Vittoria Martinetto

Una frase lunga un libro #51: Rita Indiana, I gatti non hanno nome

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Una frase lunga un libro #51: Rita Indiana, I gatti non hanno nome, NN editore 2016,  € 16,00, ebook € 7,99; traduzione di Vittoria Martinetto

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È un mese che vado avanti così. Tutti i giorni, dopo aver chiuso la clinica, mi dirigo verso casa accumulando nomi e una volta arrivata li annoto tutti e ne aggiungo qualcuno in più. A volte, quando vado a dormire, il ronzio di tutti quei nomi, sussurrati da una voce che non è la mia, mi culla come fossi nella pancia di una grande nave. Quando chiudo gli occhi, il mormorio aumenta e disegna figura geometriche all’interno delle mie palpebre. E avanti così finché non mi addormento e sogno di aver trovato il nome, ma il gatto è morto o è scomparso e io cammino lungo una strada molto affollata, cercando un supermercato dove in cambio del nome del gatto mi diano un servizio di piatti da quarantaquattro pezzi.

Questo passaggio lo leggiamo nelle prime pagine del libro, ma è senza dubbio un passaggio chiave. Infatti, se non mostra del tutto il senso della storia, molto dice del modo in cui la storia ci verrà raccontata. Rita Indiana, giovane scrittrice caraibica, scrive così, come da dentro un sogno, come se ogni parola fosse accompagnata da una musica, da un ritmo segreto eppure riconoscibile; quello che viene chiesto al lettore, da subito, è di seguire quel ritmo, di adeguarsi. Leggere I gatti non hanno nome somiglia un po’ a ballare, somiglia un po’ a quando ti lasci andare al concerto del tuo gruppo preferito. Il ritmo di Indiana fa pensare alla gioia, anche se tutta gioia non è. La prosa Indiana, lo vediamo nelle brevi frasi che descrivono il sogno, è divertente e originale. Ironica e teatrale, piena di risata e tragedia, come sanno esserlo i caraibici e, in altro modo, i napoletani. Qualcosa del genere l’avevo trovata nel libro bellissimo di qualche anno fa,  La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Diaz (Mondadori, 2009  trad. di Silvia Pareschi), libro vincitore del Premio Pulitzer, se pensiamo al ritmo e al modo a volte grottesco, assurdo e commovente in cui i dominicani vivono le situazioni ordinarie o straordinarie, come se la capacità di gestire, manifestare o sopportare la follia fosse propria del loro DNA. Diaz scriveva, naturalmente, una storia molto diversa ma solo apparentemente più complessa. Indiana è più diretta e leggera, ma se vuoi seguirla devi ballare il ballo che avevi imparato con Diaz.

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