo, ravvivabile solo ermeneuticamente, e cioè entro una lettura che renda compartecipi enciclopedicità e sistematizzazione. Perché dove, quando compimento c’è, ad essersi prodotto è un inizio carico, ossia fragile, di un’inizialità finalmente accaduta, flagrante. E’ elementarità, semplice destinazione del comune (la voce) alla sua fine debole, come un rapprendersi. La cui posizione non può che essere parentetica, segnalandosi a lato. Tanto evidente, e gnomica da ricapitolare in una sommarietà che deve preludere – al compimento. Sempre la giustizia, è questa la sphraghìs da Benigni apposta, voca a una presenza tanto circostanziata, ininassumibile, da sfondare questi suoi limiti storicamente articolati, riconoscibili. La performatività imperativa (Guarda…, Giudica…), che Benigni da manuale coniuga prima come teoria, sguardo a, o meglio, in uno stato che a sua volta si declina dai verba alle res, deve chiudersi nel concorso di shifters: (tu), ora, chi, ineludibili, per nulla pretestuosi, anche disturbanti. E disturbato, anzitutto, risulta il tu (più che) interlocutorio, il meta-soggetto coinvolto, risucchiato e, insieme, assegnato al compito più terminale, altrimenti iniziale, più ek-statico – il giudizio. Se giustizia, prima ancora che processo e pena, è una specie (forse la fondativa) dell’uso, ossia ciò di cui si può far mostra (dìke < dèiknymi), allora essa è tenuta proprio da quanto l’assicura nella sua possibilità: dal sentire, il contegno non che si assume, ma che ciascuno prende su di sé ed esercita al contempo rispetto all’altro e a sé. Coappartenenza, non meno che combinarsi, di rispetto (aidòs) e di uso (dìke), che comporta per il giudizio una sorta di segnatura elementarmente politica – una politica non dante occasione ad alcun soggetto moralmente autonomo, ma piuttosto concrescente in una gestualità mediata dall’altro, dallo sguardo dell’altro. Il giudizio, operazione giuridica politicamente segnata, sembra quindi, per Benigni, l’estrema performance di un’umanità (non più, qui, dell’umano), che si consegni, proprio in virtù della sua dote consistente in un essere come storica tensorialità, al suo compito logologico: ad una parola che produca ed esibisca non altro, che la sua istanza – finalmente.

Poesie di Vladimir D’Amora

Ho lasciato andare…

Ho lasciato andare nel sonno, che tu mi lasciassi,
io non ho saputo trattenere la tua voce In quel momento,
stretti nel bianco dei muri, quando l’obliquità dei corpi fu decisa
dal male solo, tenerti la voce sarebbe stato tutto Ascoltare
Una chiamata che viene dalla prossimità dei cuori, e raggelata,
fenomenale è che sta dileguandosi Intorno devono insistere
altre voci, volontarie, contingenti,
le voci senza passione Sono le voci impaurite di un figlio, poi un marito,
la voce che starebbe bene montata altrove, forse
dove la sua mancanza avrebbe un senso Se a chiamare è un’insistenza muta,
una spinta destinata, riverberarsi in un effetto inapparente,
come il raglio più che elementare e giammai desiderabile,
una specie dell’imposizione mi cucì quella mattina al tuo capezzale La voce
che è risucchiata non dal silenzio, ma dai flussi interni, dai roboanti
e microcosmici e vitali scorrimenti di un liquido che straripando non è vita
La misura La cogenza delle distanze, un equilibrio la vita, pure in quelle dimensioni
costruite per sfaldare il senso, nella cicuta bevuta senza redenzione
E guardarsi per ammutolire, come un bianco estratto dalle viscere
panno e mani lorde, rossissime, come se ancora sangue virginale ci si possa augurare
E solo per crescere, per rigettare il tempo in faccia a chi non ha creduto,
tu devi succhiare sempre ogni occasione Oppure avere il coraggio dell’inefficacia
e senza assimilare, lasciando intorno che banditi e assassini facciano
la parte del figlio, ancora stamane, dalle mie mani cadi

Durate

potrebbe passare un tempo finito
e lungo di tempi saputi
sotto il passaggio d’apparenze
un’illusione formosa
e strepitanti gli anni appropriati
a seminare e perdere ogni inizio
cadendo dai mezzi e ancora
puntando una inezia a leggere
come un segreto instabile
potrebbe durare una vita
la morte anche

Zero uguale

scoppiato è il cuore in questi tempi nuovi
soli mugghiano i mari e soli attendono
la temperata invidia d’inerpicate amebe
ancora rischia lo stretto gettandosi nel suo
inaudite zolle soffrono al potente turno
come
è come se nulla fosse scomparso
dopo che il nulla faticò l’esodo
chiese l’impegnare mitragliate
i segni e le voragini coi fiori sopra
a ricordare un arsenale è ancora
dove fratelli sulle spalle tengono
i vivi si dice masse insalvate
fuochi vertigini colorate e ordine
o
intanto indovinare
il magma asettico
infilare un dito
e persa la faccia
raccogliere la cenere
pure
stirando segni una volta
solo perché s’è vivi
ancora afoni

L’inizio è altro

l’inizio è altro
se la luce pende
a gloria che ancora
manda fitte schegge
e lenta a sé rincula
come lì indovinando
la mano che cuce
pietra all’idea
è la storia
negli esiti forieri
di sterminati echi
un buco consegna
essere a essere
colla organica
muto cedere
interdetta riposa
la quiete d’ogni risposta

Teratografia

Vladimir e poi D’Amora, 36 inverni che so’ finiti tutti, biondo. E napoletano che non ama Napoli, e non solo perché la pizza è ormai di gomma. Indeciso tra Cruyff e Maradona, separato, vendo quelle scritture la cui morte è fantasma, ancora. Due bei lutti, come corpi morti di animali, intrattabili, col coro di sfibranti mormorii e martello. Convivo, ora, con una femmina ossuta, di quella distonia che sì giova al feticismo erotico, ed un fratello camuso e quasi ventenne e bello come i gelati. Quando guadagno, mangio e bevo e leggo, il vino nero, chiuso, sincero. Ma vendo parole, operazioni di parole, spiritica verticalità, con un pizzetto indecente, terso e rado.
Leggo e rileggo, detesto Calvino e Petrarca, Foscolo, la Maraini, Ammaniti e quelle degli orecchini a perla. Gl’impegnati che si dissimulano, lungi da me, e pure i nichilisti pigri. Della poesia, quella che sa andare a capo, mi piacerebbero gl’innografi dalla parola netta e poca, ma sento che il tempo si sazia ad elegie piene di pensieri. Sì al Manga, a Gadda, a Kafka, Tolstoj fu malato di bellezza, all’altro Russo difettava l’ironia, forse. Mi piacciono Longhi e Contini, le loro pagine però, meno quello che teorizzano, e imposero. Pacato godo degli epistolari, i critici, Benjamin e Platone, il Bacon dei trittici, il tratto pudico di Duerer, le foto bianche nere, le auto bombate, e allora immagino le Langhe. E le femmine che m’hanno saputo lasciare, e quelle che fingono, coi denti, di non esser donne, le loro mani. E Tacito. Perché lo senti moralista, ma non fa nulla… Mi faccio piacere Caravaggio e il Rinascimento, dentro adoro Skopas e il Laocoonte però, perché ho consumato tanta televisione. Ancora immerso dalle videocassette, da porno e filmati di calciatori lenti, colle ali storte. Proust mi fu noia dolce dolce, recentemente Michele Mari e McCarthy so’ stati buon farmaco. Ottonieri, tommaso dalle costole da fuori, non so se esista davvero, è come se lo tenga per sé, chiavato in un passato, il suo giudizio. E vorrei che Cortellessa mi dicesse personalmente, pagina per pagina, qual è stato il processo di polverizzazione di Di Ruscio, come lo ha trattato per starci due anni… Saviano e Parrella, non sanno scrivere! Totò è volgare, come la musica che non vuol finire.
Fondai una rivista, multilingue, solo digitale, che ora deve annaspare assai. C’era una volta un architetto, un francese albo e una messicana cresciuta a Borges e aglio. Ci guidava, schivo e geniale, un logico e filosofo e matematico, che ancora pedala per Praga. Il padre, quella specie dello scrittore che fu Kundera, lo chiamava il signor K.K. E c’erano preti capaci di bruciarle le parrocchie, ma pure lesti pompieri, purtroppo. Io tentai di diluire i miei due assilli, Nietzsche & Heidegger, ma invano. Se spieghi il mondo, dopo non sai che ci sarà, e se lo cambi, poi ti tocca dare spiegazioni… Non applicare nulla, non sviluppare nulla, non volere nulla: per alcuni è la comunità che sempre viene, però forse è noiosa, quanto l’attesa. Quando sosto alle fermate dei bus, colle loro tabelle d’arancione meneghino, è solo la disfunzione tecnica, che apre nel ritardo l’autentico del tempo. Il tempo mio, quella mia stupidità.