Vincenzo Mantovani

proSabato: Philip Roth, Everyman

EverymanIntorno alla fossa, nel cimitero in rovina, c’erano alcuni dei suoi ex colleghi pubblicitari di New York che ricordavano la sua energia e la sua originalità e che dissero alla figlia, Nancy, che era stato un piacere lavorare con lui. C’erano anche delle persone venute su in macchina da Starfish Beach, il villaggio residenziale di pensionati sulla costa del New Jersey dove si era trasferito dal Giorno del Ringraziamento del 2001: gli anziani ai quali fino a poco tempo prima aveva dato lezioni di pittura. E c’erano i due figli maschi delle sue turbolente prime nozze, Randy e Lonny, uomini di mezza età molto mammoni che di conseguenza sapevano di lui poche cose encomiabili e molte sgradevoli, e che erano presenti per dovere e nulla più. C’erano il fratello maggiore, Howie, e la cognata, venuti in aereo dalla California la sera prima, e c’era una delle sue tre ex mogli, quella di mezzo, la madre di Nancy, Phoebe, una donna alta, magrissima e bianca di capelli, col braccio destro inerte penzoloni sul fianco. Quando Nancy le chiese se voleva dire qualcosa, Phoebe scosse timidamente il capo, ma poi finì per dire con voce sommessa, farfugliando un po’: – È talmente incredibile… Continuo a pensare a quando nuotava nella baia… Tutto qui. Continuo solo a vederlo mentre nuota nella baia -. E poi c’era Nancy, che aveva organizzato tutto e fatto le telefonate a quelli che erano venuti per evitare che al funerale venissero solo sua madre, lei, il fratello del defunto e la cognata. C’era solo un’altra persona la cui presenza non era stata sollecitata da un invito, una donna robusta con una simpatica faccia tonda e i capelli tinti di rosso che era venuta spontaneamente al cimitero e si era presentata col nome di Maureen, l’infermiera privata che lo aveva assistito dopo l’operazione al cuore di qualche anno prima. Howie si ricordava di lei e andò a darle un bacio sulla guancia.

Nancy disse a tutti: – Posso iniziare dicendovi qualcosa di questo cimitero, perché ho scoperto che il nonno di mio padre, il mio bisnonno, non solo è sepolto nelle poche centinaia di metri quadrati del nucleo originario accanto alla mia bisnonna, ma fu anche uno dei suoi fondatori nel 1888. L’associazione che per prima finanziò ed eresse il cimitero era composta dalle società incaricate delle onoranze funebri delle organizzazioni caritatevoli e delle congregazioni ebraiche sparse nelle contee di Union ed Essex. Il mio bisnonno era il proprietario e il gestore di una pensione di Elizabeth che accoglieva soprattutto immigrati arrivati di fresco, e si preoccupava del loro benessere piú di quanto in genere facesse un possidente. Ecco perché fu tra i soci originari che acquistarono il campo che c’era qui e lo spianarono e lo disegnarono personalmente, ed ecco perché diventò il primo presidente del cimitero. Allora era un uomo relativamente giovane ma nel pieno vigore delle forze, e c’è solo il suo nome sui documenti nei quali si specifica che il cimitero era destinato ad «accogliere i soci defunti in armonia con le norme e i riti ebraici». Come appare fin troppo evidente, la manutenzione dei singoli lotti e del recinto e dei cancelli non è piú come dovrebbe essere. Le cose sono marcite e crollate, i cancelli sono arrugginiti, i lucchetti spariti, ci sono stati dei vandalismi. Ormai questo posto è diventato il retrobottega dell’aeroporto, e quello che sentite a qualche miglio di distanza è il rumore costante dell’autostrada, la New Jersey Turnpike. Naturalmente avevo pensato, prima, ai posti veramente belli dove mio padre poteva essere sepolto, i posti dove andava a nuotare con mia madre quando erano giovani, e le località costiere dove amava fare il bagno. Ma nonostante il fatto che guardarmi intorno e vedere il degrado che c’è qui mi spezza il cuore – come probabilmente spezza il vostro, e forse addirittura vi spinge a domandarvi perché ci siamo riuniti in un luogo cosí deturpato dal tempo – volevo che riposasse accanto alle persone che lo amavano e dalle quali è disceso. Mio padre amava i suoi genitori e deve stare vicino a loro. Non volevo che fosse solo, chissà dove -. Tacque un momento per ritrovare la padronanza di sé. Era una donna fra i trenta e i quarant’anni, dall’aria dolce, semplice e carina com’era stata la madre, e all’improvviso perse tutta la sua autorevolezza e il suo coraggio e finì per somigliare a una bambina di dieci anni schiacciata da quella situazione. Voltandosi verso la bara, prese una manciata di terra e, prima di lasciarla cadere sul coperchio, disse con leggerezza, sempre con quell’aria da bambina frastornata: – Be’, cosí vanno le cose. Non c’è piú niente da fare, papà -. Poi le venne in mente la stoica massima che lui ripeteva decenni addietro, e scoppiò in lacrime. – È impossibile rifare la realtà, – gli disse. – Devi prendere le cose come vengono. Tener duro e prendere le cose come vengono. (altro…)

Riletti per voi #12: Josephine Hart, Il danno

il danno

 

Riletti per voi #12: Josephine Hart, Il danno, Feltrinelli, 2008 (edizione più recente), trad. it. di Vincenzo Mantovani; € 7,00

 

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[…] è in questo sostanziale malinteso che inciampano molte esistenze. Nell’idea completamente sbagliata che tutto sia sotto controllo. Che si possa scegliere di andare o stare, senza soffrire. Dopo tutto, avevo solo perso la mia anima privatamente, a un party, dove gli altri non potevano vedere.

Il danno di Josephine Hart è la storia di una passione, e come tutte le passioni conserva in sé il germe della tragedia. Un politico inglese, Stephen Irving, ben inserito nella società con una famiglia “comune” alle spalle, incontra la donna che sconvolgerà la sua intera esistenza, Anna.
Anna è la donna che ama anche suo figlio Martyn, la donna che Martyn è deciso a sposare, lasciandole i suoi spazi, dove poter vivere il mistero e la sofferenza. La relazione che nascerà fra Stephen ed Anna sarà immediata. Non ci saranno spiegazioni, prime emozioni, solo un riconoscersi a vicenda, un bisogno estremo dell’uno verso l’altra, una sorta di dominio controllato e letale. Anna è una donna dal passato oscuro, sconvolto dall’essere sopravvissuta ad una ferita che ha squarciato l’intera famiglia.

Ecco la mia storia, in parole semplici. Ti prego di non chiedermela più. Te l’ho detta per darti un avvertimento. Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere.

Con questo poche parole Anna avverte Stephen del suo essere pericolosa, di come possa andare in direzione opposta al destino, di come possa uscirne integra, senza alcuna ferita visibile. I personaggi del romanzo sono delineati in maniera precisa. Oltre ai due protagonisti principali incontriamo Ingrid, la moglie di Stephen, un esempio di perfezione e bellezza, che non ha mai ascoltato i suoi istinti più profondi; Martyn, l’innamorato disposto a tutto pur di tenere un’ombra al suo fianco; Sally, una giovane figlia in carriera, che sembra temere di scoprire i lati più oscuri della sua famiglia; la variegata componente famigliare di Anna, custodi e carcerieri di molti incubi. Anna sembra essere un “veicolo del dolore”, messa sulla strada di persone più o meno innocenti, per mostrare a loro come a volte la vita possa essere ingiusta, inaspettata. Come ogni programma stilato già da decenni possa saltare in aria per dei capelli troppo scuri, o un vestito troppo chiaro.

Bevvi il mio whisky, e vidi come lo champagne raddoppiava l’allegria mentre la festa proseguiva. Il whisky è una bevanda che dà forza. Nessuno ha mai bevuto champagne dopo una sconfitta.

Il danno è quello che Anna sente di avere dentro di sé, quello che sa di poter causare agli altri. Stephen ne rimarrà cieco, fino all’irreparabile, ed anche oltre, sentendosi sopraffatto solo nel finale, quando tutto gli sembrerà definitivamente perduto ed aspetterà solo la vera sconfitta definitiva.

Mentre muoio, forse anni prima che l’idiota meccanismo del mio corpo finalmente si arrenda, mormoro a me stesso e a quelle facce mute in corridoio: “Almeno adesso sono certo della verità”.
Per quelli di voi che ne dubitano: questa è una storia d’amore, è finita.
Altri saranno più fortunati.
Auguro loro ogni bene.

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© Francesca Piovesan

Richard Ford (di Ezio Tarantino)

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Richard Ford è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. E lo è.

In attesa della traduzione dell’ultimo capitolo di quella che è diventata ormai la “tetralogia di Frank Bascombe” (Let Me Be Frank with You, che chiude la serie che vede come protagonista l’ex scrittore, ex giornalista sportivo ed ex agente immobiliare Frank Bascombe appunto, iniziata con The sportswriter, proseguita con Independence dayThe stay of the Land – Lo stato delle cose, in italiano), ho finito di leggere gli ultimi due libri tradotti in italiano che mi mancavano: “L’estrema fortuna” (il suo primo romanzo) e la raccolta “Donne e uomini”.

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Una frase lunga un libro #13 – Richard Ford: Canada

Canada

Una frase lunga un libro #13 – Richard Ford: Canada, Feltrinelli, 2013 trad. Vincenzo Mantovani. € 19,00. Ebook € 13,99

 

 

La maggior parte delle cose non rimangono molto a lungo come sono. Saperlo, però, non mi ha reso cinico. Cinico significa credere che il bene non è possibile. Semplicemente, non do nulla per scontato e cerco di essere pronto per i cambiamenti che presto verranno.

Canada di Richard Ford è uscito due anni fa, più o meno, lo lessi quasi subito, poi per un motivo o per l’altro non ne scrissi. È un libro che ho molto amato, è proprio una bella storia. Storia che se venissero a raccontartela non potresti far altro che ascoltarla. Tra poco parleremo di questo e della bravura di Richard Ford, scrittore che a me piace parecchio. Prima, però, vi spiego brevemente il motivo per cui dopo due anni ho ripreso in mano questo libro. Qualche settimana fa io e la mia compagna abbiamo fatto un giro a La Feltrinelli di Mestre. Girovagando fra gli scaffali passo davanti a quello della “Letteratura di Viaggio”. Alla lettera effe vedo due copie di Canada. Lo dico ad Anna e poi le chiedo se faccio bene o male a dire a qualcuno del negozio che quello non è un libro di viaggio. Alla fine decidiamo per il sì, dirò qualcosa  a qualcuno. Trovo una commessa molto gentile, le spiego che quello è un romanzo, e che nulla a che fare con la letteratura di viaggio, certo qualcuno dagli Usa va a vivere in Canada, ma è una parte della storia. La ragazza, abituata forse ai rompiballe, non dice niente, sorride, ringrazia, prende i due libri e alla velocità della luce li porta verso la narrativa. Tutto qui, quanto basta per rileggere Canada.

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Philip Roth – Pastorale americana (di Cristiano Poletti e Gianni Montieri)

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Philip Roth, Pastorale Americana, Einaudi (ultima edizione Super ET 2013, € 14,00; ebook € 6,99). Traduzione di Vincenzo Mantovani

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Pastorale: un meraviglioso paesaggio, idealmente rurale, dalle atmosfere perfette. Un quadro interamente pervaso dalla calma. Una mistica addirittura, frutto appunto di idealizzazione. O anche, pastorale è la composizione di un dramma, dove la musica sa dare struttura alle emozioni, ampliandone l’architettura per poi infine esporla. La definizione di pastorale, dunque, in un’ambiguità volutamente mantenuta, con Roth prende nome di Paradiso, in una composizione tripartita: Ricordo, Caduta, Perdita. Si tratta di campi della mente e della vita. Ma Paradiso perché? Perché davvero c’è una mistica, in questa narrazione, un’ascesi che si detta nel nome di un “semi-dio”. O meglio, paganamente parlando, ascesi e paradiso qui s’intendono compiute nell’adorazione di un mito, giovanile e sportivo, una statua-monumento: “lo Svedese”. I miti, sappiamo, sono gli stampi più adatti per raccogliere le nostre ossessioni. Scrive infatti Roth, a proposito di questo mito-semi-dio protagonista del romanzo: «Il suo distacco, la sua apparente passività come oggetto di desiderio di tutto questo amore asessuato, lo facevano apparire, se non divino, di molte spanne al di sopra della primordiale umanità di quasi tutti gli altri frequentatori della scuola. Era incatenato alla storia, era uno strumento della storia». Ecco allora che Roth ci porta per mano ben dentro la meccanica di quegli anni, dentro la storia.
Cosa sono gli anni? Agli anni (alla Storia) si accede – come dire – per istanti, per date drammatiche. 1945: l’anno in cui Seymour Levov, lo Svedese, campione di tutto, e da tutti ammirato, prende il diploma al liceo del quartiere di Weequahic, a Newark; 1985: l’incontro fortuito tra vecchi compagni di scuola, Zuckermann l’adoratore e l’adorato Svedese, durante la partita di baseball dei Met, a New York; 1995: la lettera-chiave-di-tutto recapitata dallo Svedese a Skip Zuckermann, il conseguente incontro vis-à-vis, l’intero non detto di quell’occasione e il successivo rovello di Skip. Ed ecco che da quell’occasione si aprono i cassetti della vicenda.
Dov’era il nodo di tutto? Stava proprio in un passo di quella lettera, parole che avrebbero continuato a mordergli il cervello. Parlando del padre morto l’anno prima e del ricordo che avrebbe voluto consegnare nelle mani del compagno divenuto nel frattempo scrittore, lo Svedese dice: «Non tutti sanno quanto ha sofferto per i colpi che si sono abbattuti sui suoi cari». Dettaglio vistosissimo, non c’è che dire, e destinato perciò a battere insistentemente nella testa di Skip.
Anni, instanti, dettagli: «l’immensità del dettaglio – scrive Roth/Zuckermann – la forza del dettaglio, il peso del dettaglio: la ricca sconfinatezza del dettaglio che ti circonda nella tua giovane vita come i due metri di terra che saranno pressati sulla tua tomba quando sarai morto.»
È interamente nostra la storia di questo romanzo, dettaglio per dettaglio. Tutti noi, leggendo, ci riconosciamo facilmente nel larghissimo campo di dolore apertosi nella vita dello Svedese («Nessuno attraversa la vita senza restare segnato in qualche modo dal rimpianto, dal dolore, dalla confusione e dalla perdita»).
Riporto in questo senso un lungo stralcio, esemplare della scrittura di Roth. Si tratta dello sfogo di Zuckermann (e dello scrittore tout court come potrebbe essere di ognuno di noi), alle prese con “gli altri”:

[…] come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? […] Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo essere vivi: sbagliando.

La storia di un altro: tutta una salita ordinata, progressiva, serena e poi, a un tratto, il precipizio più vertiginoso. La narrazione è altissima, scandisce al meglio la lunga sconfitta derivante dal “Paradiso caduto”. Sconfitta che si avvia in un’altra data, simbolo, per l’America e non solo: il 1968. Siamo nel disastroso periodo della guerra in Vietnam, presidenza Johnson. La figlia di Seymour, Merry, appena sedicenne e balbuziente, piazza una bomba nell’ufficio postale di uno spaccio. Bomba che uccide, sconvolge, e rompe per sempre l’incanto, il pacchetto infiocchettato dell’american dream, sbalzando lo Svedese «dalla tanto desiderata pastorale americana e lo proietta in tutto ciò che è la sua antitesi e il suo nemico, nel furore, nella violenza e nella disperazione della contro pastorale: nell’innata rabbia cieca dell’America». Ferita che si allarga e qui è il caso di riportare un’ultima data, il 1° settembre 1973, che campeggia nella lettera che la “discepola” Rita Cohen invia allo Svedese spalancando davvero il precipizio, la caduta e la definitiva perdita. È il racconto stesso, a questo punto, a deflagrare, nelle vene di un’“America collettiva” in cui s’immerge il lettore.
François Busnel, nel suo documentario attraverso gli Stati Uniti, incontrando Philip Roth nella sua villa nel Connecticut raccoglieva dallo scrittore questa semplice verità: ci vogliono almeno trent’anni per poter mettere “piede nella bocca del passato”, per riguardare quelle cose, pensarle, e quindi scriverne.
Così è stato, per quegli anni che hanno avuto come orizzonte “La caduta dell’America”, per dirla con Ginsberg: un’idea di crollo riverberatasi nella mente del mondo, fino a un altro violentissimo crollo, stavolta con la profanazione, il corpo violato dell’America – anch’esso proiettato nella mente di tutti – l’11 settembre.

© Cristiano Poletti

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La mia copia di Pastorale americana di Philip Roth presenta un errore di stampa, un vizio non risolto. Avrei potuto tornare in libreria, al tempo e farmela sostituire con un’altra copia, ma non l’ho fatto. Da pagina 316 a pagina 362, il libro è stampato al contrario, per andare a leggere la pagina 317 dovetti voltare il romanzo al contrario, andare avanti di 46 pagine e leggere a ritroso fino alla 362. Finito il romanzo ho sempre considerato questa errata impaginazione come un segno del destino. L’ordine sovvertito delle pagine corrisponde idealmente all’ordine che sovverte Roth nella storia che racconta. La famiglia, quante volte la storia della grande letteratura americana passa attraverso le vicende di una famiglia? Molto spesso, se non sempre. Le famiglie sono il centro di grandissime narrazioni, penso ai racconti di Carver; a Underworld di Delillo; alle storie di Grace Paley; ai libri di Richard Ford; a Le correzioni di Franzen; addirittura in Infinite Jest di Foster Wallace. Per citare solo alcuni dei contemporanei e, naturalmente: Philip Roth.
Ho sempre amato il modo in cui lo scrittore americano fa a pezzi il sogno americano, cercando di dimostrarne l’irrealtà, se non l’impossibilità. In Pastorale americana lo fa attraverso la storia di una famiglia, tecnicamente perfetta. «Ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quando tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana per andare a rimpinzarsi di nascosto di qualche cibo stravagante: né Kugel, né pesce gefilte, né insalata di rafano e lattuga romana, ma solo un tacchino colossale per duecentocinquanta milioni di persone; un tacchino colossale che le sazia tutte. Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su Cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell’anno. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano uno dell’altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.» Questo breve paragrafo l’ho sempre preso come una dichiarazione d’intenti. Il Ringraziamento, la festa statunitense per eccellenza, quella a cui nessun americano si sottrae, che gli piaccia o meno, è la grande moratoria. Il giorno in cui la grande finzione individuale si fa collettiva, una preghiera recitata a sorrisi aperti per un giorno intero.
Abbiamo Seymour Levov, detto “lo Svedese”, un numero uno fin dagli anni del college, bello quasi come un Dio, talmente superiore agli altri da risultare quasi un alieno, fortissimo nello sport: un predestinato. La vita di Seymour è perfetta: lavoro, gioie familiari, serenità, siamo negli anni Cinquanta. Poi il mondo, ciò che appare così lontano da non poterlo toccare minimamente, gli deflagra in casa, come una bomba, come quella che sua figlia Merry piazza  in un ufficio postale. Eccolo l’altro mondo, la guerra, il Vietnam, il conflitto socio/politico che viene a presentare il conto. La grandezza di Philip Roth, però,  sta nel non accontentarsi di risolverla con la politica. La guerra, la bomba, sono alcuni degli strumenti che gli servono. La Storia entra nella vita delle persone, ne sconvolge gli equilibri.
La pastorale è molto altro. Sarà Nathan Zuckerman, lo scrittore, alter ego di Roth, a raccontarne il sovvertimento. Scrivendo la storia dello Svedese dirà il dolore, la perdita, il peso dei ricordi, la vecchiaia, la solitudine. Zuckerman narrerà la caduta di un uomo e del suo sogno fin lì realizzato. Il peso di questa caduta fa rumore già dal vertice fino allo sprofondo. Il rumore salirà di decibel acquistando velocità nel precipizio, fino a frantumarsi in mille pezzi come vetro. «In un modo assolutamente inverosimile, ciò che non avrebbe dovuto accadere era accaduto e ciò che avrebbe dovuto accadere non era accaduto.» Carver nei suoi racconti ha raccontato l’America dove quel sogno non arriva, Roth in Pastorale Americana mostra l’utopia di quel sogno e lo sfascia con un meccanismo narrativo perfetto, dove ogni frase è un dettaglio fondamentale e indimenticabile. In un’intervista pubblicata il diciassette marzo 2013 su La Lettura, tra le altre cose, lo scrittore dice che chi cerca la felicità in narrativa, deve andare a cercarla altrove. Chi cerca la grande narrativa, invece, può citofonare: interno Roth.

© Gianni Montieri

La Domenica (e le famiglie “perfette”) e Philip Roth

Parigi 2012 - foto gm

Arrivai ad abitare nel posto più bello del mondo. Odiare l’America? Ma se in America ci stava come dentro la propria pelle! Tutte le gioie dei suoi anni più giovani erano gioie americane, tutti quei successi e tutta quella felicità erano americani, e non doveva più tenere la bocca chiusa solo per disinnescare l’odio ignorante di sua figlia. Avrebbe sofferto di solitudine, da uomo, senza i suoi sentimenti americani. Avrebbe sofferto di nostalgia, se avesse dovuto vivere in un altro paese. Sì, tutto ciò che conferiva un significato alle sue imprese era americano. Tutto quello che amava era lì.

 

Ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quando tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana per andare a rimpinzarsi di nascosto di qualche cibo stravagante: né Kugel, né pesce gefilte, né insalata di rafano e lattuga romana, ma solo un tacchino colossale per duecentocinquanta milioni di persone; un tacchino colossale che le sazia tutte. Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su Cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell’anno. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano uno dell’altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.

Philip Roth, Pastorale Americana, Einaudi
Traduzione di Vincenzo Mantovani

La Domenica (certi confini, certe vite) e Richard Ford

parigi 2012 - foto gm

 

Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi. La rapina è la parte più importante, perché fece prendere alla mia vita e a quella di mia sorella le strade che da ultimo avrebbero seguito. Non si capirebbe nulla della storia se prima non si parlasse di questo.

Oltre la porta metallica il pavimento era verniciato di giallino e sembrava, attraverso le scarpe, molto più duro e freddo del pavimento di casa nostra. Mi dava l’impressione che le suole gli si appiccicassero. Così doveva sentirsi chiunque vi fosse chiuso dentro: che il carcere esisteva per la ragione opposta a quella per cui esisteva la tua casa.

La maggior parte delle cose non rimangono molto a lungo come sono. Saperlo, però, non mi ha reso cinico. Cinico significa credere che il bene non è possibile; e io so con certezza che il bene è possibile. Semplicemente, non do nulla per scontato e cerco di essere pronto per i cambiamenti che presto verranno.

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Richard Ford – Canada – Feltrinelli – traduzione di Vincenzo Mantovani