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Flashback 135 – Pace

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Le macchine che passano lungo la strada statale rallentano in prossimità della curva, qualcuno per via dei cartelli e qualcuno per la curiosità. Ogni tanto uno dei conducenti si accorge che ci sono due figure sulla montagna, vicino al bunker. Io continuo a scrivere, ripetendo le parole nella mente, e intanto mi chiedo cosa potranno mai immaginare da là sotto. Penseranno che sono qui per scrivere una dedica d’amore, una verità da nascondere o un insulto al politico di turno. Ogni tanto mi giro per controllare che non arrivino i Carabinieri; domani ho un aereo che mi aspetta per rientrare nelle mie città, quella di nascita e quella di adozione. Le parole si seguono e il caldo è sempre più caldo. Una volta in strada, guardo in alto: la poesia è l’unica cosa che resta.

© Marco Annicchiarico

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Flashback 135 – Dj-Set

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Le luci dei lampioni si fermano in prossimità della collina su cui sorge il Castello di Milazzo e poi riprendono per andare a finire vicino alla raffineria. Sulla sinistra le isole sono illuminate e sembrano talmente vicine che si riescono a distinguere le luci delle auto in movimento. Chi ha scelto la musica è uscito vivo dagli anni ottanta ma si è perso poco dopo, forse per colpa di qualche nuova droga o per la poca curiosità musicale che ci contraddistingue. I ragazzi continuano a parlare tra loro alzando la voce; quando è il caso, accompagnano le parole con ampi gesti e sorridono, sicuri di quello che hanno appena detto. Io resto seduto a guardare un punto indefinito tra la sabbia e le onde; è lì che il mio sguardo si perde dietro al pensiero.

© Marco Annicchiarico

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Flashback 135 – Tatuaggi

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Sulla spiaggia di Milazzo Francesca gioca con le racchette insieme a suo padre. “Pensi che riusciremo mai a fare cinque passaggi di seguito?” chiede, mentre lei si china di nuovo a raccogliere la pallina. La madre ha appena posato un libro aperto sull’asciugamano e parla al telefono, camminando sui sassi a piedi nudi, avanti e indietro. Dopo aver perso anche la rivincita, Francesca si tuffa nell’acqua per pochi minuti. Quando esce, mi passa accanto e sorride; il costume nero le taglia in due un tatuaggio che sembra sanguinare acqua. Ha l’accento del nord e i capelli scuri. Quando mi alzo per entrare nell’acqua, prima che questa diventi troppo fredda, sorrido timidamente, col mio sguardo miope. Il sole, laggiù in fondo, è diventato una palla rossa, tagliata in due da una striscia di nuvole di passaggio.

© Marco Annicchiarico
© foto di Rosa Mangano

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Flashback – Zungoli

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All’ora di pranzo mio nonno chiudeva la tenda per non fare entrare le mosche. L’aveva costruita nel corso degli anni, raccogliendo le lattine della Coca cola e ritagliando le scritte bianche annegate nel rosso. Lavorandole, aveva realizzato delle piccole lattine colorate, legandole fra loro con un filo metallico. Nei giorni di vento, appena finivo di mangiare, mi avvicinavo sempre alla tenda per guardarla oscillare. Un po’ il vento da fuori e un po’ io da dentro, a soffiare. Certe volte, con le mani, la dividevo in due metà esatte e tutto si apriva al mondo. Entrava la luce forte e il caldo dell’ultima estate senza pensieri. Il cane steso al sole, l’eco di un trattore e la voce di mio nonno, macchiata d’anice. Del terremoto restava una crepa a dividere in due la strada davanti.

© Marco Annicchiarico

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Flashback 135 – Erice

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Per arrivare a Erice c’è una strada in salita, piena di curve. In questi mesi di troppo vento, il parcheggio è quasi del tutto vuoto. Il tempio della Dea Afrodite, da secoli abbandonato, si affaccia su di un dirupo. Entro con l’ansia che qualcosa possa cadere sotto i miei piedi o sopra la testa. All’interno le scale per salire al secondo piano non esistono più. Da qui il panorama è una distesa di verde tagliata in due da una mulattiera. Guardo le stanze e penso alla cella di Cagliostro a San Leo, a quella suggestione che mi fece leggere per giorni solo della sua storia. Di certo qui non ci sono mai stati dei prigionieri. Uscendo vedo un paio di occhiali in mezzo all’erba. Li sposto e li metto sulla pietra. Poi, scatto una foto.

@ Marco Annicchiarico

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Flashback 135 – L’uomonero

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Il vento soffia forte, annuncia che il tempo sta per cambiare. In casa le cose sembrano animarsi, rumoreggiano la propria esistenza. Le persiane, anche se chiuse, sembrano sbattere. Le porte, lasciate aperte, si discostano dal telaio avanti e poi di nuovo indietro. Tra poco, come da copione, salterà la connessione e poi andrà via la luce. Dal piano di sopra, dopo un urlo, dei passi si sposteranno in un’altra stanza per cercare delle candele. Poi si fermeranno vicino alla finestra per guardare fuori, in direzione dei vicini. Il cane resterà nella cuccia a dormire o a girarsi dall’altra parte mentre i fiammiferi lasceranno per qualche secondo un odore di fosforo, prima che la candela illumini la stanza. Lei dirà “arrivo”, la bambina smetterà di piangere e l’uomo nero se ne andrà. In direzione del vento.

@ Marco Annicchiarico

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Anna Toscano – my camera journal 5

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Mi lascio alle spalle Buenos Aires che dorme ancora avvolta in un buio che inizia a vacillare. E vado verso l’altra riva, da dove sta affiorando il sole, verso Montevideo. Guardo i passeggeri che si abbandonano al sonno ben chiusi nelle loro giacche, i piedi sulle valige, i più fortunati stesi su due sedili. Solo il motore e le tazzine del bar fanno da sottofondo. All’apparire delle prime sagome lontane della città inizia un brusio intenso ma sommesso, quasi ovattato, accompagnato da un rumore di stoviglie. Molti dormono ancora, alcuni guardano attraverso l’oblò, nessuno parla. Da dove viene il brusio, forse dalla prima classe al piano superiore? Subito interi pezzi di frasi diventano chiarissimi “Lei è parente di Edmundo Budiño?” “Mi dica, Ocampo, in tutta sincerità, le sembro timida?” “Augustín, ci vedono”. Sono loro sì, fermi nella mia mente da quando li lessi, i quindici uruguaiani attorno a un tavolo del Tequila Restaurant di Broadway. Aspetto di scendere e incontrare la loro “ filosofia da tango. Le femmine, la mamma, il mate, il calcio, l’alcol, il vecchio Barrio Sur, e molta melensaggine”.

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© testo e foto di Anna Toscano

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Flashback 135 – Cicles

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Giulia, fin da piccola, ha preso l’abitudine di non camminare sulle grate; ci gira sempre intorno. Ha paura che si possano aprire sotto i piedi, facendola sprofondare negli inferi di questa città. Cammina contando i passi e masticando un chewingum. Lei, a dire il vero, li chiama cicles (come a Torino) e a volte cingomma. Ha una teoria tutta sua sulla creazione dell’universo. Nessuna esplosione e niente Dio. Tutta colpa degli extraterrestri. Loro, dice, hanno creato tutto questo per fare degli esperimenti, per vedere a che livello può abbassarsi un essere semplicemente terrestre. Quando lo dice, ha un leggero difetto di pronuncia e un sorriso di vantaggio. Usa sempre vestiti più larghi, di almeno due taglie; dentro, è solita dire, mi nasce un figlio al giorno. Il nome è sempre lo stesso; il padre, chissà.

@ Marco Annicchiarico

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Anna Toscano – my camera journal 2

“…emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa”
(José Saramago, Viaggio in Portogallo)

questo è il viaggio, una volta affidati i fiori (e il cane) a chi vi sa badare. (at)

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Cosa si può sentire nel vedere per la prima volta una città appena sotto le nuvole, quando ancora non si ha ricongiunto l’ombra alla terra. Dal finestrino dell’aereo ci si sforza a fissarne i contorni, a intuire sagome. E si attende quel poco tempo che ancora separa. Buenos Aires l’ho attraversata nelle pagine di poeti e narratori, l’ho letta nei saggi, studiata nei documentari, sofferta nei film. Ma cosa vuol dire vivere una città senza averci mai messo piede. È come seguire alla perfezione una ricetta: leggere la ricetta delle medialunas, vedere un cuoco che le prepara al video, vederle che si compongono lentamente, lievitano nel forno, vederle pronte su un piatto. Poterne quasi sentire l’aroma e la fragranza da di qua del video, lo strato quasi impercettibile di glassa che fa l’occhiolino. Come esiste una città che ti fa l’occhiolino da poesie e romanzi, che ti adesca da documentari e film. Cosa sarà una volta che ci avrò messo piede. Non lo so. Scendo e la mordo, a passi lenti cauti instancabili.

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testo e foto di Anna Toscano

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Flashback 135 – Aguglie

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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I pesci si abituano a tutto. Alle lattine, ai copertoni, alle bottiglie di plastica o di vetro e anche all’uomo. Ogni tanto, di notte, il mare espelle ciò che non gli appartiene; lascia tutto sulla spiaggia. Certe mattine, all’alba, vedi uomini fare avanti e indietro, alcuni con il metal detector e altri con una semplice rete. Con la maschera e il boccaglio, sott’acqua, con aperti estranei occhi guardo un mondo totalmente diverso dal mio. Quando appoggio un piede sul fondale, i pesci si avvicinano in cerca di cibo, poi si allontanano di nuovo. Due di questi, due aguglie, si seguono, sembrano giocare tra di loro e mi girano intorno, senza aver paura. Forse non sanno che li guardo. O forse per loro è normale. Normale come fare giravolte dentro un copertone in fondo al mare.

© Marco Annicchiarico

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Anna Toscano – my camera journal 1

“…emozione e adattamento, riconoscimento e scoperta, conferma e sorpresa”
(José Saramago, Viaggio in Portogallo)

questo è il viaggio, una volta affidati i fiori (e il cane) a chi vi sa badare (at)

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È inutile, quando si vola si torna un po’ bambini: paure speranze timori immagini prendono per un poco il sopravvento. Quando un aereo prende quota e vedo le nuvole bianche sotto di me la mia memoria torna a quando ero piccola e alla morte di qualcuno mi dicevano “è salito in cielo, due angeli sono venuti a prenderlo ed è salito in cielo”.  Se il cielo sopra di me ha le nuvole, quando sono in aereo le nuvole sono sotto di me dunque il cielo è sotto di me, fila come ragionamento. Allora mi immagino le troppe persone a me care salite in cielo su quelle nuvole: mio nonno ad esempio va in bicicletta sorridente e fa drindrin col campanello, mia nonna di certo si sta provando un cappotto nuovo, la Maria, ah la Maria, si toglie il cappello dalla testa e tenendolo in mano, fiera con la sua Lido Blu tra le labbra, mi fa ciao col braccio. È per questo che amavo i voli che servivano il pranzo: li maledicevo perché interrompevano queste lunghe visioni, ma li amavo perché mi riportavano qui tra i vivi. Benché sopra al cielo.

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©testo e foto di Anna Toscano

Flashback 135 – Bandiere

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Sedersi nel primo posto libero, guardare fuori e poi chiudere gli occhi. Farsi svegliare dal controllore e sorridere. Dopo centosessanta minuti trovarsi a un terzo del viaggio e sempre fermi nello stesso posto; in centosessanta caratteri trovarti già accanto e ancora distante. Il tempo, fuori, cambia. Come i colori, come le case; continuano ad abbassarsi, circondate dal verde. Di colpo il cielo si apre e il sole passa da una parte all’altra del vagone, ora a destra ora a sinistra. Piegare l’edizione gratuita di un quotidiano nazionale e buttarla sul sedile, con la sezione cultura sempre più scarna e la nuova rubrica di Rondoni. Poi, sottolineare una frase a caso del libro: “Un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura”.

© Marco Annicchiarico

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