Viola Amarelli

Viola Amarelli, Il Cadavere felice

Viola Amarelli, Il cadavere felice, Sartoria Utopia, 2017; € 20,00

 

I.
aveva pensato di avere
una vita diversa, una vita migliore
fuori di gabbia, lui e i canarini

II.
cerca un buco, una tana
per barricarsi, darsi al formaggio
ma senza veleno per topi

III.
dalle stelle alle stalle
e nessuno che porti la biada

*

una città fantasma verde e gialla
al centro di ogni solitudine
sbiadisce, si prosciuga
giorno a giorno svuotata
di persone, suoni ed erbe

la valle e gli elefanti, qui a occidente

*

aveva cuore, il sufficiente
ma l’anima, oh
quella, era venduta
e ne avvertivi
perfino in bocca
perfino tra le cosce
pallida l’evanescenza,
ammalorata.

*

uno sciame di mediocrità
ronzanti sulla polpa – quel che resta –
sull’osso, ma
il cadavere – dicono – felice

*

potresti scrivere una poesia semplice?

certo, una parola sola
affetto

e un dono: mangiare insieme pane e pomodoro

salto, lieve, di festa come la tua vita
nel balenio di coda, corsa che

danza

(altro…)

Carlo Bordini, Assenza

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Carlo Bordini, Assenza, Carteggi Letterari, 2016, € 14,00

*

Dalla postfazione di Viola Amarelli:

Un libro febbrile questo di Carlo Bordini, dove si affollano aporìe che si rivelano complementarità, pacate allucinazioni, reverie in flusso semionirico che procede a cerchi, a ripetizioni, ma nello stesso tempo – che tempo, poi, non è – a scarti e squarci via via più increduli per la dimensione grottesca eppure assurdamente autentica della realtà che si delinea, sempre a sorpresa, in una scrittura liminale, tra sonnambulismo e transesperenziale. […]

*
Poesia per Medellin

In una foto degli scampati a un’inondazione
un uomo cammina nell’acqua che gli arriva al petto
un cane gli nuota accanto, ma si vede che l’uomo lo tiene
::::accanto a sé con una mano
sulle spalle l’uomo ha una bambina
che tiene in una mano le scarpe dell’uomo
la bambina tiene una mano sui capelli dell’uomo
e guarda verso il piccolo cane con un’aria un po’ assorta
mi ricorda altre figure femminili
conosciute in Colombia
come se la vita fosse un gioco
da affrontare con leggerezza

*

Cosa

cosa significa
la prima notte il tuo sonno comatoso
il doppio ritorno
brandelli di magia not
turna e di dolcezza e
quanto
durerà. cosa
significa
la tua curva doppia.

*

Ho baciato una ragazza davanti all’oceano pacifico
diceva che il mare era un grosso amante
un grande dio che ama le donne
diceva che sono un angelo cattivo
che non devo essere geloso del mare.
le finestre dell’albergo mandavano una luce strana
era una ragazza fragile
come può essere solo in un paese cattolico
aveva un cervello febbrile
abbiamo camminato per parchi
in una città con molti prati.

*

Poesia che ha avuto successo

Cari governanti,
non rubate.
Non preparate nuove guerre.
Non aumentate le tasse ai poveri.

*

© Carlo Bordini

Singoli plurali di Viola Amarelli. Nota di Claudia Iandolo

singoli plurali

rischio, ebbrezza, la sfida. pulsare di ritmo. il tuffo, la moto, l’aliante, l’arrampicata, in solitaria, in verticale, possibilmente, liscia. ne stiamo lontani. cauti. il pericolo. poi sì, alcuni ci sguazzano. lo cercano. emozioni, altrimenti non sei vivo, sostengono. non prendi l’apice, il climax. onestamente: prendeteli voi. noi sopravviviamo. attenti ai gradini, ai temporali, ai facciamolo strano. facciamolo normale. quieti. nei grandi numeri a sopravvivere poi siamo noi. al massimo possiamo lasciarvi una prece, un pensiero gentile ma, no, non ci convincete. pericolo. occorre guardarsi, pararsi. sopra ogni cosa: defilarsi. evitare il contatto e il contagio. preservare le vene, i polmoni, le gambe. sfilarsi. con grazia cortese. preferirei di no. che è il nocciolo. a rifletterci, vicini al cuore selvaggio siamo più noi. ne conosciamo i risvolti, l’acre e l’inutile. voi vi illudete. di dover dimostrare. qualcosa a voi stessi. una sciocchezza ma come dirvelo?  possiamo agitare le bandierine, appenderci ai vostri passi, ostacolarvi ma non salvarvi. purtroppo. viviamo nel panico. costante. e realissimo. prima o poi l’aereo cade, la macchina sbanda, la neoplasia avanza. per tutti arriva il tradimento della vita. estote parati. non che serva ma i martiri no, i martiri inutili, ovviamente. poi sì, capita, persino a noi. ma abbiamo fatto il possibile. respirato quieti. e attenti. e presenti. sfide. ci siamo, e pare − è − gran cosa. emozione. la lagrima di quando bambini. basta. è sin troppo. a ricordarla, se ci riuscite. se vi sentite. vivi. lucenti. (Viola Amarelli, Singoli plurali, Terra d’ulivi edizioni, 2016)

La barbarie della modernità

Un granello di sabbia, più un granello di sabbia e così di seguito non fanno un mucchio, eppure i mucchi di sabbia esistono. Ma quando il singolo granello diventa mucchio? È intorno al celebre paradosso del “sorite” (dal greco soros, mucchio), attribuito al filosofo Eubolide di Mileto, che ruota Singoli Plurali di Viola Amarelli, Terra d’ulivi edizioni 2016. Si tratta di un’opera onirica, visionaria che s’interroga sulla modernità attraverso il racconto di un nuovo medioevo bloccato nell’hic et nunc di una modernità feroce ed asfissiante all’interno della quale sopravvive a stento un “noi” indistinto che si fatica a chiamare umanità. Tutto è crollato, imploso, la parola progetto è finita all’ammasso insieme ai sogni, alle speranze individuali: «cancelliamo la parola progetto, la consegniamo all’ammasso, al rimosso – pudore del sospetto.» Le folle, i numeri, i mucchi, i cori, le processioni procedono per branco, per gregge, destinati infine allo stesso identico macello che è l’unica meta possibile in un universo che ha perduto il centro o qualunque altra possibilità di riferimento. Perfino Dio è scomparso, al suo posto un ineffabile Maestro di Cerimonia è Custode del cambiamento, quale non è dato sapere. Il Disastro più che indicare, come suggerisce l’etimo, la cattiva stella, si configura come assenza teleologica, bruciante e terribile. La mancanza di stelle (il de-siderio, appunto) è icasticamente rappresentata dall’autrice che scrive: «evoluzione dei desideri: dal governo del mondo a un materasso comodo.» Il disfacimento è totale e interessa, ossessivamente, anche i corpi ridotti ad un ammasso di cellule ingovernabili: «siamo. donne. Squilliamo smalti, mestrui, lattanti. subiamo morti. oltre. siamo. maschi. di penduli astucci l’onere e il carco. subiamo morti.» Il pianeta esausto, sfinito, sarà riconsegnato al silenzio e forse alla vita quando tutto sparirà nel multiverso in un dentro/fuori che è possibile solo immaginare o sperare. La prosa poetica di Viola Amarelli utilizza gli espedienti tipici del “non finito”, secondo la definizione di Elisa Tonani, a cominciare dall’abolizione della maiuscola dopo il punto fermo. Il dettato è un continuum sfrangiato e frammentario all’interno del quale si disperde qualunque tentativo di rintracciare confini di tempo e spazio a rappresentare una realtà anch’essa inafferrabile se non per evocazione. Una scrittura potente e musicale che non lascia nulla al caso per un libro di rara intensità.

 

© Claudia Iandolo

 

I poeti della domenica #91: Immo, il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

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il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

Oggi a un certo punto ero squallido
Avanti e indietro sopra a quella multipla
come il classico napoletano che non viene accettato dalla famiglia di lei

Poi mi sono fermato in una specie di rosticceria
Mi sono fatto parmigiana di melanzane e porchetta
+ minerale piccola

E mi sono messo un’altra volta in macchina
facendo quelle classiche telefonate italiane
Che alla fine dici vabbuò

Ma il massimo dello squallore
L’avevo raggiunto la mattina nell’autogrill
Acquistando i pocket espresso che fanno schif’o cess

E in una magica sera d’agosto ho realizzato il pensiero
Che anche io sono una latrina come i pocket espresso ferrero.

 

da:  V. Amarelli, F. Filia, V. Frungillo, Immo, G. Montieri, La disarmata. Postfazione di Elio Grasso, CFR 2014.

La poesia al tempo del vino e delle rose

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“La poesia al tempo del vino e delle rose”

al Caffè Letterario

Piazza Dante 44/45 – Napoli
ore 17,30

Rassegna a cura di Bruno Galluccio
co-organizzatrice Rosanna Bazzano

Rassegna inaugurata il 10 febbraio con un reading di Ariele D’Ambrosio, Bernardo De Luca, Costanzo Ioni, Wanda Marasco, Ketty Martino; proseguita il 24 febbraio con l’incontro con Monia Gaita.

Questi i prossimi appuntamenti:

9 marzo: Marco Aragno presenta il suo Terra di mezzo (Raffaelli), a colloquio con lui Carmen Gallo

Raffaele Rizzo presenta Il labirinto aperto (Ad est dell’equatore), a colloquio con lui Vincenzo Villarosa

.

16 marzo: Donatella Bisutti

23 marzo: Francesco Filia presenta La zona rossa (Il Laboratorio), a colloquio con lui Viola Amarelli
– letture introduttive di altri due poeti

8 aprile: Marisa Papa e Daniele Piccini

20 aprile: Giovanna Marmo e Carmen Gallo

4 maggio: Carlangelo Mauro e Alberto Di Palma

18 maggio: Mario De Santis

20 maggio: Cinzia Demi

1 giugno: Claudio Damiani e Antonietta Gnerre

15 giugno: Monica Martinelli

In date ancora da definirsi interverranno Antonella Anedda e Morten Søndergaard.

Il giorno 21 marzo si svolgerà un Poetry Slam.

In alcuni appuntamenti alla presentazione del libro si aggiungeranno letture di altri due poeti.

Il programma potrà subire alcune modifiche in itinere.

https://www.facebook.com/iltempodelvinoedellerose/

La zona rossa e Verso Itaca

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Alla libreria Iocisto,Via Domenico Cimarosa 20, 80127 Napoli alle ore 18 Francesco Filia e Daniele Ventre dialogano con Viola Amarelli dei loro libri:

La zona rossa, Il Laboratorio (2015)

Verso Itaca, Edizioni d’If (2015)

 

 

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Grace Paley a Montecalvario

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Grace Paley – fonte teachersandwritersmagazine.org

Grace Paley a Montecalvario

Ho sempre creduto alle somiglianze
e vedo queste donne così distanti
da me, così uguali, cosa dovrebbe,
mi domando, distinguerle da me?

Stanno sull’uscio di una bottega
e discutono a voce alta, si capisce
che non è una lite, è volersi spiegare:
una è grassa e ha il rossetto rosa,

mi fermo alla chiesa dello Splendore
e sono morta lo so, guardo ovunque
come ho sempre fatto. L’altra porta
gli orecchini a cerchio, a volersi spiegare.

*

©Gianni Montieri

***

Questa poesia fa parte di una serie dal titolo “Turisti americani“, serie inclusa nel volume collettivo “La Disarmata – 5 napolitudini” AA.VV. edizioni CFR, 2014, la proponiamo oggi che sarebbe stato il compleanno di Grace Paley (11 dicembre 1922).

Il libro “La Disarmata” sarà presentato a Milano il 17 dicembre, alle 21,00 alla Libreria Popolare di Via Tadino (con La zona rossa di Francesco Filia), qui l’evento Facebook

Due turisti a Napoli

roth-mccarthy. da blog.pshares.org

roth-mccarthy. da blog.pshares.org

Circa un anno fa, con Vincenzo Frungillo, Viola Amarelli, Francesco Filia e Immo, pubblicammo per CFR edizioni un libro in versi dal titolo “La Disarmata – cinque Napolitudini”. Raccontavamo Napoli, in tanti modi diversi, perché Napoli non è una cosa sola e ogni tentativo di semplificarla, ridurla, comprimerla nei soliti luoghi comuni è inutile e triste. Questo accade di nuovo, in questi giorni, forse perché è più semplice fare così, ad ogni sparatoria, omicidio, fare copia e incolla di un pensiero è meno impegnativo che provare un ragionamento nuovo, o comunque è meglio che aspettare. Pubblico due delle mie poesie tratte da quel libro, che sono solo due puntini, due sguardi, due visioni, accomunate da qualcosa che non si può cogliere. (GM)

Philip Roth a piazza del Gesù

L’approssimarsi delle chiese
la religione e il suo ingombro
il paradosso sublime del mare
a un passo, crudele e anarchico

come questa città, la piazza
ferma sul Decumano inferiore:
uno mi parla e mi domanda
se sono americano, non lo so

non lo sono, qui sono nuovo
come il Gesù, immacolato
come l’obelisco, tutto ha senso,
pure cristo, solo quando è nuovo.

 

Cormack McCarthy a via dei Tribunali

(a Francesco Filia)

Rispondere al terzo che chiede
l’elemosina, in un giorno di sole
lo intuisco ma non lo vedo, qui
a via dei Tribunali, né Dio né luce

gli do un euro, mastica una parola
ci fossero delle siepi qui intorno
oppure nelle grotte, nel vuoto
sotterraneo dove si cela il sangue

seccato sulle pietre, buttato
come dicono qua, nella speranza
che un Dio fuori luogo, si manifesti
e salvi tutti quanti prima della rovina.

 

L’ambasciatrice, Viola Amarelli

l'ambasciatrice

Quando leggo le poesie di Viola Amarelli mi ritorna in mente sempre quella frase di Iosif Brodskij in cui sostiene che la poesia è una forma di accelerazione mentale. Se questa affermazione è vera per il processo poetico in generale, è del tutto evidente nei versi della Amarelli; essi si pongono enigmaticamente nella loro visionarietà asciutta e spietata di fronte al lettore, che si trova senza preavviso in un processo vertiginoso di accelerazione mentale appunto, in cui è chiamato, in una logica escludente, a scegliere in una frazione di secondo se aderire o no alla visione, al cortocircuito del pensiero che l’autrice ci pone innanzi con un aut aut irrevocabile, prendere o lasciare, tertium non datur. Questa qualità intrinseca del dettato di Viola Amarelli emerge prepotentemente nel suo ultimo libro L’ambasciatrice, libro autoprodotto in tiratura limitata, gesto coerente di disincantata noncuranza verso l’asfittico mondo editoriale della poesia, con la collaborazione delle sarte utopiche Francesca Genti e Manuela Dago a cui si deve la bellissima rilegatura a mano, che fa sì che il manufatto libro stesso diventi un oggetto da collezione. La poesia per l’autrice de L’ambasciatrice è al tempo stesso una sfida da accettare, un enigma da indagare e un processo linguistico e, in quanto linguistico, conoscitivo, in cui, però, tutte le premesse sono obliate o, meglio, sono implicite e sommerse nello spazio bianco della pagina e, invece, emergono come una punta di iceberg le risultanze ultime, i frammenti, le schegge lucenti che si fanno parola, visione. I versi di questo libro, articolato in otto sezioni, comprendono anche epigrammi di ascendenza marzialiana a volte ironici, altre volte sarcastici, sempre acuti e sinceri verso una varia umanità che fa mostra delle sue miserie, tic, debolezze, vanità e che sempre viene colta sapientemente e causticamente dall’autrice. Sia nelle sezioni più caustiche che in quelle in cui prevale un tono sapienziale, l’autrice dà un saggio di una qualità insita nella sua scrittura: la varietas, la capacità di modulare il registro linguistico sapientemente secondo modalità differenti, cosa molto rara nel panorama italiano attuale. Il procedimento poetico sotteso al dettato de L’ambasciatrice è profondamente antilirico in quanto, grazie a un trattamento accuratissimo del linguaggio, la parola viene forzata, piegata, alleggerita, resa acuminata e rapidissima. In definitiva questo procedimento porta ad una sostanziale presa di distanza dell’io da se stesso, dalla sua deriva confessionale, dai suoi dolori, che pur emergono evidenti e strazianti attraverso una forma di raffinata e suprema ironia, ma la morte, la vecchiaia, il dolore, la perdita degli affetti non possono che essere detti, proprio per la loro tragicità irredimibile, con levità, che nasconde una intima e segreta compassione (dolce, affettuoso. e spaventato./ il nome-forma che era mio padre). Questo processo di distanziamento nasce da una consapevolezza che è alla base di tutto il libro e che viene sintetizzata mirabilmente nella prima poesia della raccolta (– Troppo difficile da dire/ E tu non dire.// Un riccio rosso, rosari di sabbia/ le vene, le arterie/ L’avviene.). L’avviene non è altro che il ciclo dell’apparire, la nietzschiana innocenza crudele del divenire, il fanciullo cosmico eracliteo che gioca a dadi senza un perché che non sia lo stesso accadere. Nel sostantivo l’avviene è concentrato l’orizzonte ultimo di queste poesie, lo shock linguistico (Io ho questa lingua, ereditata. La torco, la smonto la brucio. Rimbalza, reingoia, la lingua già amara. La spezzo, si spezza, paterna, conata. Il mondo è parole, a cambiarle, il mondo si cambia. Una rosa è una rosa è una rosa. roseggia. L’ortica orticheggia. E risana.) a cui sono sottoposte le parole non è fine a se stesso, ma serve a mostrare che il senso ultimo delle cose è imperscrutabile e terribile, che non può che essere trattato assumendo il punto di vista di una divina ironia, con sovrana indifferenza creatrice, replicando nel dire poetico il gesto creatore originario del fanciullo cosmico in cui tutte le contraddizioni del divenire si mostrano nel loro rutilante e tremendo succedersi, nella loro intatta noncuranza (Cuore bambino dove/ la briciola diventa meraviglia/ e l’orco resta ucciso/ grasso e sciocco// la candida, l’intatta/ noncuranza). L’autrice, attraverso le maschere che assume di volta in volta, è, quindi, l’ambasciatrice di un ordine misterioso e bizzarro eppure, se si porge uno sguardo attento e senza veli, evidentissimo e semplice, che vuole essere detto per sottrazione, in negativo, in cui quel particolare avvenimento che è l’uomo non ha un posto privilegiato. L’ambasciatrice parla per accenni, frammenti, epigrammi, oppure, come nella sezione omonima, attraverso storie enigmatiche, ma sempre cristalline nel loro dipanarsi, sospese tra favola (la rana della copertina che rimanda a molte altre rane della letteratura) fiaba e mito, dove di nuovo, dietro forme umane si nasconde un ordine cosmico inquietante. L’autrice sembra quasi preoccupata di preservare, platonicamente, un sapere che non è dicibile, una dottrina segreta e salvifica, un’iniziazione sapienziale (di matrice orientale) che è più un vedere che un dire, e di cui si può rendere conto solo attraverso accenni linguistici che emergono dal bianco abbacinante del foglio, dalla luce sgomenta dell’apparire, dalla ruota eterna del divenire (non c’è altro da dire/ non c’è altro da capire/ – questa luce).

© Francesco Filia

Annalisa Macchia su “Vilipendio” di Gianmario Lucini

Gianmario Lucini, VILIPENDIO

Gianmario Lucini, Vilipendio, CFR Edizioni, 2014, pp. 88, € 10,00

.

Mi brucia questa raccolta poetica tra le mani. Dopo il recente serpeggiare su internet della notizia sulla morte improvvisa di Gianmario Lucini, poeta, critico, editore di rara onestà e generosità, un senso di sbigottimento e incredulità non mi ha più lasciato. Mi mancherà maledettamente questo amico. La nostra era, ma dovrei dire è perché ancora lo sento presente, una strana amicizia, nata su internet ormai una quindicina di anni fa, complice la comune passione per la poesia. Inevitabile per me ripensare ai momenti che nel tempo l’hanno segnata, ripercorrere a ritroso ogni motivo delle sue “giuste collere”, spesso sfoghi impotenti, ma utili per comprendere e apprezzare la profondità e la coerenza del suo pensiero.
Il sito che Lucini gestiva, Poiein (www.poiein.it), su cui pubblicava online i suoi scritti prima di dare vita alla casa editrice CFR, per lungo tempo e per molte persone è stato palcoscenico di interventi, recensioni, note critiche, traduzioni, note di varia cultura e varia umanità… insomma tutto quanto potesse avere  attinenza con la Parola e le sue infinite declinazioni letterarie. I contatti sono proseguiti fecondi nel tempo, sfociati in comuni impegni di lavoro e in occasioni di incontri ormai non più solo virtuali, generando un’inevitabile e salda amicizia, ben radicata nel riconoscimento di analoghi ideali di vita. I suoi − ora mi appare più lampante che mai − erano di una limpidezza assoluta. Indicativa la volontà di istituire un Premio intitolato a David Maria Turoldo, uomo di umilissime origini, frate dei Servi di Maria, teologo e grande studioso delle Sacre Scritture, considerato uno dei massimi esponenti della poesia religiosa del nostro Novecento, della cui figura Lucini era affascinato.
Gianmario ha sempre sostenuto che la poesia di Turoldo, suo grande ispiratore, fosse la prima grande poesia, nella nostra letteratura, capace di abbattere la divisione tra poesia religiosa e poesia laica. Pienamente si riconosceva in quella dimensione personale e dialogica col Trascendente che non escludeva il quotidiano, il tarlo del dubbio, la problematicità, la durezza dell’esistenza, tipici di questo poeta. Non era tanto una poesia sull’umanità, piuttosto vi si scorgeva un’intera umanità nell’atto di entrare nella poesia, accompagnata da una voce alta e tonante contro tutto ciò che incarnava sopruso e violenza, spesso duramente rivolta contro la Chiesa stessa quando questa non era allineata al miracolo dell’amore e della Resurrezione.
(altro…)

Presentazione La Disarmata

disarmata
alle ore 17.00
Biblioteca Benedetto Croce, Via Francesco De Mura n. 2/bis – Vomero – Napoli ( Via Luca Giordano)

Viola Amarelli, Francesco Filia, Vincenzo Frungillo, Immo, Gianni Montieri

nell’ambito del ciclo di incontri Apeiron ideato da Bruno Pezzella

presentano

LA DISARMATA (Cfr edizioni, 2014)
Con

Antonio Filippetti
Bruno Pezzella
Aldo Spina ( reading)

Cartografie di Viola Amarelli

cartografie viola

Una voce tremenda e terribile. Certe volte si scorda, ma poi arriva improvvisa. Prova a rimpicciolirsi, rifugiarsi in un angolo, via. Non funziona, la colpa è la sua. Disattento combina guai.

Cartografie di Viola Amarelli, Zona contemporanea, 2013, è un libro enigmatico e affascinante,composto da più sequenze di prose che, attraverso un processo di messe a fuoco e zoom, di distanziamenti e depistaggi, di dialoghi e monologhi, di personaggi che si delineano per squarci di luce, o per chiaroscuri sulla pagina, mette in atto una serie di mappe della solitudine, o meglio per solitari, come l’autrice stessa dichiara nel (post scripta) del libro. E tutto il libro risulta essere uno sguardo al tempo stesso spietato, ironico e partecipe della condizione umana, di quel legno storto che è l’uomo. Questa appare essere l’idea di fondo che è alla base del libro e della intera scrittura della Amarelli, un’antropologia negativa, il rifiuto dell’ottimismo umano e sociale. Questa presa di coscienza, che nell’autrice sembra definitiva, permette uno sguardo libero e disincantato e le permette anche di cogliere gli aspetti meno appariscenti della condizione umana, i recessi più nascosti, i bizzarri umori di una varia umanità, senza mai cadere nell’intimismo della confessione ma mantenendo uno sguardo asciutto, distaccato, come se le visioni di questo libro scorressero su una lastra lucida, su uno specchio che le riflette nella nostra coscienza, come momenti di un divenire eterno dal quale l’occhio dello scrittore si può elevare con sovrano distacco. Come chi ha attraversato il dolore e la disperazione della vita e ne è uscito immunizzato, non che il dolore non esista più, ma è reso per ciò che è, accidente transitorio che non può scalfire l’inviolabilità del sé, di ciò che permane. La conquista di questa imperturbabilità è presente in molti personaggi del libro, come in (da dove), capitolo cardine del libro, dove la catabasi del protagonista, divenuto barbone, è al tempo stesso una via di liberazione, un raggiungere il grado zero dell’esistenza, in cui le finzioni quotidiane sono messe a nudo, mostrate come tali definitivamente e viste nel loro carattere illusorio e transeunte.

Il lutto, la depressione, stronzate, era già stanco, e stare da solo, in fondo ama anche sopra, era un tale sollievo. Tagliare, fermarsi a quello che conta. Dormire, mangiare, guardare. Fissarsi sui fondamentali.

La lingua, affilata e spietata, limpida nel suo dettato, ma anche ironica e, al tempo stesso, con squarci di comprensione e pietà, è essa stessa un momento di conoscenza. La parola per Viola Amarelli è uno strumento di precisione, una lente microscopica, una sonda di profondità che scandaglia ciò che a uno sguardo distratto non può essere percepito. Lo stesso ritmo del dettato – a volte incalzante, a volte invece elusivo, come se le situazione emergessero da uno sfondo immemorabile che permette di definirle solo per scorci e illuminazioni momentanee, frammenti, alcuni dei quali cadenzati con allitterazioni, consonanze, fitta punteggiatura e richiami fonici – è funzionale al momento gnoseologico e al suo fine etico, il distacco. Il mondo deve essere percepito, la vita deve essere detta, perché solo attraversandoli è possibile staccarsene, perché se così non fosse si rimarrebbe legati al samsara, alla ruota della vita, come mostra il frammento (sete), e quindi al dolore che offusca la mente. La pietas per l’autrice è nel dire sino in fondo ciò che va detto, nel cogliere le miserie umane per quel che sono. La scrittura serve a liberarsene definitivamente attraverso un moto della mente, una frase, di solito posta alla fine del capitolo, che illumina a ritroso l’intero frammento, che squarcia la chiacchiera inautentica dell’esistenza, che mostra il volto autentico e terribile della vita, con ironia sottile, senza disperazione però, perché è un lusso che chi scrive non può permettersi.

Come se morire non fosse lo stesso una pulsione. Ecco, il punto è questo, immagino, ma è inutile dirlo. Liberarsi. Se no, pervicace, sgusci in qualcosa d’altro, e neanche sai perché. Ammesso ci sia, un motivo, un motore. Liberarsi. Lacché. E padroni. Chiudi gli occhi. La prossima volta li evito entrambi. Almeno ci provo.

© Francesco Filia

Viola Amarelli, Cartografie. Nota di Anna Maria Curci 27/09/2013