Visioni d'Arte

Delmira Agustini (post di natàlia castaldi)

Quando Delmira Agustini venne uccisa dall’ex marito, Alfonsina Storni, appena ventiduenne, scrisse: “Riposa del suo fuoco, si purifica della sua fiamma”, ancora non sapeva Alfonsina quanto il tragico destino della sua amata e controversa amica poeta le sarebbe stato triste presagio d’esistenza.

Delmira Agustini, figlia di emigranti italiani in Uruguay, nacque a Montevideo nel 1886, ancora ragazzina iniziò a dedicarsi alla poesia pubblicando diverse raccolte poetiche. Si sposò giovanissima, ma il matrimonio si rivelò subito un errore che la portò a chiedere il divorzio pochi mesi dopo le nozze. Nel 1914 venne uccisa dall’ex marito che a sua volta morì suicida poco dopo.

La sua poesia carnale, passionale, libertaria, sempre dissociata tra realtà e sogno la rese simbolo della lotta per l’emancipazione femminile nell’America Latina dei primi del Novecento.

Sehnsucht – Disegno di Cristina Cerminara

La miel, Delmira Agustini

 

Busca en la miel de lo sueños

Sagrada Embriaguez. Sin ceños

Se abre a ti la mar dorada.

Boga, Simbad de lo sueños!

Peregrino de una hada

Cruza climas halagüeños

Lleva tu boca enmelada

Al beso de miel del hada.

¡La suma miel! Mas tú toca

Un punto la maga boca

Y alza un dique de diamante

Entre ella y tu golosina.

-Goza la flor un instante

Y… cuidando de la espina.

*

Il miele

 

Cerca nel miele dei sogni

la sacra ebbrezza. Senza tormenti

ti si apre un mare dorato.

Voga, Sinbad dei sogni!

Peregrino di un’incantatrice

attraversa le lusinghiere terre

porta la tua bocca addolcita

al mieloso bacio della fata.

Ah miele sublime! Allo sfiorare

un punto della bocca incantata

ergi una diga di diamante

tra lei e la tua leccornia.

–   gioisce il fiore per un istante

…. facendo attenzione alla sua spina.

(Trad. nc)

Pop Art – un messaggio di isterico vuoto (post di natàlia castaldi)

Rauchenberg - Daylaby 1962
(Rauschenberg – Daylaby 1962)
.

Nel 1955, Leslie Fiedler e Reyner Banham coniarono il termine “Popular Art” che racchiudeva in sé l’insieme delle manifestazioni mediatiche in tutte le loro forme visive, che abbracciava il cartellone pubblicitario, il cinema, la musica fino ad arrivare alla studiata ed “ammiccante” cofezione dei prodotti e beni di consumo.
Il critico d’arte Alloway, nel 1960, adottò tale espressione nella forma contratta di “Pop Art” per definire il movimento d’avanguardia che, pur ritenendosi “intellettalmente colto”, andava ad esplorare le mediazioni e gli effetti visivi e mediatici delle produzioni dei mass-media, così come avevano già previsto ed intuito Fiedler e Banham.

(altro…)

Palazzo Fortuny – Venezia (tre mostre)

Qualche giorno fa mi sono imbattuto, cosa che capita assai di rado, in una meraviglia. Il museo Fortuny, a Venezia. Uno dei più bei posti che io abbia mai visto. Situato nel sestiere di San Marco, il Fortuny fa parte della rete dei Musei Civici di Venezia. Uno dei meno noti alle masse. Comunque escluso dai circuiti  turistici standard. Il palazzo fu acquistato da Mariano Fortuny per farne la propria dimora e atelier di fotografia, scenografia e scenotecnica, creazione di tessili, pittura; di tutto ciò ancora conserva ambienti e strutture, tappezzerie, collezioni: dalla raccolta dei dipinti, ai preziosi tessuti che rivestono interamente le pareti, alle celebri lampade, tutto testimonia la geniale ispirazione dell’artista, il suo eclettico lavoro – tra sperimentazione, innovazione, qualità altissima di risultato – la sua presenza sulla scena intellettuale e artistica a cavallo tra ‘800 e ‘900. Il palazzo fu donato al Comune da Henriette, vedova di Mariano, nel 1956.

(I cenni storici, in corsivo, sono tratti dal sito dei musei civici veneziani).

Mariano Fortuny ha creato abiti per Gabriele D’annunzio, Marcel Proust, Peggy Guggheneim, Eleonora Duse, giusto per citarne qualcuno. No, Madonna, no, non mi pare. Proprio Eleonora Duse ha voluto che la vestissero per l’ultimo viaggio con un abito di Fortuny. (altro…)

Frank O’Hara – Secondo i piani

Francis Russell O’Hara (1926-1966) è stato forse l’epicentro della scuola di New York. Amico dei più grandi esponenti dell’espressionismo astratto, per un lungo periodo lavorò anche al MOMA. Investito da una dune buggy mentre dormiva sulla spiaggia, è morto a soli quarant’anni, lasciandoci alcune tra le pagine più belle della poesia americana di tutti i tempi.

  (altro…)

Un dono di musica, poesia e pittura- Hugo Alfvén & Sten Selander (post di natàlia castaldi)

Hugo Alfvén – View at lake Siljan from Tällberg – 1925
L'alba dirada in piccoli arcobaleni di luce
ed è un nuovo giorno ...
.
buon ascolto.
.
- Hugo Alfvén - Summer rain -
.
*
Hugo Alfvén - Alba sul mare
.

 

Gryning vid havet - Sten Selander (Svezia, 1891-1957) 

Per una biografia dell'autore (in inglese) vedi:
http://sv.wikipedia.org/wiki/Sten_Selander 

Alba sul mare
(traduzione di Piero Pollesello)
.
La superficie del mare è lucida
come uno scudo di rame e acciaio,
ma sotto, nel profondo, la corrente è forte.
Tutto è silenzio,
come se la vita stessa fosse sepolta
sotto campi neri come la notte.
.
Sorgerà presto il sole dietro alla montagna?
Il cielo è rosso,
c’è una minaccia in quel colore.
La tempesta arriverà,
la tempesta di mare.
Quella che ruggisce, quella che ride,
che batte, così virile e forte!

*

Gryning vid havet - di Sten Selander
.
Blankt som en sköld av koppar och stål ligger havet,
men djupt under ytan går strömmen stark
Allt är så tyst, som om livet själv låg begravet
under de nattsvarta åsarnas mark.
.
Stiger ei morgonen snart över bergen?
Himlen är röd, det är hot i den vredesrodnande färgen.
Stormen skall komma, stormen från havet
Stormen som skratta, stormen, som slår,
manligt, härlig och stark. 

*

Lirica musicata da Hugo Alfvén (1872-1960) per coro maschile

*

Per conoscere la pittura di Hugo Alfvén cliccare QUI

*

E questa cos’è? LA SCUOLA PUBBLICA privata di ogni risorsa!

Andrè Beuchat – Gli eletti

Inchiesta sulla SCUOLA PRECARIA, non dei precari o degli allievi o dello Stato. A quale STATO interessa lo stato DI INDIGENZA della scuola PUBBLICA? Il video è di RAI 3- L’inchiesta è stata fatta all’interno del programma PRESA DIRETTA ed è chiaro dove sta la differenza. La retta va bene ma…la rettitudine è una caratteristica geometrica o una qualità etica? E chi fa veramente missionariato?

Guardate e …poi chiedetevi quanto è vasta… la miseria? l’africa? falso in atti d’uffico dei mi(ni)steri?

video:La scuola fallita

Si prega di leggere anche le categorie sotto cui ho registrato il pezzo!

E’ un poema!

Giovanni Catalano – Natura morta con bicchiere e limone

Roy Lichtenstein, Still Life With Glass and Lemon (1974)

Supponiamo per un istante
di essere cambiati, di essere
uomini nuovi o migliori.
Una mostra antologica
su Lichtenstein che per una volta
fa il punto su tutto e tutti.
E andiamo insieme
che ci sentiamo meglio
ma soltanto se ci ripetiamo
che dell’immagine conta
più la sua riproducibilità.
Prendi una pietra
ad esempio
che se esiste è soltanto
perché ce ne saranno migliaia
di pietre come queste.
Le canne nel canneto,
gli uccelli migratori.
Tutti capiscono di cosa
stiamo parlando e forse
se ne ricorderanno.
Ma noi – ciò che ci distingue
dagli animali – non è sapere
usare uno strumento.
Se molte specie di scimmie
rompono una noce durissima
battendo una pietra
sopra l’altra e alcuni corvi
tengono col becco
una cannuccia di legno
per stanare le larve.
Solo l’uomo moderno
uomo o donna, naturalmente

con ogni gradazione
se sa usare uno strumento
per realizzare un altro strumento
si dice “nuovo”. Forse, migliore.
Così una sera, abbiamo preso
ad affilare una lancia
con lo spigolo scheggiato
della pietra che è caduta
qui per caso. E per un istante
ci sentivamo meglio.

 

Giovanni Catalano, inedito (2010)

(…)

L’arte è l’invocazione angosciosa di coloro che vivono in sé il destino dell’umanità. Che non se ne appagano, ma si misurano con esso. Che non servono passivi il motore chiamato “oscure potenze”, ma si gettano nell’ingranaggio in moto per comprenderne la struttura. Che non distolgono gli occhi per mettersi al riparo da emozioni, ma li spalancano per affrontare ciò che va affrontato. E che però spesso chiudono gli occhi per percepire ciò che i sensi non trasmettono, per guardare al di dentro ciò che solo in apparenza avviene al di fuori. E dentro, in loro, è il moto del mondo; fuori non ne giunge che l’eco: l’opera d’arte.

A. Schoenberg

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Cantucci – selezione di inediti di Carla Bariffi (post di natàlia castaldi)

Svelami l’occhio
premuto dal palmo
le mille conchiglie
– la sabbia –
che sfugge il suo suono.

*

Ti sorprende – e sei solo –

la paura

e nel buio ti rimescola la carne

ogni simbolo ti scoppia

dentro un petto senza spazio.

 
 

 

Elio Copetti – http://elio3.splinder.com

 

*

Banalità del bene

leccarsi le ferite

spurgare una forma

– accondiscendere –

La rabbia permette lo sputo

coscienza più tenera

sotto.

*

Ocra

dal fuoco della lingua

caratteri neri, le sfumature rosse

composta scompostezza del taciuto

elevazione d’ossa, la falda nel tumulto

– il gambero è sommerso – 

 *

Elio Copetti

*

L’urgenza

di scrivere scriverti adesso

l’urgenza di dire

– le cose –

Le parole fuggirebbero

se solo…

L’orecchio disegna

la debole curva del suono

s’inclina – lingua nella sua cavità –

entra piano.

*

Il guizzo del bicipite

lucido disteso abbraccia le ginocchia

lo sguardo sta dietro

la pelle,

la nuca che mostra il profilo

cartilagine perfetta dentro il cerchio

percorrere la forma,

percorrerti la linfa

– nudità dimora in arte –

 

Raccoglierti così. *

Elio Copetti – Mela

*

Sgranare i rosai

sgranare dai semi la rosa

che riempie i rosai.

le rose dei rossi rosai

– rinvenire –

 

(bellezza dei rosai).

*

Cola

gronda e cola

– imprendibile –

orchidea nella mente

geometria dentro il collo.

Slegami e lega!

quei nodi che poi

non sai slegare.

 

Nel rantolo la bocca non si asciuga.

 
 

 

Elio Copetti

*

 

In simboli scomponi le mie trame

rotondità contenute

nell’azzurro del tuo palmo.

Le dita sanno

la traccia in goccia d’anima sul dorso.

*

Intingi nel profilo le tue dita

che gusto ha

la grazia?

*

S’infila

inclinato nella cruna

questo senso d’impotenza

questo grumo aggrovigliato di distanza.

 
 

 

Elio Copetti

 

*

Imbastire

lungo i fili della vite i tuoi pensieri

nei tratteggi dove sostano le dita

– fare piano –

quasi fosse un alfabeto.

*

Nella eco senza fine

senza posa

la natura che procede

indifferente sà

l’animale si nasconde

nel silenzio

e nel silenzio osserva.

Così vorrei che fosse

lontano dal risucchio delle voci

 

[lontano ma dentro].

*

Attingere

la forza oltre misura

da dove il mare freme

– l’odore nell’aria ha un sapore –

*

Polifonia

questo sentire

il suono bianco alzarsi,

la mano – calda – entrare.

 
 

 

Elio Copetti

*

Ridonda

sulla pelle con urgenza

domanda in simbolo schiusa

– accogliere un silenzio –

 *

Le chiazze

si spargono ampie in ampi disegni

sul lago gelato, d’estate

– incontro di guglie –

*

Lamponi

inaccessibili tra i rovi

osservano osservo osservarmi

– la mia fame –

 

Carla Bariffihttp://chapucer.splinder.com/

___________

Le immagini utilizzate come controcanto ai versi di Carla, sono state “rubate” all’artista Elio Copettihttp://elio3.splinder.com

Il legame di stima ed amicizia che mi lega a Carla ed Elio, ha permesso questa bellissima sinergia poetica, che va oltre un post, un blog, le parole.

n.c.

 

Dal bacio alla morte – viaggio attraverso un quadro (post di natàlia castaldi)

È il primo bacio, quel magico contatto di labbra a dare le risposte all’attesa amorosa: un gesto semplice, carico d’aspettative, denso di delizie, ma anche naturale, arcano, intimamente istintivo … le labbra si sfiorano, assaporano la pelle dell’amato/a parlano e rispondono al mistero della passione, della fame e dell’amore.

Freud diceva che “il bacio è, per animali ed esseri umani, portatore di cibo: se non baciamo chi amiamo, a livello simbolico gli togliamo un nutrimento fondamentale, il nutrimento dell’anima”. Secondo la sua teoria impariamo l’arte del bacio appena nati, al primo contatto col seno materno, alla prima suzione, e quest’arte si affina, si arricchisce nell’esperienza del nutrimento. Per quanto poco poetico possa apparire, anche gli uomini svezzavano i loro cuccioli nutrendoli attraverso il contatto delle loro bocche. Quando non esistevano pappette preconfezionate, omogeneizzati e liofilizzati, le mamme svezzavano i pargoli passando loro il cibo da bocca a bocca, così come nella migliore tradizione animale. L’atto della “suzione” e del “tastare” con la lingua il capezzolo materno durante l’allattamento corrispondono dunque esattamente al reciproco nutrirsi degli amanti nell’atto di baciarsi.

Il bacio acquista quindi un ulteriore senso carico di ancestrali valenze: esso è “nutrimento” di cui fruire e da donare all’altro, offrendosi nella morbidezza delle labbra congiunte, ma anche abbandonandosi consapevolmente vulnerabili ai denti ed alle fauci dell’altro in segno di fiducia e reciproco scambio.

 

G. Klimt – The dancer

 

Gustav Klimt esplora la psiche femminile nella vasta complessità delle sue pulsioni recondite, le donne di Klimt sono sensuali, morbide, dominatrici soggiogate dal proprio stesso istinto.

Gli occhi spesso semichiusi, le labbra rosse semiaperte al respiro, al sospiro … sono icone conturbanti, dall’aspetto pienamente e maturamente pronto al piacere dell’eros, ma ancora cariche di un’aura adolescenziale: eros e purezza commiste in uno sguardo, nella piega del collo ricurvo, nell’atteggiamento d’attesa ed offerta espresso dal linguaggio del corpo.

 

G. Klimt – Il bacio

 

Nel Bacio, Klimt, fa un passo in avanti, descrivendo l’eros non solo come istinto al piacere, al nutrimento sensoriale, ma come abbandono di due esseri l’uno nell’altro e le due figure appaiono fondersi in abbraccio.

L’uomo è proteso in avanti, virile nell’atteggiamento protettivo e teneramente possessivo nei confronti della donna che gli si offre totalmente. La loro unione acquista una valenza spirituale quasi mistica: l’atto fisico trascende in totale corresponsione, sublime unione. La donna non è qui rappresentata come solitaria e ammaliante seduttrice quasi irraggiungibile, icona di passione e desiderio, al contrario essa è attrice compartecipe d’uno scambio di sensi sinuosamente intessuto, condiviso. I corpi degli amanti sono uniti in un tutt’uno privo di dettagli realistici, le loro vesti sono tuniche geometricamente “intagliate” secondo quel gusto tipicamente klimtiano per i costumi ed i decori della tradizione giapponese: gli unici dettagli fisici pienamente definiti sono il volto degli amanti e le loro braccia. I decori geometrici delle vesti sono allusivamente simbolici, con chiari richiami alle caratteristiche sessuali degli attori: la veste maschile appare decorata con figure geometriche verticali, al contrario la tunica femminile è ornata di ricami circolari che alludono palesemente ai genitali femminili.

Sullo sfondo prevale l’oro bizantino, ad indicare l’assenza del tempo nella misticità sublime dello scambio amoroso, che vede i due amanti inginocchiati su un terreno che si stende ad essi fiorito quasi a simboleggiare la fertilità del loro incontro. Tuttavia, rintracciamo nell’idillio del dipinto un altro forte elemento simbolico: la coppia strappata al tempo dalla sublimazione dell’amore, si trova a ridosso di una voragine che rimanda fortemente al tema della caducità delle cose stabilito nell’equilibrio delle forze di Hρος e Θαναθος, secondo cui, l’amore giunge alla propria sublimazione solo attraverso l’esperienza della morte.

Eros e Thanatos dunque, ovvero la raffigurazione immaginifica delle principali pulsioni di vita e di morte che coabitano ed interagiscono nelle dimensioni/tensioni costruttive e distruttive sia a livello psichico che funzionalmente biologico e vitale di ogni individuo.

In medicina (ad esempio nelle culture orientali che si basano appunto sul bilanciamento degli equilibri di bene e di male, luce ed ombra: yin e yang) esse vengono rintracciate e suddivise a livello puramente metabolico e biologico nell’istinto al nutrimento (processo di alimentazione-assimilazione) e in quello alla eliminazione (processo di trasformazione-espulsione) di quanto “ingerito”: che sia cibo con conseguente eliminazione delle scorie (per mezzo di defecazione, minzione, sudorazione), ma anche nel caso “etereo” della respirazione: immissione dell’aria, assimilazione dell’ossigeno, espulsione dell’anidride carbonica; dove tutto appunto crea un perfetto bilanciamento degli impulsi e degli istinti, stabilendo quell’equilibrio di “dare/avere” indispensabile a livello organico. Qualora uno di questi istinti dovesse venire meno o diminuire di intensità ed efficacia rispetto all’altro, si causerebbe patologia, affezione organica, quindi malattia.

A livello psichico/mentale avvertiamo pulsioni di vita e di morte, che verranno più ristrettamente identificati nell’impulso all’amore (alterità) e in quello all’odio (isolamento/egocentrismo/egoismo): tutti amiamo ed odiamo, quando “amiamo”  alimentiamo noi stessi e l’altro da noi, creiamo, ad esempio nelle arti gli istinti propulsori sono determinati da impulsi di “amore”, passione, quindi impulsi positivi, che originano l’istinto alla ricerca ed allo studio (che si manifesta come desidero di nutrimento per la nostra anima/coscienza/ragione [comunque la si voglia chiamare quella soglia indefinibilmente immateriale e neuronica che ci appartiene unicizzandoci e distinguendoci]), diversamente quando “odiamo” siamo distruttivi verso noi stessi e verso l’altro da noi.

Ogni nostra scelta è “affetta” da impulsi di amore ed odio, se ci troviamo a passare davanti ad un cinema ed osserviamo le locandine dei film in programmazione, la nostra scelta ed il nostro occhio si poseranno su ciò che intimamente già a priori è determinato da mille altri fattori che acuiscono il nostro bisogno ed istinto positivo: se la locandina è esteticamente piacevole, “ammiccante”, “appetibile” ai nostri gusti, ci soffermeremo fino a leggerne il titolo per poi lasciar scivolare l’occhio ad esaminare i nomi di attori e regista …. Ora, se tutto collimerà con i nostri canoni di “piacere” e quindi di istinto “all’alimentazione” avremo bell’e fatta la nostra scelta cinematografica, mentre nel contempo più o meno inconsciamente avremo “scartato” (espulso) ciò che ci genera istinto di “rigetto”, ad esempio la locandina con l’ultimo “pappone cinematografico natalizio” Boldi-De Sica (che nel mio personale caso, oltre all’istinto di rigetto, soleva una sorta di adirata “indignazione” per l’imperante massificazione del gusto e dell’educazione all’istinto).

Quindi è chiaro come a livello dialogico con noi stessi strutturiamo il nostro equilibrio in dare/avere, fare-creare/disfare-distruggere.

Nel suddetto caso di Klimt il concetto di “sublimazione” dell’amore nella morte, si rifà a quel senso di effimerità ed impossibilità tutta umana, riscontrabile in tanta letteratura, laddove si avverte quel senso di precarietà ed inattuabilità di “avere”-vivere un amore, un desiderio, una passione (che può essere anche politica e civile) che sfocia nella scelta della morte: suicidio d’amore.

Cito per rendere l’idea:

.
Avremo letti intrisi di sentori
tenui, divani oscuri come avelli,
sulle mensole nuovi e strani fiori,
nati per noi sotto cieli più belli.

Consumandosi a gara, i nostri cuori
come due grandi torce due ruscelli
verseranno di vampe e di fulgori
nei nostri spiriti, specchi gemelli.

Una sera di rosa e azzurro mistico,
un lampo solo ci vedrà commisti,
lungo singhiozzo carico d’addio.

Un Angelo, schiudendo indi le porte,
a ravvivar verrà, gaudioso e pio,
gli specchi opachi e le due fiamme morte.

Charles Baudelaire – La mort des amants – CXXI – trad. G. Bufalino

Ma anche quando gli amanti vengono uccisi, essi “sublimano” il loro stato di passione ed amore nel vivere il proprio inferno senza pentimento: Paolo e Francesca.

 

E. Munch – Il bacio

 

Nel caso del quadro di Klimt, ma anche nel quadro omonimo di Munch, si avverte una sorta di cappa che gravita sull’idillio del bacio, proprio in virtù della veridicità dell’esistenza: nulla può alimentarsi in eterno, tutto ha una fine. La sublimazione dell’amore nella morte può anche significare la completa comprensione di ciò che “è stato” quando questo continuerà ad essere solo memoria nell’assenza, nella fine.

Questo è l’imperfetto gioco di equilibri che ci viene fornito – privo di garanzie di tempo, qualità e durata – nell’atto d’espulsione (concepimento-parto) con data approssimativa di scadenza, che convenzionalmente chiamiamo principio-vita, ed inevitabilmente fine-morte. Il resto appartiene a quell’insieme di domande in cerca di risposte che l’uomo in atto ed istinto positivo-creativo-nutritivo si pone, al fine di equilibrare la propria ansia verso la morte con l’istinto positivo alla speranza, che lo aiuti a superare il dolore ed il distacco da sé e da ciò che lo ha alimentato.

natàlia castaldi

TACCHE


mio-acrilico su tela (45×70)

Come segnare in linee
le giornate al diaframma, itinerari
sullo stomaco.Triptofano al cervello
dicono
dove?
Alla tv
Ah!

E per guarire dall’età
fettine di cetriolo sulla faccia
altro che non vi dico
perchè, sia chiaro, io sono sapida.
Sadica?
No, proprio saporita
e non sapevo d’esserlo
fino a cerchi concentrici
in punta d’oh!

Poeta da carabattole in disordine
ho sparpagliato appena in tempo
miei frammenti su guglie
di santi e imbonitori
i secondi migliori
ma sporadici
tacca su
chi?
Eh!

Kenneth Koch – L’acqua che bolle

Kenneth Koch (1925-2002), è stato un esponente storico della Scuola di New York, insieme a Frank O’Hara e John Ashbery. Molto vicino all’espressionismo astratto, dall’action painting al lavoro di amici come Alex Katz e Larry Rivers (“avevano degli studi molti ampi e luminosi e organizzavano sempre feste durante le quali riuscivano anche a vendere quadri!”), subì le influenze dell’avanguardismo europeo in genere (dal cubismo al surrealismo francese) ma portò avanti con sorprendente originalità un’idea di poesia intelligente, ironica, drammatica, dal fortissimo impatto emozionale. Significativo questo “The Boiling Water” tratto da “The Burning Mystery of Anna in 1951” (1979) di cui ho tentato una mia traduzione.

Alex Katz, Portrait of a Poet: Kenneth Koch (1970)

Alex Katz, Portrait of a Poet: Kenneth Koch (1970)

The Boiling Water

A serious moment for the water is
when it boils
And though one usually regards it
merely as a convenience
To have the boiling water
available for bath or table
Occasionally there is someone
around who understands
The importance of this moment
for the water—maybe a saint,
Maybe a poet, maybe a crazy
man, or just someone
temporarily disturbed
With his mind “floating”in a
sense, away from his deepest
Personal concerns to more
“unreal” things…

A serious moment for the island
is when its trees
Begin to give it shade, and
another is when the ocean
washes
Big heavy things against its side.
One walks around and looks at
the island
But not really at it, at what is on
it, and one thinks,
It must be serious, even, to be this
island, at all, here.
Since it is lying here exposed to
the whole sea. All its
Moments might be serious. It is
serious, in such windy weather,
to be a sail
Or an open window, or a feather
flying in the street…

Seriousness, how often I have
thought of seriousness
And how little I have understood
it, except this: serious is urgent
And it has to do with change. You
say to the water,
It’s not necessary to boil now,
and you turn it off. It stops
Fidgeting. And starts to cool. You
put your hand in it
And say, The water isn’t serious
any more. It has the potential,
However—that urgency to give
off bubbles, to
Change itself to steam. And the
wind,
When it becomes part of a
hurricane, blowing up the
beach
And the sand dunes can’t keep it
away.
Fainting is one sign of
seriousness, crying is another.
Shuddering all over is another
one.

A serious moment for the
telephone is when it rings.
And a person answers, it is
Angelica, or is it you.

A serious moment for the fly is
when its wings
Are moving, and a serious
moment for the duck
Is when it swims, when it first
touches water, then spreads
Its smile upon the water…

A serious moment for the match
is when it burst into flame…

Serious for me that I met you, and
serious for you
That you met me, and that we do
not know
If we will ever be close to anyone
again. Serious the recognition
of the probability
That we will, although time
stretches terribly in
between…

 

 

L’acqua che bolle

Un momento impegnativo per l’acqua è
quando bolle
e sebbene si guardi
come una comodità
disporre d’acqua calda
per il bagno e per la tavola
c’è occasionalmente qualcuno
che ammette
l’importanza di questo momento
per l’acqua – forse un santo
o un poeta, forse un pazzo
o soltanto qualcuno
temporaneamente disturbato
con la mente “leggera”
in un certo senso, lontano dalle sue più profonde
preoccupazioni per cose
più “inconsistenti”…

Un momento serio per l’isola
è quando i suoi alberi
cominciano a fare ombra e
un altro è quando l’oceano
bagna
il fianco di cose grosse e pesanti.
Uno passeggia e guarda
l’isola
ma non proprio l’isola, quello che c’è
sull’isola e uno pensa
non deve essere semplice nemmeno essere
quest’isola, per niente, qui.
Dal momento che qui giace esposta
a tutto il mare. Tutti i suoi
momenti potrebbero essere seri. È
un serio problema, sotto un tale vento,
essere una vela
o una finestra aperta o una piuma
che vola per strada…

La serietà, quante volte ho
pensato alla serietà
e quanto poco ho capito
a parte il fatto che ciò che è serio è urgente
e ha a che fare col cambiamento. Tu
dici all’acqua,
non è il caso di scaldarsi adesso
e allora spegni. E così smette
d’agitarsi. Inizia a raffreddarsi. Tu
metti dentro una mano
e dici l’acqua non è più seria,
non più. Ha il potenziale,
comunque – quell’urgenza di fare
bollicine, di
trasformarsi in vapore. E il
vento,
proprio quando diventa parte di un
uragano, che fa esplodere la
spiaggia
e le dune di sabbia non sanno
tenerlo alla larga.
Svenire è giusto un segno di
serietà, piangere un altro.
Tremare è un altro
ancora.

Un momento impegnativo per il
telefono è quando squilla.
E una persona risponde, è
Angelica o sei tu.

Un momento impegnativo per la mosca è
quando le sue ali
si muovono e un momento
difficile per l’anatra
è quando nuota, quando prima
tocca l’acqua, poi porta
sull’acqua il suo sorriso.

Un serio problema per il fiammifero
è quando s’accende.

È serio per me averti incontrato e
serio per te
aver incontrato me e il fatto che non
sappiamo
se staremo ancora vicino a qualcuno
di nuovo. È difficile riconoscere
le probabilità
che avremo, anche se il tempo
tra di noi s’allunga
tremendamente…

(Traduzione di Giovanni Catalano)