Vincenzo Luciani

Ivan Crico, Seràie

Ivan Crico, Seraìe

La raccolta vincitrice del Premio Ischitella-Pietro Giannone 2018 è Seràie di Ivan Crico. Come componente della giuria, sono felice di riportare qui di seguito la nota dell’editore, Vincenzo Luciani, che contiene anche le motivazioni della giuria, la nota dell’autore, e una scelta di poesie dalla raccolta, pubblicata dalle Edizioni Cofine. Alcune di esse sono state tradotte anche in altre lingue e le traduzioni sono state presentate in occasione delle serate dedicate all’edizione 2018 del premio, il 1° settembre a Foce Varano e il 2 settembre a Ischitella sul Gargano. (Anna Maria Curci)

Nota dell’editore

Siamo lieti di pubblicare la raccolta inedita vincitrice della XV edizione del Premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone” 2018. Ivan Crico è risultato il vincitore di questa edizione, confermatasi su livelli di eccellenza, con la silloge Seràie nel sermo rusticus arcaico-veneto “bisiàc” del territorio di Monfalcone (GO).
Seconda classificata Patrizia Sardisco di Monreale (PA) con la raccolta in dialetto siciliano “ferri vruricati” (arnesi sepolti).
Terzo Giacomo Vit di Cordovado (PN) con la raccolta di poesie in friulano A tàchin a trimà li’ as (Cominciano a tremare le api).
La scelta dei vincitori è stata operata dalla Giuria dopo una selezione delle raccolte poetiche di dodici finalisti, di cui facevano parte, oltre ai tre vincitori, i poeti: Germana Borgini (dialetto romagnolo), Antonio Bux (dialetto di Foggia), Rino Cavasino (dialetto siciliano di Trapani), Alessandro Guasoni (dialetto genovese), Michele Lalla (dialetto abruzzese), Gianni Martinetti (dialetto di Cavallirio, NO), Lilia Slomp Ferrari (dialetto di Trento), Paolo Steffan (dialetto alto-trevigiano di Sinistra Piave), Pietro Stragapede (dialetto di Ruvo di Puglia, BA).
Nella motivazione della Giuria sull’opera vincitrice del Premio si legge: “I sorprendenti, convincenti ed esatti testi di Ivan Crico attingono alla cronaca, a storie lette sul web.Il risultato è l’incontro tra fatti accaduti, storie, drammatiche, reali e la resa in strutture poetiche fluide e assertive, evocative e di ampio spettro (linguistico, storico, antropologico). Ne deriva una Spoon River della contemporaneità, priva di ogni vizio retorico, di ogni indugio enfatico. L’incontro tra il “sermo rusticus arcaico-veneto” della zona di Monfalcone e le storie pescate con le reti, seràie appunto, di un occhio attento, reso acuto dalla volontà di dare voce a chi non ne ha, non ne ha mai avuta o non ne ha più, e reso pietoso da quella stessa tenace volontà, è riuscito. Crico tratta con grande maestria una materia incandescente piegando agevolmente il suo dialetto antico al racconto di drammi contemporanei, per dare voce alle vittime, esserne voce. La raccolta risulta di rara efficacia, compatta, dura nella materia, lieve nella lingua e umanissima. Seràie arriva dopo molti anni di silenzio editoriale: Crico si conferma poeta di talento, dalla sensibilità speciale, intima e sociale, di grande memoria degli uomini, di evidente pietas rerum”.
Rivolgiamo un non formale ringraziamento al Comune di Ischitella che con tenacia ha sostenuto un Premio divenuto sempre più punto di riferimento per i poeti delle altre lingue d’Italia.

Nota dell’Autore

Le “seràie” sono delle lunghe reti, disposte a semicerchio vicino alla riva, utilizzate dai nostri pescatori bisiachi del monfalconese per un tipo di pesca settoriale, molto nota in loco, detta “La Trata”.
Da anni, nel mare sconfinato del web, vado anch’io a mio modo a pescare, isolandole dal resto, tutte le notizie che riguardano storie di persone che in modi diametralmente diversi – con motivazioni dal punto di vista morale anche opposte – hanno scelto di sacrificare la propria vita per amore dei figli, dei propri concittadini, di chi con esse condivide la pena di diritti negati o un credo, per salvare una specie animale o una foresta. Questo anche per cercare di sottrarle ad una rapida sparizione sotto stratificazioni di materiali di ogni genere, complice un linguaggio, quasi sempre, non memorabile. Si parla qui soltanto di persone che sono realmente esistite e di fatti realmente accaduti(tutti facilmente rintracciabili in rete), spesso impiegando in forma poetica – con una tecnica simile a quella del “collage”, ma sempre finemente filtrate dalla mia sensibilità – le loro stesse parole o quelle di chi le ha conosciute o studiate.

Làsaro

Covért de sangue e pòlvar
ma vìu, Làsaro garzonet che te surtisse
de la bonbardada sepultura
de Alèpo. Ancòi

che la pàissa la par senpre
più luntana, ancòi che in don
’n’antro putel al à menà cun sì
la morte de là del cunfìn.

L’ora del giòldar ta l’ora più suturna
la se muda, ’ntant che l’ sigo de le sirene
de le anbulanse l’inpina al vènt.

Lazzaro – Coperto di sangue e polvere / ma vivo, lazzaro bambino che esci / dal sepolcro bombardato di aleppo. // ora che la tregua appare sempre / più lontana, ora che in dono / un altro bambino ha portato / la morte al di là del confine. // l’ora della gioia nell’ora / più buia si trasforma, mentre / il suono delle sirene / delle autoambulanze riempie l’aria.

Questa è la traduzione in tedesco di Làsaro:

Lazarus

Mit Blut und Staub bedeckt
aber lebendig, Lazarus, du Kind,
das aus dem zerbombten Grab
in Aleppo herauskommst. Jetzt,

da der Waffenstillstand immer weiter
entfernt scheint, jetzt, da ein anderes Kind
als Geschenk den Tod
über die Grenze gebracht hat.

Die Stunde der Freude wird zur dunkelsten
Stunde, während der Martinshorn
der Krankenwagen die Luft erfüllt.

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi

 

Con Straloche/Traslochi Vincenzo Luciani compie un significativo passo in avanti nel suo cammino poetico, che si configura, come ho avuto modo di scrivere qualche tempo fa, come un avvincente romanzo di formazione in continuo divenire.
A proposito del riferimento al romanzo di formazione e al suo prototipo, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, la cui versione originale portava il titolo significativo “ La vocazione teatrale”, non è un caso trovare in Straloche/Traslochi, che raccoglie poesie in lingua e in dialetto,  il componimento Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico. Attore di prosa è dunque in tale contesto esemplare per visione e sentire che sottendono l’intera raccolta: l’umorismo e il rimpianto si mescolano, si saldano intimamente con straordinario equilibrio tra anelito e disincanto, tra nostalgia e distacco.
Già il titolo nel dialetto di Ischitella, Straloche, suggerisce, attraverso la singolare coincidenza tra il termine in dialetto, che rispetto all’italiano sposta in principio di parola la sibilante, e la forza evocativa che ne deriva, la condizione di straniamento, di spaesamento. Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto (insieme ai suoi amici, Ultramaratoneti), obbligato o spontaneo, come io “spostato, sbalestrato” (Spustate: «Vengè, che si’ spustate?»), scombinato – nella più ricca delle accezioni, perché originale e autonomo – combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, e di traslochi. Da quella condizione di spaesamento, che possiamo definire permanente, connaturata al dire, il poeta nomina e “va salutando” persone, cose, luoghi: «Alli cristiane, alli cunte e alli vanne/ ji gghjurne e gghjurne vaje salutanne/ che jè l’utema vota/ fortè che li cunfronte/ e u statte bbone mò/ jè pe sempe/ e lu sacce.»
Il filo conduttore, quello del commiato, è un universale poetico. Recentemente – menziono due titoli che mi stanno a cuore – ne hanno trattato, nella poesia italiana contemporanea, Mariapia Quintavalla, tra l’altro in Stiamo facendoci un sacco di saluti, e Francesco Tomada in Portarsi avanti con gli addii. Il commiato in Straloche/Traslochi induce il poeta Vincenzo Luciani a riflettere sulla propria esistenza come umano tra gli umani e sulla propria poesia, con uno sguardo che è allo stesso tempo reso dagli anni più incerto nel riconoscere e dalla saggezza, invece, più acuto nel leggere tra le righe. I nuclei centrali di questa riflessione si stringono l’uno all’altro, rafforzandone efficacia e chiarezza dell’enunciato,  tanto da non volere, da non potere essere separati.
La stessa opera poetica viene riletta alla luce dei cambiamenti portati dai traslochi, come avviene in Spaesamento, il cui attacco si ricollega esplicitamente alla raccolta del 1985  Il paese e Torino, nella quale già trovavano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre: «Dovessi riscrivere il libro/ non più Il paese e Torino titolerei/ ma I due paesi e Torino, anzi i paesi sono tre/ Valfenera, Ischitella, e più ancora Tor Tre Teste paese di Roma/ dove ho camminato per cento-/quarantotto stagioni.».
Colpisce la mescolanza di leggerezza – si legga understatement, autoironia –  e profondità di cui si nutre il modo dell’autore di porsi dinanzi al tema della morte. L’amicizia, l’amore, “il bene” e l’interrogazione sull’altrove,  dove “A uno a uno se ne vanno” tante persone care, si fondono in un’unica espressione, alla quale il dialetto conferisce la forza di una poesia che proprio con quell’idioma andava detta, ché in lingua per alcuni termini troveremmo soltanto pallidi equivalenti: «A une a une ce ne vanne/ a n’ata vanne. Chi u sape/ se e donne/ ce trova dd’ata vanne. Sckitte/ ji sacce che mo/ che te jesse truanne/ ji nun te trova cchiù/ che si trasciute ntu monne/ d’i nocchiù.».
Una mescolanza di natura affine caratterizza la resa linguistica, con un rispetto vissuto e intessuto di esperienze per la parola-dimora. La mente si sposta e abbraccia. Le “case-motto” a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra lingua e dialetto: traine (traìno, carretto), paponne (con una straordinaria vicinanza al Popanz tedesco, è il babau, lo spauracchio), incantate (per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso locale, come  “tuppo” e “morra” in poesie in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, mai un esotismo a buon mercato, un inserto, una gala a mero scopo decorativo.

© Anna Maria Curci

 

Spustate*

Vengè, che si’ spustate?
Scì, nun sule spustate
ma pure spatriate
e sbalijate,
u core ziche ziche sgracenate
addulurate
murtefecate.
E scasate

SPOSTATO – Vincenzo sei spostato?/ Sì non solo spostato/ ma pure spatriato/ e sbalestrato,/ il cuore ridotto a pezzettini/ addolorato/ mortificato.// E traslocato.

* nel doppio senso di senza luogo e senza cervello.
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L’opera poetica di Vincenzo Luciani

L’opera poetica di Vincenzo Luciani

Si può leggere in molti modi l’opera poetica di Vincenzo Luciani, schietto editore e schietto poeta. Si può leggere, innanzitutto, come ininterrotto canzoniere di vera poesia, plurale e plurilingue – tante voci, tanti luoghi, tanti idiomi, tante storie – e, tuttavia, con una salda e riconoscibile unità; si può leggere, ancora, dal punto di vista della geocritica, giacché i luoghi, la nativa Ischitella innanzitutto, poi Torino, ovvero delle vie e delle fabbriche, e Roma dalle periferie permeano i componimenti, li ‘impolpano’ e li riempiono di toni cromatici e percezioni, anche olfattive.
Una lettura che suggerisco è quella di un romanzo di formazione in versi. Il mio accostamento può sembrare bizzarro, forse perfino azzardato. Esso nasce – scopro subito le carte – non soltanto dalla mia insofferenza a qualsiasi analisi che sia inficiata dalla smania di catalogazione, dalla convinzione che una mera lettura per generi letterari sia inadeguata a contemplare l’ampiezza della gamma espressiva e che, per contro, mettere in comunicazione, nell’indagine critica come nell’atto creativo, più ambiti giovi all’ampliamento dell’orizzonte e all’intenzione di cogliere, di un’opera, tutti gli aspetti, ivi compresi quelli, preziosissimi ai miei occhi, intertestuali, ma anche dalla convinzione che l’opera poetica di Vincenzo Luciani abbia alcuni tratti in comune con il romanzo di formazione. Cerchiamo di individuarli e di enunciarli esplicitamente: l’esistenza vista come continua formazione, dalle fonti più disparate, dai maestri (Petrine Paradise), dagli incontri, dalle lotte, in una parola, dalla vita; il piglio dinamico, con l’evidenziazione, anche fuori di metafora, del continuo cammino; il costante e ironico ‘understatement’ che deriva dal vedersi, in perfetto equilibrio di toni tra bonario, malinconico e pungente, non sconfitto, certamente, ma ridimensionato e ‘sballottato’ dal dipanarsi dell’esistenza; infine, proprio come nel prototipo del romanzo di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe, l’origine e l’evoluzione, divertente e divertita, della “vocazione teatrale”.
Il principio di questo breve viaggio è, non a caso, proprio la poesia Attore di prosa, nella quale Vincenzo Luciani narra spiritosamente dei suoi entusiasmi giovanili (in realtà siamo al giardino d’infanzia, alla scuola materna) per un futuro sul palcoscenico.
Del 1985 è la raccolta di poesie, con la prefazione di Diego Novelli, Il paese e Torino, nella quale trovano espressione i nuclei tematici della poesia tutta di Vincenzo Luciani: l’emigrazione, il ritorno, la ripartenza, il senso di estraneità e di familiarità che si contendono il primo posto, l’osservazione attenta di luoghi e persone, il ricordo, gli affetti, l’amore (o meglio, nel pudore del Sud, “il bene”), il combattimento in perdita con il tempo che scorre. (altro…)

Diramazioni urbane (Cortese, Della Posta, Ortore, Scarinci, Zanarella)

In copertina: Ponte sul Tevere, disegno di Luigi Simonetta

Davide Cortese, Fernando Della Posta, Michele Ortore, Viviana Scarinci, Michela Zanarella, Diramazioni urbane. A cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine 2016

Diramazioni urbane è il titolo che ho scelto per questo volume che raccoglie testi inediti di cinque poeti nati tra il 1973 e il 1987. La ragione della scelta sta in un ulteriore dato che li accomuna, accanto a quello della vicinanza anagrafica: tutti e cinque risiedono a Roma, provenienti da luoghi di origine che abbracciano e oltrepassano la penisola – dal Veneto di Michela Zanarella a Lipari di Davide Cortese. Qui, con sensi e versi destati alla lezione di Seamus Heaney – «I began as a poet when my roots were crossed with my reading» («Ho cominciato ad esser poeta quando le mie radici si sono incrociate con le mie letture»)–,  Davide Cortese, Fernando Della Posta, Michele Ortore, Viviana Scarinci, Michela Zanarella hanno dato vita a un “innesto” felice, originale e diversificato,  tra radici e letture. Da qui, dall’Urbe, dalla città eterna ed effimera, superlativa nello splendore così come nello scialo, si diramano le loro composizioni poetiche e sconfinano con coraggio e destrezza, estendono i rami, allungano il passo, si soffermano su paesaggi geografici differenti, si cimentano con più linguaggi, ritornano e poi ripartono in un movimento che è ‘urbano’ anche nell’accezione di “civile”, permeato com’è da un umanesimo vissuto con attenzione e rispetto, dalla capacità di creare ponti tra epoche storiche e cronache locali, tra l’ancestrale e il ‘novissimo’. I versi di Davide Cortese navigano così tra miti e «canzoni antiche», approdano a Lisbona e a Venezia, volano a Bagdad, ballano in maschera a Dresda e percorrono le borgate romane insieme a Pasolini. Con Fernando Della Posta tocchiamo ancora le sponde di Venezia e, insieme, riscopriamo le contrade suburbane della gita fuori porta e i boschi lucani con i “matrimoni degli alberi” a raccogliere «figli sparpagliati per il mondo»; i suoi versi ci riconducono poi in città, in un centro sociale, a resistere allo smantellamento e a svelare la speranza e l’impegno: «perciò verranno altri sergenti del rigore, / ma opporremo le nostre barricate. / Le faremo con quello che sappiamo fare: / accumulare scarto ed operoso / costruire, scarcerare viole e graminacee». Con sostanziosi (vissuti, sì) esercizi di stile, Michele Ortore ci trasporta dalla Prospettiva Nevski de L’alba dentro l’imbrunire, con mete attese, vette, meditazioni, con  «il carmelo di domande», ai condomini in città scoppiettanti di allegri e serissimi “epichilogrammi”: «Fermati,  non lo vedi che stanno smontando l’eternit- / à?». Viviana Scarinci plana sulle declinazioni dell’amore, «bestia cronica», in versi lunghi distende supposizioni, dipana periodi ipotetici: «Se l’amore fosse tutto occhi e gli occhi fossero due bambini / litigiosi fino voltarsi le spalle, sarebbe la cecità». Tra rievocazioni e inseguimenti, Michela Zanarella prosegue e invita a proseguire un cammino alternativo alla liquidazione distratta, invoca la vocazione: –  «Chiamami a tornare / in quelle strade di grano / per farmi specchio ancora una volta / di quei colori spesso fraintesi  / in una nebbia che non ascolta.» e indica la sua scelta: «Ho scelto di andare / senza lasciare incompiuti i miei sogni / senza pensare che mi saresti mancato / come quando da bambina t’inseguivo / per le scale». Prestiamo ascolto – è il mio invito – a queste Diramazioni urbane.

©Anna Maria Curci

***

Davide Cortese

A Pier Paolo Pasolini

Nell’iride tua
è un dio ragazzo
che bacia nel buio dei cinema
e ruba ai morti
il fiore per l’amata viva.
Nell’iride tua
freme una notte di borgata
in cui angeli si sporcano
seppellendo un peccato.
Esulta nell’iride tua
una rondine sottratta alla morte.
È salva, ti vola e splende. (altro…)

Manuel Cohen presenta 21 poeti neo-dialettali

Franco Scataglini, Senza tutiki, Disegno a penna su carta

Franco Scataglini, Senza titolo, Disegno a penna su carta

E per un frutto piace tutto l’orto”. Manuel Cohen presenta 21 poeti italiani neo-dialettali

di Anna Maria Curci

L’amore per la poesia dialettale si è manifestato nel corso della mia vita, da che ho ricordi, in forme diverse, con differenti gradi di consapevolezza e di slancio. Da piccola, ho conosciuto la poesia dialettale dai racconti materni come forma alta di espressione umana che rappresentava, nel “lessico famigliare”, l’unica, dignitosissima, eccezione al divieto rigoroso di far uso di qualsivoglia dialetto regionale nella comunicazione tra le pareti domestiche (fuori, essendo cresciuta nella periferia della capitale, non c’era modo di ascoltare o di cimentarsi né nel ruvese di mio padre, né nel pignolese di mia madre; restava solo l’accento romanesco, deprecato e detestato apertamente da entrambi i genitori). La curiosità si accompagnava dunque, allora, al continuo tentativo di trasgredire quel divieto. Poi sono arrivati gli studi liceali e la consapevolezza di una tradizione dalle radici antiche e sempre rinnovate, una tradizione che nulla perde nel corso del tempo, nulla concede allo sprezzo, basato solitamente su argomentazioni tra lo spocchioso e il timoroso della pluralità,  che a intervalli regolari viene dispensato dal ‘degustatore’ di turno, sia questi noto o sconosciuto. Infine, nella maturità, lo studio, la lettura appassionata, la familiarità con la poesia neo-dialettale hanno rinsaldato la convinzione della grazia e della dignità, della forza di questa parte fondamentale, pilastro, ponte e fiume, della produzione poetica in Italia. Il saggio di Manuel Cohen, mia più recente lettura nella mia biblioteca di poesia dialettale che si va via via facendo più nutrita, giunge a confermare questo mio convincimento e a ravvivare l’amore per essa, ché di amore e sapienza si nutre il contributo di Cohen. Fa, inoltre, qualcosa di più, perché mi permette di rendere più complessa e ricca la mappa dei poeti italiani neo-dialettali, grazie a una fitta rete di collegamenti, strade e ponti tra dialetti, lingua nazionale, lingue e letterature altre.

E per un frutto piace tutto l’orto. 21 poeti italiani neo-dialettali è il titolo, ispirato a E per un frutto piace tutto un orto di Franco Scataglini, del saggio di Manuel Cohen, pubblicato nel n. 3 del 2015 – nel mese di marzo, dunque – di “Versante Ripido” (qui). Tra i ventuno poeti presentati, tredici sono già apparsi nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, vasta ricognizione a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava, Christian Sinicco e buon punto di partenza, insieme ai volumi Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto e Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila, per un “viaggio tra i poeti in dialetto”. Gli altri otto, scelti da Manuel Cohen con un criterio al quale mi sento di aderire senza riserve, perché privilegia la vivacità del dettato, l’innovazione linguistica e il fecondo conversare su più piani della poesia dialettale, si aggiungono al quadro de L’Italia a pezzi che, per quanto ampio, non poteva necessariamente pretendere di essere esaustivo. (altro…)

Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila

UnAltroVenetoCopertina

 

Maurizio Casagrande – Matteo Vercesi, Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila,  Roma, Edizioni Cofine, 2014

Propongo qui una scelta di poesie tratte dal volume curato da Maurizio Casagrande e Matteo Vercesi,  Un altro Veneto. Poeti in dialetto fra Novecento e Duemila.  Si tratta di una scelta che va intesa come  introduzione a una lettura di grandi ampiezza e spessore, sia per l’originalità sia per la varietà di accenti con la quale i temi trattati — veri e propri universali della poesia, tra le cui voci si leva, in misura più o meno esplicita, quella relativa alla questione della lingua, delle sue radici e della sua musicalità, del suo distinguersi da altre e delle sue forme di mescidanza  — vengono declinati, collegati, rinnovati. Nella premessa, Un Veneto «altro», Casagrande e Vercesi danno conto, nel presentare quadro d’insieme e filoni di ricerca, della presenza dei sedici poeti, i cui testi, insieme a note biografiche ben curate, compongono l’antologia:

«L’intento primario di noi curatori, tuttavia, era quello di restituire un’immagine significativa della poesia nei dialetti veneti nel periodo di transizione fra XX e XXI secolo senza vantare alcuna pretesa di esaustività, anche in ragione dello spazio limitato di cui potevamo disporre (144 pagine in tutto). Ci era quindi sembrato naturale e necessario da una parte restringere il campo d’indagine al solo territorio della regione rinunciando a priori, anche se a malincuore, a prendere in considerazione i poeti del Trentino, della Venezia Giulia, del Friuli o dell’Istria (da Marco Pola ad Ivan Crico, da Virgilio Giotti a Claudio Grisancich, da Loredana Bogliun a Libero Benussi); dall’altra si era stabilito di comune accordo di concedere spazio, accanto a nomi acclarati, a voci meno conosciute ma non meno significative di quest’area, senza porci vincoli cronologici troppo rigidi e spingendoci fino ai nostri giorni: un «altro» Veneto, appunto, nel senso che si tratta di poeti che magari non hanno avuto grande visibilità o notorietà, ma rappresentano in concreto i custodi di valori condivisi che non risultano affatto elitari ed al tempo stesso appaiono solidi ed universali, l’unico humus su cui si dovrebbe cominciare a ricostruire per davvero un Paese lacerato come il nostro.
Premesso che i dialettali puri sono in minoranza e che spesso il dialetto viene ad innervare la lingua, i poeti antologizzati sono i seguenti: Fernando Bandini, Ernesto Calzavara, Maurizio Casagrande, Luciano Cecchinel, Fabio Franzin, Andrea Longega, Romano Pascutto, Eugenio Tomiolo (curati da Matteo Vercesi); Luigi Bressan, Luciano Caniato, Carlo Della Corte, Sante Minetto, Marco Munaro, Nerina Noro, Bino Rebellato, Sandro Zanotto (a cura di Maurizio Casagrande). Se in questo elenco spicca l’assenza di un paio di province della Regione (Verona e Belluno, mentre Venezia, Padova, Rovigo, Treviso e Vicenza sono ben rappresentate), ancora più evidente risulta il numero assai ridotto di voci al femminile (una soltanto), variabili che dipendono non tanto dall’arbitrarietà delle scelte, ma da caratteri oggettivi della poesia veneta. Solo alcuni dei nostri autori hanno utilizzato in poesia unicamente il dialetto, mentre la maggior parte ha frequentato anche il registro della lingua che, se per qualcuno costituisce il codice prioritario (Della Corte, Rebellato e Bandini, che è anche poeta in latino), quando essa venga mescidata opportunamente al dialetto (è il caso di Della Corte, Rebellato, Zanotto, Caniato, Calzavara) consegue esiti sempre apprezzabili, né andrà taciuta la componente di sperimentazione sulle potenzialità inespresse della lingua e del dialetto, anche incrociandoli fra loro, che appartiene sicuramente ad autori come Bressan, Calzavara, Zanotto o altri. Dei 16 autori proposti, quasi la metà è composta da poeti viventi, sia allo scopo di suggerire una linea di continuità fra passato e presente, visto che la poesia, come tutte le arti, richiede un sostrato su cui poter attecchire, sia perché spesso accade anche nel dialetto che da poesia nasca nuova poesia.»

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Fernando Bandini

STA LINGUA

Sta lingua la xe quela
che doparava me nona stanote
vardandome da dentro la soàsa.
La boca stava sarà, le parole
mi le sentiva ciare.
Me nona
la ga imparà sta lingua da le anguane
che vien zo da le grote
co sona mesanote
caminando rasente le masiere:
e da le róse
dove le lava fódare e nissói
se sente ciof e ciof sora le piere
e te riva un ferume de parole
supià dal vento
che zola par le altane.
Me nona
se ga levà na note co le anguane
par vegnere in sità.
Par paura dei spiriti che va
de sbrindolon tel scuro
la diseva pai trosi la corona.
La xe rivà de matina bonora:
subito dopo un brolo de pomari
ghe iera case e case da ogni banda.
La domandava el nome de na strada,
scoltando na sirena
la xe rivà in filanda.
«Senti sta tosa come che la parla»,
i pensava vardandola tei oci
i botegari e i coci,
«la pare un stelarin che vien dai orti»…
Sta lingua
la so ma no la parlo,
la xe lingua de morti.

QUESTA LINGUA – Questa lingua è quella / che mia nonna adoperava stanotte / guardandomi da dentro la cornice. / La bocca restava chiusa, le parole / io le sentivo chiare. // Mia nonna / ha imparato questa lingua dalle fate d’acqua / che scendono dalle grotte / quando suona mezzanotte / camminando rasente le muricce; / e dalle rogge / dove lavano fodere e lenzuola / si sente ciof e ciof sulle pietre /e ti arriva una polvere di fieno di parole / soffiata dal vento / che vola attraverso le altane. // Mia nonna / si è alzata una notte assieme alle fate d’acqua / per venire in città. / Per paura degli spiriti che vanno / a zonzo nel buio / diceva per i sentieri il rosario. / È arrivata di mattina presto: / subito dopo un brolo di meli / c’erano case e case da ogni parte. // Chiedeva il nome di una strada, / ascoltando una sirena / è arrivata in filanda. / «Senti come parla questa ragazza», / pensavano guardandola negli occhi / i negozianti e i fiaccherai, / «sembra un fiorrancino che viene dagli orti»… // Questa lingua io / la so ma non la parlo, / è lingua di morti.

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Luigi Bressan

LUJA

Vieni oncora longa
luja, ca no jera
bon libararme da putèlo
parché no ghea capìo
la verità dea to fame.
Vieni oncora coe tete
molà, i ocj de cativo sono:
to fioi tuti i’ li ga magnà de late.
Vieni a dirme te na recja
el segreto, l’agresa
dolse dea to carne.

SCROFA – Vieni ancora lunga scrofa, da cui non riuscivo a liberarmi da bambino perché non avevo capito la verità della tua fame. Vieni ancora con le tette pendule, gli occhi di cattivo sonno: i tuoi figli tutti li hanno mangiati di latte. Vieni a dirmi in un orecchio il segreto, l’agrezza dolce della tua carne.

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Ernesto Calzavara

I PAVÉRI

Quando a la luna le done
le sèra su i scuri
e se vede le ombre
dei gati sui muri
– vien zó a rebaltón la note sui copi
mi me par de morir pian pian
de stuarme anca mi col sol
par impizar sti ciari falsi,
sti pavéri, che me tien in vita
cussì…par gnente
in mezo a tuta sta zente.

I LUCIGNOLI – Quando alla luna le donne / chiudono le finestre / e si vedono le ombre / dei gatti sui muri / – viene giù a rotoloni la notte sulle tegole / a me pare di morire piano piano / di spegnermi anch’io con il sole / per accendere questi lumi falsi, / questi lucignoli, che mi tengono in vita / così…per niente / in mezzo a tutta questa gente.

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Luciano Caniato

ALLUVIONE, 1951

E dopo l’à fato come un seciaro
ch’a semo ’ndà zo in cantina
e a l’emo catà su la bóta.
Pùnteghi sui travi
e scunti marturei sota ai cupi.
Ò zigà.
De cao la mussa ligà
sgiarava cucà in fumarine.
«Pina!» dó volte ò ciamà.
Le ave a l’ò viste za morte.
«Eco l’Óndese!» ò dito.
«Farun e pitone, me bele
galine ovarole! Più gninte!».
Ò trato vin dal spinelo
ché la note de l’aqua
liga al pensiero di morti
e a so’ndà par le scale
come un galo a ponaro.
[…]
cuòra e lezza in cusina
e in cantina pèsta da morto.
Nissun.
Du culunbi inpetrìi sul cacaro.
Zimiterio la note e zuéte.
Ma i puriti jè come i mussi:
gninte i magna s’i pianze
e quelo ch’a dise i parun
brusaoci i lo ga ch’a ne dura
de più d’un piovale d’istà.
Alora: «Su le maneghe»,
ò dito, «me zente!
Da chì a ne nasse sumenza
s’a speten ch’a lodama la tera
la parola busiara di siuri».

ALLUVIONE, 1951 – E dopo [il Po] ha fatto come un secchiaio / ché siamo andati giù in cantina / e l’abbiamo trovato sopra la botte. / Ratti sulle travi / e nascoste martore sotto le tegole. / Ho gridato. /Lontano l’asina legata / scalciava vinta in nebbioline / «Pina!» due volte ho chiamato. / Le api ho viste già morte. / «Ecco il 1911!» ho detto. / «Faraone e tacchini, mie belle / galline ovaiole! Più niente!» / Ho spillato vino / perché la notte dell’alluvione / lega al pensiero dei morti / e sono salito per le scale / come un gallo a pollaio. // […] fango e ancora fango in cucina / e in cantina fetore di morte. / Nessuno. / Due colombi instupiditi sull’albero dei cachi. / Cimitero la notte e civette. // Ma i poveri sono come gli asini: / non mangiano niente se piangono / e quello che dicono i padroni / è per loro un soffione che non dura / più d’un acquazzone estivo. / Allora «Rimbocchiamoci le maniche», / ho detto, «mia gente! / Da qui non nasce semente / se aspettiamo che concimi la terra / la parola bugiarda dei ricchi».

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Maurizio Casagrande

A COEI CA ME ’ÈSE

Sa ti xe uno de coei
ca gà du cojoni cussí
ca sa coeo cal voe
ca nissuni gheo toe
sa te te alsi ’a matina
e te ghè ciaro da rènte
tuti coanti i to afari
sa te te rangi in cuxina
sa te stè senpre insima
’fà l’ojo
sa po’ te piase el formajo
sa no te xughi de tajo
mi te digo ca fursi
no ghemo gnente da disse
noantri

AL MIO LETTORE – Se per caso sei uno di quelli / che ha due palle così / che sa ciò che vuole / e anche come ottenerlo / se ti alzi al mattino / e hai già ben chiari da subito / tutti quanti i tuoi obiettivi // se ti destreggi ai fornelli / se devi sempre sovrastare il prossimo / se poi adori il formaggio / se non conosci il coraggio // io direi che forse / non abbiamo nulla da dirci / noi due

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Luciano Cecchinel

TAI E DONTURA 

lengua dà zendadura
che scaturida
tu zabotéa, tu pèrz la ziera,
tu te incanta e tu crida
che pò de òlta tu inpenis la boca
fa na ziespa madura
ma par farte calèfa straca
fa de ’n òs dur che dura
lengua de la malora
sol par an miel de stela
o ’n coat de pezòla:
lengua tai e dontura

TAGLIO E GIUNTURA – lingua già spaccatura bruciante / che atterrita // balbetti, perdi la cera, / ti inceppi e gridi // che poi d’improvviso riempi la bocca / come una prugna matura // ma per farti sberleffo stanco / come di un osso duro che dura // lingua della malora / solo per un miele di stella // o un covo d’erica: / lingua taglio e giuntura

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Carlo Della Corte

COSSA VOL DIR? 

Qualchidun me ga dito: «A la to età».
Cossa vol dir? Ghe xe forse ’na età
par serte robe, ’na età par ’ste altre?
Se andassi tuti in mona, tuti via…
O resté qua, ma scondendove i oci
co le man, vardandove drento,
lassandome mi vecio o giovanoto
par poco ancora
far de conto da solo co la vita.

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Fabio Franzin

CRÈPI 

Zhèrti cèi, curti crèpi, tea tèra,
co’l sol la ssuga suìto,
dopo ’na spuaciàdha de piova tel sec.
Cussì ’e rughe drio ’l còl
scuro dei vèci. Quee che intìve
te mé pare, vègner fòra
soto ’l coét dea camìsa,
co’l sbassa un fià ’a testa.
Zhèrte, squasi invisìbii, sgrafàdhe del tenpo
tea fòdra dea vita.

SOLCHI – Certe piccole, corte crepe, nella terra, / quando il sole la asciuga subito / dopo uno sputo di pioggia sul secco. // Così le rughe dietro il collo / scuro dei vecchi. Quelle che scorgo / in mio padre, fuoriuscire / sotto il colletto della camicia, / quando abbassa un poco il capo. // Certi, impercettibili, graffi del tempo / nella fodera della vita.

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Andrea Longega

Senti che odor se capisse subito
che qua dentro ga dormìo
un omo solo
(ga da esser sta quelo
longo e séco che go incrosà
in sima de le scale).
Co i omeni xe soli
no i se cambia, i se lava poco,
la docia xe suta (na roba de manco
da netàr), i saoni xe ’ncora incartài,
i sugamani grandi piegai.
Se capisse subito se un omo
xe solo da sempre: co ’l se sistema
in un lèto a do piasse come questo
no ’l se snànara ben dapartuto
butando a reméngo le covèrte
ma el se tien ben stréto
tuto da na parte
quasi el dormisse ’ncora
in quel lèto picolo
che ’l gaveva da putèlo.

Senti che odore si capisce subito / che qui dentro ha dormito / un uomo solo / (deve essere stato quello / alto e magro che ho incrociato / in cima alle scale). / Quando gli uomini sono soli / non si cambiano, si lavano poco, / la doccia è asciutta (una cosa in meno / da pulire), i saponi sono ancora sigillati, / gli asciugamani grandi piegati. // Si capisce subito se un uomo / è solo da sempre: quando si sistema / in un letto a due piazze come questo / non vi si abbandona / mettendo sottosopra le coperte / ma si tiene ben stretto / tutto da una parte / quasi dormisse ancora / in quel letto piccolo / che aveva da bambino.

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Sante (Tino) Minetto

Soto i me oci

Cascava, me recordo,
cascava giusto el dì de San Martìn.
Sui campi e sui tabari on déo de brósema,
bestie e boàri a la remota in stala;
mi coi penòti,
ma dal gastaldo, al caldo, – sto buèlo! –
goti de vin noèlo
e slèpe de polenta infasollà.
A la vigilia, mi, come ogni sera
rivando da Bertìn – lu sempre pézo! –
lo cato sol pajón pontà sui gumbi,
tuto de sbiègo e i piè de picolón.
– Scóltame! – el dise alsandose in sentón,
pi rùstego che mai, sto foganèlo!
E po’ a fadiga e coàsi par dispeto
el màstega parole dùbie e tùrbie
cofà on indovinelo.
Ma intanto el se desgrava del magón
e dopo, almanco, el se rimete chièto
e tutto se finìo, cussì me pare.
Infatti el giorno drìo lo trovo mèjo,
co n’altra sièra e voia de schersare.
El ghéa parsìn magnà, beù, cagà…
Pòro Bertín!
E’ po de paca, sofegà da on sbóco,
gnanca vint’ani, el ga incrosà le ale.
Al funerale, mi, so mare e on can.

Cussì, soto i me oci, a l’improvviso!
Ma lu el se la sentìa, se pol giurarghe,
za da la sera vanti
coàndo che alsà in sentón sol cavassale
arfiando e mutegando el me diséa:
– Stímito ch’el faría pecà mortale
on drugo ingolosío
come mi…
come ti…
òpare ca no ghémo arte né parte…
e gnente da prométarghe…
Chieve ’l se ingropa e mi vardando in volta,
a fasso finta de no vèr sentìo.
E alora lu, col gòsso pièn de rànteghi…
– Anca se fusse no me son pentío;
e lo sa Dio se ghe ga piàsso, e coànto! –

[…]

E lí davanti ai morti,
duro inverío,
me son sbrocà col me latin boàro
e ghe go dito ’l vero a Cristodío:
– Bertín Segúro no ’l se ga pentío
par na passión…
che in fin dei conti no la xe on delito,
ma ’l ga crià, mi ghe scometo, e tanto,
anca se de scondón,
par no ’vèr bu rasón,
miseria e malatía, de on so dirito.

SOTTO I MIEI OCCHI Cadeva, mi ricordo, / cadeva proprio il giorno di San Martino. / Sui campi e sui mantelli un dito di brina, / bestie e bovari a riparo nelle stalle; / io con la pelle d’oca, / ma dal gastaldo, al caldo – quella canaglia! – / bicchieri di vino novello / e fettone di polenta in fagiolata. // Alla vigilia,io, come ogni sera / arrivando da Bertín – lui sempre peggio! – / lo trovo sul pagliericcio appoggiato ai gomiti, / tutto di traverso, e coi piedi penzoloni. // – Ascoltami! – / dice alzandosi a sedere / più che mai selvatico, questo foganèlo! / E poi a fatica e quasi per dispetto / mastica parole dubbie e torbide / come un indovinello. // Ma intanto si libera da un peso / e dopo, almeno, ritorna tranquillo / e tutto è finito, così mi pare. // Infatti il giorno dopo lo trovo meglio, / con tutt’altra cera e voglia di scherzare. / Aveva persino mangiato, bevuto, caccato… / Povero Bertín! / E poi di colpo, soffocato da uno sbocco, / neanche vent’anni, el ga incrosà le ale. // Al funerale, io, sua madre e un cane. // Così, sotto i miei occhi, all’improvviso! / Ma lui se lo sentiva, si può giurarlo, / già dalla sera prima / quando alzatosi a sedere sul capezzale / ansimando e mutegando mi diceva: / – Credi che farebbe peccato mortale / un selvatico ingolosito / come me… / come te… / òpare che non abbiamo arte né parte… / e niente da prometterle… / Qui si commuove ed io guardando in giro / fingo di non aver sentito. / E allora lui, con la gola piena di rantoli… / – Anche se fosse non mi son pentito; e lo sa Dio se le è piaciuto, e quanto! – // […] // E lì davanti ai morti, / duro come un vetro, / mi sono sfogato col me latín boàro / e ho detto la verità a Cristodio: / – Bertín Segúro non si è pentito / per una passione… / che in fin dei conti non è un delitto, / ma ha pianto, ci scommetto, e tanto, / anche se di nascosto, / per non avere avuto ragione, / a causa della miseria e della malattia, di un suo diritto.

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Marco Munaro

I POÈT AD SÈT AN

A P. Demeny
A Arturo e Bona

E me mama, sarand al lìbar dal Duér,
la sa stimaa, cuntenta, senza védar,
in ti òcc azur e sot’ a la front pina ad bógne,
l’anima dal so putìn ch’ag gnéa ingósa.
Tut al dì al sudaa ubidienza; tan
inteligént; ma di tic négar, di trat
i parea pruar cl’era ’n basapiléte.
’N tl’ombra di curidór macià ’d mufa,
pasand al tiraa la lengua, i du pugn
’n tl’angunaia, e ’n t’ òcc sarà ’l vdéa di punt.
’Na porta la svarzea ’n sla sira: a la lum
’l vdéa, là, alt, ch’al rantulaa su la rampa,
sot’ a un mar ad lus tacà pingulón al tét. L’istà
soratut, vint, stupid, l’éra tantà
’d sarars in tl’òra di cèss.
Là, al pensaa, chiét, e al snasaa.
Quand, lavà dai udor dal giórn, l’òrt
dadré la ca’, in ’nvèrn, al s’inlunea,
culgà sot’ a un mur, ’nvlà ’n tla smalta
al fracaa, par incantasmars, l’òc stórno,
e ’l scultaa buligar i pai marz patòcch.
Pietà! L’era parént sól di chi putlét
che, magar indult, senza bréta, òcc balutón,
i cazaa di dì cme spròc zaj e negar ad léza
sot’ a di vistì chi sea da nanìn e da vec
e i ciacaraa e iéra blin cme i òcch.
E s’ l’al cataa inpgnà a far pietà e scaréz,
so madar la sa spaantìa; l’èssar téndar, fónd,
dal putlét as butaa sóra cal sguiz.
L’éra bón. Lé la ghea l’òc azur, – busiard!
A sèt an, al faséa di poèma, sul vivar
’n tal grand desert, a la bataìza, Lìbar,
bosch, sói, rie, saane! – Al s’iutaa
con di giurnai ’nlustrà in dóa ca, rós impizz, al vdéa
dle Spagnóle ridar e dle ’Taliane.
Quand c’la gnea, l’òc négar, mata, vistida cme ’na zigagna,
– òt an – la fióla di operai darént,
la putleta salvadga l’ag déa ’na branculada
in tn àngul, e adòss, e squasand le treze,
e lu l’era sóta ad lé e ag tacaa ’ncòst co i dént a le culate
parché le la purtaa minga mai le mudande;
– lu, tramurtì e tut a forza ad pugn e panade,
as purtaa i saór dla so pèl ’n tla càmara.
Che burdighìn le dménghe smòrte ad dizémbar,

quand, ’ncraatà, su ’n ghiridón ad nós
al lzéa ’n Evangél piturà verd-càul;
di sógn ’l turmataa ogni nòt ’n tal lèt.
’N vléa brisa ben a Dio; ma ai òmm, c’a basóra,
négar, co ’na blusa, al vdéa turnar da la Fècula,
o al marcà indo’ cla zént la crida e la rid
sot’ a ’n smartlamént ad campane.
Al s’insugnaa di prà amurós, e onde
d’lus, udor san, sbuciars d’or,
ch’i s’àgita calm e i ciapa ’l vól.
Ag piaséa soratut star al scur,
quand, ’n tla càmara nuda co le persiane sarade,
alta, blu, pina agra d’umidità,
al lzéa al so poèma mai fnì da meditar,
pin ad ziél zzai lurid e piope ’ngade,
ad fior ’d carn ’n ti bosch ’d falistre s-ciupà,
strambalón, crudàr, in tal fòss e scaréz!
– Intant ca ’s fasea ’l rumor dal culmèl
in bas, – sól, e cucià su dle pèze ad téla
gréza, e strulicand viulent la véla!

26 mag 1871.

I POETI DI SETTE ANNI – E mia madre, chiudendo il libro del Dovere / si compiaceva, soddisfatta, senza vedere, / negli occhi azzurri e sotto la fronte piena di bernoccoli, / l’anima del suo bambino che aveva schifo. // Tutto il giorno sudava obbedienza; tanto / intelligente; ma dei tic neri, dei tratti / parevano provare che la sua devozione era falsa. / Nell’ombra dei corridoi macchiati di muffa, / passando tirava la lingua, i due pugni / in tasca (all’inguine), e negli occhi vedeva dei punti. / Una porta si apriva sulla sera: al lume, / lo vedevano là, alto, rantolare sulla rampa, / sotto un mare di luce attaccato penzoloni al tetto. L’estate / soprattutto, vinto, istupidito, era tentato / di chiudersi nell’ombra fresca dei cessi. / Là, pensava, quieto, e annusava. // Quando, lavato dagli odori del giorno, l’orto / dietro casa, in inverno, s’illunava, / sdraiato sotto un muro, avvolto nel fango / premeva, per suscitare immagini incantate, l’occhio storno, / e ascoltava brulicare i pali completamente marci. / Pietà! Riconosceva amici solo quei ragazzi / che, magrissimi, senza berretto, occhi sporgenti, / cacciavano dita come spini gialle e nere di fanghiglia e sterco, / sotto dei vestiti che sapevano di infante e di avi / e chiacchieravano, dolcemente idioti, come ochi. / E se lo sorprendeva intento nella sua pietà e nel suo ribrezzo / la madre si spaventava; l’essere tenero, fondo, / del ragazzo si gettava su quel trasalimento. / Era buono. Lei aveva l’occhio azzurro, – bugiardo! // A sette anni, faceva poemi, sul vivere / nel gran deserto, affocato, Libero, / boschi, soli, rive, savane! – Si aiutava / con dei giornali illustrati dove, rosso acceso, vedeva / delle Spagnole ridere e delle Italiane. // Quando veniva, l’occhio nero, matta, vestita come una zingara, / – otto anni – la figlia degli operai vicini, / la ragazza salvatica gli dava una strapazzata / in un angolo, e addosso, e squassando le trecce, / e lui era sotto di lei e le mordeva il culo / perché lei non portava mica mai le mutande; / – lui, mezzo tramortito a forza di pugni e calci, / si portava i sapori della sua pelle in camera. // Che struggimento le domeniche smorte di dicembre, / quando, incravattato, su un comodino di noce, / leggeva un Vangelo dipinto verde-cavolo; / dei sogni lo tormentavano ogni notte nel letto. / Non amava Dio; ma gli uomini che, verso sera, / neri, in camicia, vedeva tornare dalla Fecola, / o al mercato, dove la gente grida e ride / sotto uno smartellamento di campane. / Sognava prati amorosi, e onde / di luce, odori sani, sbocciare d’oro, / che s’agitano calmi e prendono il volo. // Gli piaceva sopra tutto stare al buio, / quando, nella camera nuda con le persiane chiuse, / alta, blu, piena acre di umidità, / leggeva il suo poema mai finito di meditare, / pieno di cieli gialli luridi e pioppe annegate, / di fiori di carne nei boschi di faville scoppiati, / vertigine, crolli, deragliamenti e brividi! / – Mentre maturava il rumore nella via / in basso, – solo, e piegato su delle pezze di tela / grezza, e strolicando violento la vela!

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Nerina Noro

VICENZA  

su le to strade
go reçità
la me vita.
Giorno par giorno
te go fotografà
dentro ’n tei oci.
Te porto con mi
dapartuto, ’n tel sangue.
Ghe xe i me morti
soto ’sta tera!
’N te la to aria
ghe xe le so vose,
se tuto tase
sento anca el fià.
Dentro al to gnaro
mi trovo tuto:
pianto, speransa,
sogni desfà.
Trovo anca i basi
che go ciapà.

VICENZA Le so vose: le loro voci. Fià: fiato. Gnaro: nido. Desfà: disfatti.

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Romano Pascutto

’NA CARTUINA DAL CARSO

Me pare mort l’è sta un bon patriota,
ma no l’ha mai fat nissuna confusion
fra patria e bae che conta la storia.
L’è partì lassando me mare a strussar
co sie fioeti picui, pessoni e cagoni.
’Na volta dal Carso n’ha mandà lustra
’na cartuina co sie bugnigui sentadi
sora l’urinal e ’na trombeta in boca.
Sora gera scrit in grando: W L’ITALIA!
Te domande de perdonarme, popolo mio:
co sinte i fassisti parlar de patria
me vien in ment i sie fioeti sentadi
su l’urinal, che i sonava par davanti
e co pi’ gusto trombetava par dadrìo.

UNA CARTOLINA DAL CARSO – Mio padre morto è stato un buon patriota, / ma non ha mai fatto nessuna confusione / fra patria e balle che racconta la storia. / È partito lasciando mia madre a penare / con sei figli piccoli, con il moccio al naso. / Una volta dal Carso ci ha mandato lucente / una cartolina con sei bambini seduti / sull’orinale e una trombetta in bocca. / Sopra era scritto in grande: W L’ITALIA! / Ti domando di perdonarmi, popolo mio: / quando sento i fascisti parlar di patria / mi vengono in mente i sei bambini seduti / sull’orinale, che suonavano per davanti / e con più gusto trombettavano per didietro.

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Bino Rebellato

’NA BEA MATINA

’Ntel pantan de vermi che so mi
gnen drento tuto ’l gòdarse
de ’a bea matina. Canpi taraji
visèe fiuri nuvoe no i ga gnente
de ’a legra furia
che me rabalta.
Ghe n’avesse na s’cianta
osèi montagne buschi malghe çiéo
che gnancora se move.

UNA BELLA MATTINA – In questo pantano di vermi che sono io / viene dentro tutto il godersi / della bella mattina. Campi terragli / vigne fiori nuvole non hanno niente / della allegra furia / che mi stramazza. / Ne avessero un poco / uccelli montagne boschi malghe cielo / che ancora non si muovono.

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Eugenio Tomiolo

Mi no go gnente e so de pochi schei
e cô camino no go fermo el passo;
vogio cantar, ma me go poca vose,
strete de colo le camise,
el sangue bate ne la testa voda,
galine che starnassa xe el pensier,
me frua la costa el respirar ansioso,
gnente de bon me speto, e son contento.

Io non ho niente e sono di pochi soldi / e quando cammino non ho fermo il passo; / voglio cantare, ma ho poca voce, / strette di collo ho tutte le camicie, / il sangue batte nella testa vuota, / galline che starnazzano è il pensiero, / mi consuma la costola il respiro ansioso, / niente di buono mi aspetto, e sono contento.

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Sandro Zanotto

COFÀ UN PESSE DA FONDI

Sentai tacà na ribola da tendare
no se pole scalumare le rive verte.
anca se no te voi se va drio na carezà
sensa cormei da segnarla. Drio ste aque
marse e ferme da senpre.
Co l’ocio no varda le rive, el cata na facia
che vien su dal pantasso cofà un pesse
da fondi («ergo age, fallaci timide
confide figurae»): no se la vede ben
ma la ghe xe, svelta cofà na scaja
che salta su l’aqua, co la se ferma
la va soto e te la perdi.
Quei che va, ga el so purgatorio
senpre distante dai slarghi,
qua in sto palùo de l’anema
ghe saremo senpre in neterno amen:
chi ga la so fede no xe mai rivà.

COME UN PESCE CHE VIVE NEL FONDO – Seduto accanto a una barra di timone a cui badare / non si possono osservare con attenzione le sponde aperte. / Anche non volendo si segue una carreggiata / senza paracarri che la seguano, dietro queste acque / putride e ferme da sempre. / Quando l’occhio non guarda le sponde, trova un volto / che sale dal profondo stomaco come un pesce / che vive nel fondo («ergo age, fallaci timide / confide figurae»): non lo si vede bene / ma c’è, svelto come un sasso piatto / che salta sull’acqua quando si ferma / si immerge e lo perdi. / Quelli che vanno, hanno il loro purgatorio / sempre lontano dai luoghi aperti, / qui in questa palude dell’anima / ci saremo sempre in eterno amen: / chi ha la sua fede non è mai arrivato.

Ombretta Ciurnelli, Scaline

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Ombretta Ciurnelli, Scaline

Appunti di lettura e ascolto di Anna Maria Curci

 

Quando ho letto la prima volta, qualche mese fa, La città del vento. Poesie in lingua perugina (Edizioni Cofine, Roma, 2013) di Ombretta Ciurnelli, ho scelto immediatamente questa poesia, Scaline, per la ‘mia’ lettura, che prende sovente le forme e i suoni di una trasposizione in lingua tedesca. Davvero questi versi rendono in maniera esemplare la musica e l’architettura della raccolta. La città del vento ha una voce che canta più melodie, spazia su tonalità diverse, come diverse sono le misure degli intervalli che comprende, dei passaggi o, per essere più precisi, degli intrecci tra maggiore e minore. Delle scalette che si inerpicano lente su per il colle ascoltiamo il respiro, la tensione e l’estensione della cassa armonica; la similitudine prima, e la seconda, introdotta da una disgiuntiva che è un invito alla facoltà immaginativa di chi legge e ascolta,  fanno volgere gli occhi alle pieghe di un organetto o a quelle di un ventaglio. Mantici e vezzi, bellezza e fatica quotidiana salgono fianco a fianco. Poi, nella quartina finale, sosta, ironia, contrasto e riflessione hanno i timbri ora gravi ora tintinnanti di tetti, di una ringhiera, dei sogni sbeffeggiati, del tiro mancino e preciso dell’onnipresente tramontana.

Scaline

Sajono lente
ji scaline ntol colle
che da millanne
’l chiameno del Sole
birate come fusson
’n organetto stirato
da le man de ’n sonatore
(o figurte sinnò
ventaje granne
merlette ormò scordate
e nute pietra)

Poggiata su pi tette
na lindiera
ncla tramontana
che canzona i súmmie

Scalette

Salgono lente
le scalette sul colle
che da secoli
chiamano del Sole
piegate come fossero
un organetto disteso
dalle mani di un suonatore
(o immagina se no
ventagli grandi
trine ormai dimenticate
e diventate pietra)

Appoggiata sui tetti
una ringhiera
con la tramontana
che si burla dei sogni

Treppchen

Langsam steigen
die Treppchen den Hügel hinauf,
den man seit Jahrhunderten
von der Sonne nennt,
gefaltet, als ob sie
ein kleines Akkordeon wären,
das von den Händen eines Spielers ausgedehnt wird
(sonst stell dir
große Fächer vor
nunmehr vergessene
und jetzt Stein gewordene Spitzen)

An die Dächer gelehnt
ein Geländer
beim Nordwind,
der sich über die Träume lustig macht

Ombretta Ciurnelli

(traduzione in tedesco di Anna Maria Curci)

Qui è possibile ascoltare la versione in tedesco di Scaline

Giuseppe Gioachino Belli: da Roma all’Europa

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Oggi, nel 150° anniversario della morte di Giuseppe Gioachino Belli, ripubblichiamo qui, con i ringraziamenti a Cosma Siani e a Vincenzo Luciani, l’articolo di Cosma Siani* sulle traduzioni in inglese dei sonetti di Belli, apparso sul sito “I poeti del parco” e nella rivista “Periferie”.

G. G. Belli in versione inglese, o del tradurre il dialetto

Le traduzioni in inglese nell’esame di Cosma Siani

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Del Belli in traduzione inglese, francese, tedesca, russa e spagnola si sono occupati due volumi, uno fresco di stampa e uno antico, ambedue promossi dal “Centro Studi G.G. Belli” di Roma. Il primo, Belli da Roma all’Europa. I sonetti romaneschi nelle traduzioni del terzo millennio, a cura di Franco Onorati, intr. Antonio Prete (Roma, Aracne, 2010) estende la preziosa ricerca avviata anni fa con Belli oltre frontiera. La fortuna di G.G. Belli nei saggi e nelle versioni di autori stranieri (Roma, Bonacci, 1983).
Il settore più prolifico di traduzioni e trattazioni del poeta romano è quello anglosassone. Ed è sorprendente che qui l’interesse per la poesia del Belli si manifesti prestissimo. Appena quattro anni dopo l’edizione dei Duecento sonetti dialettali curata da Luigi Morandi (1870), infatti, già si parla di questa primissima raccolta del poeta romano sulla Fortnightly Review di Londra per mano di Hans Sotheby. Ed è l’inizio di un interesse non più sopito ma in crescita, soprattutto nel corso del secondo Novecento.
Ma le traduzioni del Belli ci mettono di fronte alla questione del come rendere la poesia dialettale in un’altra lingua. Fra i non pochi traduttori inglesi, c’è chi ritiene che si debba adottare una colorazione, un registro, o addirittura un dialetto particolare per restituire il divario esistente nell’originale fra la lingua del testo e la lingua standard.
Nella prefazione a The Roman Sonnets of Giuseppe Gioachino Belli, quarantasei sonetti tradotti da Harold Norse e pubblicati nel 1960, William Carlos Williams paragona l’americano dalle forti inflessioni colloquiali del traduttore allo “schietto romanesco” (e naturalmente gli va lasciata la responsabilità di questa sua asserzione). Anthony Burgess, che tradusse settantadue sonetti belliani inserendoli nel suo romanzo ABBA ABBA (1977), disse di aver usato un «English with a Manchester accent.»
Un traduttore fra i maggiori, Robert Garioch, usò non l’inglese ma lo scozzese delle Lowlands – lo Scots o lallans – basandosi sulla sua parlata di Edimburgo. Ed è tale il prestigio della sua opera in area britannica che il traduttore belliano più recente, Mike Stocks (Sonnets, Translated by Mike Stocks, London, Oneworld Classics, 2007), in appendice alle proprie traduzioni inserisce una scelta di dodici sonetti nella versione di Garioch. Dice inoltre che l’aver usato lo Scots per Garioch è un vantaggio; e lo dice perché è convinto che «rispetto all’italiano e all’inglese standard, il romanesco e lo scozzese rispettivamente hanno lo stesso sapore vernacolare e lo stesso tono esuberante», cioè crede che la distanza (o vicinanza) che il parlante italiano d’oggi avverte fra la propria lingua media e il romanesco del Belli sia la stessa avvertita dal parlante britannico rispetto allo Scots. E anche qui gli va lasciata la responsabilità delle proprie affermazioni, perché se il parlante italiano d’oggi, qualunque ne sia la zona d’origine, può in qualche modo affrontare la lettura dei sonetti belliani, il lettore britannico attuale (non diciamo l’anglofono di altre parti del mondo) troverà probabilmente molto più ostico accedere alla grafia e al lessico dello scozzese.
Un altro traduttore inglese recente, ma non ancora edito in volume, l’inglese Michael Sullivan – ha al suo attivo la versione di trecento sonetti e più, di cui solo qualche decina pubblicati – dice, esprimendosi nel suo fluente italiano facilitato da numerosi soggiorni in Italia e a Roma: «Le versioni sono intese per essere recitate in “a diffuse urban vernacular”, volendo dire che, mentre la maggior parte richiedono “cockney”, i sonetti più violenti, per esempio, risentono dell’accento di Glasgow o Belfast, e quelli per i quali il cattolicesimo è imprescindibile, quello di Dublino.» Ma ciò è anche al servizio del suo modo di “naturalizzare” i sonetti travasando nella loro cornice contenuti dell’Inghilterra d’oggi: «…una carrozza può diventare una macchina, un papa ignorante di archeologia può diventare il principe Carlo, un bullo romano un duro di Glasgow, una puttana credente una dublinese.» In tal modo, dice ancora, il registro linguistico è dettato «dal contenuto del sonetto stesso e non dalla falsa equivalenza romanesco = cockney.»
Allo stesso tempo c’è stato fra i traduttori chi ha escluso il ricorso a un registro dialettale o fortemente locale, e fra questi non solo i traduttori in corrente prosa (dal primo conosciuto, appunto l’inglese Hans Sotheby, che pubblicò le sue traduzioni nel 1870 all’interno di un articolo sulla poesia del Belli, all’americana Eleanor Clark, 1881, all’australiano Desmond O’Grady, 1977-78, e a Hermann W. Haller, 1984), per i quali sembrerebbe più naturale usare una lingua standard. Ma anche quelli che hanno usato la metrica (l’inglese Frances Eleanor Trollope, 1881, Joseph Tusiani, 1974, Allen Andrews, che pubblicò le sue versioni a Roma nel 1984, e il giornalista Ronald Strom, le cui traduzioni uscirono pure in Italia nel 1994).
E c’è chi ha dichiaratamente rifiutato l’uso dialettale: l’americano Miller Williams, 1981, e un recente traduttore, Charles Martin, che ha pubblicando dei suoi specimen di traduzione belliana sul Journal of Italian Translation (New York, Brooklyn College, autunno 2006), fa professione di poetica in modo polemico rispetto a chi lo ha preceduto: «Mi rifiuto di sentirmi in colpa se non parlo, diciamo, il lallans o lo scozzese, nei quali qualcuno ritiene Belli possa essere meglio tradotto che in inglese. Ho cercato di rendere i sonetti del Belli nella varietà di inglese dialettale che io parlo, e in quelle sottovarietà dialettali che mi suonano in qualche modo familiari.»
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Cosma Siani
29 ottobre 2010
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*Molto recentemente Cosma Siani è tornato a parlare delle traduzioni in inglese dei sonetti di Belli, in occasione della serata (8 dicembre 2013) “A spasso per Roma con Giuseppe Gioachino Belli”, organizzata dall’Associazione Culturale Villaggio Cultura – Pentatonic con il coordinamento e il sostanzioso contributo scientifico di Claudio Costa (Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli, comitato di redazione della rivista “Il 996”), insieme al commento per immagini del gruppo fotografico “Pentaprism”, coordinato da Spartaco Coletta.
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Grazie al progetto Manuzio e Liberliber, si può leggere qui, in formato pdf e e-pub,  l’edizione completa, curata da Marcello Teodonio,  dei 2279 Sonetti di G.G. Belli.
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Qui è possibile consultare l’indice e alcune pagine del volume Belli da Roma all’Europa.
Qui un sonetto di Belli nell’originale (recitato da Maurizio Mosetti) e nella traduzione tedesca di Paul Heyse (recitata da A.M. Curci)

In Apulien, 6 – Vincenzo Luciani

In Apulien, 6 – Vincenzo Luciani

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß

weißes Brot und schwarze Lippen

Kinder in den Futterkrippen

will der Fliegenschwarm zum Fraß

 

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare

pane bianco e labbra nere

nelle greppie bimbi a schiere

vuole di mosche il nugolo gustare

 

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.

La sesta tappa si snoda da Ischitella sul Gargano a Tor Tre Teste, passando per l’Umbria e per Torino: sono i luoghi della poesia di Vincenzo Luciani, nativo di Ischitella e da diversi anni residente a Roma.

Nella presentazione al volume Il paese e Torino, Diego Novelli scrive: «Tutto potevo immaginare di Vincenzo Luciani, grazie anche all’antica conoscenza che ci ha visto impegnati sullo stesso fronte negli anni tormentati ma esaltanti delle grandi lotte operarie di fabbrica e di quartiere nella città laboratorio per eccellenza; tutto immaginavo di lui ma non poeta. Invece eccolo ricomparire in uno degli ultimi giorni di questo pesante, drammatico, angosciante, orwelliano 1984, anno bisesto. È venuto a domandarmi un favore. Tutto ho immaginato: cosa mai sarò quel fascicolo che ha tra le mani .[…] sono poesie. Mi sento imbarazzato e non lo nascondo: gli dico la mia inesistente attitudine a scrivere e quindi anche a valutare la fatica di un poeta. […] Oggi 31 dicembre ho preso in mano la “pratica”. […] ho iniziato a leggere “Se di te mi ricordo”. In un attimo sono tornati alla mia mente quegli anni, quando i contadini, i braccianti, i pastori del Sud venivano sradicati dalle loro terre». (da: Vincenzo Luciani, Il paese e Torino. Presentazione di Diego Novelli, Salemi, Torino 1985, 3-4)

Il breve itinerario nella poesia di Vincenzo Luciani prende le mosse proprio dalla prima poesia della raccolta Il paese e Torino.

Se di te mi ricordo

 

Non è bastato sbattere le scarpe,

vestirsi a festa e partire lontano:

acre nelle narici è quella terra.

Se di te mi ricordo!

I nostri colli siepe aspra al mare,

fichidindia e torrenti disseccati,

gli ulivi e le macere.

Se di te mi ricordo! Ora che autunno

fa ritorno nei canti di vendemmia,

fichi pendono aperti.

(da:  Il paese e Torino,  p. 9)

Dalla stessa raccolta, scelgo una delle liriche che prediligo. Si apre con quattro endecasillabi serrati, come i denti di “Raffaele ch’è stato alla Germania” sono stati serrati “al gelo e alla fatica” nel “Nebelland” (Bachmann) di migrazione:

Raffaele ch’è stato alla Germania

 

Raffaele ch’è stato alla Germania

serrando i denti al gelo e alla fatica

per un pezzo di terra ed una casa,

con il fiele nell’anima invidia

l’operaio tornato da Torino:

con la seicento usata

mafiosamente gira per le strade.

(Fosse rimasto al paese

se la sarebbe sognata

la macchina).

Lui troppo presto tornò;

la nostalgia lo vinse del paese

così tanto lontano.

Affanculo la nebbia e la Germania!

E guarda torvo milanesi,

torinesi e germanesi:

si vergognano, adesso, del paese,

lo disprezzano e parlano impolito,

si vantano di case e di milioni.

E andarono lontano a mangiar nebbia,

le pezze al culo e le valigie di cartone.

(da: Il paese e Torino, p. 27)

Dalla voce dell’autore ho ascoltato, il 28 gennaio 2010, la poesia Parole, apparsa prima nella raccolta Frutte cirve e ammature (Cofine, Roma 2001) e successivamente in Tor Tre Teste ed altre poesie (Cofine, Roma 2005; i versi ai quali si fa riferimento sono a pag. 44).

Parole

Io notte e giorno inseguo
parole. Ad una ad una
le scelgo e le accatasto
come un maceraro che una macera
deve ordinare dritta e squadrata
per sostenere quella poca terra
che fa campare
ché per essa
campiamo.

Io compongo e scompongo le parole
come si compone e si scompone un gioco,
una volta amici e un’altra volta nemici.
Giocando con le parole
io ritorno bambino.
Un fiato basta a scoprire
sotto la cenere il fuoco
del tempo di una volta…

Parole

Ji notte e gghjurne vaje secutanne
parole. A une a une
i cape e i accragne
peje nu macerare che na macere
adda reje bella tese quatre e squatre
pe mantenè dda poca terre
che fa campà, ché pe gghjesse
campàme…

Ji accumponne e scumponne i parole
cume ce accumponne e scumponne nu joche,
na vote amice e n’ata vote allite.

Jucanne p’i parole
ji retorne guaglione.
Nu sciate avaste a scumugghjà
sotte a cènere u foche
d’u tempe de na vote…

Il “corto viaggio” si conclude nella mia città natale, alla fermata di un autobus, a catturare una scena vissuta e, nostro malgrado, sempre attuale:

“556”

Nel prato manifesti

svolazzano, poltiglia

di inganni, di sogni, di slogan. Ridono

quelli del tabellone elettorale. Il Cinque-

cinquesei ha saltato di nuovo la

corsa, gracchia una radio

percentuali e commenti. Che fine

faranno i proclami

sulle periferie

che quelli, le lacrime agli occhi

e la mano sul cuore, hanno giurato

d’amare.

Ancora commenti e per cento. E ancora

non arriva

il maledetto Cinquecinquesei.

E ridono quelli dal tabellone,

ma cosa, maledetti, c’è da ridere?

Ride beffardo pure il sole

di una giornata comunque

bella, al cento per cento.

(da: Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2005), Cofine, Roma 2005, p. 14)

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Vincenzo Luciani è nato il 21 giugno 1946 ad Ischitella nel Gargano. È emigrato giovanissimo, in Umbria, poi a Torino ed infine a Roma. A Torino è stato consigliere comunale dal 1970 al 19755. Vive a Roma dove dirige il giornale Abitare A.

Ha pubblicato Vocabolario Ischitellano (Cofine, Roma 1994) e Ischitella, Gargano Italia (Cofine, 1995) un libro con guida storico-turistica, proverbi, detti, filastrocche, indovinelli e soprannomi del paese, I frutte cirve (1996) [I frutti acerbi] una breve raccolta di poesie in dialetto, ha curato il volumetto Poesie e canzoni Ischilellane. Sue poesie compaiono in Poesia dialettale del Gargano. Antologia Minima, a cura di Cosma Siani (Cofine, Roma 1996) e sulla rivista Periferie.

Nel 1985 ha pubblicato  Il Paese e Torino, raccolta poetica in lingua.
Del 2001  è la raccolta di poesie in dialetto  garganico ischitellano Frutte cirve e ammature (Cofine, Roma).
La seconda raccolta di poesie in lingua è del 2005: Tor Tre Teste ed altre poesie (1968-2005), Edizioni Cofine, Roma. Il libro contiene anche la II edizione di Frutte cirve e ammature. A undici anni di distanza da Frutte cirve e ammature, Vincenzo Luciani è tornato a pubblicare poesie in dialetto, con la raccolta La cruedda (Cofine, Roma 2012).