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O vos omnes (poiché l’ultimo non è mai l’ultimo uomo)

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O vos

omnes  qui transitis   per viam

attendite     et videte

si est dolor similis     sicut dolor meus.

Attendite

universi      populi      et videte

dolorem meum       si est dolor

similis

sicut dolor    meus.

( Dalle Lamentazioni di Geremia)

O voi

tutti       voi

voce di una  voce  di soli

voi che passate

per la via e    siete transitanti

fermatevi  e   guardate

ascoltate

se c’è

un dolore     simile      al mio

dolore che ritorna

da un secolo all’altro.

Fermatevi

popoli

tutti noi stiamo di guardia

ai limiti   del mondo

oltre      sta il baratro

è  lì

quel vuoto  che sussulta   in noi     ribalta

mille stelle che bruciano    il  deserto

il mio dolore     è una brace che consuma

brucia nel cuore  tutti

tutti noi che abbiamo la vita di un attimo

guardate        ascoltate    tutti

voi    che passate

in questa via che ci lascia    sempre

nello stesso scoglio     ditemi

ditemi  se c’è

un dolore simile

al mio che è il vostro

oggi

uguale a ieri

quando caino uccide abele

che non aveva armi  nella mano

e lieto correva dal fratello

.

per ricordare il luttuoso omicidio dei  19 volontari appartenenti alle  ong internazionali  morti finché erano diretti verso la striscia di Gaza per portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese -31 maggio 2010

In direzione dell’acqua.

Ci spostavamo verso la vita.

Ricordo che  cercammo per giorni e giorni.

Era buio,  la notte dentro quella sabbia

non cedeva mai di un passo il nostro cammino.

– Noi siamo il mare.

Ripetavamo spesso

– Noi siamo il mare.

Come onde che dicono  e ripetono il loro nome alla terra   mute

noi lo dicevamo a noi stesse.

Noi eravamo un mare.

Una lunga carovana di ombre     date

disseminate in giorni senza fine

tuniche che hanno lasciato il corpo tra i campi

e come  lievissime tracce  si disperdono

come semi     in  sentieri senza orme

turbolenze  in raccolti d’aria    segni  diari degli uccelli

e più in basso ascoltando le vibrazioni che  assalivano le piante

dai piedi       attraversando anche  il nostro corpo

riconoscevamo

dalle tante nostre paure   le voci della terra

parole dimenticate   da troppo tempo   devastate frantumate

dall’ignoranza degli uomini.

Avevamo lasciato le nostre case  di notte

in una notte che durava ormai da mesi    da anni   addirittura da secoli.

Indossavamo lunghe vesti nere

noi eravamo sconosciute   a noi stesse

le une addossate alle altre quasi a formare un  corpo solo

di frammenti . Non  era facile per noi così rapprese vedere

la compagna     madre    amica      sorella

ma dal profondo l’una con l’altra     noi

ci sentivamo una sola frontiera e da quella

cresciuto nel buio nascevamo    ora per ora   un corpo   il nostro

che con fatica tentava di mostrarsi

tentava di affacciarsi al nostro sguardo impaurito e sottomesso

ma non aveva ancora  luce sufficiente.

Una specie di follia ci teneva sveglie

i sensi tesi protesi a sentire anche il più lieve fruscio di una veste

un battito    il respiro di una fonte.

Il vento     era l’abito comune  e  la casa

da giorni       ci portava con sé impetuoso e forte

Noi    un popolo in lutto

ci sentivamo una parete   su cui segnare un cielo  terso

una fuga di valli e lune     morbide  mattine    oasi d’estate

gigli densi di bianco  e  scritture di pollini    un mare di colombe fattisi volo

dentro le onde.    E fu così      che avvenne

che finalmente raggiungemmo   il cielo

in un liquido tramonto valicando l’infiammata

montagna della nostra costernazione

là       come  grida di uccelli       noi

liberi  azzurri sul limite di un orizzonte    finalmente nostro.

.

f.f.

un ago nella gola

masbedo– nicolò massezza  e  jacopo bedogni

un ago       nella gola

pulsanti

il vuoto     un buco    eterno

il dovere   di sperare

sognare   inconsapevoli  soli    dicendo

cosa sia vivere nel tempo in cui  si muore.

Muore ogni momento

il tempo   nell’ in visibilità  traduce in sé ogni me stesso  in-

vita  scarnifica il corpo lo addensa   svuota

l’infezione   le parole   transennate    esercitazioni

schierate nella mente   sala dei ludi

scudi del nulla  incancreniti  in ogni cella

fantasmi di una falsa comunione

anatemi  in-

giuria la parola dispone sbalzi di valori

percuote   il disadorno

cuore    la lussuria del sangue

ventricolo del dio

abbattuto dalla scure nel suo

tempio.

.

f.f. – Pulsanti– inedito

Tra le cosce calde della creatura cava- f.f.

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metto le virgole  i doppi punti

e il doppio petto che ti aggiusti   mentre reciti

una versione di te stesso

lascio il cadavere   delle parole imbalsamate

le spillate strettoie della mente

la vertigine inutile della discussione

il periplo l’assioma e l’algoritmo di una giornata

persa tra queste lettere senza sesso e senza senso

senza altro sogno che un segno

es-posto in vetrina

sotto formal-dei-de la crisi economica che si esaurisce cantando

dibattendo la crisi super a n a t o m i c a  della  disintegrazione del sentire

mentire      l’ultimo cerchio della gogna

agognata carogna di chi ha fame di vergogna e prende

l’ostia dentro il retto     principio di osservarle       le  regole

sacre del mercato edito reale nella carta tormentata

da una insana ragione di educare.

A cosa?  A chi?   Se tutto è forma che si fa orma e meno ancora

sparisce nel getto di un inchiostro senza mano e senza battuta

nemmeno un dente dentro lo scrittoio  io

solo un diaframma tra qui e là dove mai ci si trova.

Paventate parole scena della lercia vacuità che si

sparpaglia si sventricola e si squaglia

nella cella di un corpuscolo di rosso

fattosi avaro scarno e saccente

Il più grosso inconveniente?

Può in un lemma separarti o spararti una raffica assassina o

rendersi tossina d’altri    inconsapevoli  gestori

di un male articolato che travalica la carta e

si fa canto  in frusciante   lussureggiante  cartamoneta  tonante

in lingotti di soqquadri che disarticolano la storia

in vetrine di macelli e falsi testimoni

poichè la storia è solo una grande fossa

un ammasso di menzogna

per una guerra che non cessa

e        sì  da sempre

ci intossica  le ossa.

*

Riferimento:

http://fernirosso.wordpress.com/?s=Tra+le+cosce+calde+della+creatura+cava

de-formata parola- fernanda ferraresso

Note: si tratta di un breve stralcio video, un riassunto di quell’evento, relativo ad un allestimento curato da mio figlio Tommaso, in occasione di una mostra organizzata come prova d’esame. Lui scelse di lavorare sulla mia parola, elaborando delle riprese particolari, montate poi in video, con elaborazione audio in sequenze scelte per separare, sottolineare, a volte disintegrare o ripetere dei suoni, servendosi anche dei rimbalzi e delle frantumazioni prodotte dallo spazio dell’allestimento, all’interno dei laboratori del centro di fisica nucleare di padova.

io me ne invischio

Across the Universe

delle cose del mondo

di questo circolo di acrobati

di questo consesso di disarmanti santi  inf(r)anti

di quello che mi sta davanti

o addirittura sotto         i piedi

tutto ciò che sta

è     l’altra parte della stessa sfera.

Io ho  la certezza

che la terra non  sia  mia

ma una casa sempre senza patria

una splendida matria

o una matrioska       al più

un porto dentro l’antro del cosmo

perché la geografia è corrente su tutta la sua crosta

su quel corpo da titana

o forse meglio da gitana

un’ antica matrona tatuata

che non ha meta e va in giro impostata

intorno a se stessa e attorno al mutamento senza fermarsi

un secondo incidendo

sotto e sopra  le scritture delle piogge delle nevi dei ghiacciai

mentre i sismi  ne incrinano la pelle ne divelgono i tendini

le divincolano le ossa.

Io me ne invischio

della fame   della miseria

di ciò che inquina e ciò che consuma

me ne invischio della pace e della storia

della cultura e del silenzio

me ne invischio totalmente

di ogni altro

di ogni tempo e di ogni parola.

Tutto è

e silenzio è anche questo

un gioco per nascondere l’essenza.

Io me ne invischio

me ne invischio

me ne invischio    anche di quella.

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f.f- 14 gennaio 2010Me ne invischio- da Carte sensibili

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le parole… maturano al sole?

sono    l e    a l i le    parole?

e crescono    sole ?

le scompagina il tempo?

le indirizza il vento?

Sono canoniche le parole

prestigiose cattedre del vuoto

pesano quanto un mattone e     galleggiano

nel sogno   dentro la realtà.

Non hanno età      le parole    si ridipingono la faccia

razzolano per terra e aspirano al cielo.

S’intrufolano s’inerpicano singhiozzano e strimpellano

s’inchiostrano s’incancreniscono

mettono zavorra alla chiatta del discorso

allentano il contatto tra

la pelle del dio e tutto ciò che    il demone

inventa      a loro insaputa.

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Da Nel lusso e nell’incuria- inedito- f.f.

A Canaria- di Vincenzo Mancuso

un tempo avevamo una voliera, era grande come una casa, l’aveva costruita mio padre per dare asilo alle tortore per cui andava pazzo. Lasciava le porte aperte, nessuna scappava, anzi, arrivavano tantissime altre specie. Mio padre curava i malconci, li rimetteva in sesto ma non chiudeva mai le porte. Quando entrava per le pulizie gli uccelli gli si posavano sul corpo senza sporcarlo mai, sembrava che avessero da dirgli le impellenze o i desideri, come fanno i figli con i genitori. Ricordo che era felice lì in mezzo, era come se il mondo lo sentisse più leggero, a l a t o.

Stammatìna na Canaria

s’è fermata for’ ’a loggia

se appuiata ‘ncòppa e’piante ’e rose

e ha accumminciato a cantà.

Nu canto accussi bello e fino

c’à nun aggio  putute fa ’a meno

‘e arapì ‘a fenesta pe’ guardà.

Songo asciuto fora, ancora chino ’e suonno

e  senza paura

s’è avvicinata ’a mme muvenne ’a capuzzèlla

comme si vulesse dì: Bongiorno!

Comme sarà bello, aggio penzàto,

avè na Canaria comme amica

cantà e pazzià cu’ essa tutt’ ’a jurnata,

però io vulà nun saccio

e m’accuntento d”a vedè ogni tanto fora ’a loggia

ca me fa na serenata

P”a ringrazià d”a cumpagnìa

ci’aggio dato na mullechella

– m’ha guardato , l’ha pezzecàte na vota e po… l’ha lassata –

Và, và vola Canaria, ci’aggio ditto

tiene sta furtùna

và e dimàne tuorne ccà

a me cuntà

‘e chello ca ‘ncielo  s’è parlato

.

Riferimento:

http://www.partecipiamo.it/Poesie/nuova_poesia/mancuso/vincenzo.htm