Viaggio nella notte

Massimiliano Santarossa – Viaggio nella notte

Massimiliano Santarossa  – Viaggio Nella Notte – Hacca ed. – 2012

Ore 6:17

L’alba dell’ultimo sabato

Cammino sopra la strada lucida.

Il nero della notte si sta spaccando per colpa di un grigio esploso dal basso e di fili azzurri caduti da un cielo vuoto. La vedo che si apre laggiù in fondo, lontana e irraggiungibile come solo una visione può essere. L’alba che nasce si mostra dentro l’unica fetta di cielo visibile da qui, da questo luogo antigeografico dominato dai mostri di cemento armato.

Qualcuno, una faccia sotto il cappuccio di una felpa, comincia una giornata uguale ad altre mille. Questa, però, sarà l’ultima. L’uomo dentro la felpa è stato un operaio, poi è diventato uno schiavo, ora mentre si avvia verso la fabbrica per il suo ultimo cartellino, le sue ultime ore,  è già meno di niente. Per scrivere qualcosa degna di questo libro bisogna provare ad indossare quella felpa, ed è quello che ho fatto. Massimiliano Santarossa ci rende (ancora una volta) complici e fratelli attraverso una scrittura (passatemi il termine) tridimensionale. Il nostro non protagonista, il nostro non uomo, striscia sporco e stanco in un Nordest gonfio di casermoni e dolori. Un regno morto sotto un cielo metallico. Le “Case rosse”, luci tutte uguali in cucine tutte uguali, corpi che non si riconoscono, escono col buio, tornano col buio. Tra l’andata e il ritorno: le fabbriche. Le distese di campagna e capannoni tra Pordenone e Treviso. Un mondo degradato, senza speranza, un oltremondo. Santarossa non ci racconta il dolore, il dolore sono le persone stesse, la sofferenza e l’alienazione sono la carta d’identità. Il protagonista ha poco più di trent’anni, lavora in fabbrica da quando ne aveva quattordici, un padre che ha fatto la stessa vita fino alla morte. Viviamo con lui dentro questa che ha deciso essere la sua ultima giornata. I suoi gesti, i suoi rituali, l’affettato comprato al market per la pausa pranzo. Un forte odore di ruggine, di andato a male. Mentre cancella se stesso il non uomo ci mostra una parte dei suoi ricordi: L’ingresso nella fabbrica/prigione, amici perduti per droga, gente che ha perso tutto e vive appesa a un bicchiere, l’anziana sola incollata a videopoker, rave party, amori svaniti in fretta, piccole salvezze a pagamento. Il niente dietro ogni angolo. «Io taglio montagne di plastica bianca per dare a voi muri più caldi, più silenziosi, muri che vi contengono.» Muri che contengono chi? Perché la distanza tra l’uomo con la felpa e quello in giacca e cravatta è più breve di quella che possa sembrare. Poco più di un muro ben isolato, quella che passa dal quartiere giusto a quello sbagliato. Dallo schiavo al padrone, dal sogno all’incubo. Santarossa scrive col coltello tra i denti e, in questa storia, non concede respiro, perché non c’è più fiato, non c’è più tempo. Poche volte ho incontrato pagine che raccontassero l’indifferenza e la malattia del nostro tempo con tale intensità, qualcosa che va oltre il disincanto. <<Ricomincia a cadere la solita pioggia leggera e lenta e oleosa. Una pioggia che porta con sé l’odore della fine. È il piscio di qualcuno infinitamente alto e infinitamente distante e infinitamente distratto.>> L’autore non ha bisogno di amplificare la realtà per mostrarcela, gli basta attraversarla. Non vi dirò cosa si prova arrivati in fondo, perché a ogni lettore quella felpa starà in maniera diversa, a ognuno il suo finale. Buona lettura.

(c) Gianni Montieri