Vittorio Bodini

I poeti della domenica #374: Vittorio Bodini, I pini della Salaria

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I pini della Salaria

Attento. Ogni poesia
potrebbe esser l’ultima.
Le parole s’ammùtinano.
Comincia un insolito modo
con le cose di guardarsi
d’intendersi
scavalcando le parole
in una vile dolcezza.
Ahi, e avevo un cuore
che voleva abbaiare
tutte le notti
alla luna e alle pietre.
Sì, i cappellini d’edera
dei lampioni notturni,
le coppie che s’abbracciano
nelle macchine ferme…
Che posto troverò per voi
nella memoria,
per voi e per le colme cupole
che ammaìna Roma nell’ombra?
I pini della Salaria
non hanno pigne
da far scoppiare al fuoco,
pigne calde da mettere
nel cavo petto dei morti.

 

da Tutte le poesie, Besa editrice

I poeti della domenica #373: Vittorio Bodini, Tutto ciò che ti dono

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Tutto ciò che ti dono

Tutto ciò che ti dono
non t’interessa.
Guardi le grandi siepi
gialle,
e il ponticello senz’acqua
o la grottesca ira del pungitopo,
e pensi a un cielo più alto,
non quello su cui corrono
pattinando i miei occhi,
o le gare fra case e erba, e i gialli
e rossi dei suoi fiori.
Un contadino catafratto spruzza
d’azzurro le sue viti:
se ne tinge il vento
capelli e dita per gioco.
E non è bello? E dunque? Non viviamo
assieme da tanti anni,
e non posso sapere
cos’è che ti rattrista,
che respingi ogni cosa:
se è l’orgoglio e i belletti del piacere
o se il dispetto di non essere eterno.

 

da La luna dei Borboni e altre poesie, ora in Tutte le poesie, Besa Editrice

Laura Pezzola, L’inquilina dei piani alti


Laura Pezzola, L’inquilina dei piani alti. Poesie. Con prefazione di Plinio Perilli, Edizioni Progetto Cultura, 2017

Come ho avuto modo di apprezzare leggendo, qualche anno fa, la raccolta La manutenzione dell’anima, i testi di Laura Pezzola dimostrano che la solidità del dettato poetico non deve essere necessariamente legata a toni roboanti. Un volume intenzionalmente tenuto basso si unisce anche nella sua più recente raccolta, L’inquilina dei piani alti, a robustezza di impianto e ad ampiezza di gesti con i quali l’io lirico, “l’inquilina dei piani alti”, appunto, si china, si tende, sosta e poi riprende il percorso, ma sempre, sempre, coglie – nella forma più riuscita con il verso breve – manifestazioni di varia natura e di varie nature. La pluralità delle sezioni (sette in tutto, nell’ordine: L’inquilina dei piani alti, Mondo bello, I viaggi pretendono partenze, Il tempo non cambia, Manuale del ricordare, Se le stelle muoiono, Così sia) testimonia di un lungo tempo di ascolto e di lettura, che hanno preceduto la scrittura, la accompagnano e la nutrono; testimonia, inoltre, di un’attenzione a quei poeti, come Michael Krüger in Poco prima del temporale (del quale viene proposto in esergo alla poesia Viaggi un passaggio da Discorso del viaggiatore nella traduzione di Anna Maria Carpi) che sanno catturare e fondere istantanea dalla natura e condizione esistenziale.
La poesia di Laura Pezzola sa trovare il raro equilibrio tra semplicità dell’enunciato e densità del significato. Sapiente questa poesia, ricca com’è di richiami espliciti e impliciti alle letture più disparate. Un esempio per tutti: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore esplicita nel titolo il tributo a Raymond Carver, ma contiene, allo stesso tempo,  l’eco chiara di Lui e io da Le piccole virtù di Natalia Ginzburg.
Se magistrale è la resa di “nugoli e lantane”, vale a dire la condensazione in immagini-accoppiate di parole dalla presa fulminea e fulminante, come avviene per “il Sud” (in riferimento ai modelli, segnatamente per la Puglia catturata sia da tanti testi di Vittorio Bodini, sia da In Puglia di Ingeborg Bachmann), non meno efficace è lo snodarsi di una musica tutta originale e composta con tecnica sicura, sintassi impeccabile e una ‘ronde’ costruita sul concorrere ben progettato di figure retoriche.

© Anna Maria Curci

 

***

NEL MIO SCHERMO  

Dunque, si trovò l’oro della radice d’olivo
stillato sulle foglie del suo cuore…
(L’autopsia – Odisseas Elitis)

Forse un giorno
guardando nel mio schermo
sarò sorpresa di trovare linfa
a scorrere le arterie dilatate
a diramarsi in fiori di ogni specie
che imbrigliano le orecchie e le narici
si fiuteranno tracce di violette
che spunteranno a ciuffi tra i capelli
e visciole vermiglie  a maturare
sui fili stesi delle sopracciglia
e mani lanceolate come foglie
e piedi rivestiti di trifoglio
a contenere  impronte fortunose.

Pensavo vi attecchissero alfabeti
sorgenti di rime cristalline
parole su prati di metafore
a respirare il vento degli alveoli
e nei pressi del cuore sbalordire
con storie millenarie di brughiera
e cavalieri di reami antichi
ad infilzare streghe di refusi.

Se provo adesso
a scorrere la penna
ne scaturisce
un  grumo filiforme
un bocciolo di rosa
senza spine
un filo d’erba

un seme.

(altro…)

In Apulien, 14 – Francesco Cagnetta

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La quattordicesima tappa è dedicata a Francesco Cagnetta, nativo di Terlizzi.

Francesco_Cagnetta

Ho ascoltato per la prima volta nell’estate del 2015, tra i sassi di Matera, i versi di Francesco Cagnetta, chiari, ruvidi, diretti. La lettura, successiva all’ascolto, dei suoi inediti ha rafforzato l’impressione iniziale di un dettato sicuro che attinge a due fonti primarie: i viaggi quotidiani nelle letture amate – Vittorio Bodini innanzitutto – e l’altrettanto quotidiano duetto con un tempo storico vissuto per lo più come antagonista. Di qui l’alternanza, nei testi, di autoritratti che alla narrazione di allenamenti a un’opposizione, che si riconosce come strenua e vana, affiancano la constatazione, ridotta all’essenziale, di un’identità “disossata”,  e di precetti non privi di ironia, tutti – autoritratti e precetti – lanciati da avamposti scomodi, spogli, spolpati (il paesaggio delle Murge emerge qui, oltre che nelle immagini, anche attraverso scelte linguistiche legate a varietà di quell’area geografica), dinanzi a nemici che si sono resi invisibili. (Anna Maria Curci)

Alla mia stagione
facevano tremare i palazzi
scuotere gli arbusti di sussurri
e parole abbiette,
crocifiggere gli abissi
con la tempra della forca
e i confini della propria vigna.

Forse, che le tonache
non siano ancora dismesse.
Che il crepitio
sia del tutto indifferente
che la tenacia dei muscoli
sia rimasta sopita.

Che sia tutta colpa della foschia
frapposta tra lo sguardo ed i nervi.

*

Ho comprato attrezzi ferrosi
per allenare i muscoli
tutti i santi giorni.
Riscaldato il cuore
accelerato il battito
scandito
alle intermittenze della notte.
Ho la compostezza delle vene
espanse di bolle d’aria
che si fanno strada nel sottopelle
e nervi duri
da poter contrarre gli oceani.
Mi strozzo di fibre proteiche
ed alimenti ipercalorici
per ingrassare il temperamento
e la tenacia delle lame sottili
affilate per l’occasione.
Ho issato le bandiere di avvistamento
affinato i radar
e la percezione dell’olfatto.
Ho indossato l’armatura di frittura
l’elmetto di cartoccio
per la chiamata alle armi.

Ma qui il nemico non si vede! (altro…)

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

Vitagliano_Nota_Matera2015

Pasquale Vitagliano e Luciano Nota – “Erato a Matera”, 13 agosto 2015

Pasquale Vitagliano, Poeti del Sud: dal Meridionalismo alla poesia della “diaspora”

Scrivendo di questione nazionale e di questione meridionale, Antonio Gramsci riteneva che in Italia è mancata una cultura nazionale e popolare, perché gli intellettuali italiani sono stati o cosmopoliti, “globalizzati” diremmo oggi, o provinciali, portati a credere che il proprio cortile urbano sia il centro del mondo.
La poesia meridionale non è stata né cosmopolita, dunque lontana dalle correnti d’avanguardia e neo-avanguardia nel Novecento, e neppure provinciale, ovvero unicamente legata ad “un” territorio (come la poesia vernacolare, regionale).
Se una parola, invece, può definire la linea poetica meridionale è “diaspora” (“migrazione di un popolo”), tanto fisica, quanto intellettuale. Fisica perché molti autori hanno operato lontano dal proprio luogo di origine, intellettuale in quanto quasi tutti hanno dovuto fare i conti con il proprio territorio vissuto come limite (la leopardiana “siepe”) e dunque si sono continuamente confrontati con l’ “altrove”.
La “diaspora” ha, col tempo, dimenticato il dolore dell’abbandono e dell’amputazione, reso fertile la linea poetica meridionale, anzi vorrei dire, perché non amo le classificazione, della poesia dei meridionali. Non è un caso che il significato letterale della parola greca è “disseminare”. Il che anticipa la convinzione espressa da Dante Maffia che la poesia autentica è quella che “insemina” l’anima del lettore, portandolo a guardare il mondo con una visione rinnovata.
Prendiamo in considerazione due autori come Bartolo Cattafi e Vittorio Bodini. In entrambi la poetica risente di questo confronto permanente tra il territorio al quale si appartiene (di cui si sperimenta l’abbandono) e un “altrove” fisico e intellettuale (orizzonte toccato o solo agognato).

Da Partenza da Grenwich

 

Si parte sempre da Greenwich
dallo zero segnato in ogni carta e in questo
grigio sereno colore d’Inghilterra.
Armi e bagagli, belle
speranze a prua,
sprezzando le tavole dei numeri
i calcoli che scattano scorrevoli
come toppe addolcite
da un olio armonioso, in un’esatta
prigione.

Da Tutto un paese sorge contro un uomo

Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d’oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest’inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d’un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me » (…)

Questa centralità del limite inquadra questa breve riflessione dentro la storica “Questione Meridionale”. (altro…)

Giornata mondiale della poesia 2015: le nostre (ri)proposte

Oggi, 21 marzo 2015, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, proponiamo la (ri)lettura di alcuni nostri articoli dedicati a voci poetiche a noi care.

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. (altro…)

Reloaded (riproposte estive) #8: “Bodiniana” anno cento

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

 

 

Ma tu luna, le incognite finestre
illumini del Nord,
mentre noi parliamo,
nel fondo di quest’esule provincia
ove di te solo la nuca appare.

Vittorio Bodini

.

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Si sa, in Italia si procede per centenari, se non a volte per decennali, pur di trarre dal sempre più spesso immeritato oblio autori degni invece d’essere non solo ricordati: degni d’essere coltivati come piante rare capaci di germogliare e trasportarsi in terre nuove, e fertili, col vento dei lettori (poco più di un soffio, mi dite?).
Vittorio Bodini (1914-1970)Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) è uno di quegli autori di cui si sarebbe perso il ricordo se non fosse stato per l’azione coraggiosa e pregiata delle edizioni Besa, che con tenacia e perseveranza, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, o poco meno, ha rimesso in circolazione le opere edite e moltissimi inediti con due distinte operazioni: la pubblicazione nel 1997 di Tutte le poesie, edi­zione curata da Oreste Macrì (già responsabile delle edizioni mondadoriane del 1972 e del 1983), ossia del critico ‘blasonato’ che più si spese all’indomani della scomparsa dell’amico Bodini affinché non finisse nel silenzio; a questo volume, riedito a partire dal 2004, ha fatto seguito negli anni l’avvio della ‘Bodiniana’, collana che raccoglie le singole opere corredandole di un commento det­tagliato e puntuale a cura di Antonio Mangione. Sicché, a ben vedere, il lettore volenteroso, potrebbe facilmente recuperare i versi e le prose bodiniane, per immergervisi e scoprirne l’importanza. Im­portanza, è bene dirlo subito, che risiede nella forte connotazione meridionale, o meglio nell’attrazione verso temi del Sud. Aspetto questo che può avvicinare l’esperienza di Bodini a Leo­nardo Sinisgalli e anche al contemporaneo – ai tempi dell’esordio poetico di Bodini – ma destinato a essere postumo Rocco Scotellaro, nonché al dialettale Albino Pierro, tutti e tre, da notare, poeti lucani e non pugliesi.

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Mirano Oltre Libri & Musica, con la poesia di Vittorio Bodini e Lula Pena

MIRANO OLTRE libri & musica 2014 – VI^ edizione

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*

La sesta edizione di “Mirano Oltre”, rassegna che si svolge nel centro storico della cittadina di Mirano (VE), è senza dubbio quella con il più spiccato carattere internazionale. Lo testimoniano gli omaggi al Portogallo e all’Africa, ma anche la serata in cui il blues di New Orleans incontrerà i racconti “siberiani” di Nicolai Lilin. Ci piace inoltre ricordare come la poesia sia ormai diventata una presenza costante nella rassegna miranese. Non è poi così sottile quel filo che unisce il poeta salentino Vittorio Bodini – ricordato nel centenario della nascita e letto da Gianni Moi – a Patrizia Valduga, Wislawa Szymborska e Marcia Theophilo, protagoniste delle tre precedenti edizioni. Ad ospitare gli appuntamenti saranno i consueti suggestivi angoli del centro storico miranese, ormai luoghi–simbolo della stessa rassegna: Calle Ghirardi, Villa Belvedere, Piazza del Campanile del Duomo. A conferma del carattere internazionale che distingue anche la serata di apertura (1° luglio) dedicata al Salento – con la contagiosa pizzica tarantata del gruppo Officina Zoè, il maggiore e più noto specialista italiano di questo genere musicale – gioverà ricordare che Bodini è stato anche tra i più raffinati ed originali traduttori della letteratura spagnola. Sta suscitando molto interesse Il serpente di Dio (Einaudi), nuovo romanzo del giovane scrittore russo, ormai italiano d’adozione, Nicolai Lilin, che dopo la fortunata Trilogia Siberiana ambienta la nuova storia fra le montagne del Caucaso. Il suo racconto troverà un controcanto inusuale nel blues profondo e crudo, mai banale di Papa Mali, veterano cantante e chitarrista della Louisiana che il batterista miranese Marcello Benetti ha scovato a New Orleans, città dove vive da qualche anno (15 luglio). Di spicco la presenza a Mirano della quarantenne cantautrice portoghese Lula Pena, dalla voce roca e profonda, che scrive e canta come una poetessa (22 luglio). Con appena due dischi alle spalle, Phados (1998) e Troubadour (2010), la cantante di Lisbona è partita dal fado per andare “oltre al fado”, consegnando al nuovo millennio la sua musica nostalgica con una sensibilità poetica spoglia e disadorna, e per questo contemporanea. Simonetta Masin, studiosa di letteratura portoghese, ci guiderà, attraverso Fernando Pessoa e José Saramago, nella comprensione delle poesie musicali di Lula Pena. Dopo il Portogallo sarà l’Africa la destinataria dell’ultimo omaggio della rassegna. Le melodie ipnotiche di Blue Africa, recente riuscito lavoro discografico del duo formato dal pianista Claudio Cojaniz e dal contrabbassista Franco Feruglio, con il loro accorato lirismo, costituiranno un’ideale contraltare musicale agli Imbarazzismi – titolo anche di un libro del 2002 – di Kossi Komla–Ebri, medico e scrittore togolese, naturalizzato italiano, esponente della cosiddetta “Letteratura migrante in lingua italiana”. Sono digressioni acute ed ironiche le sue, capaci di farci riflettere con leggerezza e profondità allo stesso tempo, sul purtroppo sempre attuale tema del razzismo (25 luglio).

Martedì 1° Luglio
Giardino di Villa Belvedere
dedicato al SALENTO
Omaggio a VITTORIO BODINI letture di Gianni Moi
OFFICINA ZOE’ pizzica e taranta

Martedì 15 luglio
Calle Ghirardi
NICOLAI LILIN Il serpente di Dio
PAPA MALI & MARCELLO BENETTI
L’altro blues di New Orleans

Martedì 22 luglio
Calle Ghirardi
dedicato al PORTOGALLO
LULA PENA post fado
letture a cura di Simonetta Masin

Venerdì 25 luglio
Piazza del Campanile del Duomo
Dedicato all’AFRICA
KOSSI KOMLA-EBRI Imbarazzismi
CLAUDIO COJANIZ & FRANCO FERUGLIO
Blue Africa

Associazione Culturale Buon Vento e Circolo Culturale Caligola, Libreria Mondadori Mirano e Banca di Credito Cooperativo Santo Stefano con il Patrocinio del Comune di Mirano

MIRANO (VE)
inizio spettacoli ore 21.15 ingresso libero; in caso di pioggia presso il Teatro di Villa Belvedere *

Informazioni
www.caligola.it
info@caligola.it
https://www.facebook.com/MiranoOltre tel. 3403829357 – 3356101053

Vittorio Bodini (1914-1970): alcune poesie

Bodini-Automobile-1936

Vittorio Bodini nel 1927

Poetarum Silva si è già occupato di Vittorio Bodini poeta, con un articolo di Anna Maria Curci (qui) per la rubrica ‘in Apulien’ e un altro di Fabio Michieli (qui), quest’ultimo uscito in occasione del centenario della nascita il 6 gennaio 2014. Oggi posterò alcuni testi per proseguire nella lettura di un autore da riscoprire, ponendo brevemente alcune questioni che meriterebbero un approfondimento altrove.
Nato a Bari, vissuto tra Lecce e Roma, Bodini è una di quelle voci del secondo Novecento che ha radicato profondamente i propri temi poetici in quel Sud-patria che è la Puglia (meglio dire, nello specifico, il Salento) e da cui, come ricorda già Michieli, ha preso le distanze per tutto l’arco della sua vita. Curioso come si possa fuggire una terra entrata così prepotentemente nelle pieghe della poesia; possibile, quanto probabile spiegazione, starebbe negli stessi versi bodiniani «Il Sud ci fu padre / e nostra madre l’Europa» ricordati da Alessandro Leogrande su minimaemoralia. Un Meridione prima madre o ‘madre-prima’, cui sottrarsi tagliando il cordone ombelicale, eppure anche un Meridione-padre che tutto insegna e in cui sempre ritornare per ritrovare il senso, la strada di casa.
Salento come casa dunque, Sud come casa. Potremmo affiancare, come ricorda Michieli, le poesie degli anni Cinquanta di Bodini, ad altri autori coevi tra cui Rocco Scotellaro; mi viene da aggiungere, in questa sede, anche il nome di Goliarda Sapienza, le cui poesie pubblicate a sessant’anni dalla scrittura nel 2013 ma scritte negli anni Cinquanta (sempre Michieli ne ha pubblicato una selezione qui mentre una nota critica si trova qui) non hanno ancora ottenuto la giusta attenzione critica. Sapienza, con i suoi colori (il bianco abbacinante e il giallo), gli odori, i simboli della sua Sicilia (il sangue, il mare, per citarne un paio) si avvicina così tanto all’immaginario bodiniano da esserne quasi sorella; ricordiamo che La luna dei Borboni di Bodini risale proprio al 1952 e la seconda raccolta, Dopo la luna, al 1956. Tra i testi che oggi propongo si vedano i luoghi diversi, vissuti e interiorizzati: oltre alla Puglia, Roma e Palermo.
Ma torniamo all’accenno, molto interessante, di Leogrande, il quale mette in campo l’attività di traduttore e ispanista che Bodini perseguì affiancata a quella di giornalista: sue le prime traduzioni del Don Chisciotte, del teatro di Federico Garcia Lorca, di Francisco de Quevedo. Nell’articolo si ricorda l’epistolario ’54-’60 con l’amico Leonardo Sciascia e l’idea bodiniana di affrontare assieme la direzione di una collana letteraria per l’editore Sciascia che comprendesse pubblicazioni di autori di area mediterranea (catalani, spagnoli, portoghesi ma anche arabi), nell’intento di fare emergere la peculiare anima arabo-ispanica di quella letteratura, molto amata. Precoce e intuitivo, Bodini ricercava nel proprio lavoro la madre-Europa, madre-seconda che aveva formato la sua coscienza. Com’è entrata l’Europa nella sua poesia, dunque? Può trattarsi anche in questo caso di un’illuminazione ma mi verrebbe da dire, attraverso la vicinanza tematica, tramite un richiamo coloristico ad esempio del colore verde, peculiare della poesia di Lorca (che sicuramente Bodini conosceva); il verde è associato dall’autore spagnolo molto spesso alla ‘morte’ o a presagi mortiferi, ed è entrato anche nel titolo e nei temi della raccolta di Salvatore Quasimodo Il falso e vero verde (Milano, Schwarz, 1953) pubblicata negli stessi anni. Ma se, per quanto riguarda Quasimodo, potremmo parlare di poeta-epigono, quando leggiamo la poesia di Vittorio Bodini ci troviamo dinnanzi all’autenticità di una voce che ricerca se stessa al di là degli autori di riferimento (sempre che essi ci siano). La sua poesia sfonda il muro della connotazione regionale precorrendo i tempi, come già in Goliarda Sapienza; il Sud diventa perciò pre-testo di una dimensione vitale molto propria. Afferma infatti Michieli: «in questo apprendistato è come se il poeta avesse bruciato rapidamente un’intera tradizione, anche recente, a lui contemporanea intendo, con l’intento di trovare la propria voce», ‘voce-sola e unica’.

© Alessandra Trevisan

da La Luna dei Borboni e altre poesie (1945-1961)

FOGLIE DI TABACCO (1945-1947)

Sulle pianure del Sud non passa un sogno.
Sostantivi e le capre senza musica,
con un segno di croce sulla schiena,
o un cerchio,
quivi accampati aspettano un’altra vita.
Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe
anche un pensiero, un verbo,
con il bigio sgomento d’una talpa
correre tra due pietre.

La pianura mirare a perdita d’occhi,
senza case, senz’alberi, senza una lettera:
livello di un’assenza a cui sole si sporgono
capre o spettri di capre morte da secoli,
che brucano le amare giade dell’insonnia,
l’acciaio senza luce d’antiche spade,
quando popoli amari si scontravano
e di sangue tingevano i cieli della preistoria.

Così, se qualche giorno dal sottosuolo
un riso magro scatenato nel vento
di scirocco si stira,
ciò che all’imperturbato cielo e ai corvi
scopre la vanga
sono le dentature di cavalli
uccisi che si rammentano
che dolce festa faceva
quand’era vivo il sangue sulla pianura.

*

ALTRI VERSI (1945-1947)

Lydia Gutiérrez
Caffè Greco, 1945

Teste di serpenti dondolano lentamente
nei caffè dove a Lydia Gutiérrez
non sarebbe bastato il mantello della sua chioma
se con ogni capello avesse potuto salvare la vita d’un uomo.
Gli stucchi delle sale sempre in penombra
(dove l’ora è tappata in una bottiglia verdognola)
sono lo sconsolato limite dei suoi fasti,
il ponte miserabile ai giovani della nostra epoca,
quelli che da ragazzi giuravano non senza rossore
che la musica non era che un suo attributo.
Oh, ditemi dove abita, a quale stanza ammobiliata
io busserò schernendomi del mio batticuore,
nei giorni di pioggia in cui il giallo delle case di Roma
sembra un loro modo curioso di piangere.

*

LA LUNA DEI BORBONI (1950-1951)

Piano si staccano
i tocchi
da un orologio e nuotano
fra pioggia, vento e vetri di finestre.
Le terrazze tamburellano
come teli da tenda
e il grido dei fanciulli:«Aea!» si perde
nelle vie
come pei corridoi
d’un castello assediato.
Inverno assediatore
vecchiaia dell’anno,
mette angoscia nei sensi,
chiude il domani.

Ma lasciamo un momento questa città.
Andiamo nel sonno,
andiamo a vedere che succede.

*

DOPO LA LUNA (1952-1955)

Con la parola nu

Con la parola nu
come un bastone
trovato fra le tombe
– nudità, nulla, nuvola –
attraverso il paese semispento
nel sonno del meriggio.

Un aquilone nu
violetto vola
da una mano invisibile
all’aprile;
un’altra mano fruga
un orto non più grande di una tasca.
Smuove fascine e serpi
un coraggio d’aprile.

Minimo e non eterno,
non ha paura
di nulla e di sorridere
il piccolo nu,
spenzolandosi a volte
dalla stanghe dei carri,
o immaginando sulla secca pianura
dolci fiumi del Nord
dai nomi sdruccioli o tronchi
che verdi rive cortesemente carezzano.
Può essere in ronzio
del nero moscone,
di quelli che son detti di buon augurio,
oppure il nome d’Italia
come un rimorso,
il cauto arrampicarsi del saraceno
sulle rugose coste
o quello della luna sugli ulivi.
Numero e nucleo un equilibrio nu
sonoro e mesto in infiniti fili
attornia come l’aria
questo presente gracile ed immenso.
E quando non bastasse,
questa è la verde vasca
del solfato di rame
e lì sta il cielo
liquido e azzurro!
(chi ha creato il mondo
e le sue nere virtù
nulla ha fatto di meglio
dei colori nei campi.)

*

VIA DE ANGELIS (1956-1960)

San Giovanni degli Eremiti

Vedi come frantuma questa tromba
negra la frase, rovistando i più
oscuri ripostigli dell’amore
e del tempo? O come l’erba
effimera tremando
somiglia al suo concerto?
E tu che pensi,
funerea carne al vento viola,
persa
tra le cupole rosse mussulmane
e il pallore dei ruvidi limoni?
cosa ottiene il tuo sguardo che non sia
silenzio che si fa colore,
colore che si fa scusa mortale?

*

SERIE STAZZEMESE (1961)

La verde noia uccide

I muschi, il capelvenere,
le testoline rosse delle more,
la polla che in silenzio
muove la bocca tremula
come vana figura
che s’allontana in sogno
ogni privata vicenda
hanno disperso. Chiedersi
«a che punto sono con me stesso?»,
non ha senso.
La verde noia uccide
gli idolatrici cuori.
Scivola il sandalo
dal piede,
ghermisce la giacca
un rovo.
Eccomi divenuto
bosco. Sarò
solo un filo fra i tanti
di questo verde arazzo dietro il quale
una pastora invisibile
implora un’invisibile capra.

*

I testi sono tratti dalla raccolta Vittorio Bodini, Tutte le poesie, a cura di Oreste Macrì (Lecce, Besa, 2010). L’edizione delle poesie di Vittorio Bodini a cura e con introduzione di Macrì apparve nel 1972 nella collana Lo Specchio di Mondadori. Ampliata e arricchita nel 1983 per gli Oscar, ora è disponibile soltanto nell’edizione Besa citata.

‘Bodiniana’ anno cento (1914-2014)

Ma tu luna, le incognite finestre
illumini del Nord,
mentre noi parliamo,
nel fondo di quest’esule provincia
ove di te solo la nuca appare.

Vittorio Bodini

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Si sa, in Italia si procede per centenari, se non a volte per decennali, pur di trarre dal sempre più spesso immeritato oblio autori degni invece d’essere non solo ricordati: degni d’essere coltivati come piante rare capaci di germogliare e trasportarsi in terre nuove, e fertili, col vento dei lettori (poco più di un soffio, mi dite?).
Vittorio Bodini (1914-1970)Vittorio Bodini (Bari, 6 gennaio 1914 – Roma, 19 dicembre 1970) è uno di quegli autori di cui si sarebbe perso il ricordo se non fosse stato per l’azione coraggiosa e pregiata delle edizioni Besa, che con tenacia e perseveranza, soprattutto nel corso degli ultimi dieci anni, o poco meno, ha rimesso in circolazione le opere edite e moltissimi inediti con due distinte operazioni: la pubblicazione nel 1997 di Tutte le poesie, edi­zione curata da Oreste Macrì (già responsabile delle edizioni mondadoriane del 1972 e del 1983), ossia del critico ‘blasonato’ che più si spese all’indomani della scomparsa dell’amico Bodini affinché non finisse nel silenzio; a questo volume, riedito a partire dal 2004, ha fatto seguito negli anni l’avvio della ‘Bodiniana’, collana che raccoglie le singole opere corredandole di un commento det­tagliato e puntuale a cura di Antonio Mangione. Sicché, a ben vedere, il lettore volenteroso, potrebbe facilmente recuperare i versi e le prose bodiniane, per immergervisi e scoprirne l’importanza. Im­portanza, è bene dirlo subito, che risiede nella forte connotazione meridionale, o meglio nell’attrazione verso temi del Sud. Aspetto questo che può avvicinare l’esperienza di Bodini a Leo­nardo Sinisgalli e anche al contemporaneo – ai tempi dell’esordio poetico di Bodini – ma destinato a essere postumo Rocco Scotellaro, nonché al dialettale Albino Pierro, tutti e tre, da notare, poeti lucani e non pugliesi. (altro…)

In Apulien, 4 – La luna dei Borboni

In Apulien, 4 – La luna dei Borboni

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

Ancora sulla “triste condizione della dimenticanza” (Rossano Astremo) si sofferma la quarta tappa della rubrica “In Apulien”, dedicata all’antologia di poesie di Vittorio Bodini, La luna dei Borboni, pubblicata per la prima volta nel 1952, esattamente sessanta anni fa.
Scrive Rossano Astremo nel saggio Bodini e le struggenti inchieste, pubblicato su “Nuovi Argomenti” (n. 32, ottobre-dicembre 2005):

«Ad esclusione di “Quarta Generazione”, antologia curata da Piero Chiara e Luciano Erba sulla giovane poesia, pubblicata da Magenta Editrice nel 1954, di Vittorio Bodini non c’è traccia nelle principali antologie di riferimento sulla poesia contemporanea. Dall’antologia curata da Edoardo Sanguineti, pubblicata da Einaudi nel 1969, a quella di Pier Vincenzo Mengaldo, che risale al 1978, quando uscì nella prestigiosa collana de I Meridiani della Mondadori, sino ad arrivare alla più recente, frutto del lavoro di selezione di Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi, da pochi mesi apparsa arricchita nella collana Classici Moderni della Mondadori, di Bodini neanche l’ombra.»

Astremo menziona gli studi su Bodini di Lucio Antonio Giannone e la ripubblicazione, da parte della casa editrice Besa, di alcune sue raccolte di poesia; auspica l’interesse della critica letteraria che “renda merito a una voce che il peso del tempo ha seppellito senza giusta ragione”. Qui cominciamo con il proporre a chi legge alcuni versi di Bodini tratti dalla raccolta La luna dei Borboni, significativo punto di arrivo e di partenza per la poesia del Novecento.

 

Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado

Vittorio Bodini

Vittorio Bodini

 

da: La luna dei Borboni

La luna dei Borboni
col suo viso sfregiato tornerà
sulle case di tufo, sui balconi.
Sbigottiranno il gufo delle Scalze
e i gerani — la pianta dei cornuti —,
e noi, quieti fantasmi, discorreremo
dell’unità d’Italia.
Un cavallo sorcigno
Camminerà a ritroso sulla pianura.

.

***

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.
Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.
Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico.

.

***

Possibile che polverose cicogne
trapassino le crune dei campanili?
Che l’esatto sorriso delle astrazioni
baleni dalle velette, per le stanze
ove l’odore degli agrumi e il vento
di scirocco escludono ogni memoria?
Cresciuti fra la secca polvere e i fiori rubati
– gelsomini e garofani e polvere che dà barbagli -,
nuovi fanciulli ora tremano al buio degli anditi
ove li attira col suo caldo fiato la lasciva paura.
(Era un confine ogni albero che il treno varcava
spogliando i rami del loro fogliame di corvi,
e quel delirio d’ali nere nell’aria
arsi frammenti erano d’una lettera
che tenteremmo invano di ricomporre.)

.

***

I preti di paese
hanno le scarpe sporche
un dente verde e vivono
con la nipote.
Presso cassette vuote
d’elemosina
sanguina Cristo in piaghe
rosso borbonico;
esala un’agonia
dura dai banchi
e dai fiori di campo.
In piazza, accoccolati
sulle ginocchia del Municipio,
stanno i disoccupati
a prendere l’oro del sole.
Trotta magro e sicuro
un gatto nel Sud nero.

.

***

Qui non vorrei vivere dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.
Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d’un lento carro,
siepe di fichi d’India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c’è un ramo su cui tu voglia posarti.

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“Bodini è nato da genitori leccesi il 6 gennaio del 1914 a Bari, ma ancora in fasce viene portato a Lecce. A diciotto anni fonda un gruppo futurista. Nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Firenze, dove si laurea nel 1940. Tornato a Lecce, con Oreste Macrì, cura la terza pagina di ‘Vedetta Mediterranea’, poi collabora a ‘Letteratura’, pubblicando le prime poesie, aderisce al movimento ‘Giustizia e Libertà’ e si inserisce in ‘Libera Voce’.
Nel 1946 si trasferisce in Spagna come lettore d’italiano e poi antiquario. Nel 1950 rientra a Lecce e dopo due anni ha la cattedra di Letteratura Spagnola presso l’Università di Bari. Nel 1954 fonda ‘Esperienza Poetica’ che vive due anni. Continua ad avere rapporti stabili con il Salento, anche se negli ultimi dieci anni si è trasferito a Roma, dove muore il 19 dicembre 1970.
Bodini ha dato vita ad eccellenti traduzioni del Don Chisciotte di Cervantes, del Teatro di F. Garcia Lorca e di I poeti surrealisti spagnoli, tutte uscite con Einaudi, è autore di numerosi scritti in prosa, via via dimenticati, ma oggi riscoperti grazie all’attento lavoro della casa editrice Besa e del docente universitario Lucio Antonio Giannone, ma soprattutto Bodini è autore di pochi, ma preziosi libri di poesia.
Da ricordare La luna dei Borboni (1952), Dopo la luna (1956), Metamor (1967) e Poesie (1972, postuma), raccolta di testi uscita per Mondatori e negli ultimi anni ripubblicata da Besa. Una corretta interpretazione della poetica di Bodini si può effettuare considerando la  continua attrazione tematica del sud.
Proprio questa necessaria dimensione memoriale allontana Bodini dall’oscuro ermetismo post guerra, avvicinandolo ad una struttura in versi più vicina alla testimonianza:«Un paese che si chiama Cocumola / è / come avere le mani sporche di farina / e un portoncino verde color limone. / Uomini con camicie silenziose fanno un nodo al fazzoletto / per ricordarsi del cuore. / Il tabacco è a secare, / e la vita cocumola fra le pentole / dove donne pennute assaggiano il brodo».
Esempio questo testo della polarizzazione bodoniana tra le maglie ispide dell’oscura significazione ermetica (i primi 4 versi) e il ritmo più agile e distensivo che si percepisce nella delineazione di un ricordo ( come dimostrano i versi successivi).
Ma il sud, l’estremo lembo di terra nel quale Bodini ha vissuto gran parte della sua esistenza, è anche tema denso di tristi riflessioni e di dolori esistenziali lancinanti: « Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare; / lento piano dove la luce pare / di carne cruda / e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.// Pigro / come una mezzaluna nel sole di maggio, / la tazza del caffè, le parole perdute, / vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano: / divento ulivo e ruota di un lento carro, / siepe di fichi d’India, terra amara/ dove cresce il tabacco. / Ma tu, mortale e torbida, così mia / così sola / dici che non è vero, che non è tutto. // Triste invidia di vivere, in tutta questa pianura / non c’è un ramo su cui tu voglia posarti».
Bodini è poeta dalla sensibilità estrema, supremo cantore di un sud mitico, ancestrale, ma, nel contempo, limitante e castrante. I suoi versi sono tra i migliori prodotti della poesia meridionale del Novecento e si spera che la critica letteraria presto renda merito ad una voce che il peso del tempo ha seppellito senza giusta ragione”

(da: Rossano Astremo, Vittorio Bodini e la triste condizione della dimenticanza)