Vincenzo Bagnoli

Vito Bonito, Odio l’estate (da Versodove n. 19)

*

Nel tuo silenzio io mi perdo

D’estate aumentano vertiginosamente le preghiere non esaudite.
Ci chiediamo perché. Ma cercare una risposta che soddisfi la nostra strenua e sì aguta interrogazione è cosa vana: sotto il sole di fine luglio le risposte muoiono come uccellini dentro una vertigine di luce.
Allo stesso modo e con la stessa irragionevole esattezza gli uccellini medesimi chiedono al vento perché noi ci poniamo simili domande.
Tace il vento (caldo dell’estate): sulle ossa, sulle tamerici, tra le luci e le feci, sulla nostra demenza, sulla stupida favola della nostra impotenza.

Il vento piange, piangono gli uccellini incantati, piangono i preganti, gli astanti, piange pure il telefono – ormai amico estinto di giorni perduti.

*

A casa i vivi non ritornano più.
Nei letti dei bambini sussurra la cenere: su su su, è ora di andare – noi siamo la cenere, un muover di ciglia e il vuoto che dentro ci pispiglia, siamo il pappo e il dindi, il quinci e il quindi, specie segnata, caligine affannata.

 *

E così, dopo aver comprato Il libro contro la morte di Canetti, lo guardo – chiuso in sé. Nel paradosso di un libro finito dalla morte stessa.
Ma l’amico Jonny Costantino mi porge, dentro una conversazione pomeridiana, una fulminante sentenza che l’autore di Auto da fé scrisse per la nascita della figlia. Ma sfogliando il libro, mi accorgo dell’aforisma successivo:

 

O bambina mia, bambina mia, per quanto tempo ancora potrò essere tuo padre?

Non ho di che lamentarmi perché sono riuscito a conoscerti. Ho assistito ai tuoi primi passi e udito le tue prime parole. Nemmeno questi passi e queste parole ho meritato, non ho meritato nulla perché non ho preservato nessuno dalla morte…

*

Sotto il sole di fine luglio
tornando a casa
mi accorgo che

gira il mondo gira
nello spazio senza fine
nella gioia e nel dolore
nello spasimo biancore

il mondo
non si è fermato mai un momento
la notte insegue sempre il giorno

e se il giorno è solo un girotondo
la morte non è affatto il piatto forte

semmai proprio il suo contorno.

*

© Vito Bonito

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Versodove n. 19, settembre 2017, sommario:

*

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La prima presentazione di Versodove n. 19, sarà a PordenoneLegge domenica 17 settembre alle 0re 15,00

Bologna in lettere 2015

Venerdì 15 al Cassero LGBT center si dà il via alle iniziative legate a Bologna in lettere  con la performance di Monalisa Tina, Pinina Podestà Nicola Frangione, il gruppo di OBLOM Poesia e chiusura con il recital “La macchina miracolante” dedicato a Pier Paolo Pasolini e prodotto dallo staff del festival. Il Festival si svilupperà in tre weekend nel mese di Maggio 2015: Ven. 15, Sab. 16, Ven. 22, Sab. 23, Ven. 29, Sab. 30.

gic-4-1-cop-defQuesta edizione del Festival è dedicata alla complessa ed articolata figura di Pier Paolo Pasolini. Lo staff del Festival, operando secondo l’ottica dei “Sistemi d’Attrazione” (gli spazi di confine e le linee di intercomunicazione tra i vari linguaggi artistici ed espressivi), ha inteso concertare e strutturare un focus pasoliniano  che si articolerà nelle prime 5 giornate.

Ven. 15, La macchina miracolante, recital ispirato alla corrispondenza epistolare tra Pasolini, Leonetti e Roversi, dalla quale è scaturita l’esperienza della rivista letteraria bolognese “Officina”, testi e regia Enzo Campi, musiche Mario Sboarina, con Alessandro BrusaEnea Roversi.
Sab. 16, Bologna, le contraddizioni di una città pasoliniana per caso, un intervento di Stefano Casi.
Ven. 22, la proiezione del video della performance “Intellettuale” di Fabio Mauri, con Pasolini come attore, con un’introduzione di Roberto Chiesi; Supplica a mia madre, lectio magistralis di Antonella Pierangeli. Sab. 23, le premiazioni dei due concorsi letterari dedicati a Pasolini banditi dallo staff; la presentazione del volume “Pasolini, la diversità consapevole”, a cura di Enzo Campi, edito da Marco Saya Editore.
La kermesse pasoliniana si concluderà Ven. 29 con un vero e proprio focus che comprenderà un intervento di Roberto Chiesi sui luoghi bolognesi del cinema pasoliniano, la performance “Io non ritratto” di Dome Bulfaro, la presentazione – a cura di Daniele Poletti, Ermanno Moretti e in anteprima nazionale – del saggio “Sulla rivoluzione incompiuta di Pasolini” di Peter Carravetta (Diaforia Edizioni), la proiezione del documentario “Pier Paolo Pasolini” di Carlo Di Carlo (aiuto regista di Pasolini in Mamma Roma, La Ricotta, La Rabbia), un’affabulazione di Sonia Caporossi, un intervento di Antonella Pierangeli e la kermesse Oltre ogni possibile fine: Versi per PPP, a cura di Claudio FinelliCarmine De Falco, con Bruno GalluccioFerdinando TricaricoOmar GhianiCostanzo Ioni.
Nell’arco del Festival avranno luogo altri due focus di approfondimento dedicati a Elio Pagliarani Patrizia Vicinelli, e un focus tematico sulle riviste letterarie in Italia con un incontro coi redattori di “Anterem” (rivista attiva da circa quarant’anni).
Ven. 22, Proseguendo un finale, focus su Elio Pagliarani, a cura di Francesca Del Moro in dialogo con Maria Concetta Petrollo; Relatori Luigi BalleriniBiagio CepollaroFrancesco MuzzioliVincenzo FrungilloSonia Caporossi, Luciano Mazziotta; Letture e testimonianze Maria Concetta PetrolloRosaria Lo RussoCarla ChiarelliSara VentroniRita GalbucciNadia Cavalera. Nel corso della serata verrà proiettato un estratto de “La ragazza Carla”, regia Alberto Saibene, un film di Carla Chiarelli, Carlotta Cristiani, Gianfilippo Pedote, Alberto Saibene, con Carla Chiarelli, fotografia Luca Bigazzi, Simone Pera.
Sab. 23, Focus su Patrizia Vicinelli, a cura di Daniela Rossi, con Niva LorenziniCecilia Bello MinciacchiRosaria Lo Russo, Jonida Prifti, Patrizia Mattioli. 
Sab. 16, Anterem – 1976/2015 – Quarant’anni di poesia e pensiero, a cura di Enea RoversiAlessandro Assiri, con Flavio ErminiRanieri TetiGiorgio BonaciniRosa PiernoLaura CacciaDavide CampiMarco FuriaMara Cini.
Gli spazi dedicati ai focus culmineranno con un approccio ad una delle poetiche imprescindibili del panorama contemporaneo: Ida Travi, che sarà introdotta criticamente da Alessandra Pigliaru nella giornata di Sabato 23.
La rassegna nella rassegna quest’anno prende il nome “Vetrine del nuovo millennio – Macchine e macchinazioni”, ed è rivolta a presentare alcuni degli artisti più rappresentativi del panorama contemporaneo che operano sugli spazi di confine dei vari generi.
Ven. 15, Pinina Podestà (video-arte), Nicola Frangione (recital), Mona Lisa Tina (performance), e il gemellaggio con il Festival “Oblom Poesia” di Torino, con azioni di Ivo De PalmaIvan FassioFabrizio Bonci,Salvatore Sblando.
Sab. 16, Andrea Inglese & Stefano Delle Monache (performance/installazione), Tiziana Cera Rosco (performance), Maria Korporal (video-arte), Nina Maroccolo & Emiliano Pietrini (performance). Sab. 30, cortometraggi, azioni, recital, performance, sonorizzazioni, proclami e varie artisticità con Marion D’AmburgoFrancesco ForlaniJulian ZharaSolidea RuggieroRita BonomoBarbara PinchiGiovanni CampiMarthia CarrozzoVanni SchiavoniChiara CossuSilvia Benedetti.
Il Festival si concluderà Sabato 30 con la consueta maratona non-stop di eventi dalle 11.00 alle 23.00, dove tra reading, letture, approfondimenti e performance, troveranno spazio anche alcuni progetti tematici: una tavola rotonda sull’editoria di poesia e sul pensiero pratico curata da Luca Rizzatello (Prufrock spa), Mariangela Guatteri (Benway Series), Daniele Poletti (Diaforia), la presentazione dell’antologia italo-rumena “Père-Lachaise – Racconti dalle tombe di Parigi” (Edizioni Ratio et Revelatio), curata da Laura Liberale, la presentazione dell’antologia “Poeti della lontananza” (Marco Saya Editore), curata da Antonella PierangeliSonia Caporossi, il progetto “Umafeminità” (Edizioni Joker) ideato e curato da Nadia Cavalera, la presentazione del numero 60/61 della rivista “Le Voci della Luna”, a cura di Maria Luisa VezzaliMarinella  PolidoriLoredana Magazzeni, Roberta Sireno, la presentazione dell’antologia “Femminile Plurale” (Vydia Edizioni), curata da Cristina Babino, e altre due anteprime assolute: la presentazione di “Il pane del giorno prima” (Ladolfi Editore) di Valentina Pinza, la presentazione di “Spazio di Destot” (Edizioni Diaforia) di Fabio Teti. Nel corso della maratona finale saranno coinvolti più di un centinaio di autori.
Informazioni e programma specifico su: https://boinlettere.wordpress.com/

Direttore artistico Enzo Campi
Staff: Luca Ariano, Alessandro Assiri, Alessandro Brusa, Martina Campi, Francesca Del Moro, Rita Galbucci, Serenella Gatti Linares, Agnese Leo, Loredana Magazzeni, Iacopo Ninni, Marinella Polidori, Sergio Rotino, Enea Roversi, Mario Sboarina, Maria Luisa Vezzali
Collaboratori: Vincenzo Bagnoli, Sonia Caporossi, Roberto Chiesi, Silvia Comarella, Laura Liberale, Renata Morresi, Antonella Pierangeli, Maria Concetta Petrollo, Daniele Poletti, Luca Rizzatello, Daniela Rossi.

Un poemetto inedito di Vincenzo Bagnoli

Teenage Suicide (cocktail party 1989)

di Vincenzo Bagnoli

pantera

V.:—–«18.00: diametro che taglia il giorno.
——–A destra il bene, a sinistra il male…
——–male sinistro qui dentro di noi?
——–Devo scrutare il tempo futuro».

Che cosa ti rimproveri, Violetta?
Cosa ritieni di dover sembrare?

V.:—–«Cavallo di coppe, un matrimonio
——–di manifesti staccati ci unisce ,
——–mentre il re rovesciato avvilisce
——–nel giorno squallido di cristo re.
——–Spade affilate che ci trafiggono,
——–sempre in attesa, coi nervi tesi,
——–di una tempesta, di un rischio sul mare,
——–in questo tempo che poi ci sbiadisce
——–con le Ombre marine della sera,
——–in questa vita senza più gioco….
——–Perché la Morte è un bassista pazzo,
——–e batte un ritmo che è spesso in levare
——–su giri armonici a me sconosciuti…
——–e io qui a chiedermi colma d’angosce:
——–come, oh, come? e dove, e quando?
——–e quanti anni quassù aspettando,
——–sotto il pianto di notti senza stelle…»

Intanto Kane si stava preparando
a cominciare, con pessimi auspici:
strade confuse da fare, stanchezza,
e pochi gli obiettivi alla portata.

(altro…)

Poesiafestival 12 – “assonanze” – Sabato 29 settembre, Spilamberto (MO)

poesiafestival 12
“assonanze”

Sabato 29 settembre ore 16.00
Cortile della rocca
Spilamberto (MO)

Letteratura Necessaria – Esistenze e Resistenze
Azione N° 21
Il Baratto
Libera veicolazione di parentele elettive e letterarie
su progetto e concertazione di Enzo Campi

Luca Ariano, Vincenzo Bagnoli, Giorgio Bonacini, Enzo Campi, Patrizia Dughero,
Loredana Magazzeni, Silvia Molesini, Jacopo Ninni, Simone Zanin

interpreteranno brani di

Ingeborg Bachmann, Dino Campana, Giorgio Caproni, Thomas S. Eliot,
Aloiz Gradnik, Durs Grünbein, Andrea Inglese, Edmond Jabès, Francesco Marotta,
Pier Paolo Pasolini, Marge Piercy, Ezra Pound, Sally Read, Arthur Rimbaud,
Roberto Roversi, Adriano Spatola, Wallace Stevens, Emilio Villa

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Qui il programma completo del Festival

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Nell’ambito delle iniziative del progetto nazionale di aggregazione letteraria denominato Letteratura Necessaria – Esistenze & Resistenze, inaugurato il 31 ottobre del 2011 a Bologna, e in vista di una ri-definizione delle possibilità divulgative e performative, a partire dalla fine di settembre del 2012 prenderà il via una nuova fase in cui, oltre ai reading cosiddetti “regolari”, si cercherà di realizzare una serie di eventi in cui sperimentare direttamente dal vivo la plurisignificanza dei termini “aggregazione” e “condivisione”.
Il nuovo corso verrà inaugurato il 29 settembre a Spilamberto (MO), nell’ambito delle iniziative di “poesiafestival12”, con l’azione N°21 denominata “Il Baratto”.
La cosa è molto semplice e parte dal presupposto che gli autori cosiddetti contemporanei debbano anche mettersi in gioco attraverso il confronto con altre voci diverse dalle loro. In poche parole, ogni autore che parteciperà agli incontri non presenterà i propri testi, ma una breve selezione di testi di autori cosiddetti classici o anche contemporanei ma comunque conosciuti ai più, che rappresentino per loro un’idea fattiva e concreta di letteratura. A ciò si aggiungerà, per ogni autore, la lettura (interpretazione, drammatizzazione, performance…) di almeno un testo di un altro degli autori presenti all’incontro. Tutto ciò per far sì che i propri testi vengano presentati, filtrati, interpretati attraverso voci diverse, e quindi per donare al pubblico varie possibilità di approccio.
In poche parole: viene messa al bando qualsiasi situazione di autoreferenzialità e agli autori verrà chiesto di esporsi attraverso le parole di altri autori per dare al pubblico presente un’idea di quella che potrebbe essere la propria personale concezione di “letteratura necessaria”.

[solo una poesia] 41, Bering – per Roberto Roversi – di Vincenzo Bagnoli (post di Natàlia Castaldi)

41, Bering

The Bering Land Bridge

The Bering Land Bridge

per Roberto Roversi

.

È facile stancarsi dopo anni
ed anni sempre qualcosa di nuovo
ma sempre taiga o ghiaccio e grigia tundra,
qualcosa da trovare un po’ più avanti:
nuovi nomi per tutte le cose.
Si passa il mare, ma è ancora gelo
il riso si fa duro, ha come un’ombra
in fondo, sembra qualcosa di nero
dentro alla festa, di freddo e di triste:
un’alba nuvolosa, una corsa
veloce all’indietro, un saluto
di forma e innervosito poco prima
dell’ora di apertura dei negozi.
Ma il sole del 21 ha un morso rosso
sul bordo delle colline dei Čukči:
ricorda un giorno dietro all’orizzonte
e non dimenticare per favore
dov’era Leningrado (e Stalingrado)
da dove eri partito, i padri morti.

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Vincenzo Bagnoli
nel mese di marzo dell’anno 2000

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Ndr: le parole sottolineate sono cliccabili e rimandano ad altri link.

Vincenzo Bagnoli – Canzoni da imparare e da cantare (post di Natàlia Castaldi)

Bering
(dove al poeta si chiede di fare la guardia al solito bidone di benzina)
per Roberto Roversi

.
È facile stancarsi dopo anni
ed anni, sempre qualcosa di nuovo,
ma sempre taiga o ghiaccio e grigia tundra,
qualcosa da trovare un po’ più avanti:
nuovi nomi per tutte le cose.
Si passa il mare, ma è ancora gelo;
il riso si fa duro, ha come un’ombra
in fondo, sembra qualcosa di nero
dentro alla festa, di freddo e di triste:
un’alba nuvolosa, una corsa
veloce all’indietro, un saluto
di forma e innervosito poco prima
dell’ora di apertura dei negozi.
Ma il sole del 21 ha un morso rosso
sul bordo delle colline dei Čukči:
ricorda un giorno dietro all’orizzonte…
e non dimenticare per favore
dov’era Leningrado (e Stalingrado)
da dove eri partito, i padri morti.

*

Neogrigio

.
Gli zero gradi del mattino sono
una linea invisibile e concreta,
una barriera alle soglie dell’alba,
la grigia biffatura del paesaggio.
Su questi giorni stanchi e troppo corti
soffia un vento gelato di borea
pieno di Ira, di rassegnazione:
batte la terra, condensa sul suolo
la rabbia fredda e lucida di ghiaccio,
un permafrost perenne, una banchisa
immobile, la crosta di plutone
nel vuoto di Un’orbita esterna
di cui non ho trovato ancora i bordi.

*
October (you too?)

.
Veniamo da questo insipido fuori,
banlieu del cosmo, disegno astratto
di tutte le linee dei muri esterni;
definitiva geometria del mondo,
crepe, trincee scavate dal sempre.
Un millenario progetto di tempo
finge una storia anche nella sconfitta,
in quella parte di tutte le vite.
Fascia, zona obliqua e multiforme
scritta dalle contorte diagonali
che attraversano solo i contorni,
dove si compie e si forma l’informe,
la regola del caos, della rovina, dove sorge
il logos della frana che riforma l’universo,
lo sfascio, la disfatta che si assesta
nella crescita a vista dei detriti
sul perimetro all’orlo dello scavo.
Derma di asfalto e strade selciate,
mucose di edilizia popolare,
reticolo di vie senza sbocco:
la muscolatura della città
e delle nostre paure è robusta,
troppo pesante l’ansia delle ossa,
l’urto dei muri, l’incontro impietoso
di aspro cemento e liscio epitelio
(sul bordo i gelidi grattacieli,
immobili nel cielo della sera
come implausibili estranee elevazioni
valori astratti sospesi al di sopra).

*
Agricola
(dove al poeta si chiede di fare silenzio la buona volta che è tardi e già chiuso)
per Patrizia Vicinelli

.
La periferia ci impasta nei giri
ci attrista nei valzer ai bordi di un clima
uguale e ingiusto nel tempo e nel ritmo.
Con mille cerimonie poi il disco
s’inceppa, e continua a saltare,
su quelle frasi gentili cadenza
le dolci ovvietà rassicuranti
dei docili animali: ancora un giro
poi la riverenza, e non finisce.
Ricordi della crisi a fior di pelle,
supplizio delle colpe fatte in serie,
tutti i viaggi, i giri non fatti
e detti per niente restano sempre
nel panorama deserto dei tetti
di una nazione schiava del cielo
nei suoi frammenti più fuligginosi,
arresa al sorriso di avidi numi,
dei dell’incetta e dell’eucarestia:
insegne e vetrine iridescenti
come le anse grasse degli oli
sulla pozzanghera stagnante della
notte, troppa notte e troppo densa.
Così la città è solo un franare
in pezzi oltre il rogo e i tribunali;
anatomie lungo i viali ad aprire
lo stile di un desiderio inespresso,
onde profonde, campiture, lembi,
discorso di polverose catastrofi,
però sotto la soglia di attenzione:
gli organismi ceduti all’assenza,
debole riso di vasi e coglioni,
di morchia e vene azzurre senza sbocco.

*
Appunti per una pratica della lotta di classe
per Dan Cepraga e Vladimir Fava

.
Si sovrappongono nella memoria
i giorni prima e dopo del solstizio,
la luce breve, le ore a precipizio
verso Il buio tempo senza storia
del vuoto dove cresce la città:
il desolato deserto dei giorni
nuovi, l’attenta paura al mattino,
il grigio cenere di alba e cemento
e anche l’azzurra carezza sugli occhi
dell’ombra dei grattacieli caduta
s’un incidente d’auto suburbano;
pioggia continua e sonno smarrito,
stupida fretta di andare al tuo posto,
malinconia di casa galleggiante
nell’odore di arance e di merende;
la voce opaca, la nebbia bagnata,
la triste ottusità del giorno pieno,
delle altre facce alla fine di tutto,
sorprese dal freddo fuori alla scuola;
l’attesa lunga di un giorno di festa
che durerà poi per tutta la vita
per arenarsi nel vuoto, nell’ansia
e nel rammarico torbido, denso,
di tutto il lavorare senza senso,
della fiumana scorsa più avanti
e noi rimasti ancora senza storia
e senza parole, come bambini:
in mano solo la fatica fatta.

*
Pistis sophia

.
L’eternità sono i cronici incontri
che ci ritrovano a ogni incrocio,
pupille specchiate dai finestrini,
i resti in moneta, le ricorrenze,
plumbea congiura di cielo e secondi:
le cose abbandonate nei cassetti,
le grigie archeologie personali
identiche per cicli e per manie,
lamenti sempre nuovi e variazioni,
ripetizioni, identità obbligate
nei giri di questa zona obliqua
scritta dalle contorte diagonali
di tutte le linee dei muri esterni:
la vita abolita dal di fuori,
l’ottuso orrore del signor dovunque
(e chiedimi se odio le promesse).

Il piccolo mondo lo tiene assieme
l’impalcatura di orari dei mezzi,
di coincidenze e di itinerari
precisi nei dettagli, l’onniscienza
di reti dei satelliti, di media:
non serve un finimondo, basta poco,
un piccolo errore umano o meno
a svolgere i chilometri nei metri,
a riportare la furia antiquata
del sottomultiplo in passi e secondi
(e chiedimi se odio le promesse).

Di tutto il costruire resta poco:
solo il cantiere perenne, lo stile,
(non parlo dei prodotti, all’erosione
glaciale ora scampano lattine
schiacciate, il monodose di ketchup).
Il senso del formare si consuma,
restano squallidi pezzi d’avanzo:
terra di scavo, tralicci spezzati,
pali nel fango e gabbie in metallo,
reti sfondate, lamiere e steccati,
schegge di legno e sabbia bagnata,
Černobyl, Mostar, My Lai, Bopal:
dietro alla belle parole faconde
le nude travature del commercio
(promesse, adesso basta, ne ho abbastanza).

*

Easyriding

.
L’onda liquida dei giorni lontani
ha Il suono leggero di un arpeggio
su una chitarra a dodici corde
e lungo il fiume, past the shady trees,
c’è ancora l’ombra di me in agguato:
quello che fui, dovrei essere stato,
il tempo perso, le voci smarrite,
i miei ricordi, le spine e un rancore.

*
XIX lama (pseudosonetto radiante)

.
Dal cielo dei gemelli il sole incendia
già, sopra i tetti e sopra all’asfalto,
l’aria appassita di queste giornate
di primavera affogata nell’afa,
fra ozono e smog. Dopo i perduti giorni
del sole, del sale, dell’amarezza,
dopo le prime notti dell’estate
verranno i tramonti pieni di luce
smagliante, del colore dei pianeti,
e di costellazioni ammiccanti
ad altri luoghi e a un altro cielo terso,
sgombro dai cumulonembi, sereno,
alla bellezza di un sorriso atroce:
intorno la rovina di ogni cosa.

*
XV lama (semisonetto ‘tainted’)
per Guido Caserza

.
L’orizzonte oltremare spesso è tetro:
nelle giornate più azzurre incupisce
e c’è uno sguardo malvagio nell’ombra
dove la luce del giorno sparisce.
Fra alba e tramonto, dal cuore Oscuro
delle foschie e dei raggi taglienti,
mi lancia torbide occhiate assassine,
ripete mute minacce inquietanti.
Di notte sorge Marte fra i vapori
della bassa atmosfera, stella rossa
che arde di orrendi sanguigni bagliori.
Torcia diabolica rivolta in basso,
ammicca alla rovina, alla miseria
umana e brucia di auspicio nefasto.

*

Losing your religion

.
Baciale, baciale, bacia ancora
le labbra inventate di ogni sera,
le deboli memorie e le speranze,
le inutili abitudini, le vecchie
serafiche illusioni tristi e sciocche,
carezze colore rosa confetto
dei cieli ciclamino suburbani
ad ansie senza voce e senza peso,
sospese nel magnetico violetto,
nel docile silenzio del solstizio:
amaro di parole sempre dette,
di tutto ciò a cui torniamo sempre,
come il vento di settembre e l’autunno.

*

Corteo (falling apart)
per Marco Berisso

.
Vincenzo, mi dicevo, ora sarebbe
che tu passassi come il tempo passa
(invece di aspettare che ti formi,
tanto è distrutta già la tua persona):
la tua risacca di stanche fatiche
lasciata andare al fondo della fiacca
che domina le ore e le giornate.
Ormai hai già avuto i tuoi giorni radiosi:
la nebbia che si affaccia in fitti banchi
sul margine del cielo a settentrione
non lascia prospettive che all’errore.
E allora se ti svegli per cadere
dai sogni nel ripetersi del grigio,
nella gloria del niente, nel creparsi
dell’orizzonte dove sorge il sole,
nelle tristi bugie che insieme all’acqua
sporca, caduta da nuvole guaste,
strisciando colano giù lungo i vetri,
se tutto cade a pezzi allora è meglio
scegliere il vuoto e farsi da parte,
la voce sbigottita e deboletta,
ogni lamento infine azzittito:
amare è perdere e quindi è morire,
è una dura sconfitta la fine.

*

By this river

.
La pioggia di Bologna brucia pelle
e pietra d’arenaria, il tempo corre:
è un fiume di acque nere dell’inverno
che corre via veloce verso il fondo
dentro la notte, nel cuore del nulla
che avvolge nel silenzio i nostri passi
fermati sulla sponda senza guado.
Ma noi vediamo solo galleggiare
le grige e lente lamine di ghiaccio
che stridono incagliandosi fra loro:
la corsa rapinosa invece sfugge,
ci sembra tutto fermo e noi restiamo
sempre distanti, sempre sulla riva
di questo fiume, ma senza parole.

*
This corrosion

.
Scommetti la tua vita a questo gioco,
su quella carta sola punta tutto:
un grande amore svanito alla fine
del pomeriggio assolato di agosto…
Nel languido tramonto di ottobre
il nulla canta canzoni dorate,
funghi sul tronco marcito del tempo.
L’estate muore, un’atroce agonia;
l’autunno porta un lutto modesto,
una tristezza velata di noia
per questa solita canzone trita.
La vedova avvizzita di novembre
attende nella nebbia il capitano
scomparso sopra il mare senza fondo;
il brivido alla schiena è solo il vuoto
sull’orlo della nuvola, nel nero
del cielo cupo, immobile ed eterno.

*
No nothing never

.
Qui è solo questa pioggia di novembre,
lacrime facili: là non esiste
e la pozzanghera delle illusioni
riflette la bellezza (un sorriso
rivolto a chissà chi, un cielo triste).
Sono tornato ancora a queste cose.

La nostra storia, la carne ed il sangue,
la rabbia, il cazzo duro, il tuo bagnarti,
lo strappacuore, la disperazione,
di tutto quel che fummo resta questo:
gli scambi in una chat e qualche e-mail,
lo schermo spento, il cellulare guasto,

le luci alla finestra senza sguardo,
la cieca storia dei nostri ricordi,
l’asfalto lucido, la nebbia densa
nei crepuscoli lunghi dell’autunno,
nei pomeriggi bui e nelle sere
cadute troppo presto nella notte.

*
Baffin

.
Ora l’inverno si spenge, il freddo
non morde molto nelle ombre più brevi.
La primavera è ancora lontana
e in mezzo resta un deserto di luce
che si fa strada nei giorni, un cielo
sempre più azzurro, ma senza calore,
attraversato da strisce di cirri;
anche abbassando lo sguardo ai miei passi,
una steppa di strade asciutte e spoglie
come una convalescenza sbiadita
mi riduce a un punto sulla mappa.
In questo vuoto vasto mi smarrisco,
in questa geografia della sfortuna
che ci disperde e manda alla deriva
in tutti i giorni persi senza nome.

*
Starship Orion

.
Stasera guardo dalla mia finestra
la luce delle stelle di Orione,
fredda e sottile nell’aria leggera
delle notti d’inverno E di vento,
di altezze, di distanze trasparenti.
Altro che stelle dell’Orsa, credevo
che il tempo avesse cambiato qualcosa:
basta riaprire una vecchia cartella
(di quelle vere, non su un hard disk)
di un altro tempo, di una preistoria
della mia vita (una vita anteriore),
per scoprire che sono ancora e sempre
lo stesso uomo, e non solo in parte,
stessa sostanza, se cambia la forma
(perché mi sono molto consumato),
che resta attraverso tutto il tempo.
Mentre Saturno ritorna a passare
nella mia parte di cielo, ritrovo
la fedeltà a un disegno disperato
per tutti questi anni, ormai troppi,
malattia mai davvero debellata:
uomo di cenere, spengi le braci.

*
Sketches for Dawn

.
Questo per sempre non avrà mai fine.
Non ha un principio, se non un chiarore
di alba sfinita sotto a una pioggia
di giorni e giorni, di tutta la notte.
L’amore è proprio questa mancanza,
il vuoto che dura dentro noi stessi
visto riflesso negli occhi di un figlio,
come un pallido sole dell’autunno.
Null’altro può durare come questo,
sempre presente dentro di noi,
un altro sguardo da oltre l’azzurro
che scava dentro la nostra mancanza.

*

.

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI: come il vento,
la nuvola che cade contro il fianco
di una collina sfacendosi in pioggia
lieve e sottile che il sole asciuga
in poche ore, nessuna memoria
rimane del colore di tempesta.
Così dimentichiamo tutto, i giorni,
che abbiamo speso e quelli accumulati:
mi stancherò delle parole scritte
per non essere dette e dell’insonnia,
di notti sempre grigie e sempre uguali
e di mattine affogate nel nulla
e dei domani che abbiamo voluto.

*
X lama

.

Dicembre volta l’angolo in fretta
e l’anno nuovo mi azzanna alla gola:
la quieta maestà del clima freddo
è rotta dalla rabbia dell’industria.
Le nude travature del commercio,
le atroci verità del capitale
(l’usura, consunzione ripetuta)
le trovi al tatto, in fondo alla notte,
le ore più buie che durano a lungo;
poi c’è la morte bianca del risveglio
nel grigio della cenere del tempo,
del futuro bruciato, andato in fumo
in tutte queste fabbriche del nulla,
fame meccanica che scava dentro
le nostre budella l’annientamento.
E in questa nebbia gotica la storia
è un incubo davvero senza fine
mentre nuotiamo nel mare di stelle
della galassia perdendo nel vuoto
per sempre tutti gli atomi leggeri
scomparsi in fondo agli angoli del cielo
nel vuoto del big rip, dell’entropia.

*
Quadrantid

.

I giorni della collera e dell’ira,
la rabbia che si mangia anche le strade
e noi restiamo persi nella nebbia,
nel freddo che avvilisce l’orizzonte,
nel grigio che si stende sulla terra,
lontani gli uni dagli altri, distanti,
sempre agli estremi confini del mondo.
Io qui mi sono perso tante volte,
fermato in questo amaro smarrimento,
meteora velenosa giù dal cielo;
di tutto non ci resta che un rancore
e ogni cambiamento che ti aspetti
cercandolo in fondo alle giornate
è solo un altro conto da pagare
la rata di un contratto con la morte.

____________

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La canzone degli atomi di idrogeno – di Vincenzo Bagnoli – da 33 giri stereo LP (musica di Nicola Bagnoli)

La canzone degli atomi di idrogeno – di Vincenzo Bagnoli – da 33 giri stereo LP (musica di Nicola Bagnoli) (post di natàlia castaldi)

Quello che vi presento è un testo di Vincenzo Bagnoli, espunto dalla raccolta 33 giri stereo LP (1980-2000), edita da  Gallo & Calzati nel 2004. La raccolta allegava un CD con alcuni testi appositamente musicati da Nicola Bagnoli, tra cui “La canzone degli atomi di idrogeno”, che qui segue.

Cliccando sui primi quattro versi evidenziati si aprirà il collegamento al file mp3, cosicché possiate godere di testo e musica contemporaneamente.

Buon ascolto e buona lettura.

nc

*** *** ***

Il cielo si muove troppo in fretta
i danni strutturali strappi e ustioni
consigliano cautela a mezza bocca
sfuggono toni di rassegnazione

 

Nella risacca della periferia                                                              Che un raggio di sole frantuma
L’ansia di tutti i palazzi in rovina                                                    In un funerale di Plancton
E degli spazi vuoti i relitti                                                                   Noi non riusciamo a dirci mai niente
Di una frenetica vita antozoica                                                        Restiamo qui sotto ad un cielo
Gli anni spezzati infranti e fracassati                                             Che non dà segni indicazioni o rotte
Fra il cemento e parole del video                                                     Solo un’opacità densa e fumosa
Compongono orizzonti di dettagli                                                   Come se respirasse tutto il piombo
Instabile barriera corallina                                                                Rimosso da parole e da inchiostri

ENDLESS TALKING – LIFE REBUILDING

Cieli Plurali occhi senza fretta

Eye of Glass – dentro una cassa acustica – nc

Cieli qualche chilometro avanti
Ognuno consuma da solo i suoi passi
Passi scanditi dalla fine in fondo
Da incroci da mercatini rionali
Da zone d’ombra da viali alberati
Da agguati nascosti nel controluce
Cieli Plurali comunque soli
Fino all’ultimo istante di tempo
Rimasti sorpresi su un marciapiede
Dalla rotazione a 108.000
Chilometri all’ora dal calendario
Che viaggia a 2×106
Chilometri al giorno e noi tre o quattro

(come seguirvi cieli plurali)

Cieli Plurali sempre le stesse
Parole a spezzare i nostri respiri
Sempre le nuvole nei nostri sguardi
E altri silenzi e reti e muri
Ed un niente colore Tv spenta
E i terrapieni silenziosi e l’aria
Tra i più alti palazzi e lungo le strade
Cieli plurali gocce di pioggia
Sembriamo afoni in mezzo alle altre
Abbiamo tutti perso qualcosa
La parte del nome cui più tenevamo
Disorientati dalle troppe bocche
Da troppe voci da echi in casa
Da quello che mi dici che non sai

(come seguirvi cieli plurali)

Cieli Plurali dove siamo adesso
E dove siamo stati tutto il tempo
Gli occhi di vetro la bocca di sabbia
I giorni trascorsi i gesti ingoiati
Le traiettorie perdute le strade
Andate a schiacciarsi sul parabrezza
Insieme ai moscerini e ai segni neri
Sopra i new jersey che corrono a fianco
Cieli plurali aperti dal rombo
Dell’aeroplano nella melancholia
Dolce e lontana le righe dell’elio
Soles radiantes su questa slavina
Che cambia geografie e topografie
Suoni le forme del mutuo silenzio

A WIDER ALLIANCE THAT LEADS TO NEW
ROADS BEYOND THE LIMITS, HOLDING
HANDS, JUMPING OFF WALLS INTO DARK
SECLUSION, CUT OFF FROM THE MAIN STREAM
OF MOST INTIMATE YEARNINGS, I LEFT MY
HEART SOMEWHERE ON THE OTHER SIDE, I
LEFT ALL DESIRE FOR GOOD. [I. CURTIS]

[contaminazioni e misture] – Kayleigh – di Vincenzo Bagnoli (post di Natàlia Castaldi)

.

Il testo di Vincenzo Bagnoli, che qui segue, è tratto da “FM – Onde corte” (Bohumil 2007), e consiste in una riscrittura-remake di “A Silvia” , remixata con canzoni dei Marillion, di David Bowie, dei Joy Division e degli Area.

[ NdR: cliccando sulle parti del testo evidenziate, si apriranno in una seconda finestra i brani musicali di riferimento ]

nc

*

Kayleigh (do you remember)

.

Silvia ricordi ancora i giorni strani

persi per strada e poi le barricate

irose del tramonto e poi la rabbia

urlata nel deserto dei tuoi anni

le solitudini di cielo vuoto

negli autobus nei treni suburbani

le notti con gli occhiali scuri i fuochi

di sodio e cesio in alto sulle strade

lunghe tangenti di fughe colorate

ripari alle stazioni di servizio

E ti ricordi le Albe lavate

dai sogni e senza luce le gelate

stelle cadenti di tutti gli eroi

bruciate all’orizzonte dei decenni

le ceneri cadute su di noi

saremmo sempre stati tutti amici

il sabato disteso a mezzogiorno

e dopo le lezioni il vuoto in casa

nel buio della camera al ritorno

alle diciotto il disco che gira

E ti ricordi il panorama incerto

disteso fuori dalla tua finestra

nel buio scintillante delle strade

il cielo declinante di occidente

quello sereno dopo le tempeste

la tenera bellezza della sera

la città che nel vento si addolciva

e in fondo azzurra Appena intravista

l’ombra leggera di altre distanze

sorriso di radiose lontananze

E silvia ti ricordi le canzoni

in piazza verdi le aule occupate

la scia delle voci in via zamboni

le attese e le tristezze in fotocopia

sonno di maggio sui libri di studio

il freddo del metallo negli accordi

elettrici riflessi senza volto

nel vetro e nel vuoto che si apre

nel cuore delle nuvole di aprile

disteso sull’asfalto e sui cementi

E ti ricordi le strane correnti

nei larghi viali attorno a mezzanotte

fiumana che portava alla deriva

i passi adolescenti nel suo corso

verso Un cuore di tenebra dentro

le lunghe ore a parlare del mondo

dei giorni A venire e le speranze

le lunghe confidenze il crepacuore

la libertà impensata di sguardi

vista all’ombra del sole del mattino

E ti ricordi la luce negli occhi

che ci bruciava le frasi non dette

le stanze I perimetri i confini

ancora da esplorare e lo spazio

fra i bordi della pelle e le parole

l’onda sul viso la fiamma dell’altro

la trasparenza di voglie e di giorni

le tese sfumature del crepuscolo

le posizioni di venere e gli altri

pianeti sull’orlo delle colline

E silvia dopo tutta questa strada

non credere alle amare conclusioni

su quello che potrebbe essere stato

meritavamo in tanti più fortuna

ma adesso non c’è spazio per rimpianti

e Io non rivorrei indietro niente

e no non salverei proprio nessuno

lo vedi che non c’è in queste parole

la storia triste e bella il detto saggio

ma solo l’aria e il vuoto del paesaggio.

(altro…)