Vivian Lamarque

Premio Cetonaverde Poesia: 13 e 14 luglio 2018

COMUNICATO STAMPA

Cetona, 13 e 14 luglio: Vivian Lamarque si aggiudica il Premio Cetonaverde Poesia.
Il vincitore della sezione Poesia Giovani sarà scelto dal pubblico nel corso della manifestazione

Milano, 25/06/2018 – Vivian Lamarque, con Madre d’inverno (Mondadori, Milano 2016), vince Il Premio Internazionale della VII edizione del Premio Cetonaverde Poesia, uno tra i massimi appuntamenti della cultura in Italia, che si celebrerà a Cetona venerdì 13 e sabato 14 luglio.
Il Premio ha le sue radici nella volontà filantropica della fondatrice Mariella Cerutti Marocco e di suo marito Antonio Maria Marocco per dare ai giovani poeti spazio e notorietà nell’espressione artistica. L’iniziativa è sostenuta dalla “Fondazione Antonio Maria e Mariella Marocco per la tutela del libro manoscritto e stampato” nata a Torino nel 1998. All’organizzazione del Premio, sponsorizzato dal Gruppo Atlantia, aderiscono personalità del mondo della cultura, dell’economia e del giornalismo.
Il Premio Cetonaverde Poesia, del quale è presidente d’onore Guido Ceronetti, si articola in due sezioni: il Premio Internazionale e il Premio Poesia Giovani. (altro…)

«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

‘Immagini pedagogiche’ nell’opera di Silvia Salvagnini e Vivian Maier

Credit Vivian Maier courtesy of the Maloof Collection

Silvia Salvagnini e Vivian Maier: ‘immagini pedagogiche’ dell’infanzia fra poesia e fotografia
© Alessandra Trevisan

Oggi desidero proporre l’inizio di un discorso-percorso critico fatto di comparazioni “coraggiose” tra due artiste molto distanti tra loro culturalmente, geograficamente, dal punto di vista generazionale e artistico proprio, entrambe in grado tuttavia d’imprimere quella che si potrebbe definire ‘una peculiare “verità” pedagogico-artistica contemporanea’. Non è la prima volta che su questo blog si tenta un raffronto tra due o più voci che apparentemente non hanno nulla in comune, non per legittimare un punto di vista ma per aprire al nuovo, spostando lo sguardo e/o la messa a fuoco. Desidero tuttavia partire da un dato: Vivian Maier è tra le fotografe che Silvia Salvagnini ama; questa realtà è un’intuizione che, nel 2014, ha dato inizio ad un percorso nelle parole dell’autrice che oggi prosegue con tenacia.
Propongo di considerare ora alcune parole-chiave da tenere a mente per leggere le rispettive opere e in particolare il tema della “pedagogia”; esse sono ‘immagine/i’ (che, etimologicamente, contiene la parola “idea”), ‘infanzia’, ‘bambine’, ‘osservazione’ e ‘conoscenza’.

Vivian Maier (1926-2009), street photographer statunitense scoperta postuma, per tutta la sua vita ha lavorato come bambinaia coltivando privatamente la propria arte, al di fuori di movimenti artistici e di circuiti commerciali. Tra le immagini del suo vasto archivio curato da John Maloof ne ho selezionate alcune che raffigurano l’infanzia e che vediamo nel video caricato all’interno di questo post; l’interesse si è rivolto alle bambine, ed è declinato come segue: si va dal ritratto singolo o collettivo, di fronte o di spalle di bambine anche colte nell’atto del gioco con coetanei. Vi sono bambine sole e accompagnate da adulti, spesso le madri o altre donne; di diversa estrazione sociale, dai quartieri alti ai sobborghi; bambine bianche e afroamericane; vi sono inoltre foto di manichini per abiti da bambine e bambole finite nella spazzatura, queste ultime “ricordo del gioco”, un “residuo o resto” – raramente Maier ha fotografato oggetti ma, talvolta, l’ha fatto, e sono vecchie reti, sedie rotte, etc. Siamo nello stesso “campo semantico”, dunque.
Nella prima fotografia siamo di fronte ad un autoritratto – caratteristica di Maier –, in un gioco di specchi e di volti, tra generazioni ma anche tra pedagogo (etimologicamente “colui che conduce” anche verso la/nella realtà) e infante, tra adulte e bambina, gioco che incide dal punto di vista dello sguardo così come della tecnica e della visione, della ‘composizione’, ossia del “fare uno” vero anche per Salvagnini (di questo ho trattato qui).

Maier sta conoscendo una fortuna critica notevole e un richiamo mediatico internazionale anche grazie all’uscita, nel 2014, del documentario Finding Vivian Maier. È comunque importante evidenziare aspetti plurimi di lettura della sua opera che riguardino i materiali che vi sto proponendo e il tema della “pedagogia”. Per ciò che concerne i soggetti – che ho parzialmente descritto – è Jeremy Biles nel catalogo Vivian Maier, Photographer a fornire puntuali indicazioni già nel 2011, parlando di «remarkable feel for composition». Inez de Coo in un saggio del 2016 dal titolo The Myth of Vivian Maier si pone il problema della selezione dei soggetti fotografici indicando la ‘disponibilità dei bambini’ legata esclusivamente alla professione di ogni giorno della fotografa. Ritengo però vi sia di più di questo; nel volume per Contrasto del 2015 Vivian Maier. Una fotografa ritrovata saggisti diversi indicano tre aspetti cruciali utili al nostro discorso: Marvin Heiferman parla di «desiderio di assorbire tutto ciò che c’è da vedere nel mondo» attraverso la sua macchina Rolleiflex; John Szarkowski parla di una fotografia che necessita di «non riformare la vita ma conoscerla» dal punto di vista sociale; dal contatto con il mondo, attraverso video e audio (facenti parte dell’archivio) sempre Heiferman suggerisce − citando Kazin − che Maier stava «cercando la sua voce».

Secondo una mia lettura personale dell’opera questi aspetti si direbbero “estensibili” e procederebbero verso diverse direzioni. Nelle fotografie legate al mondo dell’infanzia compaiono parimenti bambini e bambine ma, essendo lei una fotografa donna, si ha come l’impressione che prediliga il mondo femminile catturato nei dettagli e in quelli che sono i «condizionamenti culturali» di un’epoca, come li ha definiti Elena Gianini Belotti nel suo celebre saggio Dalla parte delle bambine, la cui prima edizione esce nel 1973 per Feltrinelli in Italia (nel 1975 nel Regno Unito): dall’abbigliamento alle costrizioni sociali, anche nell’atto del gioco, con ruoli definiti, tipici, che la pellicola imprime, testimonia.

Più complessivamente e complicando i rimandi, è John Berger a fornirci il “motivo pedagogico” che la fotografia di Maier porta ‘in sé’: da Ways of seeing del 1972 «Seeing comes before words. The child looks and recognizes before it can speak.» Maier è consapevole del fatto che la scelta dei suoi soggetti non possa essere né ovvia né scontata, perché durante l’infanzia ‘guardare o meglio “osservare” è conoscere’.

Tenendo a mente queste caratteristiche peculiari volgerei lo sguardo verso Silvia Salvagnini, al suo mondo di immagini e disegni, trame e molteplici messaggi pedagogici, che spinge oltre la definizione di Berger. Il parallelo condiviso con la stessa autrice considera determinanti alcuni testi che tracciano un itinerario significante dal punto di vista dello stile, del linguaggio e dei temi: L’orlo del vestito. Storie di bambine contro le chiacchiere cittadine (Sartoria Utopia 2016, già citato) è un libro in cui visivo e poetico sono speculari come in molti testi dell’autrice: da un lato i collage dei vestiti fatti da brandelli di spartiti di musica classica ritagliati, spezzettati, piegati a fisarmonica, integrati al tratteggio complessivo del disegno; dall’altro le storie delle bambine protagoniste, narrate in pochi versi. Forte è l’utilizzo della rima cantilenante un po’ fiabesca e dell’anafora; i verbi (come la Neoavanguardia suggeriva) sono significanti poiché in movimento: mutano l’esito linguistico della poesia. I corpi delle bambine sono al centro del discorso e del disegno. Dal punto di vista della composizione sono la derivazione e l’anastrofe le figure retoriche più utilizzate capaci di incidere sul piano semantico e sintattico, tipiche del linguaggio tutto di Salvagnini. Scrivevo nel 2014 sempre sul nostro blog che: «Le bambine che si ribellano alle chiacchiere cittadine (agli stereotipi anche) lo fanno con tutto ciò che hanno a disposizione, anche la scomparsa del corpo e lo strumento-parola. Salvagnini, attraverso l’incrocio di linguaggi artistici diversi coniugati tra loro alla perfezione, concorre alla restituzione di un significato: la sua è una ribellione di forma e sostanza assieme che fa stile.» Eccone un estratto:

(altro…)

Due ninne nanne inedite di Silvia Salvagnini

copyright Vivian Maier – 1954. New York. NY

Il papà mi porta a nanna

Ninna nanna della cicatrice
ninna nanna del sola a letto
ninna nanna del coriandolo
ninna di tutto il perso
dell’azzurro caduto cemento
ninna nanna del mondo
che incontri che incontro
dello sforzo che dentro

ninna nanna che ti guardo
ninna nanna che esci quando
e rimane riflesso allo specchio
il naso mentre ti aspetto

ninna nanna papà
che ti addormenti
per primo nel letto

ninna nanna che sembra
tra le tue braccia sollevato
il senso il buio il tormento

ninna che bella papà
la mano quando la dà
ninna che mi lasci sola
ma mi lasci libera
mi lasci lanciata
ninna libellula lineare
ninna come ti pare

ninna nanna papà
mi lasci atterrare
mi lasci nella terra
sperando sia viva
docile la guerra

ninna nanna papà
che ti addormenti
la sera prima di me
ninna a me ninna a te
ninna noi in insieme

se mi dimentichi a scuola
ninna nanna non fa niente
ninna nanna alle arance
alle mele alle barbie
alle sorprese alle scomparse
ai biscotti, all’autogrill
ai biglietti delle giostre

ninna
a tutto il senza regole
e a tutte le regole

*

Ninna nanna senza me

ninna nanna non lo sai
non lo sai se a me fai
meno male meno guai
non lo sai quali ferite
quali più forti farai

ma ti contenterai
ninna nanna ti gioirai
di riperdermi
pulviscolarmi
non navigare
non astronavicellarmi
non accompagnarmi?

ma ti allegrerai
di anche tu la mano
disinafferarmi
di immaginarmi
in lontananza
di rinunciarmi?

Ninna nanna del lascio andare
ninna del mi lascio abbandonare
ninna degli miei scappare. (altro…)

#Bolle (di #SamueleFioravanti)

copertina

Bolle.
Se Walt Disney scrivesse poesie in italiano

 

Se, per un gioco di affinità, i cartoni animati della Disney dovessero essere paragonati a poesie italiane – no, l’eventualità è persino troppo difficile da immaginare. È pur vero che Winnie the Pooh compare in un testo di Alba Donati (Tv, in Idillio con cagnolino, 2013) e che Raboni, com’è noto, definì Delio Tessa «il poeta che amava Walt Disney» (“Corriere della Sera”, 10 maggio 1958), tuttavia il connubio tra la poesia italiana e l’animazione statunitense non è dei più sentiti. Persino Raboni sceglieva Proust quando Patri­zia Valduga si dedicava alla lettura di Topolino.
Certo, Paolo Zanotti ambienta a Genova almeno il romanzo postumo Il testamento Disney (2013), ma proprio a Genova era fallito trent’anni prima il progetto di una Disneyland italiana (“la Repubblica. Ge­nova”, 12 dicembre 1984). Dora Markus possiede un topolino d’avorio bianco che purtroppo non è Topolino e, sebbene Dino Buzzati straveda per il buon Paperone (prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, 1968), non ha dedicato nemmeno un verso al pennuto.
La collana “Classici della letteratura Disney” ha recentemente ripubblicato tutte le felicissime interpre­tazioni a fumetti del canone poetico nostrano (l’Inferno, l’Orlando, la Gerusalemme), eppure i poeti italiani contemporanei non sembrano ansiosi di ricambiare il favore.
Sì, Anna Banti riscontrava una certa somiglianza tra i personaggi di Calvino e i disegni di Walt Disney (Italo Calvino, in “Paragone-Letteratura”, III, 28, aprile 1952), ma si trattava pur sempre di testi in prosa perché invece, per quanto riguarda la poesia, la sagoma di Topolino compare appena in un verso di Magrelli (Sul nome di un’utilitaria della DDR che in tedesco significa «satellite», in Didascalie per la lettura di un giornale, 1999) – e compare oltretutto come documento dell’«ingenuità estetica» promossa dall’immaginario cute (Carpi, Nota sul cute nella poesia di Valerio Magrelli, in “Sincronie”, XII, 23, gennaio-giugno 2008).
Lo sforzo di rintracciare qualche altro caso di interazione fra i poeti e i cartoni –fosse anche un caso isolato o magari un po’ più lusinghiero– sarebbe comunque vanificato dall’ombra lunga delle condanne pronunciate da Salvatore Settis (Se Venezia muore, 2014) e da Vanni Codeluppi (Lo spettacolo della merce, 2000) nei confronti dei parchi a tema. Disney World è tacciato non solo di esoso consumismo ma di es­sere, a tutti gli effetti, il perverso rovesciamento del centro storico di Venezia o dei passages parigini.
La prosa italiana, insomma, fa del suo meglio e del suo peggio; la poesia pressoché tace.
Con l’articolo E Topolino inventò la letteratura (“Topolino Story”, allegato al “Corriere della Sera”, 30 mar­zo 2005), Paolo Di Stefano ha rilevato quanto siano diffusi gli abitanti di Topolinia nella narrativa ita­liana contemporanea (Veronesi, Mari, Nove…) mentre Giorgio Fontana ha dedicato a Paperopoli un intervento al Festival della Letteratura di Mantova 2016. La maggior parte dei poeti, al contrario, sem­bra evitare il confronto con la Disney. Persino Guido Catalano, che pur non si risparmia nulla, ma pro­prio nulla, liquida paperi e sorci sputando su «un cazzo di film di merda di Walt Disney». (altro…)

“SCACCIAPENSIERI. poesia che colora i giorni neri”. Recensione

scacciapensieri-copertina

SCACCIAPENSIERI
poesia che colora i giorni neri

a cura di
Dome Bulfaro, Anna Castellari, Simona Cesana, Patrizia Gioia
illustrazioni
Deka (Claudio Decataldo)
Edizioni Mille Gru 2015, € 16; www.poesiapresente.it

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14 poeti, 7 medicine e una medicina speciale che sono anche le sezioni del libro; 64 poesie e tante immagini: questa è la ricetta dell’antologia Scacciapensieri edita da Mille Gru. Un volume prezioso, con istruzioni, versi e opere colorate (a cura di Deka) che trasformano un genere letterario in “cibo mentale in grado di curare”. Un volume di poetry theraphy per bambini dagli otto anni in su e del tutto inedito, in cui ogni voce sceglie con attenzione le parole, le dosa, e fornisce la propria idea di poesia come terapia. Alberto Casiraghy, Azzurra D’Agostino, Bruno Togliolini Chiara Carminati, Dome Bulfaro, Donatella Bisutti, Francesca Matteoni, Giusi Quarenghi, Marilena Renda, Patrizia Gioia, Roberto Piumini, Silvia Salvagnini, Silvia Vecchini e Vivian Lamarque si misurano con un invito non facile, un’operazione che potrebbe apparire così detta forse fuorviante perché, se di poesia scritta per i più piccoli ne conosciamo (Piumini è solo uno dei tanti esempi possibili), la poesia per “colorare i giorni neri” così declinata è cosa nuova, e stupisce. Questi poeti pare scrivano senza – o quasi mai – staccare l’orecchio dalla rima, una rima che cura nei giorni e che, proprio per la sua efficacia fonica ricorda ciò che durante l’infanzia si dovrebbe conoscere, ossia filastrocche e canti, ma anche Aforismi (cui qui è dedicata un’intera sezione “speciale” a cura di Alberto Casiraghy). Questo libro, tuttavia, si “fa” soprattutto di piccole storie, brevi trame in cui la poesia è il filo, genere eletto, propriamente riconoscibile perché ogni autore accorda il tema o i temi, dando loro corpo attraverso una struttura poetica. Ed ecco quindi che Amore (la più importante), Dialogo, Risata, Stupore, Natura, Tempo e Armonia diventano parole guida di un percorso. Il “bugiardino” ricorda come fruire delle poesie e quando, ma anche perché, in quale situazione; in quali momenti cioè sapersi servire della parola per alleggerire un certo peso del vivere. La formula pare “adulta” e, a conti fatti, lo è: perché questi testi non si rivolgono a chi è piccolo con parole “facilitate”, anzi: i poeti parlano una lingua adulta e mai semplificata che armonizza quindi due realtà, quella poetica e la realtà della vita.

© Alessandra Trevisan

Francesca Matteoni
Neve nel tuo paesaggio sono sola

Neve nel tuo paesaggio sono sola.
Osservo chi è sepolto nel tuo petto
la traccia della gioia, il mio dolore.
Dolore addormentato come un figlio.
Sei un corpo tutto chiaro di memoria.

*

Giusi Quarenghi
Ascoltami inverno

Ascoltami
inverno
non sognarti di entrare
Mi piaci sui rami
sdraiato nel cielo
disteso sul mare
seduto nel prato ma
ascoltami inverno
non ti voglio qui dentro

Se bussi sui vetri
ti soffio sul naso
Se suoni alla porta
non ti aprirò
Ascoltami inverno
non ti voglio qui dentro

Però aspettami fuori
Non andare lontano
Adesso esco io
Possiamo giocare
Mi piace trovarti
Sull’uscio di casa
sentir sulla faccia
le tue dita gelate ma
ascoltami inverno
non ti voglio qui dentro
Qui dentro è il mio cuore

Da E sulle case il cielo, Topipittori, Milano 2007

*

Bruno Togliolini
Filastrocca dei mutamenti

“Aiuto, sto cambiando! – disse il ghiaccio
Sto diventando acqua, come faccio?
Acqua che fugge nel suo gocciolìo!
Ci sono gocce, non ci sono io!”
Ma il sole disse: “Calma i tuoi pensieri
Il mondo cambia, sotto i raggi miei
Tu tieniti ben stretto a ciò che eri
E poi lasciati andare a ciò che sei”
Quel ghiaccio diventò un fiume d’argento
Non ebbe più paura di cambiare
E un giorno disse: “Il sale che io sento
Mi dice che sto diventando mare
E mare sia. Perché ho capito, adesso
Non cambio in qualcos’altro, ma in me stesso”

In Filastrocche della Melevisione, Carlo Gallucci Editore, Roma, 2011

*

Donatella Bisutti
La spina

Ti fa male? Ti ho punto?
Sono la rosa e ogni rosa,
sai, ha delle spine.
No, non sono cattiva,
mi difendo.
Tu volevi cogliermi
soffocando il mio gambo nel sudore
della tua mano,
o mettermi in un vaso a morire
nel freddo del cristallo.
No, neanche tu sei cattivo, lo so,
perdonami se ti ho punto,
volevi prendermi perché sono bella
ma devi imparare in tempo che
la bellezza ha sempre le sue spine.

Apriti Sesamo (musica e poesia nei luoghi d’arte)

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Pillole da Mantova #2 – (il mondo migliore)

A Festivaletteratura si viene per conoscere libri e autori nuovi. Non si viene sempre ‘imparati’, anzi, si viene più spesso impreparati, magari infarciti di letture estive diverse da quelle che ci aspettano qui. Mantova è un luogo unico per scoprire quali potrebbero essere le letture dei prossimi mesi; in primo luogo lo è la sconfinata bellezza dei luoghi che ospitano il festival: palazzi storici, cortili, sale concerto, teatri, che già da soli, nelle loro pietre, racchiudono centinaia di storie. In secondo luogo devo dire che merito della forza con cui certi autori arrivano al pubblico, va ai traduttori presenti agli eventi, i quali dimostrano sempre la loro attenzione e qualità nel lavoro che fanno ‘dal vivo’; la loro è la capacità di farci entrare ‘nel vivo’ della conversazione che si vede sul palco, di supportare il presentatore, di rendere piacevole un reciproco scambio di idee. Stamattina, ad esempio, incuriosita dal titolo dell’evento 70 “Il Sacro Graal del romanzo totale”, mi sono recata ad ascoltare lo scrittore olandese Tommy Wieringa, presentato da Francesco Abate e, per l’occasione, tradotto da Donata Mori. Iperborea, ad agosto 2014, ha pubblicato il romanzo Questi sono i nomi, uscito in patria due anni prima, dove ha venduto 200 mila copie. Una storia di ‘confine’ e confini ambientata nella steppa dell’Asia centrale e con al centro la vicenda di sette profughi ma dedicata, più in generale, agli erranti del XXI secolo. Anche Wieringa, a suo modo, è stato un ‘ragazzo di confine’: cacciato da molte scuole, da diciassettenne anarchico-attivista si definisce ora ‘uomo che segue l’ordine costituito’. IMG_20140905_110508Eppure il suo sentirsi borderline l’ha aiutato con la letteratura, a scrivere, e a narrare questa storia che, ricorda Abate, nonostante sia stata scritta da qualche anno, pare attualissima: «Mai come in questo momento si sta assistendo al processo di eternizzazione della migrazione», afferma l’autore, il quale è appena rientrato da un viaggio in Israele. A proposito di questa esperienza: «Pensavo e speravo che questa mia visita avrebbe portato chiarezza. Il bilancio è che mi sento ancora in una situazione difficile, dai confini assolutamente non determinati rispetto alla politica che viene perseguita da Hamas. In Israele anche le persone più illuminate fanno continuamente propaganda. Nessuno vuole parlare di politica ma, se per cinque minuti si parla di qualcosa d’altro, le persone diventano subito nervose, perché c’è questo assillo continuo. Io non penso di aver trovato risposta a questo problema eterno. Penso però comunque di riuscire a capire un po’ meglio questo mondo. Spero [anche] che i lettori possano trarre dal mio libro la stessa lezione che io ho tratto dalla mia visita in Israele: che non c’è una risposta ma una maggiore comprensione.»

20140904_112216A Mantova si vagabonda da un posto all’altro per tutto il giorno: le strade sono affollate da facce sudate, sotto la calura del dopopranzo, oggi che pare esplosa l’afa. La sagrestia di S. Barnaba è, per fortuna, uno spazio di refrigerio, dove nel 2011 ho avuto il piacere di ascoltare Anna Maria Carpi presentata da Elia Malagò. Un folto pubblico attende alle 16.00 Vivian Lamarque, pronta a leggere se stessa e Wisława Szymborska per l’evento 96. La presentazione è di Vanna Mignoli che entra sin da subito prepotentemente nei versi di Lamarque, per sviscerarne in senso e restituirlo al pubblico con quello che l’autrice ha definito “un orecchio femminile che scava e incide”, quasi in modo violento. La solitudine di bambina, il mondo della fiaba (con riferimento a Perrault), l’essere adulta-sola; e ancora, gli uomini della sua vita-autoriale: il padre [mancato quando la Vivian di Teresino (Guanda, 1981) aveva 4 anni], ma anche lo psicoterapeuta di cui s’innamora con un processo di transfert ne Il signore d’oro (Crocetti, 1986) e poi il marito assente. Ma anche i temi della morte e del tempo, quello che pretendiamo dalle relazioni umane, la gelosia, sono al centro di una lettura incrociata e analogica che comprende, oltre all’annunciata autrice polacca, anche Emily Dickinson. Lamarque accosta coerentemente ai suoi testi soprattutto alcune poesie di Szymborska: è un gioco di echi in cui la sua voce fa da controcanto a quella della poetessa polacca, come nell’ordito di uno stesso tessuto. Ad esempio, azzeccato è quello che concerne lo ‘spostamento di lutto’ (così dice la nostra autrice) di Szymborska nella poesia Il gatto in un appartamento vuoto mentre in Poesie per un gatto (Mondadori, 2013) il gatto Ignazio interroga Vivian sull’aldilà, la quale risponde “È come una specie di giardino si diventa tutti erba fiori.” “Fiori? Un fiore io? Mai!” “E perché? essere un fiore è un onore non lo sai?”.

A Mantova si vengono ad ascoltare parole che già si conoscono e si vengono a sentire parole inesplorate. Si vengono ad ascoltare autori che ci piacciono, altri che speriamo ci possano piacere poi. Di certo si viene per salire sul primo gradino di una scala impervia che è la scala dell’esperienza di ognuno di noi, e che si compone di consigli; uno azzeccato, è stato dato ieri sera da Fabio Geda, a chiusura dell’ultimo evento del secondo giorno di festival; intervistato dai ragazzi di Blurandevù sul palco di Piazza Alberti, dice: «Lasciate il mondo meglio di come l’avete trovato». Io direi: «Ricordiamoci di lasciare il festival meglio di come l’abbiamo aspettato.»

11 febbraio

cope

1963, Londra: riversa a terra, la testa nel forno a gas, al 23 di Fitzroy Road, casa un tempo di Yeats, c’è Sylvia Plath. «La casa di un poeta che amo» – aveva dichiarato – «è con me, al mio fianco. Questa è la mia torre all’ombra del faggio rosso e le sue rose sono i miei fiori. La targa azzurra alla sua memoria in alto a destra del portoncino mi ha invitata. Ho sentito che questa doveva essere la mia casa, l’unica che fosse giusta per me. Un poeta irlandese morto ventiquattro anni fa è la sola compagnia che io ho».

1996, Roma: appartamento al quinto piano, in via del Corallo, una sedia appoggiata al davanzale della finestra. Poi, il corpo di Amelia Rosselli in fondo alla chiostrina interna.
Una dose estrema di solitudine, quindi la sequenza finale: l’ultimo giorno, l’ultima ora, l’ultima fotografia dedicata al mondo.

Certo, quanti, troppi elementi contribuiscono «a fabbricare dalle sue ceneri un personaggio, quasi un mito di consumo, con scarsa giustizia per un’opera poetica destinata a reggersi splendidamente da sé, senza bisogno di puntelli aneddotici»; vero specialmente nel caso di Plath, cui queste parole di Giovanni Giudici si indirizzarono. La cronaca, quella nudità dei fatti così sorpassabile, eppure tanto capace, frequentemente, di tornare a ferire. Con la decisione di sottrarsi alla vita, i modi e i momenti scolpiti in un gesto finale, la nudità del fatto diventa emblema fossile di dolore.
Tuttavia, è davvero decisivo andare oltre la data e il luogo del corpo spezzato:

(…)

ma solo spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono (…)

Questi versi di Zanzotto legano fortemente il pensiero alle due morti, di Sylvia e di Amelia.
Come non credere al cuore di quel “non”, negazione del nulla?
Alla parola scolpita cioè, al marmo in eterno. «Lo scopo dell’artista, sia egli poeta o altro, sta tutto nel produrre qualcosa di compiuto, duraturo e immutabile», afferma Auden ne La mano del tintore.
Ritagliamo perciò ora, come fossero in indelebile memoria, questi versi di Sylvia Plath: «La donna è perfetta. / Il suo morto / corpo veste il sorriso del compimento (…)»; e di Amelia Rosselli: «(…) Era necessario alla / sua altezza morale che fosse registrato su dell’inchiostro / nero il suo fallimento. Non era necessario alla sua / bassezza morale morire».
Morire, dormire. E, lasciandosi, lasciarsi incidere nel marmo. Perché mai, veramente, di mera espressione si parla, ma, appunto, di incisione.
«Greve marmo»: lì si scolpisce, come avviene sulla pagina, quanto passa da buio a buio per ruotare poi nella mente di chi resta.
Leggiamo, in tal senso, questa poesia di Amelia Rosselli, da Sleep, anno 1955:

Well, so, patience to our souls
the seas run cold, ‘pon our bare necks
shivered. We shall eat out of our bare hand
smiling vainly. The silver’ pot is snapped;
we be snapped out of boredom, in a jiffyrun.
Tentacles of passion run rose-wise
like flaming strands of opaque red lava. Our soul
tears with passion, its chimney. The wind cries oof!
and goes off. We were left alone with our sister
navel. Good, so we’ll learn to
ravish it. Alone. Words in their forge.

Dunque, va bene, pazienza per le nostre anime
i mari sono freddi, sopr’i nostri colli nudi
tremati. Mangeremo dalla nostra mano vuota
sorridendo vanitosamente. La teiera d’argento è
sbattuta;
ci siamo liberati subito dalla noia, in un attimocorsa.
Tentacoli di passione corrono come fanno le rose
come fiammanti colate di opaca lava rossa. La
nostra anima
si lacera con passione, suo camino. Il vento grida uffa!
e se ne va. Fummo lasciati soli con nostra sorella
ombelico. Bene, dunque impareremo
a stuprarla. Sola. Parole nella loro fucina.

[trad. Antonio Porta]

Questi due anni del Novecento che continuano a girare intorno all’11 febbraio, abbracciamoli allora, con l’affetto che altre due voci femminili hanno saputo regalare.

La voce di Vivian Lamarque:

Amelia da vive
non eravamo amiche, tantomeno
nemiche, tu eri sempre
come lontana e anch’io un po’ altrove
un po’ strana, mi parlava di te Emmanuela
Tandello ricordi? ti ricordi i ricordi? Sara
se chiamavi correva come una mamma
con Mimma, Daniela, Maria Clelia,
te lo ricordi Amelia? Ti portavano in montagna,
ridevi, perché non chiamarle anche
quel giorno? perché trasformare quell’11
in giorno di marmo, in giorno di morte
di Amelia?

(e dimmelo lo sapevi quella vigilia che l’11
febbraio era anche il giorno in marmo di Sylvia?)

E quella di Antonella Anedda, nei versi conclusivi dedicati nella morte di A. R.:

Non ho voce, né canto
ma una lingua intrecciata di paglia
una lingua di corda e sale chiuso nel pugno
e fitto in ogni fessura
nel cancello di casa che batte sul tumulo duro dell’alba
dal buio al buio
per chi resta, per chi ruota.

© Cristiano Poletti