viaggio

David Szalay, Tutto quello che è un uomo

                         

E se vivo, cosa succede adesso?

Nove fasi differenti della vita di un uomo (dai 17 ai 77 anni), diversi protagonisti, nove racconti che via via inevitabilmente si fondono in un romanzo sul maschio contemporaneo. Maschi però state bene attenti. Questo è sì un gran libro ma che fa un gran male soprattutto di questi tempi in cui vanno assolutamente e necessariamente ridiscussi la figura e il ruolo maschile. Fa male perché inesorabile, senza alcun giudizio e con la sua semplice descrizione del reale colpisce i punti deboli e infierisce girando il coltello nella piaga della “mediocrità” del quotidiano, del comportamento standardizzato, automatico, dell’essere mediocremente anacronisticamente “maschio”. David Szalay, giovane talento del panorama letterario britannico: premiato col premio Gordon Burn, nominato dal Telegraph nell’elenco dei migliori scrittori inglesi under 40 viene pubblicato per la prima volta in Italia con questo romanzo finalista al Man Booker Prize, grazie all’ottima traduzione di Anna Rusconi e si presenta con questa epopea del maschio contemporaneo europeo che a Praga come a Cipro sembra annaspare aggrappandosi con sempre meno convinzione alle abitudini e alle convenzioni. Il comportamento maschile stereotipato si rivela via via più come uno stigma da cui è impossibile liberarsi. Donne, denaro, motori, il successo sul lavoro o nel campo acccademico continuano a essere i temi ricorrenti, le uniche ambizioni, ma Szalay è abile nel trasformarli in problemi improvvisi; piccole crepe che annunciano crolli vicini e che si intrecciano dolorosamente con i rapporti quotidiani, con le scelte da cui tutti i protagonisti sembrano fuggire verso luoghi dove apparentemente non accade nulla. Ma è proprio nel nulla che si avvolge la scrittura di Szalay col suo proporci non-storie, perché queste storie non esistono: la narrazione è nulla, tutto si evolve in un tempo presente, privo di sorprese, colpi di scena, lieto fine. Sono essenzialmente fughe e adeguamenti al contorno, alle circostanze. Tutti gli episodi sono ambientati in un preciso contesto esistente, geo-localizzato. La scrittura di Szalay ci presenta volutamente un’Europa reale, attuale, senza soluzione di continuità, attraversabile da capo a capo con mezzi precisi (modelli delle macchine, voli, treni, autobus) attraverso strade, autostrade con tanto di numero di riferimento, caselli, ponti, alberghi, aree di servizio, stazioni, aeroporti. In questo senso è interessante l’evolversi del IV episodio che si sviluppa in un viaggio lungo un percorso da Londra centro a Königstein descritto con la precisione di un navigatore satellitare.

… Di colpo si rende conto di non sapere esattamente da che parte andare. Ieri ha controllato e gli sembrava tutto abbastanza semplice, il tragitto per uscire da Londra verso sud-est, in direzione Dover. Adesso trovare la strada che porta al fiume gli sembra più complicato. Si sforza di immaginarle, le vie che dovrà prendere. E quando si è fatto una specie di quadro mentale del percorso, soltanto allora, parte. In Park Lane si ferma a un semaforo, da una parte un albergo di lusso, dall’altra il parco, e fissa assonnato davanti a sé…
… Mentre gli passano per la mente deve concentrarsi sulla planimetria delle strade intorno a Victoria Station…
… La segnaletica lo tira da una parte, poi dall’altra, oltre grattacieli di uffici vuoti. Cerca la corsia che prima o poi lo butterà a sinistra, in Vauxhall Bridge Road. Eccola. …

È il paesaggio, o meglio, l’Europa il vero file conduttore del libro a cui il lettore riesce a rimanere aggrappato e solo determinati luoghi sembrano essere le uniche certezze. Anche se c’è una parvenza di contiguità nel susseguirsi dei racconti (luoghi o situazioni similari), in realtà in ognuno di essi entriamo all’improvviso, proiettati dal nulla, ma in luoghi a poco a poco riconoscibili, dove è possibile ambientarsi in fretta grazie agli stereotipi, al sentito dire; salvo poi perdersi nel percepire le differenze linguistiche (gli incontri sono sempre tra persone di nazionalità diversa) e le ostiche dinamiche tra generi, interazioni che più che unire, separano perché espresse come scambio economico, come necessità urgenti. I protagonisti si definiscono lentamente, attraverso una messa a fuoco che avviene attraverso la relazione con il paesaggio e con l’altro da sé. È qui che l’abilità di Szalay affonda la lama, concentrandosi sui dialoghi che il più delle volte appaiono sospesi, espressione vocale di un monologo interiore, di risposte interiormente scontate, ma così come non riusciamo a orientarci tra planimetrie e (come al turista più mediocre) ci viene in aiuto il museo o il monumento; allo stesso modo tutti i dialoghi tra i protagonisti crollano davanti ai silenzi o a risposte e atteggiamenti inattesi. 

«Perché hai acceso la candela?», le ha chiesto, sforzandosi di mostrare solo un vago interesse. «Non lo so».
«Non sapevo che fossi religiosa».
«Non lo sono».
« E allora perché?».
«Mi è venuto e basta. È un problema?».
«Ma figurati. Mi chiedevo, tutto qui».
«Mi è venuto e basta» ha ripetuto lei.
E lui: «Non credi in Dio?».
«Non so. No. Tu?».
Lui ha riso come se dovesse essere ovvio. «Ma no. Neanche per idea».

Eccolo quindi il maschio contemporaneo europeo; in crisi di scelta tra ciò che “ha” già e ciò che trova, indifeso e impreparato davanti a cambiamenti di idea o di programmi, estraneo a una gravidanza inattesa e non voluta, ma con gli occhi puntati spesso al cielo che non è mai una ricerca di una chiave, ma solo un infantile pretesto per trovare una via di uscita tra ciò che è apparente certezza perché culturalmente stabilito e ciò che nel presente, proprio in quel momento accade, davvero.

© Iacopo Ninni

 

David Szalay, Tutto quello che è un uomo, Adelphi 2017; € 22,00

 

Anna Toscano, Una telefonata di mattina

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice 2016, € 12,00 (Novità editoriale)

In distribuzione dal 10 Aprile

*

Dalla prefazione di Valeria Vigano:

Girare nel mondo, girare in se stesse. Senza uno schema tirare linee da un punto all’altro dove ci si sofferma per un po’, mai assuefatti, spaesati nonostante i gesti quotidiani dell’esistenza. Ecco cosa accade in Una telefonata di mattina. E nel nostro abitare momentaneo tra continenti non mettere l’impronta vera, ma sentirla dentro, con Anna. Sono le impronte degli incontri lungo la gittata dell’arco degli anni, donne e uomini privati, e le atmosfere di  poeti universali, Borges, Benedetti. […] Possono coesistere nostalgia e futuro? Anna dice di sì, stanno in quella frazione minuscola che si sussegue a frazione minuscola, che è il presente. Le presenze abitano qui, tra queste pagine di morti e di vivi, di cani e di umani. La memoria perduta di Auguste,  la prima diagnosticata dal dott. Alzheimer come disordine da amnesia di scrittura, viene raccolta da queste parole in versi che, al contrario, non dimenticano affatto rimpianti, paradossi, il contorno preciso delle cose. Parole in forma di poesia illuminate da luce chiara e limpida, impietosa nell’indicare la rotta ammattita e le ombre svelate.

 

*

 

Un giorno

Un giorno ho fatto il numero
di una casa in cui ho vissuto
e sapevo vuota buia chiusa.
Ho lasciato suonare a lungo
ma nessuna stanza rispondeva:
il salotto ha appena girato gli occhi
il corridoio ha sospirato un poco
la camera da letto ha tremato.
Una lacerazione mentre giravo
nelle stanze con quello squillo
impertinente, insistente, inutile.
Che qualcuno per dio risponda,
ma si sente solo un’eco di tomba.

*

Avevo un amore

Avevo un amore,
molto amato,
che teorizzava
la sostituzione del cuore
con un sacchetto:
«per vuotarlo quando
è troppo colmo» diceva.
Io gli rispondevo
che dentro al costato
tenevo della moquette
a forma di cuore,
forse marca Ikea.
Alla fine della storia
lui ha svuotato il sacchetto,
io ho passato l’aspirapolvere,
le cicatrici le ho rammendate
forse con del filo spinato.

*

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Fausta Genziana Le Piane, Stazioni / Gares

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Fausta Genziana Le Piane, Stazioni/Gares, Edizioni EventualMente 2011

Lampi negli sguardi che si incontrano casualmente e si imprimono vicendevolmente, talvolta con dolore, sempre con una sorpresa rinnovata; urti inattesi che pur costringono a una sosta, a un’alzata di sopracciglio, a un’impercettibile ma inevitabile curva delle spalle; bagagli d’intralcio, bagagli di conforto, abbandonati, trascinati, stretti a sé; predellini, marciapiedi, sale d’aspetto, corridoi, scompartimenti i luoghi della grande allegoria del viaggio dell’esistenza: hanno tutta la parvenza di dettagli da scatti impressionistici questi ‘canti dell’estranea contiguità’ della raccolta Stazioni/Gares di Fausta Genziana Le Piane.
I testi, che appaiono qui nella doppia redazione, in italiano e in francese, curata dall’autrice, hanno il pregio di esaltare, con un dettato limpido e non privo di richiami al patrimonio lirico dell’impressionismo (penso in particolare ad alcune poesie di Théophile Gautier e di Oscar Wilde) la sonorità e, insieme, la ricchezza di valenze simboliche dell’una e dell’altra lingua. (Anna Maria Curci)

*

LE PETIT SEAU ROUGE

Accompagnée de sa grand-mère,
la gamine va
dans un bruit de ferraille
lentement
sur le quai.

Sérieuse, elle monte dans le train
et
alors que son regard triste
poignarde le mien,
sur les marches
brille son
petit seau rouge,
coccinelle de ma chance.

IL SECCHIELLO ROSSO

Accompagnata dalla nonna,
la bambina sferraglia
adagio
sul marciapiede.

Sale seria sul treno
e
mentre il suo sguardo triste
pugnala il mio,
sugli scalini brilla il suo
secchiello rosso,
coccinella della mia fortuna. (altro…)

Luca Buonaguidi: respiro d’assenza

indiaja

India
Complice il silenzio
(Italic Pequod, 2015)

Sono felice.
Potrei aggiungere altri dettagli
ma la felicità sta nel toglierli.

Punakha
03/05/2013

Lampi di gioia che non a caso si mischiano alla sparizione di una vanitosa e scontata costruzione verbale. Nessuna offesa all’andamento poetico, certo che no, ma neppure orpelli inutili in questa nuova raccolta di Luca Buonaguidi nella quale, tanto umilmente quanto decisamente, si dichiara finalmente assente, comunicando la bellezza dell’attimo apparentemente immobile.
Avvertendo questo e non solo, le sue poesie scivolano via lente mentre ogni verso colpisce a segno la stanchezza inevitabilmente accumulata intorno e dentro ognuno di noi.
Così l’altrove, termine che ricorre spesso e rincorre sempre, si fa altro dal come noi comunemente lo utilizziamo e diventa un altrove che scopriamo inesistente, solo termine ad indicarci quanto per noi essere non debba obbligatoriamente vantare un punto visivo, tattile, fisico.
Si è comunque, si è ancor meglio. Si è davvero quando la tensione del (ri) trovarsi perde l’importanza, l’impellenza e nel trasmettere  quanto e come davvero si possa realmente “essere” l’autore si fa maestro nel messaggio poetico di quanto non più conoscersi possa, debba, essere nuova vita, nuova realtà informe, inutilmente nominabile e finalmente ignota.
Questa la sconoscenza che potrà mostrarci la strada, indicata da una terra antica che sa tacere in un sorriso per poi davvero dire anche solo in uno sferragliare di treno fuori moda o solo ostaggio, come infatti Buonaguidi ci fa notare: “sotto una raffica/di insegne luminose”.
Nella sua introduzione l’autore si augura di raggiungere il lettore, mostra in ogni sua fotografia un’India appollaiata che ci aspetta da sempre e certo non saranno fuochi d’artificio a riceverci, ma un silenzio che noi anche grazie a questi versi, sapremo bere e mangiare. Potremo farne conoscenza e nutrimento e con loro riconfermarci inesistenti per tornare ad essere.

© clelia pierangela pieri

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Sono lontano, amico
e mi sono vicino.
Mi cerco
sui treni notturni
e nelle grandi stazioni
dove tu non giungi.
E neppure io.
[Quando mi credo
in qualche luogo
sono già un altro.]
Come posso dirti ancora?
Vedi, ora scrivo
ma quando mi leggo
mi sono straniero.
Pezzi di stoffa
tessono la veste
che un altro indossa.
La mia ricerca di nudità
muove altrove;
si è cercata,
non si è trovata.
Lascia un’ombra
dietro a sé.
Una vacca sacra
vi indugia stanca
e senza un perché,
questa mia energia
di cento soli
cerca l’ombra avanti a sé,
infine reclina
laddove più non è.

29/03/2013
Pushkar

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Janis Joyce – Seconda stella a destra

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Janis Joyce – Seconda stella a destra ed. Ad est dell’equatore, 2015. € 12,00

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Caro lettore, ti ci porto dentro come fosse un viaggio. Hai mai viaggiato, lettore? Viaggiato, nel senso di andare lontano e poi vediamo, subito che mi scappano le rime lettore, ma tu non farci caso. Viaggiare nei luoghi lontani, non quelle robe zaino in spalla, o non quelle soltanto, viaggiare con l’idea di non tornare, cercando qualcosa, trovando tanto o niente. Tornare indietro, forse. Sei mai tornato, lettore? Com’è? Poi c’è il viaggiare nel tempo, non parlo di macchine, o cose tipo Ritorno al futuro, parlo semplicemente di leggere. Te li ricordi gli anni ottanta, lettore? Questa è la prima cosa di cui voglio parlarti mentre vado a dirti di questo libro. Ecco, da adesso fin quasi alla fine mi rimetto alla tua attenzione.

Seconda stella a destra non è un romanzo sugli anni ottanta, ma in quegli anni si svolge, e si porta dietro qualcosa del decennio precedente; e non è un romanzo su un viaggio, anche se al suo interno un viaggio ha luogo. Se dovessi trovare una definizione direi che è un romanzo sulla curiosità. La curiosità verso le persone, verso i cambiamenti, verso altri posti, certo. La curiosità verso sé stessi, perché il cammino che segue la seconda stella a destra, non è altro che una domanda, la solita, la stessa, meravigliosa domanda: Chi sono/ Chi sarò/ Cosa faccio?/Cosa cerco?

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Riletti per voi #2: Lady Bell, Piccolo manuale di giochi per viaggiatori

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione, conservano intatte bellezza e verità. La seconda puntata è dedicata a un manualetto “sui generis”, nato con intenti quasi bellici e diventato, per il lettore d’oggi, motivo di sorriso.

Sellerio 1990, traduzione e cura di Loredana Polezzi.

Sellerio 1990, traduzione e cura di Loredana Polezzi.

Che il viaggio non fosse più questione di nobile iniziazione e di Grand Tour, ma accessibile, se non necessario, ad ogni livello sociale e sotto qualsiasi motivazione, questa era cosa che non dava certo piacere all’aristocratica Florence Evelyn Eleanor Bell.
Autrice di commedie, romanzi, articoli, libri per ragazzi, sempre attenta ad analizzare ciò che considerava come il decadimento della morale comune (emancipazione femminile su tutto), Lady Bell decise di prendere la penna nel 1889 per equiparare la stereotipata conversazione salottiera a un gioco di scacchi (Come aprire e chiudere una conversazione), dimostrando la perdita di ogni raffinatezza di fronte alla scelta asettica di mosse obbligate.
Come sottolinea la curatrice di Piccolo manuale di giochi per viaggiatori (Sellerio 1990), Loredana Polezzi, la formula funzionò: sovrapporre gioco e comportamento umano, non come accostamento antropologico ma come se il degrado dei costumi visto dalla Bell facesse dell’uomo moderno una bambolina osservabile, priva di qualità, preda di comportamenti stereotipati.
Dopo Piccolo manuale di giochi per salotti londinesi, dunque, e Piccolo manuale di giochi per dimore di campagna, il nostro Piccolo manuale di giochi per viaggiatori offre un ritratto caricaturale di chi si sposta per vacanza o per lavoro. Il titolo è una trappola: non sono offerti passatempi per i viaggiatori, ma sono loro stessi, come pedine da osservare sulla scacchiera, il gioco di cui Lady Bell spiega le regole a un complice lettore, che si presume aristocratico come lei e come lei giudicante ciò che osserva. La satira è più che feroce; e parte del fascino del libro per il lettore di oggi, sottolinea ancora Loredana Polezzi, è nell’impossibilità di poter essere dalla parte dell’osservatore. Ciò che è osservato è troppo radicatamente simile a noi per poter essere preda di sarcasmo: i tic, gli imprevisti, la gestione dello stress sono descritti con una bravura deliziosa dalla quale il tempo ha eroso ogni giudizio.
Chi non ha mai giocato a “Vengo anch’Io”? (altro…)

Flashback – Mondonuovo

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Messina mi vede tornare, seduto sopra un pullman di linea, con lo sguardo che percorre avanti e indietro l’intero finestrino. Fra poco, già lo so, finirà un viaggio e ne inizierà un altro, fatto di silenzi e di sguardi nuovi. Intanto, ascolto un disco che uscirà fra quattro mesi e penso a come certe parole siano capaci di stendersi bene sopra una musica. Dall’altra parte dello stretto si riesce a vedere la Calabria, con i promontori e il ponte dell’autostrada: anche da quella parte, non sembra ancora Italia. Le persone continuano a telefonare; sembra quasi che abbiano paura di restare in silenzio e così parlano con chiunque sia disposto ad ascoltarli. Quando l’autista apre le porte, scendo con la mia valigia. Le luci iniziano ad accendersi e tutto sembra in attesa di un nuovo giorno.

© Marco Annicchiarico

 


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Con questo numero si chiude la rubrica Flashback 135. Ringrazio i colleghi della redazione di Poetarum Silva e tutti quelli che hanno letto e commentato questi miei scritti. Adesso c’è qualcosa di nuovo da fare, nato in quest’ultimo anno e di cui vi lascio un piccolo assaggio…

Flashback 135 – Ricordare

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

 

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Come se niente fosse, mia madre chiede ancora perché continuano a sbarcare in Sicilia; la guardo e solo adesso mi accorgo di quanto il volto somigli a quello di suo fratello. È già la quarta volta, oggi, che provo a spiegarle qual è la situazione in Siria; le parlo della guerra, dei soldi spesi da queste persone per scappare con una nave qualsiasi, degli scafisti che a un certo punto li gettano a mare come fossero sacchi della spazzatura e dello sbarco che continua per giorni e giorni, prima con i vivi e poi con i morti. Lei fa segno di sì con la testa e poi riprende a dimenticare tutto. E mentre mi chiedo che reazione avrò il giorno in cui non ricorderà più il mio nome lei si gira, mi guarda e sorride.

© Marco Annicchiarico


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Flashback 135 – Concia(ti)

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Viene Torino insieme alla sera. Poteva essere ottobre ma meglio sarebbe stato più avanti. Sentire l’inverno nel piatto e nei bicchieri e gli amici intorno. La concia di Marco è più gialla della mia, cosa che concede a lui qualcosa di più autunnale. Io mangio la mia polenta come se fosse già più freddo, come se dovessi finirla in fretta. Temo che Marco appena terminata la sua possa rubarmela. Maledetto. Torino mi è sempre piaciuta tanto e spesso mi ha dato l’impressione di non esistere veramente. Torino potrebbe sparire come un sogno, da un momento all’altro. Come la mia polenta dal piatto, come l’autunno che cede il passo all’inverno. Concia è una bella parola, una parola che mischia. Ingredienti che si mettono insieme, come noi stasera, e non è un caso, che siamo amici conci.

© Gianni Montieri

 

 

Borgata Sassi ha un clima diverso dal resto della città; in questa stagione, l’odore dell’aglio orsino che cresce a bordo strada non riempie ancora l’aria e le narici. In primavera Torino sarà (anche) questo, una distesa d’aglio selvatico a pochi metri dalle case. Gianni finisce di parlare proprio mentre penso al sole che illumina quella distesa bianca e verde. Quando usciamo per andare a mangiare, ci dirigiamo in un locale che si trova proprio in quella borgata. Una volta a tavola, dopo aver letto tutti i piatti del giorno, io e Gianni ci guardiamo e decidiamo di provare la polenta concia, sorridendo. C’è una brocca di vino da svuotare e il mirto ma noi ancora non sappiamo che non basteranno per digerirla. E, mentre resto sulle mie, penso che sere come questa giù mi mancano.

© Marco Annicchiarico


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Flashback 135 – Gli altri

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La signora, sulla soglia del negozio, guarda il degrado della piazza e scuote la testa. Non facciamo in tempo a entrare che riprende: da quando ci sono loro, non si vive più. I negozianti vicini, dice indicando due vetrine dall’altra parte della strada, hanno chiuso, stanchi di rapine e angherie; tutta colpa loro. Il loro non è generico. Nella piazza, vicino alle panchine, ci sono alcuni stranieri, dei ragazzi con lo zaino sulle spalle, e tre anziani che, quasi certamente, staranno parlando di politica o di sport. Loro sono gli altri, penso. Le chiedo un mazzo di rose rosse, intorno pochi fiori e qualche giornale vecchio. Mi saluta sbagliando il resto e dicendo che qui, ai suoi tempi, passava il Naviglio. Sorrido e lascio sul bancone la banconota di troppo; sopra, la scritta “Vota Grillo”.

© Marco Annicchiarico

 

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Flashback 135 – Così

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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48

Fermo al centro esatto della corsia di destra, l’uomo vestito d’arancione sventola la bandiera come fosse allo stadio. Accanto non ha né un pallone né una porta ma solo una fila di auto che, rallentando, passano e tirano dritto. L’uomo ha la faccia abbronzata e una mascherina che gli copre la bocca mentre i suoi colleghi sono seduti sul guard rail e ci guardano passare, in maniera distratta, parlando fra di loro. Dopo la galleria l’autista del pullman mette la freccia e riprende la solita velocità, sorpassando uno dopo l’altro diversi tir con targa straniera. Il panorama sembra cambiare di viaggio in viaggio ma le facce degli altri passeggeri si assomigliano tutte. Nel frattempo la radio trasmette il nuovo singolo di Ligabue; la ragazza alla mia sinistra sorride. Perché chi si contenta gode. Così così.

© Marco Annicchiarico

 

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Flashback 135 – Pace

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

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Le macchine che passano lungo la strada statale rallentano in prossimità della curva, qualcuno per via dei cartelli e qualcuno per la curiosità. Ogni tanto uno dei conducenti si accorge che ci sono due figure sulla montagna, vicino al bunker. Io continuo a scrivere, ripetendo le parole nella mente, e intanto mi chiedo cosa potranno mai immaginare da là sotto. Penseranno che sono qui per scrivere una dedica d’amore, una verità da nascondere o un insulto al politico di turno. Ogni tanto mi giro per controllare che non arrivino i Carabinieri; domani ho un aereo che mi aspetta per rientrare nelle mie città, quella di nascita e quella di adozione. Le parole si seguono e il caldo è sempre più caldo. Una volta in strada, guardo in alto: la poesia è l’unica cosa che resta.

© Marco Annicchiarico

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