viviana scarinci

Viviana Scarinci, Annina tragicomica

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Viviana Scarinci, Annina tragicomica. Prefazione di Anna Maria Curci. Postfazione di Viviana Scarinci, Formebrevi Edizioni
Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922 Pagine: 90; € 11

Ha un nome al diminutivo seguito da un aggettivo composto la ricerca di Viviana Scarinci che dà voce allo scarto, al residuo, alla gratuità contrapposta all’immediatamente utilizzabile, catalogabile, smerciabile: Annina tragicomica. Il nome è fortemente evocativo, in più direzioni, dal significato originario dell’ebraico Hannah, che ha a vedere con la grazia, alla spontanea associazione con Anne, Annette, Nannine, Annie, Nannarelle, che popola le nostre teste al solo pronunciare il nome (Anna Frank, Anna Magnani, Anna dei miracoli, Annie Vivanti; ma, innanzi a tutte, Anna Perenna, la sorella di Didone, divenuta divinità proprio nella regione natia dell’autrice, quel Lazio nel quale Marziale, menzionato in quest’opera, collocava un luogo di culto). Annina mette, in piena consapevolezza e quasi con fiera sfida, la maschera del teatrale per giungere a noi e manifestarsi, appunto, con la grazia sublime e la verità misconosciuta che Kleist attribuiva alla marionetta.
Annina tragicomica esplora e invita a esplorare altre modalità di accesso alla conoscenza. Indica subito in un aggettivo, «secondario», il punto di partenza e la meta alternativa. Nell’individuare questo angolo di visuale, Viviana Scarinci da un lato evidenzia espliciti richiami intertestuali in particolare alla sua opera Il significato secondo del bianco, dall’altro si inserisce in una linea di ricerca che la vede accanto a Eva Strittmatter, la quale già nel 1983 aveva intitolato, in maniera divertita e provocatoria, una sua raccolta di testi Poesie und andere Nebendinge, vale a dire “Poesia e altre cose secondarie”, nonché accanto a Felicitas Hoppe, nei cui romanzi Pigafetta e Johanna l’io narrante indaga in «stanze secondarie». (altro…)

Diramazioni urbane (Cortese, Della Posta, Ortore, Scarinci, Zanarella)

In copertina: Ponte sul Tevere, disegno di Luigi Simonetta

Davide Cortese, Fernando Della Posta, Michele Ortore, Viviana Scarinci, Michela Zanarella, Diramazioni urbane. A cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine 2016

Diramazioni urbane è il titolo che ho scelto per questo volume che raccoglie testi inediti di cinque poeti nati tra il 1973 e il 1987. La ragione della scelta sta in un ulteriore dato che li accomuna, accanto a quello della vicinanza anagrafica: tutti e cinque risiedono a Roma, provenienti da luoghi di origine che abbracciano e oltrepassano la penisola – dal Veneto di Michela Zanarella a Lipari di Davide Cortese. Qui, con sensi e versi destati alla lezione di Seamus Heaney – «I began as a poet when my roots were crossed with my reading» («Ho cominciato ad esser poeta quando le mie radici si sono incrociate con le mie letture»)–,  Davide Cortese, Fernando Della Posta, Michele Ortore, Viviana Scarinci, Michela Zanarella hanno dato vita a un “innesto” felice, originale e diversificato,  tra radici e letture. Da qui, dall’Urbe, dalla città eterna ed effimera, superlativa nello splendore così come nello scialo, si diramano le loro composizioni poetiche e sconfinano con coraggio e destrezza, estendono i rami, allungano il passo, si soffermano su paesaggi geografici differenti, si cimentano con più linguaggi, ritornano e poi ripartono in un movimento che è ‘urbano’ anche nell’accezione di “civile”, permeato com’è da un umanesimo vissuto con attenzione e rispetto, dalla capacità di creare ponti tra epoche storiche e cronache locali, tra l’ancestrale e il ‘novissimo’. I versi di Davide Cortese navigano così tra miti e «canzoni antiche», approdano a Lisbona e a Venezia, volano a Bagdad, ballano in maschera a Dresda e percorrono le borgate romane insieme a Pasolini. Con Fernando Della Posta tocchiamo ancora le sponde di Venezia e, insieme, riscopriamo le contrade suburbane della gita fuori porta e i boschi lucani con i “matrimoni degli alberi” a raccogliere «figli sparpagliati per il mondo»; i suoi versi ci riconducono poi in città, in un centro sociale, a resistere allo smantellamento e a svelare la speranza e l’impegno: «perciò verranno altri sergenti del rigore, / ma opporremo le nostre barricate. / Le faremo con quello che sappiamo fare: / accumulare scarto ed operoso / costruire, scarcerare viole e graminacee». Con sostanziosi (vissuti, sì) esercizi di stile, Michele Ortore ci trasporta dalla Prospettiva Nevski de L’alba dentro l’imbrunire, con mete attese, vette, meditazioni, con  «il carmelo di domande», ai condomini in città scoppiettanti di allegri e serissimi “epichilogrammi”: «Fermati,  non lo vedi che stanno smontando l’eternit- / à?». Viviana Scarinci plana sulle declinazioni dell’amore, «bestia cronica», in versi lunghi distende supposizioni, dipana periodi ipotetici: «Se l’amore fosse tutto occhi e gli occhi fossero due bambini / litigiosi fino voltarsi le spalle, sarebbe la cecità». Tra rievocazioni e inseguimenti, Michela Zanarella prosegue e invita a proseguire un cammino alternativo alla liquidazione distratta, invoca la vocazione: –  «Chiamami a tornare / in quelle strade di grano / per farmi specchio ancora una volta / di quei colori spesso fraintesi  / in una nebbia che non ascolta.» e indica la sua scelta: «Ho scelto di andare / senza lasciare incompiuti i miei sogni / senza pensare che mi saresti mancato / come quando da bambina t’inseguivo / per le scale». Prestiamo ascolto – è il mio invito – a queste Diramazioni urbane.

©Anna Maria Curci

***

Davide Cortese

A Pier Paolo Pasolini

Nell’iride tua
è un dio ragazzo
che bacia nel buio dei cinema
e ruba ai morti
il fiore per l’amata viva.
Nell’iride tua
freme una notte di borgata
in cui angeli si sporcano
seppellendo un peccato.
Esulta nell’iride tua
una rondine sottratta alla morte.
È salva, ti vola e splende. (altro…)

Anteprima: Viviana Scarinci, Annina tragicomica

Viviana Scarinci, Annina tragicomica. Prefazione di Anna Maria Curci, Formebrevi Edizioni
Collana: Prosa | ISBN: 9788894161922 Pagine: 90; € 11.

La tragicommedia è un tipo di componimento nel quale a vicende gravi e dolorose proprie della tragedia fanno da contrasto a spunti e procedimenti propri della commedia. Tale mescolanza genera spesso dei risultati sorprendenti sia dal punto di vista narrativo che da quello linguistico. Si inquadra in questa modalità Annina tragicomica, terzo libro di poesia di Viviana Scarinci, autrice tanto poliedrica quanto anticonvenzionale. Nella poesia contenuta in questo suo ultimo libro, Scarinci vede una sorta di rivendicazione sui generis “la poesia può rivendicare il diritto di ognuno ad ascoltare parole diverse da quelle che si aspetta”. In questa tragicommedia che si situa tra prosa e poesia, Anna è l’altra da sé, in ogni caso un’identità femminile “in febbrile attesa di tutte le parole che non sono state ancora pensate” per definirla. “Parole che vengono dal basso, dall’esperienza che di primo acchito è sempre muta, piuttosto che dall’alto, di uno scopo o da un sapere che sa già il fatto suo perché codificato in modo ineludibile» scrive Scarinci nella postfazione. Come afferma Anna Maria Curci nell’introduzione a questo libro: «Annina si oppone alla rinuncia e al soffocamento, alla menzogna travestita con gale e merletti, al trafugare, per distruggerli, i reperti. Sta, imperterrita eppure consapevole del rischio fatale, “molto vicino al bordo”, fruga, un po’ Antigone e pur sempre Anna (sorella Anna?) tra “queste alture brulle” e intanto pensa “dovrebbe cercare tra il cocciopesto, i destinatari di questa maledizione”. Possiede, la sua ricerca, un fondo e un fondamento prezioso, trascurato da molti: “Fremono gli oggetti spiati, sotto l’universo che li ignora.” e, aggiungo io, se la ridono di qualsiasi catalogazione, ché etichettarli come “versi” o “prosa”, come argomenta Viviana Scarinci nella sua Postfazione, è anch’essa manovra fuorviante». Quelli di Scarinci sono versi che denunciando il loro continuo legame con la prosa e con la componente saggistica che ha sempre contraddistinto la scrittura di questa autrice, raccontano da capo più di una vecchia storia ma cercando parole nuove per dirla.

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da Bambole e bambine. Prima parte

20.
La stroncatura aggiunge una differita ai semi del melo che germogliano complici della clemenza di altri allacciamenti. Nascono abiti dagli orli vivi per Eve esposte a un nuovissimo malaffare. E anche queste cercano il loro precariato a partire da un niente, da un dolore da nulla per mangiarsi adagio e dal principio la mela, a fettine sottili.
28
Todos los gestos de mi corpo quest’uomo possiede ed essendo riproducibile qui solo parte dei miei piedi sbiechi, in questo specifico caso sarebbe la mia persona quando si apre come un fiore a rivelare la soglia che non ha caduta avendo fondo rosaceo perché fermo dove sono.
30
Madura e reclusa, pequenina, calada, indifferente. Esterno città a solo un passo. Provare la parte, saperla: calata da altre mani, come carta da gioco su un tappeto di cardi mariani, abbandonato il capo che è possibile immaginarti nell’istruzione di stare ferma.

*

da Annina tragicomica. Seconda parte

4
All’inizio succedute cose erano timidi progressi, fattezze pronte e contigue a disserrare la stessa agonia, io – noi, non che osassimo sfiati descrittivi a divaricarne il glossario ma contare avremmo dovuto, patire racconti nel numero dato anziché collezionare garze, guanciali che il battiloro riduceva spessi il micron dell’ennesima defezione, contigui l’altra durata dei giorni, liminari il loro ammanto di battigia non combaciata.
11
Annina sapeva ciò che si doveva fare: non svagarsi con lo sversamento di qualche liquidità, dibattere con l’apparente assenza di avvenimenti, rivendicare con tutt’altro dalle parole. Ma improvvisamente accadde che le cose bruciate dall’incendio e quelle che smisero di funzionare, persero anche la sventura del deperimento e sopraggiunse il problema di doverle smaltire.

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L’AUTRICE
Viviana Scarinci (1973) Vince nel 1995 il Premio Grinzane Cavour, per la sezione Scrivere i Colori. È due volte vincitrice del Premio Lorenzo Montano (nel 2014 sez. raccolta inedita e nel 2016 sez. una poesia inedita). È autrice di poesia con La favola di Lilith (ARK Records, 2013) e Piccole estensioni (Anterem, 2014). Curatrice de L’isola di Kesselring (Apeiron, 2002) e dell’edizione italiana di Rakasta minut vahvaksi, Amami per rendermi forte di Aino Suhola (L’Iguana Editrice, 2013). Per la saggistica è autrice di un ebook monografico su Elena Ferrante (Doppiozero, 2014). Suoi testi sono presenti in numerose antologie. Ha scritto tra gli altri per Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, Leggendaria, Doppiozero, Il Segnale, L’Ulisse. Si occupa del fondo librario di poesia di Morlupo. È co-redattrice di Formebrevi Edizioni. Gestisce il Centro Culturale Libellula.

COPERTINA
La copertina di Annina tragicomica è di Klaudia Ka. Nata nel 1984 a Varsavia, dove vive e lavora, oltre che di pittura, si occupa anche di graphic designer. I suoi quadri si trovano in collezioni private in Polonia, Regno Unito, Belgio, Germania, Italia, Macedonia, Canada e Stati Uniti. Il suo sito web è: http://klaudiaka.art.pl

“La ferita distorta dell’agire” di Giovanni Duminuco (con una nota di Viviana Scarinci)

La ferita - cover

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Giovanni Duminuco, La ferita distorta dell’agire, Formebrevi Edizioni, 2016

Di spazi subalterni alla parola tra le pieghe consumate del sonno annovera l’errore il divenire nel mare mostro fino alla linea del nero: adombra il tratto del volto al cospetto del mondo, la fuga capovolta negli occhi ripresa la spalla ossuta del tempo: trattiene il lascito tra queste corde maledette che ci legano alle cose nell’attimo che trafigge il senso per abitare il nulla, nel verso di rassegnazione.

***

È breve il tragitto della pioggia nel valico del sangue, tra le maglie di un corpo parlato ai percorsi della materia: divide il dire, scompone la scia ripercorsa, la piega invernale sulle assi scorticata, i gusci di pietra in un angolo per farne un fuoco, incendiarne i pori lungo la via dell’errore, nell’intreccio delle vite o nelle viti nodose che divorano le finestre: implora il canto, l’arco, la lira nella quiete scomposta avulsa ai mutamenti, l’ellisse vacante districata nel lungo oblio dell’ombra, ai sospiri sottomessi alla pausa del corpo per sottrazione di essenza.

***

Sono le strade da percorrere, i nomi della morte lamenti di ruggine restituiti all’incastro dei corpi: tu dovevi ed io nascondevo le parole nel gelo dei giorni divorando la pioggia tra le foglie, dimenticando il nome, la voce spezzata nei versi che scorrono il vento.

***

Quale mare dovevi navigare sulla zattera di pietra, quale lido mortale approdare nei giorni del nero? Nella notte riparata dal sonno dei giardini percorsi dalle mani, inseguendo gli sguardi che imprigionano l’abitudine della fine, mai compresa, nell’ora che insegue il tempo del ricordo, le increspature dell’acqua, il fuoco e la tenebra (giardino di memoria, dove riposa il sangue) nella notte che morde la voce dei tuoi passi, quale mare volevi annegare?

***

Sul muro oltre il bianco dell’occhio travolge il senso attraverso una sequenza ininterrotta di atteggiamenti del corpo, lo spazio assecondato una presenza senza posa nella dimensione di un attraversamento dell’altrove: ripercorrere i presupposti della beatitudine, la parola soffiata alla luna che muove nel bianco lattescente (le ossa del tempo, una rotula contesa a morsi).

***

Il corpo che mi apri trattiene il graffio nella forma di artiglio, l’ombra che abita dentro nei tagli sulle braccia la fronte non possiamo che fingerla nel nome che altri dicono, scoprendo le direzioni dei sorrisi immaginati, la tenebra nella calma australe delle spighe inginocchiate al lamento della tempesta imminente.

***

Ricordo il cielo trafitto dalle mani, nascosti tra le mura ora sotto la scala incendiata nel tremore degli inverni improvvisi: il cielo che incombe sulla testa la pioggia pesante, la testa mai svuotata. Preferisci andare oltre, verso la consolazione dell’oblio, scacciare il peso della bestia che divora lo specchio d’acqua dove ogni cosa annega e nel veleno che sgorga dagli occhi piangere lacrime di pietra per ricomporre lo spazio disgregato, tagliare in due quel nome che non è mai stato.

***

Solleva lungo il sentiero pescoso le mani esposte all’onda i lamenti dell’errore alterni al male, nutriti ai declivi della sera. O questi giorni dissennati lontani dalle cose cominciate, nel guizzo che attraversa i passi inesplosi le parole incrociate nell’angolo dove muore il senso e incombe il respiro contraddetto, gridato alle nebbie insonni, per andarsene al buio senza saluto.

***

Rivela la forma nel vuoto traverso
del gesto silente ai ventri rigonfi
di sabbia, appesi alle corde dei giorni
gridati dell’ultimo grido (appreso)
tra ruvide braccia di madre che smembra
patisce le doglie del nome mai stato
tenuto sepolto nel fango, ingrato
alle voglie dei vinti. Ascolta il frastuono
del vento che giace tra queste parole,
invoca il ritorno per chiedere il conto
del sonno: di ciò non abbiate timore
né d’altro, se non del vivere invano.

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L’arte della separatezza – di Viviana Scarinci

Il primo disagio che affaccia al momento della lettura de La ferita distorta dell’agire di Giovanni Duminuco è che questo libro dichiara apertamente la necessità di negare l’apparenza delle cose, o, meglio, di separarle da quanto si ritenga di poterne dire. Quello che Peter Carravetta nella postfazione dichiara essere un passaggio “dalla riflessione storica già teologizzata al nichilismo” appare per altri versi una volontà del poeta di separare prima di tutto la parola da quel tempo che sembra in qualche maniera determinarla e contenerla.
Già attraverso l’opera prima Dinamiche del disaccordo, con la quale nel 2013 l’autore si aggiudicava la XXVII edizione del premio Lorenzo Montano, veniva ratificata la possibilità di una dinamica altra. Si trattava di una scrittura che risuonava in modo profondamente diverso: esemplificato fin dentro la forma del testo, il linguaggio finiva per ricoprire un ruolo inedito nell’ambito del discorso poetico. Come indicava Giorgio Bonacini nella postfazione, una poesia, quella di Dinamiche del disaccordo, posta in modo “disarmonico” rispetto all’apparenza.
Se per certi versi è il processo di identificazione a determinare l’efficacia di un testo, il disagio di cui sopra è stato anche ciò che mi ha consentito di superare quella pretesa identificativa che da lettrice, quasi inavvertitamente, richiedo al linguaggio dell’altro, in modo che questo mi rassicuri dicendomi quello che anche io riscontro nelle apparenze e quello che già so della realtà.
Invece lo scenario alterato illustrato da questa separatezza che Duminuco sembra usare come vero e proprio assunto del libro non consegna lettrici e lettori né a un tempo storico riconoscibile, né tantomeno a quel mondo surreale, cui spesso si pensa quando appare chiaro che chi scrive orienta la sua ricerca parallelamente a quanto ci è noto e si vede, “[f]rammenti in estasi sul volto murato inganna l’attesa lo spazio coscritto al lascito inerme, immemore fuga tra i volti compiuti nei rivi abitati per forza di cose” (p. 77).
In queste pagine capiamo che non si tratta di una registrazione subcosciente esercitata da una ragione che ammicca nei confronti di una certa rarefazione del reale. Rarefazione a volte compiuta dall’immaginario poetico per superare ciò che è negato allo sguardo di chi legge, pur restando il movente non dichiarato di chi scrive. Non abbiamo in Duminuco insomma nessuna ricostruzione alternativa di quanto la storia o l’individuo ritenga di dovere metabolizzare attraverso la letteratura.
Quella che leggiamo in questo libro è una poesia priva degli accapo, giocata di seguito sul rigo o meglio lanciata dal poeta alla ricerca di un incontro con il senso e con la scansione ritmica che chi legge è chiamato ad attribuire alla pagina, senza in effetti la presenza di alcun parametro di riferimento. Tuttavia il senso ignoto di tanto dolore non viene aggiudicato da una partita, disputata tra l’autore e chi legge. Il guadagno proposto da questa lettura, semmai, riguarda un aggiustamento, necessariamente ipotetico, tra il proprio e l’altrui che necessita di svolgersi in un ambito non particolarmente libero. Ed è infatti l’assenza della scansione del verso a condizionare quell’aggiustamento meglio che nel rigore di altre scelte poetiche, “[d]iventa impraticabile la strada dei nutrimenti quando il verbo espone al gioco degli strazi, attenua la visione dell’esistere in un bagliore inconsistente per sua natura o per nostra voluttà di esporci alle contraddizioni, ricercando il nome là dove si consuma ogni cosa” (p.70).
Senza indugiare in una rarefazione di maniera che mitighi l’assunto di base, Duminuco presenta un significato antagonista rispetto a quello del sapere discorsivo, ma anche rispetto a chi intende il linguaggio alla stregua di una stella fissa e ben localizzata, reperibile entro un orizzonte in cui l’a priori è la visibilità e non la separatezza necessaria a una vera ricognizione dell’ignoto. Sia che si tratti di una ricognizione storica che di un passaggio individuale analizzato entro il proprio linguaggio poetico, quella condotta in questo libro è un’operazione complessa atta a scindere le parole dal sottile travaglio linguistico che potrebbe riconsegnare l’esperienza al passato piuttosto che al futuro.
“Divarica il sonno ad occhi aperti ricercando un riparo tra le ossa, le carenze della notte il fine ultimo rappresentabile nel ricordo lontano dove ogni cosa muore e nella morte rievoca il nome che siamo stati, in un tempo restituito alle ombre” (p. 31). L’autore rivela che può accadere una divaricazione tra il linguaggio che esorbita mentre dice e l’agire che esemplifica soprattutto un’ipotesi relativa ai propri trascorsi. Questa separatezza attuata pagina dopo pagina serve a dimostrare che le azioni più sorvegliate linguisticamente sono quelle in cui la ferita è più tracciabile nel momento esatto che determina una sorta di cronicità tanto degli atti che nel linguaggio poetico, “[d]el corpo che non siamo, del vuoto che restringe la ferita, il non essere cantato dai poeti lì nel vortice dove finge il pensiero e la parola espone al vento tra le cose ripiegate nel cerchio la rivolta dei corpi” (p.53).
Se a monte c’è il linguaggio che, articolato da una ferita, ha appena la possibilità di denunciare la propria inattendibilità, a valle non può esserci che il corpo dalla stessa ferita che oscura ogni visione plausibile di sé stesso. Ciò accade pressoché sempre, salvo quando il modo di guardare la realtà non venga modificato da un linguaggio che prenda progressivamente atto di questo agire distorto. A me sembra che Duminuco spesso riesca nell’ingratitudine di questo proposito.

Viviana Scarinci, Il significato secondo del bianco

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Esistono, nei sistemi linguistici, categorie e termini che possiedono un “significato secondo”, già previsto e contemplato da quel codice della convenzione – mappa storica in continuo aggiornamento – dalla «opera naturale» degli idiomi umani. Penso in particolare ai verbi modali tedeschi, che possiedono, tutti e sei, un significato “oggettivo” e un significato “soggettivo”. Ebbene, nulla e nessuno può distogliermi, sia nella pratica corrente, sia nella riflessione metalinguistica su questi fenomeni, dal fare scorrere tra questi blocchi di significato canali e canaletti di raccordo, che, pur riconoscendo e accettando le differenziazioni nell’uso, pure ventilano ipotesi di vicinanza (affinità? analogia? salti senza passaggi?). Non ho potuto fare a meno di pensare a questi collegamenti nel leggere i 10 passi de Il significato secondo del bianco di Viviana Scarinci. Si pensa “bianco” e scatta – significato primo? – il testimone in direzione di “nitore”, di “assenza di colore”. E poi? Perché non basta a Viviana Scarinci (e a noi che la leggiamo) il “significato primo”? Perché il “significato secondo” si manifesta – il sottotitolo lo esplicita – come nostos, come ritorno? Ritorno a che cosa? Queste sono state le mie domande-timoniere nel percorrere i 10 passi, nel mondo della storia e del mistero, anzi dei misteri (iniziazione, furia, segreto fanno qui spesso capolino), della disambiguazione e della disgiunzione (la barra obliqua dell’incipit non è casuale), della salvezza e della dannazione, del sorriso sovrano delle cose, accanto e dopo il «vespaio» delle parole. Queste domande, insieme agli indizi lasciati ad arte e con amore, dalla citazione iniziale di Marianne Moore alla postfazione, hanno reso possibile un incontro inusuale, non timoroso di attriti e veri propri scontri, tra luce e materia. Che i colori possano essere corposi, è licenza, per ritornare alla coppia di aggettivi iniziale, prevista e contemplata dalla lingua italiana. Quanto corposo possa essere il caglio, quanto vera possa essere la caligine del non colore è il punto di partenza, motore alacre,  della ricerca di Viviana Scarinci ne Il significato secondo del bianco. Chi legge scoprirà quale è qui il punto di approdo e individuerà, molto probabilmente, quei sottili canali di raccordo tra significato primo e significato secondo.

© Anna Maria Curci

la complessità non è un delitto, ma se la portate
fino alla soglia dell’oscurità,
più nulla sarà semplice. La complessità,
poi, che sia stata affidata alle tenebre, invece

di dichiararsi per quella peste che è in realtà, si agita intorno
come per confonderci con la tetra
illusione che l’insistenza
è la misura di ogni risultato e che ogni
verità dev’essere caligine.

Marianne Moore, da: In the Days of Prismatic Color

 

Il significato secondo del bianco
Storia di un ritorno in 10 passi (2014)

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Introduzione

da una barca senza più barca sommerso ventila correnti il figlio nato senza salvezza. Troppo organica regna la sua successione troppo lontani dalla superficie i misteri officiati dall’evidenza come se ad averlo raccontato fosse stata soltanto una notte ferma per poco all’incrocio del sonno di tutti

.

1.

Incipit

interagire con una/o simile
che non sia quella/o la cui nomina più ragionevole consisterebbe
pur richiamandola/o attraverso riferimenti circostanziati e menzogneri
nonché supportati da un’unica fraudolenta timidezza
o dall’ipotesi di un contatto appena pronunciato
che mistifichi alla fine ogni cosa
come un vento che annuncia un terribile corso
il quale sottoporrà a ineluttabili cadute
estraneazioni precise e ripetute a non esserci nessuna/o
che voglia o dica se non che il convincersi a scrivere
una strada di ritorno da dove non c’è ritorno e tornare

. (altro…)

“Fratello Poeta” di Giuseppe Piccoli

Immagine 005 Titolo: Fratello Poeta

Autore:  Giuseppe Piccoli

Editore: LietoColle, 2012. A cura di Maurizio Cucchi e Maria Piccoli

Esattamente un anno fa è uscito per l’editore Lietocolle un libro che rappresenta una rarità, qualcosa di cui si sentiva la mancanza. Si tratta di Fratello Poeta di Giuseppe Piccoli, a cura di Maurizio Cucchi, e introdotto dalle profonde parole di Maria Piccoli, dottoranda di Filologia Romanza presso l’Università Degli Studi di Siena.
Questo libro rappresenta e riprova la finissima purezza del dettato poetico di Giuseppe Piccoli, autore metafisico e tragico fino all’estremo.
Nel febbraio del 1987, a soli trentotto anni Piccoli si toglie la vita nell’Ospedale psichiatrico di Napoli, dove era stato internato dopo aver compiuto un grave fatto di sangue; la premessa è doverosa per una comprensione profonda ed attuale della sua opera.

Un libro che raccogliesse in parte l’opera di Piccoli era necessario, non solo per raccontare di uno dei poeti più grandi degli ultimi trent’anni di poesia contemporanea italiana, ma anche per cercare, almeno in qualche misura, di riorganizzare e approfondire la sua opera. Lavoro non certo semplice, visto il numero di inediti ancora in circolazione. Solamente Maurizio Cucchi e Arnaldo Ederle si sono occupati di tenere in vita la memoria di questo prezioso poeta.
Maurizio Cucchi pubblica nel 1981 in Poesia Tre, Guanda Di certe presenze di tensione che dà il titolo ad un’antologia che comprende le sezioni Fratello poeta, L’uomo di trent’anni e Rassomiglianze, poi ricomposte nell’edizione del libro Fratello Poeta. Nel 1983 Cucchi pubblica nell’Almanacco dello Specchio 11, Mondadori, Foglie. Dodici poesie. Lo stesso Maurizio Cucchi con Stefano Giovanardi pubblicano Giuseppe Piccoli nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento, edita prima nei Meridiani Mondadori e poi in versione tascabile dei Classici Moderni; proprio quest’ultima inclusione afferma la grandezza della poesia di Giuseppe Piccoli ai più.
Arnaldo Ederle pubblica invece nel 1987 per Bertani Chiusa poesia della chiusa porta e sempre a cura di Ederle appariranno altri inediti nel corso degli anni in tre numeri della rivista “Poesia” dell’editore Crocetti.
In ultimo è giusto citare la bella analisi di Viviana Scarinci sulla poesia Lettera per una domanda di perdono dal titolo L’amore senza persona. Intorno a una poesia di Giuseppe Piccoli. La stessa Scarinci nel suo saggio descrive quella di Piccoli come “una coscienza poetica assai singolare” e ne parla come di un “moderno Orfeo”.

La prima sezione di Fratello poeta è Di certe presenze di tensione, forse quella più bella del libro, mossa da un’intensità senza confronti, nuova, dove la metafisica e la quotidianità si bilanciano nella ragione, nella fermezza della parola.
Come scrive Maurizio Cucchi “in quelle poesie circola qualcosa di misterioso, che si condensa, si raggruma, in versi di un’asciutta fisicità scandita che esprime la difficoltà dell’essere”. Proprio questa difficoltà, questa malattia rendono il verso arioso e presente.
“Baci. Ma nell’aria c’è una/ malattia dell’Essere: la chiami/ noia per ripetermi e quindi/ evadere ogni possibilità di offesa./ La chiamo “mondo” e, rinnovandomi,/ c’è questa splendida facoltà di intesa”.
Piccoli racconta di un mondo fermo, riscritto con estrema forza e chiarezza; la base è una metafisica del guardare, del credere nella poesia come realtà altra, realtà profetica e vera. Ancora Cucchi parla di “verità messianica”, intesa come motore per l’oltre, dove il dio e il poeta sono gli esseri esclusi per eccellenza, gli esseri creativi, che possono andare verso qualcosa di oscuro che tace e sedimenta nell’abisso dell’animo umano.
Allora solo la parola, solo il creare, potranno far parlare, riscoprire i veri segni, i simboli della vita e del destino di ogni uomo. “Il figlio e il dio sono sospetti:/ l’ateo del sentimento naturale/ scopre errori di cifra: si confida/ l’amico penitente, chiede un aureo consiglio./ Ma il viaggiatore conclusivo che l’ascolta, non l’attende, e si muta nell’anonima gente”o ancora una metafisica/ filosofia rinnovata che cresce nell’apertura costante del mondo, nella verità ricevuta, in quel vero vento, dietro quel velo: “Sinché resista questa scorza/ d’uomo, sin che la polpa/ non s’asciughi, apri/ la finestra sul mondo:/ perché di te sia inconsumabile/ il vero vento e la reale rosa/ bianca, dell’uno e dell’altro/ bimbo, di quelli che reggono/ il velo di Ecce Homo”.
Un’ispirazione profetica, iniziatica, che porta la conoscenza dei misteri della vita, dalla fonte da dove può sgorgare ogni cosa, alla veste, sudario di ogni sensazione, di ogni probabilità. Solo dopo aver saputo, dopo aver conosciuto la natura umana, l’uomo, il poeta, può essere di nuovo libero, solo, fuori dalla terra, unico creatore di un mondo di messaggi: “Questa fonte che lava la mia veste/ ora tu la conosci, la devi consacrare:/ e la fede tenuta alla massa della roccia rupestre/ tu la devi svuotare nell’abisso:/ in quel frastuono dell’acqua che non s’imbriglia/ tu saprai di te stessa, mi ricoglierai/ quando avvertendo il passo sino al punto,/ al primo attimo io colga una fossile conchiglia./ Tu traversando lo spazio che ti allegra/ saprai di me, della natura umana./ Ed io che allora uscirò di terra/ mi farò la mia tana e la mia vela”.

Le prime poesie di questo libro sono tutte da scoprire nei minimi dettagli: lanciano un’offerta invitante di essere lette; spingono i gradi di separazione al limite massimo. Questi versi si ascoltano in perenne pulsazione, come se mostrassero una realtà inondata di segni e ammonimenti: “Separati da un muro, l’idiota/ e l’angelo scrivono lo stesso poema,/ per venticinque anni, con grazia/ di arguzie e senno squisitamente/ demoniaco. E la stessa farfalla/ entra e esce, per ricapitolare/ la storia dei suoi voli: ma quelle/ folte rase sopracciglia dell’idiota…./ e quel verso di gufo/ che gli angeli atterrisce….”.
E ancora, la descrizione di una grazia unica e vera, un contagio che si deve muovere verso la scoperta; l’amore deve passare per altre vie ora più che mai.

Il poeta è custode della doppiezza del mondo: “Perché la grazia sia verde,/ e sia verde il contagio, avvicinati:/ io spalmo di olio le tue mani./ E per andare lontano, più lungi,/ sarò amante del dolore cristiano”.
Per questo l’amore in Piccoli raggiunge i limiti della classicità, sposandoli alla piena modernità: Ofelia, Orfeo, Narciso…,non sono solo simbologia e personaggi della mitologia, ma riescono a costituire un’attesa nel quotidiano, un riflesso taciuto e pronto per gli amanti. Ogni tempo è il nostro tempo, compreso quello di Giuseppe Piccoli: “La lebbra contro il cielo,/ la fame dentro il fuoco,/ la neve sopra la notte./ Rifinito profeta,/ fosco e tinto,/ scolpito in una ragione/ di ladre buie;/ dopo la santa colpa,/ la carne pura di Narciso/ mendica la sua puerizia./ Un palazzo di insani/è questo caffè d’inverno/ senza Ofelia”.

Le poesie tratte da Foglie. Dodici poesie sono connotate da una forte ricerca di sicurezza, nella natura, nella mite vita delle foglie, simbolo di unione e amore per la donna amata, ricercata, ascoltata nel desiderio di non esporsi, di non dirsi; in questa breve raccolta vige la regola del raccoglimento, dove la poesia di Giuseppe Piccoli sembra rilassarsi per prendere altre forme. Si delineano e sembrano prendere una “morbidezza ambigua” come scrive Maurizio Cucchi, che allenta e smuove il testo: “Come fosti figlia/ dell’azzurro e di me/ ora sei foglia/ che si assottiglia/ levigata dal vento/ che ti rovina/ nelle stanze delle maschere/ dove la porta è ferma/ come tronco d’albero/ e dentro la sua luce/è intera nera”. L’ostacolo è presente e l’attesa perenne non può essere che una promessa, un avvenire, un’ideologia dell’ascolto, verso la cosa amata: “Eri volto che recava/ al mio saluto che ti annota/ nel taccuino del tempo/ di gravi fogli-foglie/ e ti consona e ti danza/ oltre la porta segreta/ nella temuta stanza/ dove il sogno ti aspetta/ e gioventù non trema/ di ore e giorni fissi/ in un bussare alla fronte/ come un libro di chiesa./ Ma ora la tua vita è chiusa/ e la mia senza casa”.

In Chiusa porta della chiusa poesia ritornano i temi chiave della poesia di Giuseppe Piccoli, l’appuntamento metafisico con la donna ricercata, temuta come nemica ed eterna presenza irrisolta: “I capelli li dipinge lei: poi/ ci penserà il vento a denunciare/ l’ora dell’appuntamento metafisico./ E ci sono i cammei, e la toilette/ è fornita sempre di asciugamani,/ di profumi, di rivoltelle. Sei/ la nemica del tempo più breve:/ quella che non un nastro colorato/ vuole, ma tutta la collina tutta/ quanta intera di frutti”.
Ancora una volta è il poeta che conosce, che custodisce la chiave per un altro mondo, quello sbilanciato dell’immaginazione, della forma perfetta degli alfabeti, dove si nasconde costantemente la parola, la poesia stessa, dove l’offerta del poeta al mondo è totale e unica, dove il poeta stesso rappresenta il volto nuovo, l’uomo nuovo, l’Ecce Homo atteso da tanto: “Ma per chi non ha strada/ c’è la caverna dove un muto infante/ si rifugia chiamando il padrone:/ non scesi con la lampada nell’antro/ né vidi i morti fare all’amore,/ né pensai a mia madre china al cucito/ né sorpresi il maestro che disegnava alfabeti./ Ma l’angelo che il fanciullo custodisce/ era il mio seno nella casa segreta:/ io ero la chiave e l’oltremondo/ mani e piedi e bocca offerti al sacerdote.”

Le ultime due parti del libro Reale è l’altro e Inediti vari, usciti sulla rivista Poesia, a cura di Arnaldo Ederle, vengono qui riproposte in chiusura del libro; corrispondono ad un periodo inedito della poesia di Giuseppe Piccoli, anche se non riescono forse a raggiungere l’altezza della maggior parte dei testi delle altre sezioni del libro, sono sempre impregnati di una lingua nuova: “Il dono disperato della vita/ ti siede accanto, fanciulletta amica./ Così non sia per te/ il pianto delle cose,/ o mia nemica”.

C’è quasi un’impossibilità di riuscita nel descrivere un’opera poetica così particolare e piena di significati, doppi e stranianti. Non ci sono risposte precise e nemmeno nessuna ragione di vita o di riuscita; per questo restano solo le parole delle sue poesie, che forse spiegano il mistero stesso e la tragica vita di questo poeta.
La biografia di Giuseppe Piccoli non chiede, è una traversata nella poesia più vera e profonda, un istante di attesa che si propaga continuamente e non smette di esistere; manda segnali a ogni nuovo lettore che è pronto a calarsi con rispetto e responsabilità in una poesia così forte e unica.
“Verrà il colore dell’ombra/a darci pace e giustizia d’anima:/ lo sento che verrà, e sarà/ più che una biga con tanti cavalli./ Né io vile sarò: sarà un segno/ trovato nel libro tre volte aperto,/ per tre volte chiuso, quando al Signore/ tocca d’ungere d’olio il capo:/ e la grazia d’un baleno su di noi,/ sulle nostre parole temendo dette/ sulle impaurite parole che non si fanno”.

 

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Apertura del Fondo Librario di Poesia Contemporanea presso il Centro Libellula a Morlupo (RM) (post di Natàlia Castaldi)

domenica 30 settembre, alle ore 17,00
si inaugura

IL CENTRO LIBELLULA

e l’apertura alla consultazione del

FONDO LIBRARIO DI POESIA CONTEMPORANEA
raccolto dall’Associazione Culturale PoEtica
presso la nuova sede sociale in via San Michele, 8 Morlupo RM
con il patrocinio gratuito
di Biblioteche di Roma e del Comune di Morlupo

Sito dell’associazione PoEtica web http://associazionepoetica.com/ e mail associazionepoetica@gmail.com

_____________________________________

Skype viviana.scarinci
http://vivianascarinci.wordpress.com/

mob 333 2045759
_________________________________

ASSOCIAZIONE PoEtica
Fondo Librario di Poesia Contemporanea
info associazionepoetica@gmail.com
http://associazionepoetica.com/
____________________________________________
CENTRO LIBELLULA
Servizi per il lavoro e per la cultura
Via San Michele, 8
00067 Morlupo Roma
info libellula@libellulaservices.com
sito http://libellulaservices.com/

Premio Nazionale Opera Edita – Rosa d’Eventi – Isola di Ustica 2012 (post di Natàlia Castaldi)

Premio Nazionale Opera Edita

Rosa d’Eventi

Isola di Ustica 2012

Organizzato da

Associazione culturale “La Rosa d’Eventi Ustica”

 Associazione culturale Teke

 Libreria Libra

Associazione culturale PoEtica

con il Patrocinio del

Comune di Ustica

Premio articolato in tre sezioni per Opera edita

Sezione  Comics

Sezione Narrativa

Sezione Poesia

Presidenti di giuria
Lele Crognale, Monica Maggi, Viviana Scarinci


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PREMIO ASSOCIAZIONE TEKE
COMICS EDITO 2012

giuria

Veronica Boin, Lele Crognale, Cristina Masoni (Neko)

Al Premio si concorre con un comics edito, pubblicato tra il 2010 e il 2011. Inviare a TEKE EDITORI, Via Pietro della Valle 2, 00193 Roma

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PREMIO LIBRERIA LIBRA
NARRATIVA EDITA 2012

Al Premio si concorre con un’opera di narrativa di autori italiani e stranieri edita in Italia tra il 2010 e il 2011. Inviare a Libreria Libra, Via San Michele 63, 00067 Morlupo RM

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PREMIO ASSOCIAZIONE PoETICA
OPERA EDITA DI POESIA 2012

giuria

Arnaldo Ederle, Antonella Pizzo, Viviana Scarinci

Il riconoscimento verrà assegnato dalla giuria a un testo di poesia edito in Italia tra gli anni 2010-2011. Gli autori che invieranno la loro opera oltre a partecipare al Premio parteciperanno alla costituzione del Fondo Librario Nazionale di Poesia contemporanea che l’Associazione PoEtica sta raccogliendo come sua finalità statutaria. La scelta della giuria verrà giustificata da un’ampia riflessione critica sul testo. Inviare specificando la sezione a Associazione PoEtica, Via San Michele 63, 00067 Morlupo RM

COME SPEDIRE LE OPERE AL PREMIO

Spedizione per posta tradizionale, fa fede il timbro postale. Le opere vanno inviate entro il 31 marzo 2012 in tre copie, all’indirizzo della sezione a cui si intende partecipare. Nell’invio dovrà essere indicato il recapito, la nota biobibliografica, l’indirizzo e-mail e il telefono dell’autore.

CERIMONIE E PREMIAZIONI

La premiazione avverrà nel corso di un evento multimediale che si svolgerà nell’ambito di due serate. La prima il 22 Giugno a Roma presso il “Giardino Parioli” Via Antonio Bertoloni 3/b in cui la Giuria del Premio proclamerà il vincitore di ciascuna sezione, la seconda il 4 Agosto nell’Isola di Ustica- Palermo, organizzata dall’Associazione “La Rosa d’Eventi – Yacht & Fishing Club” presso la propria location, dedicata alle vincitrici opere  e ai loro autori. I vincitori e un loro accompagnatore, riceveranno in omaggio il viaggio  Roma-Ustica a.r., dall’Associazione Culturale TEKE, ed il pernottamento nei giorni 3 e 4 agosto, offerti dalle strutture alberghiere locali, sponsor della manifestazione.

L’evento coinvolgerà musicisti, scrittori, poeti, giornalisti esponenti di siti web e riviste specializzate.

 L’esito del concorso sarà reso pubblico solo nell’ambito della sera del 22 giugno e successivamente in tutti i siti degli organizzatori.

 Segreteria organizzativa del Premio: Libra PoEtica – Via San Michele, 63, Morlupo (RM)  – tel. 06 9071120

 Sito ufficiale della manifestazione: premiorosadeventi.wordpress.com