Vincenzo Mastropirro

Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello, SUD… ario

Vincenzo Mastropirro e Giuseppe Fioriello, SUD… ario.  Prefazione di Angela De Leo, SECOP edizioni, 2019

Insudiciarsi di passione: è questa la sorte di chi nasce al Sud. Le parole poste in epigrafe a SUD… ario, la più recente raccolta di Vincenzo Mastropirro nel dialetto di Ruvo di Puglia e, nella traduzione dello stesso autore, in italiano, appena pubblicata per SECOP edizioni con disegni di Giuseppe Fioriello, introducono sia ai quindici testi che ne costituiscono la tessitura, sia alla Weltanschauung di riferimento, una visione del mondo che caratterizza sin dai primi volumi tutta la sua produzione poetica.
Ecco dunque l’epigrafe completa, prima in dialetto ruvese, poi in italiano:

…ci nasce au Sud se zezzàisce de passiàune
e cunnànne l’àneme all’ètérnetò.

…chi nasce al Sud s’insudicia di passione
e condanna l’anima all’eternità. 

Si macchia, si colora di rosso, infittisce le maglie e, ancora, si lacera e si squarcia questo sudario, sipario e telone, sostrato e immagine di una Passio Christi che culmina con i riti della settimana santa ed è, pure, quotidianamente, Passio Hominis.
Raggiunge una sintesi esemplare, in SUD…ario, la capacità di Vincenzo Mastropirro di portare il dialetto ruvese, ruvido e aspro, a una valenza espressiva universale, cosicché personaggi, momenti, carri e processioni, costumi e simbologie che precedono la Pasqua nel paese delle Murge, elementi pur radicati in una determinata dimensione geografica e culturale, diventano pietra di paragone immediatamente percepibile e trasferibile ad altre realtà esistenziali, ad altro patire, ad altri tormenti, così come – bene fa a sottolinearlo Angela De Leo nell’ampia prefazione – ad altre speranze.
La rievocazione della Passione di Cristo nelle stazioni della via Crucis dal monte degli Ulivi al Calvario assume dunque la veste concreta della passione degli umani in tutti i Sud del mondo.
È una passione plurisensoriale, che si arricchisce delle sollecitazioni del tratto d’inchiostro di china dei disegni di Giuseppe Fioriello, così come del ritmo e delle armonie impresse dalla banda che accompagna le processioni con le sue marce funebri. Vincenzo Mastropirro è, tra l’altro, musicista in quel progetto di rilevanza internazionale che è la Banda di Ruvo di Puglia diretta da Pino Minafra; ricordo bene che la prima volta che vidi il suo nome, diversi anni fa, qualche mese prima di conoscerlo personalmente e prima di conoscere la sua poesia, fu tra gli strumentisti citati – il suo nome era riportato per primo – sul libretto di accompagnamento di un CD della Banda, un album doppio che ricevetti in dono e di cui scrissi con curiosità e riconoscenza, menzionando una processione, la processione degli Otto Santi a Ruvo di Puglia, che riveste un ruolo importante sia nella coscienza di tutti i ruvesi sia tra le pagine di questo libro.
È una passione nella quale, come ha avuto modo di scrivere Mastropirro, «u fiòte s’accàrne», «il fiato s’accarna»; i sensi sono sollecitati, ancora una volta, da termini dialettali che donano straordinaria corporeità alla condizione umana, insudiciata dal male e dalla pena, con il prevalere del suono della zeta: «’nzevote», «zezzàuse», dolente nel prolungato lamento, che si incarna nelle coppie di vocali -ie, (reso talvolta come -je), -iò, -iu, -ue, -uò: «figghje figghjemeje», «streppiòte», «niute», «striusce», «àrue», «ruòbbe».
È una passione, infine,  che unisce i connotati – aperture di luce, ombre sul territorio e sulle esistenze – di una poesia che si è abbeverata ai testi di Vittorio Bodini, a quella giusta collera di cui si era fatto cantore, e raccoglitore di canti, Gianmario Lucini, che fu editore e amico di Vincenzo Mastropirro.

© Anna Maria Curci

 

U munne sotte-saupe

Assèise ‘ngope a re scole de la chisje
tremìénde u munne sotte-saupe.

Inde, stuonne statue de criste e madunne
ca s’onne stangote de danne adìénzie
e s’arrùocchene inde a re nicchje aschiure.

Da-ffore, u munne cange a chelaure ogn-e matèine
ma u core de la gìénde sbiadisce sìémbe de cchjue.

Mo, me vìédene desperòte e ìéssene chione-chione
s’assidene au custe e m’ambàrene a dèisce re reziìune.

Il mondo sottosopra

Seduto in cima alle scale della chiesa
guardo il mondo sottosopra.

Dentro, stanno statue di cristi e madonne
che si sono stancati di darci retta
e si nascondono in nicchie oscure.

Fuori, il mondo cambia colore ogni mattina
ma il cuore della gente sbiadisce sempre di più.

Ora, mi vedono disperato ed escono piano piano
si siedono a fianco e m’insegnano a pregare.

(altro…)

Vincenzo Mastropirro, Notturni

 

Vincenzo Mastropirro, Notturni, Terre Sommerse, Roma 2017

Musicista e poeta che si è distinto per le sue raccolte in dialettoVincenzo Mastropirro torna alla poesia in lingua italiana (ricordo Nudosceno, LietoColle 2007) in questa raccolta dal titolo programmatico, Notturni, che a sua volta si divide in quattro sezioni, Notturni, Notturni bisbigliati, Notturni urlati, Notturni masticati. Sono poesie che rimandano ad altrettante composizioni musicali, a “notturni”, appunto, di riflessione e meditazione sull’esistenza, sulle esistenze e sulle loro manifestazioni, a “notturni” di contemplazione, così come di constatazione. La parola poetica spicca il volo, coinvolge e convince là dove essa riesce a creare nuove armonie, là dove, per riprendere una poesia di Mastropirro di qualche anno fa, che considero un vero e proprio manifesto, «il fiato si accarna» e «ogni vibrazione diventa musica». Prende quota anche la “giusta collera”, l’urlo di chi è «livido di livore», lo sdegno dinanzi ai massacri perpetuati da umani su umani: ne è un esempio la poesia dedicata a Stefano Cucchi.
Il dialetto di Ruvo, quell’idioma refrattario a ogni forma di addomesticamento, e, come tale, avvertito come baluardo a qualsiasi finzione, per quanto allettante possa essere la finzione, a qualsivoglia «lingua infradiciata», torna tuttavia nella sezione conclusiva, in quei Notturni masticati nei quali le considerazioni della madre e sulla madre del poeta, rigorosamente e ‘necessariamente’ rese in ruvese (nel concetto di necessità si fondono i dati biografici e l’intenzionalità etica alla quale si è appena accennato), si approfondiscono e si ampliano per abbracciare i temi cari a Vincenzo Mastropirro: tempo e contro-tempo, tempo come cornice e limite delle vicende, contro-tempo come scontro e confronto con la morte.

© Anna Maria Curci

 

Quando un flauto suona melodie impensabili
il ritorno dello spirito è a portata di mano.
Lo vede anche un bambino che sa di musica pura
lo sente un vecchio che le ha cantate in un’altra vita
le ascolto anch’io che non so nulla di nulla
e abbraccio il suono per questo miracolo eterno.

 

Ri-annuso vecchie fotografie
e vedo l’ingiallimento della carta
nella camera oscura. Morta.
Acidi e colori disegnavano facce.
Lo sbiadimento tiene ancora. Ora
tutti inciampano nelle crepe dei volti
e nello spazio della memoria
si addensano finte apparenze. (altro…)

Manuel Cohen, A mezza selva #3: Vincenzo Mastropirro

Mastropirro: Per una geografia o ritratto (paradossale) del Tempo

La naive s’è squagghiòte
e u munne è sèmbe cure.

U incande è svanèite
e u sciuche è specciòte.

[La neve s’è sciolta/ e il mondo è sempre quello.//
L’incanto è svanito/ e il gioco è finito.]

(Vincenzo Mastropirro)

Per sommi capi, possiamo scrivere che la vita quotidiana di Vincenzo Mastropirro, compositore di musica e concertista che solca i palcoscenici internazionali, si divida tra tre località: Bitonto, Bisceglie e Ruvo di Puglia. Bitonto è un popoloso comune a vocazione agricola, dove è ancora possibile degustare formaggi e latticini autoctoni di inestimabile bontà. Il comune, che ha superato i 55.000 abitanti, è inserito nella Città Metropolitana di Bari. Sin dal XIII secolo è conosciuto per la produzione olearia, ed è noto come ‘Città degli ulivi’, ed è ricco di testimonianze artistiche, a partire dalla Cattedrale del XII secolo in stile romanico pugliese. Si trova nell’immediato entroterra, a soli due chilometri dal mare.
In mezz’ora d’auto, percorrendo la Statale 16, il nostro arriva a Bisceglie, città in cui lavora. Si tratta di una città splendida di oltre 55.000 abitanti, un insediamento umano risalente al Paleolitico, come lo è Bitonto e un po’ tutta la vasta zona, ed è situata al centro di un’area densamente abitata, legata a nord alla città di Trani e a sud a Molfetta. Bisceglie è un insediamento umano antichissimo, caratterizzato in architettura dalla predominanza del bianco, per via della pietra, nota come ‘pietra di Trani’, usata per erigere le abitazioni, i monumenti, le chiese e i palazzi più prestigiosi della sua storia. La città portuale, murata e fortificata, è adagiata sulla costa adriatica del Mezzogiorno, felicemente contaminata nei secoli dalle culture, dalle lingue e dalle religioni che arrivavano dal mare: dai greci che la colonizzarono, ai longobardi, ai normanni, agli svevi. Inoltre è attraversata dalla via litoranea che ne ha favorito i collegamenti, gli scambi e i commerci sia con il sud delle Puglie sia con il nord della regione e del Paese tutto. A Bisceglie il nostro autore è riconosciuto e stimato, sia per la sua professione di compositore e di insegnante di musica, sia per le molteplici attività artistiche che lo vedono protagonista attivo della scena culturale cittadina e d‘oltreconfine. Parimenti è un apprezzato autore di poesia in lingua italiana e in dialetto. Possiamo anche dire che la parte preminente sia rappresentata dall’opera in dialetto. Il dialetto, meglio, la lingua adottata per i suoi versi, è quello materno (ruvido e aspro per dittongazione e per parole tronche, al contempo morbido ed elastico grazie alle vocali aperte e musicali) del paese d’origine dei genitori: Ruvo di Puglia.
Ruvo si trova nell’entroterra collinare, inserito nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, a pochi chilometri dalla costa biscegliese. Da questo antico borgo rurale di grande e strategica ricchezza terriera, che oggi consta di oltre 25.000 abitanti, si gode di un’aria mite e di una lieve brezza che dà sollievo nelle afose giornate estive. Affacciandosi dalla verde terrazza panoramica della Villa Comunale, è possibile avere una visione panottica dell’agro e delle colline, amorevolmente coltivate a frutteti e a oliveti, morbidamente digradanti fino alla costa: fino all’azzurro più intenso dell’Adriatico. Dalla sommità della collina e dall’ampiezza del mare vengono i versi ariosi e, spesso, incoercibilmente imperiosi e musicali di Mastropirro.
È come se la visione del paesaggio, il suo connaturato disporsi panoramico, favorisse la riflessione, tuttavia mai pacificata e mai oleografica o rassicurante come accade per tanti topoi o luoghi cari ai dialettali, di continuità e di mutamento dell’essere: dell’essere nel tempo. Questo dato è già rilevabile nei tre libri di poesia precedenti, ma qui, in Timbe-condra-Timbe diviene fatto chiaro e ineludibile, qui acquista forza perentoria, diremo pure, definitiva. Così il pensiero del tempo diviene un felice ossesso, un fil rouge rintracciabile di libro in libro, di verso in verso, di vissuto in vissuto. Non sarà un caso infatti se, a un rapido spoglio e a una più rapida presentazione di prelievi testuali dai tre libri precedenti, è dato di rilevare la centralità del tema che assume la valenza di vera e propria coordinata fondamentale o invariante dei testi. Già ad altezza dell’opera prima in lingua italiana, Nudosceno (LietoColle, 2007) è infatti riscontrabile in frequenza il nucleo tematico anticipato e viepiù declinato: «[…] guardo/ cum’ pass u’ timb… (come passa il tempo…)// il futuro non dà tregua// La vita che ti spetta dilata il tuo spazio. La vita che mi resta/ non giova più a nessuno» (Nudosceno, p. 12); oppure: «Scorre il tempo in malo modo/ […] A stento/ torna il sereno/ e il tempo scorre/ nel profondo dell’onda/ morte e resurrezione/ rallentano il quotidiano/ e il tempo scorre» (ivi, p. 54); o ancora, con accentuata valenza polisemica, oscillando tra tempi di una partitura musicale e tempo presente, reale e concreto: «[…] // I tempi hanno i loro tempi/ se è quattro quarti è così/ se undici ottavi va bene lo stesso.// Ora non c’è più tempo/ la babele arranca e il seguito striscia/ ora, non c’è più tempo» (ivi, p. 59). Oppure, con l’uso dei tropi, il tempo si fa metafora del tempo: La machene du timbe (La macchina del tempo): «La machene du timbe ésiste.// nescìune se pote gavetò/ da la machene du timbe/ quanne se mìétte a dèisce veretò» («La macchina del tempo esiste.// Nessuno si può sottrarre/ alla macchina del tempo/ quando si mette a dire verità»; Tretìppe e martìdde 2.0, pref. di L. Metropoli, nota di F. Marotta, Secop, Corato 2015).
Quest’ultimo esempio testuale introduce uno degli elementi meglio caratterizzanti la poesia di Mastropirro: è il dato di icasticità, spesso accompagnato a una visione simbolica altra, o sghemba, analogica o metaforica, irridente e desultoria dell’esistenza e a un continuo esercizio di surrealtà. Spesso si tratta di una visione che ha le sembianze naturalistiche rassicuranti, in quanto legate a un mondo di esperienza concreta e fisica, o legate a modi di dire propri dell’oralità di appartenenza (si leggano nel libro le molte espressioni comuni, le frasi idiomatiche, i mezzi detti, i ritornelli o massime popolari), a modi di pensare propri della società rurale (condensati in apologhi, sentenze e più ironici lazzi) o comunque del proprio mondo di riferimento o Koinè; e tuttavia sono visioni che insinuano germi e geni di natura sempre altra, che covano e producono soluzioni inedite, imprevedibili e paradossali. Risulteranno centrali nella riflessione sul tempo, da intendere nelle sue più svariate accezioni di tempo biologico, interiore, atmosferico, storico e musicale, ovvero legato alla ritmologia dei suoni, alla sua percussività ritmico-prosodica, a tutta una complessa e mai esibita fitta rete di corrispondenze e riprese sonore, di anafore, di ripetizioni, di catene allitterative. Sovente si riscontra infatti un continuo riferirsi o alludere ai tempi e alle pause ritmiche della musica, fino alla sovrapposizione degli elementi suono-tempo in luogo di uno spazio-tempo, come in questo prelievo dalla raccolta del 2013: «Quanne u fiote s’accarne/ ogne vibrazione devènde museche// da dà, camèine, scappe e po’ abbuaisce/ patrune-e-suotte, du timbe e du sune» («Quando il fiato s’accarna,/ ogni vibrazione diventa musica// da lì, cammino, corro e poi volo/ padrone e schiavo, del tempo e del suono»; Poésia sparse e sparpagghiote, pref. di N. Pice, postfaz. di A.M. Curci, CFR, Piateda 2013»). Non appaia al lettore un presuntuoso arbitrio se lo invitiamo a leggere due nostri precedenti interventi dedicati alla poesia dello scrittore di Ruvo, uno apparso sul Litblog «La Dimora del tempo sospeso», Il refrain libero e civile di Vincenzo Mastropirro, e l’altro su «Versanteripido»,  7 poeti del sud: Vincenzo Mastropirro (Puglia). (altro…)

Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-timbe

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Vincenzo Mastropirro, Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo. Prefazione di Manuel Cohen, Puntoacapo 2016

«… e u timbe scuorre»: il tempo scorre, sì, con velocità diverse e diversamente percepite col passare delle età – di persone, di luoghi, di oggetti, perfino di modi di dire – nella poesia di Vincenzo Mastropirro nella lingua di Ruvo, il paese natale nelle Murge. È un idioma che conferisce ritmo e plasticità alle composizioni di Timbe-condra-Timbe. Tempo-contro-tempo.
Sono testi di varia lunghezza che esaltano, come evidenziato dalla prefazione di Manuel Cohen, quella icasticità che contraddistingue sin dalle prime raccolte la scrittura del poeta e musicista pugliese. Il tempo e i tempi, ché l’ampiezza di accezioni e figure e persone del termine è considerare quanto più grande possibile se ci si accosta a una poesia di tal fatta, che coniuga detti popolari e considerazioni aforistiche con un compare d’anello peculiare, che è questo dialetto non di rado aspro, dalle arditezze vocaliche che strappano perfino agli stessi corregionali il commento: “ostico”, magari a fior di labbra, e tuttavia con la segreta convinzione, nel caso del ruvese, che “forestiero” e “forastico” siano qui contigui.
Sono tempi dell’attesa e dell’avvertimento, come quello ripetuto in continuazione a Vincenzo tredicenne («na da mangiò pone tuste!», «ne devi mangiare pane duro»); sono tempi della constatazione, del “bilancio di medio termine” compiuto durante il “terzo” dei quattro tempi dell’uomo («nan so mè mangiote pone tuste», «non ho mai mangiato pane duro»); sono i tempi di mezzo, scanditi, come nocche su un tamburello, dal «’Mbèratande». dal “mentre”; sono i tempi del pronostico inevitabile («u quarte cu’ curpe sfatte e mangèime pe’ le virme», «il quarto col corpo sfatto e mangime per i vermi»); sono i tempi “bastardi” della lentezza esasperante e sorniona nella percezione del tempo («U timbe nan passe cchjue/ quanne sé ca nan sté cchiù timbe.», «Il tempo non passa più quando sai/ che non c’è più tempo.»); sono i tempi, infine, dell’invito, nonostante tutto: «candòme tutte ‘nzime/ candòme mò o cchjù pe’ nudde», «cantiamo tutti insieme/ cantiamo ora o mai più».
Il tempo condensa il suo significato in luoghi e in oggetti, luoghi e oggetti che si fanno tenaci e vivi e maestri a chi conosce il valore del sostare e dell’ascoltare, del cogliere al tempo giusto, dell’osservare nello scorrere e del lasciare andare ciò che si sottrae al gesto, sempre intempestivo, della prepotenza. (altro…)

Manuel Cohen presenta 21 poeti neo-dialettali

Franco Scataglini, Senza tutiki, Disegno a penna su carta

Franco Scataglini, Senza titolo, Disegno a penna su carta

E per un frutto piace tutto l’orto”. Manuel Cohen presenta 21 poeti italiani neo-dialettali

di Anna Maria Curci

L’amore per la poesia dialettale si è manifestato nel corso della mia vita, da che ho ricordi, in forme diverse, con differenti gradi di consapevolezza e di slancio. Da piccola, ho conosciuto la poesia dialettale dai racconti materni come forma alta di espressione umana che rappresentava, nel “lessico famigliare”, l’unica, dignitosissima, eccezione al divieto rigoroso di far uso di qualsivoglia dialetto regionale nella comunicazione tra le pareti domestiche (fuori, essendo cresciuta nella periferia della capitale, non c’era modo di ascoltare o di cimentarsi né nel ruvese di mio padre, né nel pignolese di mia madre; restava solo l’accento romanesco, deprecato e detestato apertamente da entrambi i genitori). La curiosità si accompagnava dunque, allora, al continuo tentativo di trasgredire quel divieto. Poi sono arrivati gli studi liceali e la consapevolezza di una tradizione dalle radici antiche e sempre rinnovate, una tradizione che nulla perde nel corso del tempo, nulla concede allo sprezzo, basato solitamente su argomentazioni tra lo spocchioso e il timoroso della pluralità,  che a intervalli regolari viene dispensato dal ‘degustatore’ di turno, sia questi noto o sconosciuto. Infine, nella maturità, lo studio, la lettura appassionata, la familiarità con la poesia neo-dialettale hanno rinsaldato la convinzione della grazia e della dignità, della forza di questa parte fondamentale, pilastro, ponte e fiume, della produzione poetica in Italia. Il saggio di Manuel Cohen, mia più recente lettura nella mia biblioteca di poesia dialettale che si va via via facendo più nutrita, giunge a confermare questo mio convincimento e a ravvivare l’amore per essa, ché di amore e sapienza si nutre il contributo di Cohen. Fa, inoltre, qualcosa di più, perché mi permette di rendere più complessa e ricca la mappa dei poeti italiani neo-dialettali, grazie a una fitta rete di collegamenti, strade e ponti tra dialetti, lingua nazionale, lingue e letterature altre.

E per un frutto piace tutto l’orto. 21 poeti italiani neo-dialettali è il titolo, ispirato a E per un frutto piace tutto un orto di Franco Scataglini, del saggio di Manuel Cohen, pubblicato nel n. 3 del 2015 – nel mese di marzo, dunque – di “Versante Ripido” (qui). Tra i ventuno poeti presentati, tredici sono già apparsi nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, vasta ricognizione a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava, Christian Sinicco e buon punto di partenza, insieme ai volumi Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto e Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, per un “viaggio tra i poeti in dialetto”. Gli altri otto, scelti da Manuel Cohen con un criterio al quale mi sento di aderire senza riserve, perché privilegia la vivacità del dettato, l’innovazione linguistica e il fecondo conversare su più piani della poesia dialettale, si aggiungono al quadro de L’Italia a pezzi che, per quanto ampio, non poteva necessariamente pretendere di essere esaustivo. (altro…)

In Apulien, 12 – Vincenzo Mastropirro

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La dodicesima tappa ripropone la voce di Vincenzo Mastropirro, voce che ha inaugurato la prima puntata di “In Apulien”. L’occasione è data dalla pubblicazione della raccolta Poésia sparse e sparpagghiòte, che raccoglie testi scritti nel dialetto di Ruvo di Puglia.

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Quanne u fiòte s’accàrne… Poesia sparsa e sparpagliata di Vincenzo Mastropirro
Nota di lettura di Anna Maria Curci*

Da tempo la poesia di Vincenzo Mastropirro fa parte di un esercizio di letture e ascolto che curo con la costanza e la dedizione che si provano sia per i propri lari, sia per l’altro da sé che si ri-conosce come tale nell’andirivieni tra affinità e diversità, per l’interlocutore dal quale non si smette di imparare.
Passo, slancio e musicalità dei suoi componimenti hanno acquisito, anche nel diversificare toni e timbri, temi e generi, una voce che mai confonderei con altre. Poesia civile, considerazioni esistenziali e incisività della memoria collettiva e personale restano sì ben individuabili, giacché il fumo e il disorientamento intenzionale sono quanto di più distante da Vincenzo Mastropirro, ma sono unite dalla musica della sua scrittura, la quale oltrepassa con il vigore della coerenza il facile nascondiglio del doppio binario di pubblico e privato.
Questa unità nella pluralità è la caratteristica principale di Poèsìa spàrse e sparpagghiòte e sembra, con una ironia della quale Vincenzo Mastropirro ha piena padronanza,  contraddirne il titolo.
La lirica scelta come copertina, quasi un manifesto, senz’altro, e, per dirla con le parole dell’autore, “grido civile di libertà”, richiama una delle qualità di questa raccolta, vale a dire il suo prendere posizione, in maniera non retorica, ma vigile, sul tempo e sulle scelte.
Altro segno caratteristico della scrittura di Mastropirro è la lingua, il dialetto di Ruvo di Puglia, lingua materna e d’elezione allo stesso tempo, se è vero, come ribadisce il testo conclusivo, che essa si fa una cosa sola sia con l’indole, l’essenza, sia con l’obiettivo consapevole del poeta:

me disse: “la poesia dialettale non la sopporto,
se scrivi in dialetto sei destinato al nulla.

Ei so nudde e nudde vogghije ièsse
ma la poèsèi è tutte e nudde
inde a totte re lingue du munne
e piure cu la maije, chère de Riuve
ma spècialmède chère de mamme
ca stè inde alla cope, avvetòte
cume ‘nu pirne affunne ed etièrne.

[mi disse: “la poesia dialettale non la sopporto,/se scrivi in dialetto sei destinato al nulla.”// Io sono niente e niente voglio essere/ma la poesia è tutto e niente/in tutte le lingue del mondo/e pure con la mia, quella di Ruvo/ ma specialmente quella di mamma/che sta in testa, avvitata/come un perno profondo ed eterno.]

L’idioma della poesia di Vincenzo Mastropirro – un idioma nel quale dominano suono aspro, allitterazioni intonate sulla liquida ‘r’, che nel ruvese ha anche funzione di articolo determinativo, gioco di vocali accentate e mute, dal timbro che nasce spesso da combinazioni tra di loro – ha, com’egli stesso ha avuto modo di ricordare in una sua poesia apparsa in Pugliamondo (Sotte u saule estèive du Sud, Sotto il sole estivo del sud) e in una conversazione recente, il suono delle mandorle poste ad ad asciugare sulle strade del paese e rivoltate a intervalli regolari dai bambini; ha i colori della Murgia a maggio:

La murge a mòsce
è ‘nu spèttacule de liusce e cheliure
c’abbàllene saupe a le cricricrì… de re cecòle

[La murgia a maggio/è uno spettacolo di luci e colori/che ballano sui cricricrì… delle cicale]

Il ruvese e Ruvo sono officina, osservatorio e punto di partenza per portare lo sguardo acuto e la lingua che si oppone alla vulgata,  questa sì sonnecchiante e appagata,  in altri luoghi, immaginari e reali, a smascherare, a denunciare, come avviene nel componimento L’arie, che racconta di Taranto e della sua aria appestata,  ‘mbracedèite, “infradiciata”.
Consuetudini e figure ricorrenti nel paese – la banda, innanzitutto, la processione, i riti sociali, i tipi umani – diventano poesia, circense e teatrale, con i tratti della ‘moralità’ medievale e del dramma barocco, musicale con le arie d’opera e il suono degli strumenti a percussione e a fiato. Vincenzo Mastropirro è musicista – il flauto è il suo strumento – e compositore. Questo dato non può, non deve essere separato dalla sua dimensione di poeta. Dal “fiato che s’accarna”, che trasforma in musica “ogni vibrazione”, prende vita una rappresentazione che tutto e tutti tocca, “padrone e sotto”: nel componimento nel quale l’artista, con un procedere in crescendo,  dà conto della propria vocazione,  non manca il riferimento al gioco popolare che anche chi scrive ha conosciuto dal proprio padre, anch’egli di Ruvo, e che lo scrittore francese Roger Vailland ha messo nel 1957 al centro del romanzo La loi, trasformandolo in metafora dei rapporti di potere:

Quanne u fiòte s’accàrne
ogne vibraziòne devènde museche
da dà, camèine, scappe e po’ abbuàisce
patrune-e-sùotte, du timbe e du sune.

[Quando il fiato s’accarna,/ ogni vibrazione diventa musica// da lì, cammino, corro e poi volo/padrone e schiavo, del tempo e del suono.]

Non solo ogni vibrazione diventa musica: nella poesia di Vincenzo Mastropirro anche gli odori (U petresèine, Il prezzemolo) e gli utensili (La sartàscene, La padella)  usati in cucina, così come le abilità domestiche e artigianali  (La ruosceue e u arrepìzze, La risuolatura e il rammendo), oggi snobbate o del tutto dimenticate, si fanno strumenti musicali, pennelli e colori che suonano la melodia e illustrano l’orbis pictus (… osce u munne, oggi il mondo) di vizi, convenzioni, consuetudini, ribellioni. Non si tratta soltanto di castigare i costumi e la giènde, la gente: eppiure la spèranze esiste, eppure la speranza esiste, afferma il poeta nel componimento dedicato a Malala Yousafzai. Il poeta e la sua poesia, destino, mandato o semplice condizione esistenziale, sono, pur nella pluralità di toni e immagini, una cosa sola,  insieme all’effetto suscitato in chi legge e ascolta, “lacrime di risate / lacrime di dolore”: U poète nan pote chiange /  U poète è destenòte a fò chiange  / Lacreme de resòte  /Lacreme de delàure.
L’alternanza, la fusione di  schmeichl un trern – sorrisi e lacrime, come l’yiddish sa dire con la sua lingua musicale – si confermano anche in questa raccolta cifra, segno della poesia di Vincenzo Mastropirro. Un segno che prosegue, non si ferma, cammina, “sempre più dentro, deciso ad esplorare tutto” arriva fino all’ultima sponda e vola verso un sogno, U sunne de l’aneme, Il sogno dell’anima: Camèine sèmbe ‘cchiù inde, dècise a vedaije tutte / arrèive fine all’utema spuonde e abbuaisce / abbuaisce vèrse ‘nu sunne, u sunne granne / de l’aneme libere ca so e so sèmbe stote.

© Anna Maria Curci

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La nàive

La nàive a Riuve
nan’ è na causa stròne
ma u incànde è sembe lu stìèsse.

U incande de le meninne ca sciùochene
de ‘nu vècchie rète a le vitre
de ‘nu cone accucciòte.

La naive a Riuve
è ‘nu renzule biànghe sope a tutte
‘nu mande de meravighe e de penzire.

Però, alla squagghiòte, s’òva pertò cu ìèdde
le spirete scalcagnòte de gènde sfàtte
inùtele e sènz’aneme.

La neve
La neve a Ruvo/non è una cosa strana/ma l’incanto è sempre lo stesso.// L’incanto dei bambini che giocano/ di un vecchio dietro i vetri/ di un cane accucciato.// La neve a Ruvo/ è un lenzuolo bianco su tutto/un mantello di meraviglia e di pensieri.// Però alla sgelata, deve portarsi con sè/ gli spiriti scalcagnati di gente sfatta/ inutile e senz’anima.

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a  Rocco Scotellaro

U zappatàure ca sckìute inde u palme
appartène au Sud, tèrre de Scotèllare.

E’ l’umede ca smezzecuàisce u delaure de la zappe
ca pèro nan’ esiste ‘cchìue, ma avaija stò
cume avaija cambò u Poète
scappòte cu-nu-nudde dalla tèrra d’orìgene
oramàije sparescìute sotte ‘nu cumele de penzìre.

Il contadino che sputa nel palmo/ appartiene al Sud, terra di Scotellaro./E’ l’umido che attenua il dolore della zappa/ che però più non esiste, ma avrebbe dovuto esserci/ come avrebbe dovuto vivere il Poeta / sradicato in fretta dalla terra d’origine/ ormai inghiottito sotto un cumulo di pensieri.

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* * *

L’arie

So sapìute ca a Tarante
la génde more pe’ l’arie ‘mbracedèite.

Sacce ca a Riuve
l’arie è pulèite e la gènte se la gode.

L’arie è proprie ‘nu élemènte stròne.

T’avvòlge limpede e naturòle
ind’ a u vùosche ‘mezze a l’arue

t’auànde ‘nganne
‘mèzze a re fabbreche e a re cemenère.

Sèmbe Ièdde è
è vèite… è mùorte…

e l’umene picche ‘nge tìénene
a ‘na ‘bona vèite…a ‘na ‘bona mùorte…

L’aria
Ho saputo che a Taranto/la gente muore per l’aria infradicia.// So che a Ruvo/l’aria è pulita e la gente se la gode.// L’aria è proprio un elemento strano.// Ti avvolge limpida e naturale/nel bosco in mezzo agli alberi// ti prende in gola/tra le fabbriche e le ciminiere.// Sempre Lei è/ è vita…è morte…//e gli uomini poco ci tengono/ a una buona vita…a una buona morte…

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* * *

U sunne de l’aneme

Vaite ‘nu calcolatòre èlèttruòneche granne cume ‘nu palazze
conde bune-bune le numere e au momènde giuste me maine inde.

E’ ‘nu munne bìèlle, ‘na mèravigghije
mèccanisme ‘mbrigghiuse cu ‘na fòrze incrèdibele
chère ca manche spisse au cerevidde de gaddèine ca tìènghe.

Camèine sèmbe ‘cchiù inde, dècise a vedaije tutte
arrèive fine all’utema spuonde e abbuaisce
abbuaisce vèrse ‘nu sunne, u sunne granne
de l’aneme libere ca so e so sèmbe stote.

Il sogno dell’anima
Vedo un calcolatore elettronico grande come un palazzo/conto bene bene i numeri e al momento giusto mi ci butto dentro.// È un mondo bello,una meraviglia/meccanismi complessi ,con una  forza incredibile/quella che manca spesso al cervello di gallina che mi ritrovo.//Cammino sempre più dentro, deciso ad esplorare tutto/arrivo fino all’ultima sponda e spicco il volo/ volo verso un sogno, il sogno grande/ dell’’anima libera che sono e son sempre stato.

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* * *

U diarie

So prevote a tenaije ‘nu diarie
quanne ere uagnàune.

Guardaije re pagene numerote
ma nan’ arresciaije a scrive nudde.

Chiù passaije u timbe
chiù re pagene geraine vacande.

U vute du diarie, però
iègne la vèite de sunne
ed è inutele scrive illusione.

Le sunne nan’ vonne mè scritte.

Le sunne, chire ca addavere le vè apprisse,
quanne mene tu aspitte stonne ‘nanze a taiche. Auandele.

Il diario
Ho provato a tenere un diario/ quando ero ragazzo.// Guardavo le pagine numerate/ma non riuscivo a scrivere niente.// Più passava il tempo/ più le pagine giravano vuote.// Il vuoto del diario, però/ riempie la vita di sogni/ ed è inutile scrivere illusioni.// I sogni non vanno mai scritti.//I sogni, quelli che davvero insegui, quando meno te lo aspetti sono vicino a te. Prendili.

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*La nota di lettura è stata pubblicata come postfazione alla raccolta di Vincenzo Mastropirro, Poésia sparse e sparpagghiòte, CFR edizioni 2013

In Apulien, 1 – Taranto

In Apulien, 1 – Taranto

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La prima tappa è a Taranto,  duplice e inusuale nel capitolo tratto dal romanzo Scirocco di Girolamo De Michele, punto di partenza per un confronto intra-regionale e interlinguistico nella poesia L’arie, scritta nel dialetto di Ruvo di Puglia da Vincenzo Mastropirro.

Girolamo De Michele

4. La politica è sporca e fa male alla pelle

(da Scirocco )

Taranto, città vecchia, ore 6.30.

Nella cesta Giovanni ha messo una grasta di cozze, una busta piena di ghiaccio e una bottiglia di bianco di Martina Franca. Il ghiaccio viene da una cassa di pesce, perché qua e là c’è qualche gambero, un paio di granchi, un pescetto sfuggito alla pesa. Il ghiaccio finisce in un secchio di plastica, il bianco dentro il ghiaccio: non sarà Alessi, ma è un signor secchiello per il bianco gelato.

Un po’ più grosso, un po’ più rosso (sarà il sole d’estate), la pelle un po’ più bruciata dal sole salato, qualche segno all’angolo degli occhi: per il resto Tore è sempre lui. Gli uomini possono invecchiare, non i miti.

E ’sta uagnedde? – chiede indicando Lara.

Lara non capisce neanche il suono di questo dialetto troppo duro per le sue orecchie: credo che abbia chiesto chi sei. Chi è questa ragazza, se mi ricordo qualcosa. Si chiama Lara, Tore: è la mia ragazza. Tore allarga le braccia e ci sommerge in una stretta collettiva, tutti e due: una specie di drago buono che coccola i figli di Laocoonte, invece di stritolarli. Con due braccia così, è una fortuna averlo per amico, uno come Tore.

Da dove si comincia a raccontare vent’anni?

Dal vino ghiacciato dei trulli martinesi, naturalmente.

E dalla colazione in casa di Tore. Che non ammette discussioni.

– Stai scherzando? – dice Lara stupita. – Cozze crude a quest’ora!

Tore fa sì con la testa, mentre la macchina del mitile ha già preso l’avvio: cozza nella mano sinistra, coltellino ad hoc – ’a crammèdde, una specie di coltellino per il parmigiano – nella destra, leggera pressione del pollice a rompere il guscio, la punta della crammèdde entra e con un solo gesto curva a occhiello seguendo il contorno della valva e al tempo stesso separando il mitile dal guscio, la cozza viene rovesciata nell’altro semiguscio e deposta in un piatto. Il ritmo è da primato: più o meno dieci cozze al minuto, senza smettere di parlare. O meglio: di ascoltare Lara che cerca di spiegargli il rischio del colera, del tifo e di altre malattie derivanti dall’abitudine di mangiare pesce e molluschi crudi. Poi tutta la sporcizia filtrata da questi spazzini del mare che lascia residui, senza contare che…

Uagne’, m’e ste’ tremende? Ce tte crère, ca n’ ’u sacce?

Lara risponde con lo sguardo perso. Tore capisce: aggie ditte… ho detto: mi hai guardato bene a me? Credi che non lo so? Attáneme… mio padre… je so fìgghie ’e nu piscature: sono figlio di pescatori, uagne’. E allora? E allora pìgghie e sende, po’ vide ce tene ’a dicere, aggiunge porgendo a Lara un guscio pieno.

Io Lara non so come farla smettere, quando parte con le sue tirate. Non che abbia torto, non che non sia d’accordo: però se parte deve finire quando dice lei. Tore allunga una mano che ai suoi tempi ha impugnato diversi generi di strumenti atti a offendere o a difendersi, le porge con delicata fermezza un piccolo guscio con dentro l’oggetto di una tirata che poteva continuare da qui a domani, e la guarda sorridente con i suoi occhioni blu. La cozza dentro il guscio sembra quasi viva, sospesa a mezz’aria nella manona. Lara, lentamente, allunga la sua sottile mano bianca, prende la cozza con attenzione e la lascia scivolare in bocca. L’acqua di mare le riempie il palato come fosse vino: Lara lascia che quel sapore forte la impregni, poi con un colpo secco spezza sotto i denti il muscolo. Resta quasi immobile, poi il sorriso le si allarga piano sul volto, mentre la miscela di sale e cozza scende in gola lasciando un inatteso retrogusto amarognolo che anni di cozze adriatiche e spagnole ci avevano fatto dimenticare, e che Lara non conosceva. Si alza, si avvicina a Tore, gli sfiora le labbra con un bacio, prende un altro guscio, fa scivolare la cozza nella bocca, viene verso di me e baciandomi me la passa. Tore versa dell’altro bianco nei bicchieri.

Me’, uagneddo’: mo’ ce tene ’a dicere?

– Che ti dico? Che non c’è ostrica che tenga, Tore. Mai mangiato niente di simile, – dice ridendo mentre spegne il sale con un sorso di vino che esalta la punta di amaro, sulla quale va ad appoggiarsi la cozza successiva. Tore riprende a sgusciare, riempiendo il piatto: pressione del pollice, inserzione della punta, occhiello, guscio capovolto, cozza a fiore pronta: la gioiosa macchina da guerra dei due mari.

Vincenzo Mastropirro

L’arie

So sapìute ca a Tarante
la génde more pe’ l’arie ‘mbracedèite.

Sacce ca a Riuve
l’arie è pulèite e la gènte se la gode.

L’arie è proprie ‘nu élemènte stròne.

T’avvòlge limpede e naturòle
ind’ a u vùosche ‘mezze a l’arue

t’auànde ‘nganne
‘mèzze a re fabbreche e a re cemenère.

Sèmbe Ièdde è
è vèite… è mùorte…

e l’umene picche ‘nge tìénene
a ‘na ‘bona vèite…a ‘na ‘bona mùorte…

L’aria
Ho saputo che a Taranto/la gente muore per l’aria infradicia.// So che a Ruvo/l’aria è pulita e la gente se la gode.// L’aria è proprio un elemento strano.// Ti avvolge limpida e naturale/nel bosco in mezzo agli alberi// ti prende in gola/tra le fabbriche e le ciminiere.// Sempre Lei è/ è vita…è morte…//e gli uomini poco ci tengono/ a una buona vita…a una buona morte…

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Girolamo De Michele è nato a Taranto nel 1961. Vive a Ferrara, insegna nei licei. Ha pubblicato per Einaudi i romanzi Tre uomini paradossali (2004), Scirocco (2005), La visione del cieco (2008), e per Edizioni Ambiente Con la faccia di cera (2008). È autore di diverse opere di filosofia e storia delle idee, tra le quali Gilles Deleuze.Una piccola officina di concetti (1998), Felicità e storia (2001) e, insieme a Umberto Eco, Storia della bellezza (cd-rom 2002, volume 2004). È redattore della e-zine www.carmillaonline.com .

Vincenzo Mastropirro è nato a Ruvo di Puglia nel 1960, vive  a Bitonto, insegna nella scuola media a indirizzo musicale “Monterisi” di Bisceglie. Qui alcune notizie bibliografiche. Ritengo insieme coraggioso e veritiero – al di là delle mie personali inclinazioni affettive, ché qui si incontrano per me lingua paterna e lingua materna – l’accostamento, suggerito da Francesco Marotta, della poesia di Vincenzo Mastropirro a quella di Albino Pierro:«Sembra di vedere in atto in tutta l’opera, attraverso il rovesciamento dell’ottica cara ad Albino Pierro e alla tradizione dialettale che a lui si richiama (tutta tesa a ricostituire, in funzione “soterica”, un universo dove il fluire del tempo si arresta e le immagini si ritagliano il senza-luogo di una condizione archetipica, esemplare), una lingua che si insegue, che vive e palpita e che, in ogni momento, si incunea nelle immagini per impedire loro qualsiasi stasi, qualsiasi quiete appagante.» (in: Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e martidde. Questo e quest’altro. Prefazione di Luigi Metropoli. Nota critica di Francesco Marotta, Giulio Perrone Editore, Roma 2009, p. 123)