Vite che non sono la mia

Carrère: da che parte parlare de “Il Regno”

IlRegno

E.Carrère, Il Regno, Adelphi 2015, traduzione di Francesco Bergamasco

Come, ottimisticamente parlando, recensire Il Regno di Carrère?
Provo a prendere il toro per le corna da più lati, ma lui svicola. Potrei cominciare dicendo che, nonostante il mio mestiere, tendo ad aspettare prima di comprare un caso letterario; ma questo mi darebbe subito quell’arietta blasée che tanto mi tira da sola gli schiaffi dalle mani. Potrei cominciare dicendo, allora, che un’amica la cui intelligenza mi ha sempre portata a cose belle me l’ha consigliato, e quindi non ho potuto fare a meno di comprarlo; ma non vedo perché dovrei fare aneddotica sui fatti miei. Eppure le due cose mi già mi servirebbero a centrare un punto importante: se non avessi detto alla mia amica “ne scriverò una recensione”, a quest’ora avrei seguito la lezione degli struzzi, e invece eccomi qui.
Perché, ottimisticamente parlando, come recensire Il Regno di Carrère?
Più ci penso e meno ne vengo a capo; e meno ne vengo a capo e più mi rendo conto che io, seguace del filo di Arianna, sto ricevendo in questo modo uno dei migliori insegnamenti da questo grosso, scorrevolissimo libro pubblicato nel 2015 per Adelphi: Carrère, probabilmente, non si è imbevuto le ali di ceralacca, non ha steso un foglio in carta millimetrata, ma ha lasciato che il materiale si formasse, prima di mettersi amabilmente a passeggiare per il labirinto aspettando l’eventuale Minotauro per aggirarlo con un colpo di stiletto.
Così, ora che mi sembra di aver ricevuto un Tom Tom tra le mani, posso inoltrarmi anch’io in una recensione che sarebbe impossibile strutturare in maniera più compassata.
Il Regno non è un capolavoro, lo dico subito per non tentennare più in là. È un libro arguto, vivace, colto, forse perfino imperdibile, ma molto gli manca (e ha molto di troppo) per essere un capolavoro.
Lungo ma di snella lettura, è strutturato in quattro parti. Le due esterne fanno da cornice; sono autobiografiche, la prima racconta il breve periodo di conversione dello scrittore nei primi anni ’90, le sue giornate passate a meditare sul vangelo di San Giovanni, la perplessa condiscendenza della moglie, gli incontri, i dubbi, la fede, gli scossoni della fede, con particolare attenzione a tutti quei micro-episodi in cui la suddetta non sembrava vedere l’ora di essere messa alla prova provocandogli la ferale paura di venirne abbandonato. Incluso il tentativo di dare casa a una babysitter folle che dipingeva le pareti della sua casa con scene dell’Apocalisse, non c’è sforzo cui Carrère si sia sottratto, in quegli anni, per preservare quel barlume che tanto senso dava alla sua esistenza e tanto lo ripagava della sua gentilezza. Le due sezioni centrali testimoniano la bellezza di questo sforzo rivelatosi, uscito dalla fascinazione religiosa, inutile: l’immensa cultura, e l’immensa tenerezza, e una sottilissima capacità di critica e giudizio, nei confronti di quel periodo storico che fu l’affermarsi di una Chiesa attraverso le lotte tra i due spiriti che avevano raccolto (o stravolto) l’eredità dei primi gruppi cristiani: la Chiesa di Gerusalemme, con a capo Giacomo e Pietro, e l’utopia visionaria di Paolo.
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Emmanuel Carrère – Limonov

ère recensione ed opinioni

Emmanuel Carrère – Limonov – Adelphi 2012 (traduzione F. Bergamasco)

Nella prima parte di Vite che non sono la mia (Einaudi 2011) Emmanuel Carrère mostra con estrema chiarezza il proprio metodo di lavoro. Carrère prende appunti su una camera d’albergo, dovendo poi scrivere un racconto per un volume collettivo. «Ho annotato che la camera di una superficie di circa quindici metri quadri, era interamente tappezzata, soffitto compreso con una carta da parati dipinta di giallo. Non una carta da parati gialla ha insistito Hélène: una carta da parati che in origine doveva essere bianca e che era stata dipinta di giallo, con un rilievo che imitava un tessuto a trama larga. Dopodiché siamo passati alla boiserie, cornici di porte e finestre, battiscopa e testata del letto, dipinti di un giallo più intenso. Una camera molto gialla insomma […].» Dopodiché ci sono le interviste e la costruzione del romanzo. Venendo a Limonov e, pensando a quella descrizione di camera d’albergo, si può provare a fare un ragionamento. Immaginiamo che Carrère cominci a raccontare la storia di Limonov partendo dai propri appunti. Pensiamo al protagonista come un grandissimo Hotel con dentro stanze tutte differenti. Diverse per metratura, arredi, gusto. Stanze chic e stanze trash. Stanze di lusso e stanzette di estrema povertà. Immaginiamo  una vita che nel corso degli anni si sposti di stanza in stanza, assecondando gli eventi, spostando gli oggetti, cambiando la propria storia. Questo può essere un buon punto di partenza per raccontare Limonov romanzo da più parti considerato, giustamente, tra i migliori usciti nel corso del 2012, libro che ha consacrato Carrère come uno dei più bravi scrittori viventi. Per raccontare la vita di Limonov, lo scrittore francese non ha avuto bisogno di romanzare ciò che è già romanzo. La vita dell’ucraino Eduard Limonov è qualcosa di più di un romanzo, è narrazione vivente. Ogni stanza dell’Hotel Limonov è una città. Ogni città è un’esistenza. Teppista, ladruncolo, povero e poeta di discutibile valore da ragazzo nella terra d’origine. Maggiordomo, senzatetto, giornalista a New York. Scrittore di culto a Parigi. Ubriacone sempre.Di stanza in stanza fino all’ultima, quella che ospita l’uomo di adesso: colui che ha fondato il partito rossobruno, colui che ha combattuto in Bosnia, adulato dalle masse. Inventare un personaggio come Limonov non sarebbe stato facile ma neppure narrarne la vita così com’è stata lo è. Carrère ci riesce perché non segue la via del biografo, non quella del romanzo (perché non deve inventare), né quella del saggio. Un libro di giornalismo con lo stile da grande scrittore questo forse è Limonov. Indimenticabile. Quarant’anni di storia della Russia intrecciate a quella di un uomo che odia Brodskji e Nabokov. La penna di Carrère ci conduce di stanza in stanza e ce le fa amare tutte, anche le più odiate. Le più miserabili. Limonov è sì scrittore di culto ma è anche nazi-fascista. È un farabutto o un eroe? Carrère sospende il giudizio, lo dichiara all’inizio del libro. Il lettore sarà affascinato e molto presto dimenticherà che quella che sta leggendo è una storia vera. Preso dagli eventi penserà a Limonov come un personaggio inventato e lo amerà (anche quando lo detesterà) come succede per tutti i personaggi letterari riusciti. Di certo Limonov non è mai mediocre nemmeno nei suoi momenti peggiori. Chissà se quando scrisse La vita come un romanzo russo (Einaudi 2009), Emmanuel Carrère avrebbe mai immaginato di trovare il Romanzo russo nella vita di un solo uomo. Forse sì. Quello che certo è che la prosa di questo libro è unica proprio perché Carrère scrive come un russo (queste le sue origini da parte di madre) e come un francese messi insieme. L’altro segreto è che la storia di Limonov non è raccontata come se fosse presa da un diario ma è partecipata dall’autore, in un gioco che è come un rimbalzo davanti allo specchio. A volte opaco, a volte perfettamente lucido.

©Gianni Montieri

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recensione precedentemente pubblicata sul numero 17 della rivista QuiLibri