viviana fiorentino

Poesie da “In giardino” di Viviana Fiorentino

Viviana Fiorentino, In giardino, Controluna edizioni, pp. 72, euro 9,90

 

Inverno

Zähle die Mandeln,
zähle
Mohn und Gedächtnis, Paul Celan

E forse questo è inverno,
il giardino straniero
annaffiato di pianto e sangue.

O forse terra di destini
tra le macerie del secolo,
o le mandorle e il tempo,
che ora sguscia
ancora fuori
e lo sforzo di rifare e tornare
del ramo di susino.

Tu mi dici che la corona
è rosa, è tempo che riarde
nella catasta di legnetti.

E io ti credo, ancora
e aspetto il tempo
che torni dentro il guscio.

Di nuovo io ti credo,
anche se poi esco e vado
a cercare se il cielo
è integro tra i rami del susino.

E tu mi dici e io ti credo
che la pietra diventa fiore.

Allora io conservo quel fossile,
l’ammonite muta,
la voce fedele ed esile,
di un mare come in tasca.

E io ti prego e vado fuori,
nel giardino straniero,
e per la rosa
quest’inverno
e pianto pietre
che si faranno fiori.

E forse sarà ancora l’inverno
il battito sepolto
che odora eterno
sotto
di noi
ingenui tra mura di gelo.

 

Venezia

Tra queste pietre che affondano in acqua,
cianofite e patine algali,
in un buio di madre e strade
camminiamo tra budella di pietra
arcane come il cuore umano.

E questo è il sogno tu mi dici
e la pietra che vedi
che dall’acqua ora emerge
sfinita.

E quel che senti non sai
se da verdi escrescenze
marine
o da labbra d’oro e d’oblio
proviene.

O forse è acqua lo specchio in te,
dilaga e inonda,
occulta cupa l’onda immemore
del tuo niente.

 

Neve

Poi arrivò la neve, portai in stanza
la lettera, chiamai la gatta in casa,
ogni parola misi
al riparo,
la coltivai nel cavo della gola.

Chiuse dentro le sillabe trattenni
come semi che aspettano di aprirsi,
per un colpo di vento,
per un raggio di sole,
una domanda.

 

Ogni cosa

Ho scoperto che
i fiocchi di neve e poi i loro nomi
nella lingua straniera
sono le paillettes nei tuoi occhi.

Sono anche, per esattezza di tempo,
un nome scritto nell’aria di marzo.

Comunque sono gli anni
fra me e te, i gesti che più non ritornano,
ormai disfatti in una luce nuova.

E questa poi forse è la misura,
gli anni lasciati indietro nella neve
e questi fiocchi che io adesso inghiotto.

L’andare oltre il pianto,
giungere a questa gioia,
unica o muta,
che tenace rimane
e nasce nel colore di ogni cosa.

 

Damasco II

In una sera di giugno tu e io
in piazza guardammo il sole al tramonto,
la torre in alto bucava l’azzurro.

Con la tua voce di rosso che brucia
nella città della seta, dicesti,
ci saremmo un giorno, tu e io, incontrate.

*
Poi gli anni trascorsero silenziosi,
attendeva la città delle spezie
quel nostro viaggio per vecchie strade.

E noi non ci accorgemmo,
tra mie indecisioni
Meridiani erano rete del tempo.

*
Vedemmo il sole tramontare ancora,
portò tutto dietro l’orizzonte.

La tua voce di rosso,
le mie mani incerte,
i Seri che cardavano
con un piccolo pettine
sottili fili, sete,
Palmira e Petra
ignoti occhi, Oriente
dedali,
e luci e spezie e cose
tra i templi nei mercati
e falò di profumi
labirinti di stoffe,
bambini, braccia, gambe e mani e secoli.

Gli enigmi di sorrisi sugli scisti
e sepolture antiche
negli orizzonti obliqui dei deserti.

*
Trema la terra, dicono
colonne in fumo,
ci manca il pane, dicono
sono informazioni di sicurezza
ma non è gente, dicono,
che guardi l’orologio.

*
Hanno lasciato chiusi
padre e figlio nell’auto,
per tre giorni nell’auto
morti, i cecchini.

*
Sulla strada
verso quel paese che guarda Cipro,
siamo noi adesso ferme.

*
Rimaniamo in silenzio,
oltre le acque del mare,
montagne, oltre i deserti.

*
Mi sentivi mentre io camminavo?
In città noi ci saremmo incontrate.
Ma io non c’ero più
né tu e la città che
non aveva più nome.
Uscii per raggiungerla
ma le case non c’erano,
né strade che portassero
in qualche luogo o parte.

Era tramontato il sole a quell’ora,
e altre cose aveva portate giù,
perché la notte inghiotte.

Bambini, uomini, donne.

C’eri anche tu tra loro?
Sotto calce e mattoni,
sotto il fragore delle esplosioni?

Tu mi senti mentre io ti raggiungo
sulla strada dove si carda seta
e dove si pettinano le foglie?

Mi senti, noi camminiamo all’indietro,
mentre il sole più veloce tramonta.

*
Non hanno occhi tra le macerie più
per vedere, non hanno
occhi più.

*
Aspettiamo, siamo da qualche parte,
unpronunced come sillabe
non dette.

*
Dico, vicino all’Eufrate e il Mar Morto,
poi la città dov’era?
Le montagne si sono ripiegate,
La Turchia, la Giordania,
i confini del mondo,
il tempo accartocciato,
tra te tra me macerie,
tempo,
sulla carta della vita, cos’era?

*
Il silenzio ha poi un’eco.
Dai confini di sabbia,
dove le linee non esistono,
e la memoria di me che non è me
si perde, dal deserto,
sulla via sopra il livello del mare,
dove il sole e il cielo non tramontano,
siamo rosa e spezia e sale e bambino,
siamo cosa come terra inghiottita,
millenaria anche in cielo.

 

© Viviana Fiorentino

I poeti della domenica #260: Amelia Rosselli, ah così pensavi che avresti trovato la felicità

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ha so you had thought you would have found felicity
at the corner drug-
store, and are once more deluded, o you who wait
timelessly at the fountain and are shoved
back into your own
lair. nevermore nevermore do we say upon
each division from
glory, nevermore shall we illude our senses our very
essence, that again the blood might run flesh upon the white
block. Bring in your heavy load of dry herbs bring
in your pain and keep it frozen to your own
essence, it might shind itself into
white light, if you but
dig into it.

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I poeti della domenica #259: Seamus Heaney, La penisola

 

LA PENISOLA

Quando non hai più niente da dire, guida
per un giorno intorno alla penisola.
Il cielo è alto come su una pista di decollo,
la terra non ha segnali: non c’è arrivo

Ma un attraversamento, pur sempre raso allo strapiombo.
A sera gli orizzonti si bevono il mare e i colli,
il campo arato ingoia il timpano sbiancato a calce
e sei di nuovo al buio. Ricorda, adesso,

il litorale smaltato e il ceppo controluce,
lo scoglio dove i frangenti si sbrindellavano in stracci,
gli uccelli sospesi sui lunghi trampoli,
isole galoppanti nella nebbia verso il largo.

E guida verso casa, ancora con niente da dire,
tranne che ora puoi decifrare ogni paesaggio
con questo: cose fondate sulla propria forma e basta,
acqua e terra ai loro estremi.

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I poeti della domenica #236: Amelia Rosselli, Tu con tutto il cuore ti spaventi

Tu con tutto il cuore ti spaventi
Di aria che ti scuote e ti perde;
giù per le facciate analfabete
sprigionano i sogni, il sangue
in grosse gocce che tu conti
cadere a precipizio sulle mani
ritirate dall’angoscia di sapere
dov’è l’aria cosa muove perché
parla, di mali così annaffiati
da sembrare, tante cose insieme
ma non una che si scordi quel tuo
trascinare per immense giornate
notte e sangue.

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© A. Rosselli, in Serie ospedaliera 1963-1965, Milano, Il Saggiatore, 1969 ora in L’opera poetica, I Meridiani, Milano, Mondadori, 2012

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poesia scelta da Viviana Fiorentino

I poeti della domenica #235: Amelia Rosselli, Inesplicabile o esemplare

Inesplicabile o esemplare
generosa e trita ti concedi qualche piccolo
ritorno alle abitudini.

La lingua scuote nella sua bocca, uno sbatter d’ale
che è linguaggio.

Sentì bisogno allora di innalzare, piramidi alla
verità (o il suo mettersi in moto)
.

© A. Rosselli, in Serie ospedaliera 1963-1965, Milano, Il Saggiatore, 1969 ora in L’opera poetica, I Meridiani, Milano, Mondadori, 2012
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poesia scelta da Viviana Fiorentino, che ringraziamo.

proSabato: Ingeborg Bachmann, Ondina se ne va

proSabato: Ingeborg Bachmann, Ondina se ne va

Voi uomini! Voi mostri!

Voi mostri di nome Hans! Questo nome che non riesco a dimenticare.

Ogni volta che attraversavo la radura e i cespugli si aprivano, quando i rami mi frustavano via l’acqua dalle braccia, le foglie mi leccavano le gocce dai capelli, m’imbattevo in uno che si chiamava Hans.
Sì questa logica l’ho imparata, che uno di voi deve chiamarsi Hans, che tutti senza eccezione vi chiamate così, tutti, ma in realtà uno solo. È sempre uno solo che porta questo nome, è uno solo che non riesco a dimenticare, anche se vi dimentico tutti, se vi dimentico nel modo più assoluto e totale, così come vi ho amati di un amore totale.
E anche quando i vostri baci e il vostro seme, saranno da tempo stati dilavati e trasportati lontano dai flutti di molte grandi acque – piogge, fiumi, mari – anche allora resterà pur sempre il nome che si propaga sott’acqua, perché io non so smettere d’invocarlo, Hans, Hans…
Voi, mostri dalle mani forti e irrequiete, dalle unghie pallide e corte, dalle unghie sbrecciate e orlate di nero, i candidi polsini attorno ai polsi, i maglioni sfrangiati, i monotoni abiti grigi, le ruvide giacche di pelle e le ariose camicie estive! Ma lasciatemi essere precisa, voi mostri, lasciate che vi dica una buona volta quanto siete ignobili perché io non tornerò, non correrò più ai vostri cenni né accoglierò più inviti per un bicchiere di vino, un viaggio, una serata, a teatro. Non tornerò mai più, non dirò mai più «sì», non dirò più né «tu» né «sì». Tutte queste parole non ci saranno più e forse vi dirò perché. Visto che conoscete tutte le domande che iniziano tutte con «Perché?»Non ci sono domande nella mia vita. Amo l’acqua, la sua densa trasparenza, il verde nell’acqua e le mute creature (muta sarò presto anch’io), e i miei capelli tra quelle, nell’acqua, nell’imparziale acqua, nell’indifferente specchio che mi impedisce di vedervi altrimenti. L’umida barriera tra me e me…

Non ho avuto figli da voi, perché non conoscevo domande né pretese né cautele, non avevo mire, non conoscevo il futuro e non sapevo come si fa a prendere posto in un’altra vita. Non avevo bisogno di essere mantenuta, non pretendevo dichiarazioni o promesse solenni, solo aria, aria notturna, aria costiera, aria di confine, per poter ogni volta riprendere fiato per nuove parole, nuovi baci, per una confessione senza fine: Sì. Sì. Dopo aver reso la mia confessione, ero condannata ad amare; quando un bel giorno mi liberavo dell’amore ero costretta a ritornare nell’acqua, nell’elemento dove nessuno si prepara un nido, si costruisce un tetto sopra le travi, si rifugia sotto un telone. Non essere in nessun luogo, in nessun luogo restare. Tuffarsi, riposare, muoversi senza spreco di forze – e un giorno ricordare, riemergere, attraversare una radura, vedere lui e dire «Hans». Incominciare dall’inizio.
«Buona sera».
«Buona sera».
«Abiti lontano?».
«Lontano, abito lontano».
«Anch’io abito lontano».

Ripetere sempre lo stesso errore, l’unico a cui si è predestinati. E a che serve allora essere stata lavata da tutte le acque, dalle acque del Danubio e del Reno, da quelle del Tevere e del Nilo, dalle acque chiare dei mari glaciali dalle acque d’inchiostro al largo dei mari e da quelle dei magici stagni? Le donne violente della specie umana affilano le loro lingue e mandano lampi con gli occhi, le donne miti della specie umana versano un paio di lacrime in silenzio che pure fanno il loro effetto. Ma gli uomini assistono tacendo. Passano amorevolmente la mano sui capelli delle loro spose e dei loro bambini, aprono il giornale, controllano i conti o accendono la radio a gran volume, ma intanto odono il suono della conchiglia, la fanfara del vento, e poi una volta ancora, più tardi, quando nelle case è buio, s’alzano dal letto di nascosto, aprono la porta e tendono l’orecchio scendendo lungo il corridoio in giardino, già per i viali, e ora l’odono distintamente: la nota di dolore, il grido lontanissimo, la musica spettrale. Vieni! Vieni! Una volta sola, vieni! (altro…)