Vincenzo Ostuni

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

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Carta portolanica di Diego Homem, XVI secolo

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, seconda parte

III. Bussole, mappe, atlanti nello spazio della dispersione

Ora che più distintamente si applicano le teorie della più avanzata Geocritica, elaborate secondo nuove e aggiornate categorie di pensiero e strumentazioni, principalmente a opera di Westphal, tese allo studio dello spazio geografico della letteratura e alle sue implicazioni con la realtà e le realtà linguistico-territoriali, sociali e politiche, storiche e antropologiche, appare evidente la lezione e l’eredità di Dionisotti, tesa a valorizzare la peculiare natura policentrica della storia letteraria nazionale e sovranazionale. Su un’analoga via, d’altro canto, si era mosso il Pasolini, giovane studioso delle lingue minori: in prima linea nello sdoganamento e nell’affrancamento della poesia neo-dialettale elevata a un piano paritetico con la matrice toscana e fiorentina della poesia “in lingua” italiana. Al contempo, Pasolini non poteva esimersi dal rimarcare come la storia della penisola, con le signorie e i principati prima, e con i liberi comuni e le repubbliche marinare poi, era contraddistinta da una dinamica e mai definitiva disposizione a registrare l’eccentricità e il policentrismo compresenti su un unico territorio chiamato Stato o Nazione: di “100 centri e 100 periferie”, da cui provenivano input di civiltà e cultura, unitamente a una composita, stratificata ed eccezionale, quando non babelica, varietà linguistica. In anni più recenti, non mancano esempi di mappature attente e ragionate che aiutano a orientare e a fornire materiali a lettori, critici e autori: Lanuzza, infaticabile cartografo e viaggiatore peninsulare e insulare; De Santi, riconnettendo a uno Spazio della dispersione il presente della poesia nella sua “Modernità della crisi” e nella “crisi del Moderno”, indagando territori e mescidazioni di saperi tra scrittura e cinema, poesia e filosofia, arti figurative e autori di versi d’Occidente, come dei “paesi in via di sviluppo”; o Merlin (2005, 2009), Ritrovato (2006, 2011), Piccini (2005, 2008): attenti al rapporto e alle dinamiche che si instaurano tra autore e territorio, atto poetico e paesaggio; tesi a ricostruire legami e nessi geocritici, coordinate tematiche e storiografiche possibili tra autori e autori, autori e territorio, autori e contesto (storico, storico letterario, politico-sociale). Non mancano poi i casi di critici indistintamente operativi nei campi e cartaceo e nel web: Linguaglossa arguto polemista e instancabile sobillatore dello status quo dell’editoria di establishment; Aglieco e Guglielmin recensori e capillari intercettatori dei segnali nuovi e dei linguaggi mutanti della poesia captata in rete (Web, Litblog, siti letterari) e nell’editoria cartacea di settore.

IV. Spazio-tempo (poesia come semi-prosa degli anni Zero, e poesia al tempo del web come spazio ipertestuale, di virtualità e possibilità)

Il riferimento ai critici più recenti, quasi tutti operanti ‘nella rete’, consente di spostare altrove i piani della questione. Occorre, a questo punto, fare una digressione a guisa di premessa tardiva, puntando per un istante l’attenzione, e per analogia, in altro campo di indagine: ovverossia, un po’ sconfinando. In un recente saggio che affronta la questione dello spazio, e implicitamente, del tempo tra segno grafico e scrittura, scrittura e arti figurative, linguaggi pubblicitari e design, Perondi annota:

Lo spazio entra a far parte in maniera coerente e strutturale del sistema scrittura. Per chi si occupa di grafica, sarebbe interessante riuscire a trattare grafica e scrittura nella maniera sfumata e continua in cui appaiono. È sterile cercare di costringere la scrittura entro determinati confini. […] Perché non precisare che la non meglio precisata “scrittura” abbia una componente non lineare, dotata di una struttura coerente al punto tale da permettere di comunicare in maniera efficiente e poco ambigua e di generare unità di senso a piacere? Non è sensato dire che tra questa scrittura e quella comunemente intesa potrebbe stabilirsi un legame biunivoco di perfetta traducibilità, né che possano essere messe sullo stesso piano funzionale; al contrario, le due (?) entità sembrano integrarsi in un insieme indistinto e flessibile: la disposizione spaziale degli elementi non ha solo una funzione evocativa, può generare effetti di senso ben definiti e può denotare significati precisi. Lo spazio può essere significativo quanto le parole. Le relazioni spaziali tra elementi possono servire per “scrivere” con grande economia quello che altrimenti richiederebbe complicati giri di parole (e viceversa). [Perondi (2012), 14]

Se non fossimo avvertiti di trovarci di fronte a uno studio sull’uso della grafica pubblicitaria, potremmo facilmente accostare considerazioni analoghe per la poesia. Basti solo il riferimento a quegli autori che attuano rientranze nel verso, lasciando ampio margine agli spazi bianchi: a partire da Mallarmé, quindi, Valéry, tutta la poesia “informale” del Novecento e del primo decennio del nuovo secolo, affrancatasi dalla metrica tradizionale, sembra aver affidato alla dialettica e al legame biunivoco, spazio bianco-testo, silenzio parola, gran parte della propria esperienza: un nome, su tutti: Mario Luzi. E basti il riferimento a tanta poesia visiva, performativa, ‘orale’, di origine Dada e Futurista, e che successivamente, a partire dagli anni Sessanta, ha animato le piazze occidentali e che è tornata in campo in questo primo decennio del nuovo secolo. Ancora più interessante, anche nell’economia del discorso che va qui delineandosi, e nelle premesse del solco dantesco, apparirà la lettura del passo successivo: (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #1: Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

A MEZZA SELVA

1. Per una mappatura della poesia in atto, prima parte

PALINSESTI DI POESIA
a cura di Manuel Cohen

(Dopo alcuni anni di assenza dal web, o di presenza rapsodica sui litblog «I poeti del parco», «Lapoesiaelospirito», «Marchecultura», «Perigeion», «Poesia2.0», «Puntocritico» e «Versanteripido», torno con una rubrica fissa, in continuità ideale con il ‘Repertorio delle voci’ (luglio 2009-agosto 2014), a suo tempo apparsa e ancora visionabile su «La dimora del tempo sospeso». Vengono qui riproposti, a volte variati o rivisti, scritti critici di proteiforme natura, siano essi interventi e saggi, mappature e appunti di geocritica, brevi profili, recensioni o prefazioni, interviste ed editoriali militanti, precedentemente apparsi in volume e su rivista negli ultimi anni e, sia pure, vi troveranno collocazione eventuali nuovi scritti per la rete. Ringrazio sin da ora la Direzione di Poetarum Silva per l’invito, per la cura e per l’ospitalità. Sperando nella pazienza del lettore del web, inizio la rubrica con un intervento forse poco adatto a questo luogo virtuale. Tuttavia vuole essere in qualche modo introduttivo alla rassegna e allo specifico della poesia in atto. Qui ho eliminato gli apparati di note, ho lasciato la bibliografia orientativa e ho apportato lievi modifiche al testo. Si tratta di una relazione presentata a un convegno di Studi svoltosi all’Università di Urbino nel 2012. Poi pubblicato in Germania: M. Cohen, Appunti per una mappatura della poesia italiana, in: AA.VV., Spazio/Tempo un progetto culturale, AVM-Akademische Verlagsgemeinschaft, München 2013, pp. 94-110)

 

Appunti per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea; mapping, ricognizioni su movimenti in progress di geopoetica

“La descrizione della confusione è qualcosa di diverso da una descrizione confusa.”
(W. Benjamin, Parco Centrale, in, Angelus Novus)

“Non occorre sottolineare la strettezza dei limiti di tale inchiesta. Né aggiungere che condizione prima della ricerca è la pazienza dei limiti.”
(C. Dionisotti, Premessa e dedica, in Id., Geografia e storia della letteratura italiana)

“Nel dopoguerra, le due coordinate su cui si fondava il piano dell’esistenza attraversarono una fase critica. Il tempo era ormai privato della sua principale metafora strutturante, mentre lo spazio unitario […] si era smarrito.”
(B. Westphal, Geocritica. Reale Finzione Spazio)

I. Alle origini della Geocritica

Allo stato attuale dei lavori, sembra che sia trascorso un tempo di gran lunga maggiore rispetto al quasi cinquantennio che separa dalla stagione in cui si realizzavano una decisiva virata e un nuovo impulso allo studio della Storia della letteratura italiana, grazie all’opera di Carlo Dionisotti, al fondamentale contributo Geografia e storia della letteratura italiana. Si deve a quella raccolta di saggi, scritti nell’immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, il tentativo, tra critica e polemica culturale, politica e sociale, tra filologia e engagement, di superamento della concezione storicista unitaria e post-unitaria che trovava la massima chiarificazione nella Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Opponendo a essa una lettura da cui emergeva il carattere marcatamente policentrico dell’Italia e, va da sé, della cultura del paese, Dionisotti forniva nuove ascisse e coordinate spaziotemporali che avrebbero riverberato con nuova luce le linee e i solchi, prossimi e remoti della storiografia letteraria. Tra i passi illuminanti, il capitolo Varia fortuna di Dante, un rapido excursus che attraversa i secoli e giunge al primo Novecento, e che oltre a restituire autorevolezza a un autore fondamentale e paradigmatico, getta le basi per una lettura geocritica sinottica e panottica, translinguistica, europeista e comparata, che presenta tratti di similarità, fatte le debite distanze e proporzioni, con la situazione attuale:

[…] il rapporto fra scuola e letteratura, tra tradizione e innovazione non poteva più essere, nell’età dannunziana, quello d’un tempo. I due rami della famiglia erano ormai divisi: il ramo vecchio non aveva più né autorità né controllo sugli arbitri del nuovo. Passata la tempesta della guerra, apparve chiaro che la scuola era ormai tagliata fuori anche dalla critica militante, nonché dalla letteratura. […] Frattanto la letteratura nuova si allontanava sempre più in altra direzione e si isolava a sua volta, disinteressandosi d’una tradizione domestica che, così com’era conservata e illustrata dalla scuola e dalla critica ufficiale, non la toccava più davvicino. Nel 1922 si concludeva con la vita la ricerca di Proust e usciva l’Ulisse di Joyce. Stanca, nonché sazia, di poesia, e stretta alla gola, in patria, dalla imperante retorica nazionalistica, la letteratura italiana cercava salvezza nella prosa, e per sopravvivere cercava di respirare, quanto più fosse possibile, l’aria che di fuori le veniva dall’Europa. Poté così anche scoprire che altrove una nuova poesia era sorta ad opera di uomini, Pound, Eliot, che avevano fatto propria la lezione di Dante in modo alquanto diverso da quello praticato e raccomandato in Italia. Ma non era scoperta che allora importasse. La via della salvezza passò in quegli anni, nel primo decennio dell’era fascista, da Pirandello a Svevo, e fu tutta, così in prosa come nelle brevi evasioni poetiche, coerentemente estranea alla tradizione storicoletteraria italiana e alle proposte della scuola e della critica ufficiale. Più tardi, nel secondo decennio dell’era fascista, il frazionamento della cultura italiana si venne attenuando, in parte spontaneamente, in parte per imposizione o seduzione politica; ma era durato abbastanza perché ogni settore nel suo isolamento avesse avuto agio di riflettere sui casi propri. Certo il ritorno in più angusto spazio della scuola universitaria alle sue origini postrisorgimentali e postromantiche, all’esercizio di una filologia detersa da ogni mitologia retorica, non si spiega se non tenendo conto di una previa, ormai inconsapevole incapacità della scuola a intervenire efficacemente da un lato della vita politica, dall’altro nella letteratura contemporanea. Se anche sia difficile pronunziare giudizio su eventi che nella memoria dei superstiti si affollano ancora segnati e involti dalla passione di parte, probabile sembra la conclusione che il mito nazionalistico, rivoluzionario prima e risorgimentale poi, di Dante, precipitosamente decadde e si spense in Italia nella prima metà di questo secolo, fra l’una e l’altra guerra europea e mondiale. Restò naturalmente Dante, e riapparve isolato, diverso e in parte nuovo, nei tempi grossi. Riapparve nel 1939, quando un editore torinese, Giulio Einaudi, noto per pubblicazioni di tutt’altro genere, e per aver raccolto intorno a sé il nerbo di un’opposizione politica giovanile, aggiuntasi a quella tradizionalmente schierata fra Napoli e Bari sotto la guida del Croce, pubblicò l’edizione delle Rime curata da Gianfranco Contini. In questa edizione, monda di ogni compromesso col passato, per la prima volta si ristabilì un punto d’incontro fra la più esperta filologia universitaria e la corrente ermetica che era in quel momento stesso all’avanguardia della letteratura militante in Italia. A distanza, e ripensando all’antefatto, l’incontro appare decisivo. Finita appena la guerra, in altro libro pubblicato a Torino da Einaudi, Cesare Pavese, riesaminando in appendice a Lavorare stanca la sua esperienza di poeta e di scrittore, concludeva che era venuto il tempo di ritornare a Dante. Certo non pensava alle Rime: pensava proprio alla Commedia. Né si vede a quale altro testo dell’antica poesia italiana fosse ancora possibile richiamarsi. Non perché la lezione, che si era rivelata fondamentale, del Petrarca e del Leopardi, e in parte anche del Manzoni prosatore, avesse perso alcunché della sua validità. Né perché la guerra e il dopoguerra, avendo rimesso in questione l’unità e l’indipendenza dell’Italia, avessero anche rimesso in onore l’idolo risorgimentale di dante, poeta della nazione. Vero è che in questione e a nudo erano stati rimessi i limiti provvisori, angusti, inaccettabili della nuova Italia, di quella unità e indipendenza, e che lo sforzo da ultimo concorde di scrittori e studiosi impegnati insieme nel loro mestiere e nella lotta politica avesse portato a riconoscere nel linguaggio preumanistico di Dante le premesse di una lingua e letteratura più libera e animosa, più aperta alla realtà e all’invenzione, più atta insomma a diventare strumento di progresso civile per la maggioranza degli Italiani.  [Dionisotti (1999), 241-242] (altro…)

Su “Parigi è un desiderio” di Andrea Inglese. Fughe e ossessioni

di Luciano Mazziotta

Parigi è un desiderio

 

Il romanzo era lo sbocco obbligato cui ha condotto la scrittura di Andrea Inglese in questi anni. E un romanzo come Parigi è un desiderio (Ponte alle grazie, 2016) è stato preannunciato più volte: non parlo solamente del preludio rappresentato da Commiato da Andromeda (Valigie rosse 2011); non parlo neppure esclusivamente del continuo impegno sulla prosa che Inglese ha profuso nei suoi lavori più recenti. Se è proprio del lettore trovare la ragione di una scrittura altrove rispetto alla semplice apparenza, il necessario esito in un romanzo l’ho rinvenuta già nel libro “di poesie” La grande Anitra (Oedipus 2013), in cui, seppure sfumata in termini apocalittici e allucinati, si tentava, ad ogni modo, di “raccontare” qualcosa in una struttura unitaria. Adesso è l’ora di Parigi è un desiderio, romanzo denso, romanzo di formazione, forse, ma, forse meglio, romanzo di ossessioni molteplici.
Romanzo in prima persona, romanzo che stilisticamente non è che il compimento di quel tipo di scrittura iniziata, almeno in Italia, da Celati, mette in scena la quête, antieroica, di un personaggio, Andy, ossessionato dallo spazio, dalla letteratura, dal lavoro e dalle donne.
Le due ossessioni primigenie sono sicuramente la città di Parigi e la letteratura, che come dei macigni pesano sulla soggettività del protagonista, facendo in modo che le altre vengano sempre e comunque trattate in funzione delle prime. Sfuggono quasi o vengono proiettate in un alone di irrealtà.
Parigi è l’emblema della fuga da Milano, un emblema all’interno del quale “entrare dal basso”. A spingere e a orientare questa fuga, tuttavia, è la letteratura: i romanzi soprattutto. Sì, perché è la scrittura vorticosa della prosa, quelle “circostanze della frase” che incitano il movimento: i romanzi di Dickens, di Dumas, la Bibbia illustrata per bambini; Venedikt Erofeev, Tolstoj, la scrittura di Perec sono l’enzima della costruzione di un altrove, di una Parigi “altra” rispetto a quella invasa dai turisti. Ma i romanzi, la letteratura, il cinema sono anche categorie interpretative del sé, nonché pretesti per fuggire dal male psichico del protagonista che, comunque, resta nascosto.
Del resto, se è vero che la scrittura di Inglese è egocentrata, tutta questa letteratura e questo bisogno di spazio appaiono come una strategia per coprire la verità di quell’io. Sono, dunque, quelle strategie che affrancano il soggetto da ogni pretesa di autenticità lirica e/o epica.
Non vengono coperti, certo, gli eventi traumatici afferenti al lavoro universitario ed al campo delle relazioni amorose. Parigi è un desiderio, così, desta sul lettore il sospetto che il trauma effettivo del protagonista non sia affatto trattato. Il lettore, dunque, non si trova davanti ad una confessione consolatoria della quale non sa che farsene; quest’ultimo è, piuttosto, chiamato a ipotizzare un’analisi – lettino e appunti – del personaggio principale, perché il suo male proviene da lontano, da un lontano inconoscibile per chi legge e forse per il protagonista stesso. La letteratura “non muta nulla”, avrebbe detto F. Fortini. Anzi, è solo una coltelleria ci dice Parigi è un desiderio.
Parigi e la letteratura, per quanto ideali e astratti, per quanto ossessive ed ingannevoli, costituiscono un punto di appiglio per il protagonista del romanzo: il lavoro, invece, viene definito come “improbabile”, mentre le donne “costituiscono il problema” di Andy. Il cortocircuito si attiva quando le quattro ossessioni, lavoro universitario, amore, letteratura e Parigi, confluiscono, inaspettatamente, nel medesimo punto. In questo caso è come se Inglese ci comunicasse che si esaurisce la possibilità del sogno e dunque del romanzo: il primo innamoramento a Parigi, primo di una lunga serie sempre più complessa, rende banale “quel sogno d’arte e di amore” che era la città. Parigi può rimanere solamente desiderio ideale. Il soddisfacimento del desiderio, la sua realizzazione, non può che coincidere con la stessa morte del desiderio. Forse è per questa ragione che il lettore non troverà in questo libro scene di grandi innamoramenti, commozioni, gelosie. Parigi è un desiderio è il romanzo che tratta gli amori solo nel momento del loro crollo. Perché tutta la fenomenologia dell’amore è superflua. E non narrabile. Tranne in un caso.
Non così il lavoro. Se la prima ossessione, infatti, è raggiungibile, quindi tematizzabile al momento del crollo, nel suo personaggio Inglese condensa tutta la difficoltà della realizzazione lavorativa del XX e del XXI secolo. Il lavoro, quello “desiderato”, resterà sempre e soltanto un desiderio. Come Parigi. Il lavoro è più ideale, più irraggiungibile dell’amore. Il soggetto non può trovare un posto nel mondo, perché quel mondo lavorativo, quello universitario, francese come italiano, non può che essere castrante; non fa altro che minare da ogni parte l’autostima del protagonista, che, di contro, per sopravvivere, non può che lanciarsi in un antifrastico, nervoso, cinico ma anche realistico elogio alla demenza. Il soggetto si degrada pur di non lasciarsi degradare dal mondo degli “intelligentoni” che, in una cena universitaria, di quelle comuni, sanno già chi salutare e chi no. A chi rivolgere la parola e a chi no. Chi esiste ed esisterà. E chi no. L’uscita è l’unica possibilità. Mentre l’amore, le donne, più donne, sono inevitabili, anche per questioni biologiche, dal lavoro ci si può affrancare. Il lavoro sognato non può che restare un lavoro sognato.
Amore e lavoro costituiscono, ad ogni modo, gli spazi claustrofobici – ideali – all’interno dei quali si muove il personaggio. Parigi e la letteratura li spiegano. Il protagonista ha il panico. Ma qualcosa può liberare Andy, come Andromeda nel dipinto di Pietro da Cosimo. E in quel qualcosa di definitivo, che farà di tutta la vita a venire un eterno presente, si potrà rinvenire il “lieto fine” di questo romanzo e della formazione del protagonista. Oppure no.

Calibro Festival 2016

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Da giovedì 31 marzo a domenica 3 aprile 2016 torna CaLibro
Festival di letture a Città di Castello

La quarta edizione di CaLibro è ormai alle porte: il Festival di letture, organizzato dall’Associazione culturale “Il Fondino”, grazie anche al sostegno e al patrocinio del Comune di Città di Castello e della Regione Umbria, sarà caratterizzato dalla presenza di ospiti prestigiosi e iniziative coinvolgenti che interesseranno un vasto pubblico: dai più piccoli ai più grandi, dagli appassionati di narrativa e di poesia, a quelli di ciclismo, spaziando dalla musica all’arte grafica. Il tutto tenendo sempre come punto di riferimento centrale i libri e la letteratura. Gli eventi, come sempre, si svolgeranno nei luoghi più caratteristici e suggestivi del centro storico della città.
Il 31 marzo si inizierà con l’evento “Il fantasma e la bussola”, che vedrà ospite il vincitore del Prix Goncourt 2015, il più importante premio letterario in Francia, Mathias Énard, col suo romanzo “Bussole” (in Italia uscirà a settembre per E/O e a CaLibro ne saranno letti alcuni estratti in anteprima), che l’ha portato sotto i riflettori della stampa e della critica mondiale.
Lo scrittore francese è già uscito in Italia con Zona (Rizzoli e BUR, 2008), Parlami di battaglie, di re e di elefanti (Rizzoli, 2010), Via dei ladri (Rizzoli 2012). Insieme a lui, in uno dei due atti della serata, Filippo Tuena col suo Memoriali sul caso Schumann (Il Saggiatore, 2015), romanzo sugli ultimi scampoli di vita del grande compositore Robert Schumann e dei fantasmi che vedeva quando venne colto da follia.
Il 1° aprile sarà al centro l’epica letteraria del ciclismo con l’evento ll Cannibale e il Pirata. Storie, eroi e libri di ciclismo, un incontro con i giornalisti e scrittori Claudio Gregori (Eddie Merckx, il Figlio del tuono, 66thand2nd) e Marco Pastonesi (Pantani era un dio, 66thand2nd) che parleranno, intervistati da un gruppo di appassionati, dei protagonisti dei loro libri e delle grandi storie del ciclismo. (altro…)

“Italics” di Gian Maria Annovi

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Titolo: Italics

Autore: Gian Maria Annovi

Editore:  Nino Aragno Editore, 2013

Continua, infierendo fra storia reale e spazio mediatico, il percorso poetico di Gian Maria Annovi, che si arricchisce di un nuovo tassello: il libro Italics, appena uscito per la nuova collana di Nino Aragno Editore “i domani” curata da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa e Laura Pugno.

Si parte dal suo libro precedente Kamikaze (e altre persone), dove si coniugavano in un rapporto costante corpo-frammento e terrorismo, in relazione alla grandissima conformità e allo strapotere dell’informazione (soprattutto televisiva), per giungere ad Italics, dove la narrazione stessa si spezza, propone una mappatura dettagliata di luoghi letterari e geografici, reali e inesistenti, in cui si colloca al limite un mondo disordinato.

Italics  si svolge in cinque tempi o spazi d’azione, dove i personaggi, figure d’ombra in continua disintegrazione, mutanti del pensiero e del corpo, non riescono mai pienamente a relazionarsi con una realtà ostile, violenta e profondamente inquieta.

I testi inclusi nell’opera sono stati scritti fra il 2002 e il 2012, “ma coprono simbolicamente un arco temporale che va dall’ottobre 2002 al 10 settembre 2001″, come scrive l’autore nelle note al testo scegliendo di saltare un evento: una giornata fatidica di disturbo mondiale come l’ 11 settembre del 2001; la data indimenticabile è la soglia da cui si può partire o arrivare per cominciare a parlare di un nuovo mondo, di un nuovo occidente geografico, di una connessione bizzarra di elementi destabilizzanti. Per la scrittura di Annovi 11 settembre è l’inizio di un secolo, un precipitare.

Città chiave di questa narrazione restano per questo, i due poli geografici estremi: Los Angeles e New York, che rispettivamente aprono e chiudono il libro.

La scrittura di Annovi procede per singhiozzi, rastremature, come scrive Laura Pugno nella quarta di copertina; uno scrivere “asintotico” di “straniamento spaziale e temporale”.

Si comincia con la serie TT/DUET (The Tempest in Los Angeles), acronimo dell’ultima opera di Shakespeare e delle Twin Towers; i personaggi sono: le Dramatis Personae, che scorrono nell’immenso oceano mediatico, dove ogni prospettiva si propone come realtà, realtà in diretta.

Le voci dei protagonisti si sciolgono fuori campo, azionano, muovono il pensiero ma sempre fuori campo, come maschere efficaci e oratori dal deserto: “se le vostre voci mi bordano/la testa e/ non protestano per questo/ patetico stato/ attesto che questa vita/ pro capite/ non basta:/ che il capitale è il torto/ capita che si veda/ nella carne disfatta dei sogni/ nella materia che sa/ far male”. Il contrasto fra azione e passività è reso con efficacia, così si trasforma in strumento, nastro da maneggiare con cura perché produce e falsa la realtà con esatte imposizioni di sistema, dalla scelta dei cibi alla pubblicità di noi stessi: “ cali banalmente/ dagli schermi/cosa di buio/ stregati dall’utero catodico/ i tuoi gemiti gemelli/ sono la pienezza dei nostri/ stomaci/ fast food e fasti/ di plastiche/ il reale concima/non coincide/ con la riavvolta realtà/( decide il taglio nel nastro)/ tali tele bani-/ shed products are sponsored by/ us.

L’epilogo è la fine dei corpi, che sembravano addormentati di terroristi e ostaggi, uniti nella morte, dopo l’intervento delle forze speciali russe al teatro “Na Dubrovka”.

Altra considerazione da fare, altra metamorfosi che riguarda la serie Self Eaters (Autofagi), è il mutamento che avviene attraverso il corpo, il cibarsi di se stessi, appartenersi in maniera estrema, promuovere un’arte deformata che prova a ricrearsi: SELF-EATERS#1 “non distingue le dita delle mani/ dalle dita dei piedi non distingue/ la cartilagine dall’unghia/che è la cosa morta che/ gli cresce/e se ne nutre:/ si allunga dunque e flette e piega/gli arti di plastilina/l’arte è lui: contorsionista bambina/ deformata dall’idea di perfezione”. Sottraendo brevi tratti e brevi interruzioni, si assiste ad un processo di ribellioni, follie collettive, che caricano il presente di elementi stranianti: <Interruption> “ne catturano uno il gruppo dei vicini/ con megafoni spranghe videofonini”; in questi testi l’elemento della violenza registra i suoi massimi effetti nello smembramento, nella decapitazione di pezzi, quasi come fosse un corpo da ri-assemblare e l’ombra costante in tutto ciò della ripresa video, della costante connessione, di un elemento scenico costantemente filtrato: “attorno al tavolo operatorio/ allestito di fretta nella palestra/ chi gli taglia la mano/ la coscia/ chi gli mozza la testa/………………………./ stride nel microfono/ la voce di chi prega/ poi spartiscono le parti/ in fogli di stagnola”.

Fulcro e centro di Italics il poemetto “La Gloriola”, non a caso collocato alla metà del libro, come grande spartiacque, fra luoghi ed esperienze, ma anche e soprattutto fra la divisione dei mondi e un alternarsi di spazi, dall’emigrazione dell’autore stesso negli Stati Uniti, all’immigrazione verso il paese della lingua in cui scrive, l’Italia come altra Italia.

Questo provoca una vera alterità, un isolamento forzato, quasi un esclusione dal sistema, ma proprio in questo Annovi rinnova la sua forza, la sua energica denuncia, quasi un dettato di umanità, di resa testimonianza. “ma se la gloria è gloria/(dunque)/ sappia dire la gloria delle cose/ ad esempio/il nome per dire/ l’ossatura delle piante:/legnanza o legnaggine o/ legnosura oppure semplicemente/ un segno inciso sulla corteccia del/ cevello/ illeggibile se non ti spaccano la testa/ coi manganelli/ sappia dire le cose nuove/ ad esempio/ il nome dei suoi nuovi cittadini/ il nome del paese che ha confini/di corpi affogati e vulcani:/( questo ha un nome impronunciabile)/ lingua che cede e cade dalle gengive/ che dica l’assoluto tremore/ di questa donna: sulla barca che sbanda/ di notte col neonato schiacciato/ tra le cosce/ che non respira”.

Una delle parti più riuscite del libro è Rapture, di cui alcuni testi erano già usciti nella bella antologia Poeti degli Anni Zero (Ponte Sisto 2012) curata da Vincenzo Ostuni.

Il tema di queste poesie è il rapimento, non solo alieno, ma da qualcosa di sconosciuto e lontano, quello del diverso che assume la valenza di una sorta di esperienza mistica di limite.

L’originalità dei componimenti passa attraverso una breve descrizione anagrafica, come se il soggetto, il singolo, rappresentasse numeri, dati, esperienze da registrare, da poter manovrare: “[S.M; 21 anni, studente] vengono a portarci via le donne/ per farci figli le/riempiono di robe loro le/coprono come le/ bestie/ le innestano coi loro bastoni”. Oppure “[R.W. 53 anni, casalinga] a me m’innamorano/ i visi loro cioè/ anche se non hanno/ sorrisi e / vengono per rubarci/ vivi”.

Ora le voci che parlano sono esperienza pura e fanno parte di ogni classe e ceto della società, proprio per ricordare come l’esperienza della diversità sia fondamentalmente esperienze di tutti. “[O.A; 33 anni, negoziante] vengono con navicelle/ di notte mica/ carrette vengono/da tutti i lati/ ma soprattutto/ vengono malati e vuoti”.

L’ultima serie 9/10 (dittico in due tempi), parte da ciò che sosteneva Francis Bacon raccontando della realtà di New York, dove 9/10 (nove su dieci) di questa realtà sembrano inessenziali.

9/10 sono anche le cifre di una data ormai parallela, ferma alla pre-realtà: il giorno prima dell’ 11 settembre. Non senza terrore l’autore prova a raddrizzare il reale, a guardare qualcosa di inosservato, qualcosa che si poteva e si doveva guardare: la memoria di un nuovo secolo e il bilancio di uno appena concluso; in questo Annovi sceglie di guardare, di opporre alla finzione/ reality, la parola e la vita, sempre in controtendenza e oscurata, ma sempre vita: 2. (10.28 am) “Risale in superficie la donna/ che pulisce le torri degli uffici/ nel supermarket vicino a casa/ si vede in fiamme/ riflessa sulle buste di surgelati/ vive senza saperlo/ in un piano-sequenza stravolto/ il suo volto: Monica Vitti che osserva/ l’isola che l’ha resa deserta”.

Bolaño, Serrano, Ostuni, Carofiglio e il diritto di critica

Roberto Bolaño ne “L’ultima conversazione” (ed. Sur, 2012) a una domanda circa la differenza tra uno scrittore e uno scribacchino risponde così:  “Una scrittrice è Silvina Ocampo. Una scribacchina è Marcela Serrano. La differenza sta negli anni luce che le separano”. Questa frase mi è tornata in mente circa la questione aperta in questi giorni tra  Gianrico Carofiglio (scrittore) e Vincenzo Ostuni (editor di Ponte alle Grazie e poeta). Tempo fa Ostuni, sulla propria pagina facebook, scrisse: «un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes», riferendosi a “Il silenzio dell’onda” di  Carofiglio, finalista al Premio Strega 2012. Gianrico Carofiglio tra le molte possibilità, a sua disposizione, da poter usare per difendersi, cosa fa? Lo cita in giudizio. Complimenti vivissimi. Avrebbe potuto scriverne su un quotidiano, avrebbe potuto dire – ad esempio: “Parli bene te che avevi un libro in finale” o dire: “Ostuni, quello che lei dice non è vero e le dimostro perché.” eccetera. Non mi risulta che la Serrano o la Allende (che Bolaño tratta anche peggio) siano mai ricorse alla Magistratura per replicare alle dichiarazioni dello scrittore cileno, mentre mi  risulta che di “sfanculamenti” tra scrittori  ne sia piena la storia (per saperne di più vi rimando qui). La questione Carofiglio è molto grave perché attacca il diritto di critica, la libertà d’opinione; è grave qualunque sia il pronunciamento dei giudici, è grave che si sia d’accordo o meno con Ostuni. Un’importante iniziativa, in difesa di Ostuni e della libertà di opinione, promossa da un gruppo di intellettuali, si svolgerà domani a Roma, qui il link con i dettagli: Nazione Indiana. Chi potesse ci sia o sostenga l’iniziativa.

GM