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Solo 1500 n. 61 – I viaggiatori, i passeggeri e gli stanziali

Solo 1500 n. 61 – I viaggiatori, i passeggeri e gli stanziali

Qualche giorno fa, a pranzo, un caro amico mi raccontava del suo viaggio in Turchia. Viaggio abbastanza lungo che gli ha permesso di girare parecchio e, soprattutto, di conoscere persone del posto, chiacchierare, viaggiare sul serio insomma. Mi ha fatto notare che, durante una sosta di due/tre giorni al mare, ha incontrato diversi italiani che, rintanati al riparo di  una mini Turchia riprodotta in scala, avevano “paura” di domandare ai locali anche il minimo indispensabile. Questo imbarazzo che si prova verso ciò che non si conosce è tipico degli italiani, anche da parte (purtroppo) di persone relativamente giovani. Mentre la nostra julienne di pollo, con colpevolissimo ritardo, non arrivava a me è venuta in mente mia madre. Mi chiede di comprarle il biglietto del treno per ritornare a Napoli, le dico che proverò a comprarlo con Italo che in questo periodo costa meno del Frecciarossa ma lei si trincera dietro un no, vuole Trenitalia. Perché quest’altro non lo ha mai preso, come saranno le carrozze, ci saranno i bagni per ogni carrozza, qualcuno le ha detto che le poltrone sono strette. No, no, no. Manco le avessi detto di andare a piedi. Mi ha fatto venire in mente quando furono i primi tempi di Mediaset, che lei – ostinatamente – diceva che non avrebbe mai tradito la Rai (e, col senno di poi,  ha avuto un po’ di ragione). Ognuno teme il diverso, a modo suo, chi ha paura di mangiare sushi e chi ha paura di stringere una mano.  Però se vai in Turchia o in Messico e non ti sposti dal tuo ombrellone, non impari (e scambi) qualche parola in quelle lingue, non sei mai partito e, forse, a noi conviene che tu non torni.

Gianni Montieri

Sono cambiati i posti prima, poi i viaggiatori. – di Luciano Mondini

Sono cambiati i posti prima, poi i viaggiatori.

Ho viaggiato molto, per lavoro ahimé. Nell’ottantuno l’inizio,
l’Oriente. Malesia e Singapore. Erano luoghi senza orario, senza
notte. Favoriti dal clima erano luoghi senza chiusure, tutto
avveniva all’aperto e a qualsiasi ora. Ci sono tornato vent’anni
dopo: pareva Lugano. Tutti e tutte si sono dati un nome
occidentale – Shelly, Jessica, Kathy, Brian – per favorire la
comunicazione, dice. Alle sei di sera tutto chiude e tutti si
rintanano, sabato e domenica chiuso, ovunque. Per strada solo
macchine, le persone stanno dentro. Gli uffici hanno l’aria
condizionata e le ragazze non ricordano i batik, portano
tailleur a righine, qualcuna ostenta calze di nylon nonostante i
trenta e più gradi di giorno e di notte. Nella hall di un hotel ne ho
vista una con la pelliccia, giuro. Però, mi chiedo, qui dopo i
venticinque cosa ne fanno delle donne, ché in giro si vedono solo
bellissime giovanissime strafighissime.
Anche, la prima volta in Irlanda ci sono stato negli anni ottanta.
Entravi in un pub ed eri assalito, non rimanevi senza compagnia
più di tre minuti, ti approcciavano come una novità: non ti ho mai
visto qui, da dove vieni. Dopo quattro parole chiamavano altri e ti
presentavano, ehi! lui è italiano, stessa bandiera. Se già non
l’avevi ti mettevano in mano una birra, se l’avevi si portavano
avanti col lavoro, te ne facevano preparare un’altra, ché spillare la
Guinnes vuole il suo tempo. Ogni tanto si usciva a prendere aria,
poi si rientrava e riprendeva la baldoria, la chiacchiera sommessa
e quella caciarona, la confessione; le partite di freccette.
Giovinotti pischelli e vecchi balordi insieme, nella partita e nella
chiacchiera.
I menestrelli suonavano e a mezzanotte tutto si zittiva solo un
attimo, attaccava una musica mormorata all’inizio, si alzavano e
cantavano tutti insieme. Era l’inno nazionale, l’ho capito perché
per cantare si tenevano una mano al petto, ché il cuore non se ne
uscisse.
Le ragazze erano bellissime rosse miti e severe, portavano gonne
lunghe e ampie e ogni tanto vedevi quei piedi lunghissimi
bianchissimi e senza calze anche d’inverno, o una caviglia o
mezza gamba bianchissima lunghissima sortiva, e pensavi che
quel gonnellone era il posto più bello del mondo.
Le sere di Dublino ora sono inutili come quelle di Novara. Pensi
saranno tutti nei pub, invece sono vuoti pure quelli, i pochi
avventori stanno fuori, dentro non si può più fumare. Piccoli
capannelli di ragazzetti fuori dalle discoteche, in fila per poter
entrare. Le ragazze hanno blue jeans troppo bassi e magliette
troppo corte, col pancino di fuori come le nostre. I negozi sono gli
stessi di tutti i centri di tutte le città. Di vecchi non ce n’è più.

@ articolo di Luciano Mondini