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A. (tre recensioni senza recensione)

da “Quel che resta del giorno”, Einaudi 1989, traduzione di Maria Antonietta Saracino

Un quarto d’ora dopo il suo arrivo nella cittadina di A., la cittadina di A. è finita.
Le è bastato il tragitto dalla stazione al bed&breakfast. La cittadina è di quelle che stanno alle loro piazzette principali come un acino d’uva sta ai suoi semi, e poco più. Cittadine così si possono distinguere dalle cartoline esposte nelle tabaccherie, che riguardano più che altro le bellezze dei dintorni, per l’impossibilità a riprendere più di due scorci della cittadina in questione.
Dunque, in un quarto d’ora A. è finita, ma è molto bella, e la proprietaria del b&b molto ospitale. Le ha chiesto se per caso gestisce un blog di turismo o ristorazione, e per un attimo lei si è spaventata, temendo che la sua risposta sarebbe stata il discrimine tra il bagno in camera e la pipì notturna in corridoio, ma non è così, anzi, la sua stanza prevede un disimpegno tra la camera e il bagno e una seconda cameretta con un lettino. Sua sorella, raggiunta poco più tardi al telefono, le consiglierà di puntare la sveglia di notte per provare pure quello.
«Ma il tempo non reggerà», prevede la signora ospitale cerchiandole con una penna i luoghi di interesse su una mappa, tutti a portata di una mano stesa.
«Per sicurezza, allora, mi indichi anche una libreria», risponde. Non si è portata dietro nulla perché aveva in mente di cambiare scenografia ai pensieri, non c’è storia che avrebbe voluto continuare né lasciare in sospeso in un’ambientazione diversa, ma alle brutte non avrà problemi a chiudersi in una stanza d’albergo con un libro per rifugiarsi dalla pioggia. (altro…)

Simone Pieranni, Genova Macaia

Simone Pieranni, Genova Macaia, Laterza, 2017; € 14,00, ebook € 9,99

 

Genova per noi che (non) siamo nati a Genova. Genova per chi c’è vissuto, per chi no, per chi c’è stato di passaggio e per chi ne è scappato. Genova Macaia, come quello stato d’animo che prende le mosse dal vento di scirocco per diventare metafora di una condizione dell’essere e del sentire, melanconia, mancanza.

Il secondo libro di Simone Pieranni è un viaggio, anzi più viaggi tutti insieme anche se in direzioni e luoghi diversi, ma con un solo punto cardinale: Genova. Pagina dopo pagina si cerca inutilmente una risposta alla domanda se i luoghi formino le persone o se siano le persone con le loro storie a dar forma e sostanza a certi luoghi. Genova è così, almeno in queste pagine, un continuo riaffiorare di storie e ricordi, non tutti positivi: come il male alle ossa, un male simile alla storia, vicende terminate da secoli che continuano a fare capolino, sotto forma di dolore. Genova è così, ed assomiglia alla città che ognuno di noi si porta dentro, quella dove si è nati o dove si è vissuti, ognuno ha la sua Genova.

Il libro è l’occasione per ritornare sui passi di una famiglia, quella dell’autore, e delle persone che le sono ruotate attorno nel corso degli anni. È un racconto ibrido che mescola storia ufficiale a storie private, descrizioni ai ricordi, impressioni a eventi storici. Ogni riga è una pennellata alle mura ora del centro ora della periferia di Genova, un continuo girare per le strade e per i vicoli solo per poter ritornare in certe stanze e in certi vicoli del proprio vissuto, del proprio animo, della propria storia.

Lontano anni luce da Genova una volta chiesi ad un musicista siciliano, nato e cresciuto vicino al mare, perché avesse scritto un disco così triste venendo lui da un luogo così solare e ameno. Dalla sua risposta capii che proprio chi nasce vicino al mare è più esposto a quello stato d’animo che a Genova chiamano macaia. È stato un modo di capire questo libro prima ancora di leggerlo, perché anche per chi come me non è mai stato a Zena un libro del genere è importante, è come uno specchio. Non importa, credo, o almeno fondamentale conoscere Via Tolemaide o Piazza de Ferrari per immedesimarsi a pieno in queste pagine perché ognuno ha la sua sopraelevata o la sua Nervi.

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Riletti per voi #2: Lady Bell, Piccolo manuale di giochi per viaggiatori

Riletti per voi è una rubrica con la quale intendiamo richiamare l’attenzione su testi letterari che, a distanza di anni dalla loro prima pubblicazione, conservano intatte bellezza e verità. La seconda puntata è dedicata a un manualetto “sui generis”, nato con intenti quasi bellici e diventato, per il lettore d’oggi, motivo di sorriso.

Sellerio 1990, traduzione e cura di Loredana Polezzi.

Sellerio 1990, traduzione e cura di Loredana Polezzi.

Che il viaggio non fosse più questione di nobile iniziazione e di Grand Tour, ma accessibile, se non necessario, ad ogni livello sociale e sotto qualsiasi motivazione, questa era cosa che non dava certo piacere all’aristocratica Florence Evelyn Eleanor Bell.
Autrice di commedie, romanzi, articoli, libri per ragazzi, sempre attenta ad analizzare ciò che considerava come il decadimento della morale comune (emancipazione femminile su tutto), Lady Bell decise di prendere la penna nel 1889 per equiparare la stereotipata conversazione salottiera a un gioco di scacchi (Come aprire e chiudere una conversazione), dimostrando la perdita di ogni raffinatezza di fronte alla scelta asettica di mosse obbligate.
Come sottolinea la curatrice di Piccolo manuale di giochi per viaggiatori (Sellerio 1990), Loredana Polezzi, la formula funzionò: sovrapporre gioco e comportamento umano, non come accostamento antropologico ma come se il degrado dei costumi visto dalla Bell facesse dell’uomo moderno una bambolina osservabile, priva di qualità, preda di comportamenti stereotipati.
Dopo Piccolo manuale di giochi per salotti londinesi, dunque, e Piccolo manuale di giochi per dimore di campagna, il nostro Piccolo manuale di giochi per viaggiatori offre un ritratto caricaturale di chi si sposta per vacanza o per lavoro. Il titolo è una trappola: non sono offerti passatempi per i viaggiatori, ma sono loro stessi, come pedine da osservare sulla scacchiera, il gioco di cui Lady Bell spiega le regole a un complice lettore, che si presume aristocratico come lei e come lei giudicante ciò che osserva. La satira è più che feroce; e parte del fascino del libro per il lettore di oggi, sottolinea ancora Loredana Polezzi, è nell’impossibilità di poter essere dalla parte dell’osservatore. Ciò che è osservato è troppo radicatamente simile a noi per poter essere preda di sarcasmo: i tic, gli imprevisti, la gestione dello stress sono descritti con una bravura deliziosa dalla quale il tempo ha eroso ogni giudizio.
Chi non ha mai giocato a “Vengo anch’Io”? (altro…)

Le cronache della Leda #22 – U.S.A.

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Le cronache della Leda #22 – U.S.A.

 

La settimana dei saluti, quella che ha preceduto la partenza, la settimana del delirio, del via vai, di gente che entrava e usciva da casa mia. La settimana delle raccomandazioni della Luisa, dei consigli dell’Adriana, degli abbracci – troppi – della Wanda, dei mezzi sorrisi emozionati dell’avvocato, ma anche la settimana di Wimbledon, che non ho potuto seguire come avrei voluto. La settimana degli amici che mi vogliono bene e che ancora non ci credono che io abbia deciso per gli Stati Uniti, dopo tutti questi anni. La settimana delle lacrime versate e dei mille Controlla il passaporto e il visto; dei Portati un pullover che non si sa mai. E io a dire loro che in luglio sulla East Coast fa caldo. A New York, a Boston e negli altri posti dove andrò fa caldo. Ma niente, con gli apprensivi non c’è niente da fare.

Poi tutto d’un tratto è pronto, baci e abbracci, e via all’aeroporto con l’avvocato. Libri in borsa, a portata di mano, via al check in e poi l’imbarco. Scalo a Parigi e dove se no? I film in aereo, le hostess, le gocce per dormire, e poi stiamo iniziando la discesa verso New York, e poi atterriamo. Mio figlio e mio nipote non sanno che sono qui. La Luisa e l’Adriana disapprovano questa mia decisione, l’avvocato non si è espresso, la Wanda mi ha fatto il pollice su all’americana. Li avvertirò tra una settimana, ora prima devo guardarmi questa città da sola, devo farmi i giri dei film, sarà banale ma che si conceda a una donna che ha sempre fatto la cosa giusta di essere un po’ frivola.

E poi cosa ci sarebbe di frivolo? Passeggiare dentro Central Park come in un film di Woody Allen? Sorridere sotto le insegne dei teatri di Broadway? Sì, lasciatemelo fare. Lasciate che io prenda un hot-dog per strada sorridendo al venditore. Lasciatemi andare al Moma o camminare lungo l’Hudson. L’Upper east side. Harlem, Brooklyn e il Bronx. Sì, anche il Bronx, voglio andare a vedere i luoghi di DeLillo da Underworld a L’angelo Esmeralda. A mio figlio non piacerebbe di sapermi nel Bronx, non lo saprà, al massimo vedrà un paio di foto. La Statua della Libertà non mi interessa. Coney Island sì. Poi voglio andare a vedere i giardini, quelli piccoli, quelli un po’ appartati, quelli dei libri di Grace Paley.

Mentre decollavo da Milano, Roger Federer perdeva al quinto set da Djokovic, la partita me l’ha raccontata l’avvocato su Skype, pare sia stata una delle più belle finali di sempre, peccato che Federer non l’abbia vinta, peccato che io non l’abbia vista. L’avvocato mi ha detto che è stata così bella che arrivati a un certo punto il risultato finale non aveva più alcuna importanza. L’avvocato ne capisce e se lo ha detto, io gli credo. Potrei fermarmi qui fino a settembre e seguire da vicino gli Open Usa, ma non corriamo troppo con la fantasia. Ho detto a mio figlio che starò una settimana in montagna con la Luisa e che non porto il computer, così non potremo sentirci su Skype. Gli ho detto di non preoccuparsi e che lo chiamerò domenica.

Ora c’è New York, poi dopo l’estate vi racconterò tutto, vi faro la cronaca per stare in tema, ora esco la città mi aspetta, c’è una bella luce, in alto si riflette ovunque, sono pronta per fare una cosa che sognavo da un sacco di tempo: «Taxiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii».

Leda

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Nota: La Leda durante il periodo statunitense, diciamo così, non ci scriverà, è giusto che si goda l’America e i suoi cari, tornerà a trovarci a settembre.

©gianni montieri

Anna Toscano my camera journal 21

2013-09-17-22-56-26

E poi le persone. Le persone che mi hanno sempre sorriso e cercato di comprendere anche se infilavo perline storpie nella mia collanina in portoghese. Le persone che ho scavalcato lungo la strada ogni giorno, non riuscendo a trattenermi dal guardare i loro volti giovanissimi e sereni che sbucavano da coperte o sacchi. Le persone che mi hanno accolto nella mia ricerca e collaborato con me e lavorato insieme. Le persone a cui voglio bene da anni e che finalmente ho potuto riabbracciare e conoscere il loro nuovo mondo. I nuovi amici che sfornano la pasta, ti lasciano stropicciare il loro cane e ti spiegano le teorie del sette, e si ride quanto si ride. E le loro mamme con le torte del sabato pomeriggio. E le ragazze che capisci subito essere come te quando te eri come loro, e buona vita in questo nuovo paese ragazza mia. E gli accenti e le vocali nasali e verbi ausiliari allo Starbucks, tra articoli di giornale e poesie. E bassi che ridono aprendo botole di incubi bambini e tenori cantano di mille vite eterne. E tua sorella che cresce il suo gatto come fosse un pitbull e lo allena, e non osi dirle che è davvero un gatto. E l’immagine di lui che se ne è andato, ultimo pezzetto di me bambina, e che porterò sempre con me. E gli amici dall’Italia e da ovunque che messaggiano e scrivono e chiamano per un po’ di vicinanza. E poi tu mi vieni a prendere e, finalmente, mi riaccompagni a casa. Grazie.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Grazie a Anna Toscano per averci incuriositi, divertiti e commossi per tutta l’estate. (la redazione)

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Leggi i my camera journal 20 19 e 18

Anna Toscano – my camera journal 20

2013-09-17-22-24-14

E fai i conti con la letteratura, la poesia, l’architettura, la musica e con tutta l’arte che incontri nei viaggi dentro e fuori di te. Passeggiando per Montevideo leggi il nome di una strada e ti si spalanca la memoria su Mario Benedetti e osanni quella tavoletta con i libri dentro che proprio non volevi quando vi trovi un editore coraggioso che vi ha ripubblicato molti romanzi. E li rileggi con una voracità pazzesca fino a quando a San Paolo un amico nello Starbucks di rua Augusta ti spiega il portoghese con dei testi di Carlos Drummond de Andrade, allora dopo corri alla Livraria Cultura sulla Paulista e ne compri subito una raccolta. E ti appassioni a Lina Bo Bardi che con un sorriso spunta da una foto nella cucina di un’amica e capisci come da un volto così potesse nascere la sua architettura. E poi esce il nuovo libro di Patrizia Cavalli e subito chiedi che te lo portino dall’Italia, non puoi attendere oltre. Ma è l’inaspettato che ti spacca il cuore, entrare nella Pinacoteca a Luz, senza che nessuna pubblicità mai lo abbia segnalato, e ti trovi di fronte alle opere di William Kentridge e pensi che lì, lì di fronte, stai bene come lo sei da 20 anni che lo rincorri nei musei del mondo. L’arte fa bene. Ovunque si stia.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal n 19

Anna Toscano – my camera journal 19

2013-09-08-21-25-56

Cosa manda avanti una città con oltre undici milioni di abitanti? Quale è la rotella che fa girare Sampa? I diciassettemila pullman? Le cinque linee della metro? I tre aeroporti? Il centinaio di eliporti sopra i grattacieli? Il più alto tasso di elicotteri pro capite al mondo? Gli otto milioni di macchine? Il servizio postale? Nulla di tutto ciò. Sono i motoboy che muovono la città sfrecciando, anche con il traffico paralizzato, da un ufficio all’altro trasportando documenti urgenti. Si muovono su moto di piccola cilindrata, 125 o 150, spesso grattate e ammaccate dai numerosi incidenti, coi serbatoi protetti dallo scotch adesivo. Sampa sarebbe impallata senza il loro correre che non ammette sosta: giorno e notte su tutte le strade loro connettono le urgenze. Qui li chiamano cachorro loco, cane pazzo, per il loro affannarsi in mezzo al delirio del traffico. Ma ciò che li contraddistingue è la solidarietà. Si chiamano l’uno con l’altro e accorrono ad aiutare il collega urtato da un automobilista, a difenderne un altro che ha provocato uno scontro. Spesso non si conoscono tra di loro, sono moltissimi e aumentano di giorno in giorno, ma accorrono in un gioco di squadra che non ammette tradimenti o distrazioni. Più che cani pazzi sembrano api operaie, le rotelle di una città che implode ogni giorno.

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Testo e foto di Anna Toscano

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leggi il my camera journal 18

Anna Toscano my camera journal – 18

2013-09-08-21-48-18

 

Le esperienze stranianti a Sampa? Mi è accaduto con un sorbetto al miglio verde: cosa è questa cosa sempre mangiata ma che ora mi pare così nuova? Meraviglioso. È come mangiare, dopo averla messa in surgelatore, una scatoletta di mais con lo stecco. E mi è accaduto in un pub non lontano da casa, verso sera, in questo inverno sul Tropico del Capricorno. Mi siedo al bancone e chiedo da bere. Mi si avvicina un tipo simpatico dagli occhi neri e dolci e mi chiede della mostra di cui sto sfogliando il catalogo. Concentrata come sono nel non dire cose assurde nel portoghese che sto imbastendo lo osservo nei dettagli con un certo ritardo: indossa una camicia bianca e una cravatta scura, una giacca scura sta riversa sulla sedia accanto, sotto porta una gonna a pieghe con calze a rete e scarpe da donna. Cosa è questa situazione sempre vista ma che ora mi pare così nuova? Mi guardo attorno e capisco di esser entrata in un locale crossdressing in cui le persone indossano abiti di solito associati al sesso opposto, spesso mischiati coi propri. Parliamo di mostre e di musei, cerco di non fissare con simpatia i peli delle sue gambe intrecciati ai fili delle calze, mi chiede se ci rivediamo l’indomani. Sì certo, adoro l’uso alla rinfusa degli armadi.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 17

2013-08-28-23-02-28

E poi arrivò un giorno, dopo l’ultimo giorno, in cui anche lui ebbe voglia di tornare un po’ bambino, di fare quelle cose buffe che fanno i bambini, a volte strampalate e a volte pericolose. Ma non sapeva bene come e cosa fare, tutto il raziocinio e la sapienza che aveva dovuto usare durante la settimana precedente lo avevano immesso in un tunnel esasperante: tutto doveva girare perfettamente per l’eternità, tutti i conti dovevano tornare per sempre. Si sedette a gambe incrociate per terra, iniziò a lanciare pallette di carta nel cestino, quando poco più in là scorse delle scatole di lego e pongo e improvvisamente intuì cosa volesse dire sentirsi bambini. Iniziò a modellare pongo di molti colori, ad attaccarlo a pezzi di lego, a costruire, demolire, allungare, ammassare, mischiare. Dopo ore di frenetico divertimento si asciugò con un sorriso beota il viso, si guardò attorno e pensò “e ora che me ne faccio di tutto ciò?”. Grattandosi il mento prese in mano il mondo, scrutandolo scelse un luogo e vi puntò il dito. L’illuminazione che gli venne lo rese momentaneamente cieco, ma volle lo stesso mettere in quel punto tutte le sue costruzioni. San Paolo è nata così,  mentre dio giocava col pongo.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 16

16

Cara Marianna del Parà ti scrivo, ti scrivo così mi distraggo un po’. Da quando non ci sentiamo c’è una grossa novità, il nuovo panorama è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va. Mi amavano mi adoravano, capisci, mi chiamavano “il padre del Brasile”, a loro ho dato tutta la mia vita, tutta la mia vita. Tu mi capisci, cara Marianna, comprendi il dolore di un futuro che ci aspetta crudele, dopo un passato così grande. Io sono qui da molto meno tempo rispetto a te, da poco più di quarant’anni, e sono molto più basso di te, poco più di cinque metri, ma io dovevo ricordare a tutti la mia vita di studioso, di politico, di filosofo, rimembrare il mio impegno per questo paese perché io fui e sono e sarò il Patriarca dell’Indipendenza del Brasile che grazie a me è avvenuta poco meno di due secoli fa. Cara Marianna, le persone uscivano dal teatro che già potevano scorgermi da lontano e mi venivano incontro pensando a quanto fosse importante la loro indipendenza, il loro essere Stato. Vedi, amica mia, com’era importante che da lontano ci fossi anch’io. Pensavo che esilio e carcere che ho visto in vita per i miei ideali fossero il peggiore panorama, ma non avevo ancora visto questo.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Anna Toscano – my camera journal 15

2013-08-27-20-13-38

Sono qui a venti metri da terra, vi guardo da qui. Sono una Marianna francese creata da uno scultore genovese per una piazza brasiliana. Non mi ha mai pesato impugnare una spada nella mano destra anziché un ramo di olivo, perché con la sinistra bilancio col vezzo di tenere la mia ampia gonna. La mia posa bellicosa, il mio guardare innanzi verso il fiume con postura diritta e pronta all’attacco, la mia fronte fiera e il cipiglio attento non sono d’altri tempi. Da centosedici anni sono pronta per difendere Belém, la mia città. Scendo di rado da qui, dalla mia postazione. Lo facevo un tempo per andare alla gelateria che c’era tra avenida Presidente Vargas e avenida da Paz. Ma è stata abbattuta. Scendo la domenica sera per un tacacà in avenida Nazaré, come ultima avventrice a ripulir le pentole. Scappo per andare a infilarmi nel teatro da Paz, qui dietro, lui è qui da più tempo di me e le sue seggiole in platea con la seduta di paglia e le opere che vi cantano sanno ancora farmi sognare. Perché non sogno più. Non sogno più da quando nel mio orizzonte visivo non c’è più il fiume, da quando lo posso solo scorgere tra un palazzone e l’altro. Cerco di vivere dei sogni che avevo un tempo. Il futuro che ci aspetta a volte è crudele.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal 14

Anna Toscano – my camera journal 14

2013-08-16-16-37-46

Dicono che la regione del Pará streghi e dia dipendenza. Si narra, a bassa voce, di una pensione strana a Belém con gran parte degli ospiti di una certa età ma non certa provenienza. Dicono siano persone venute a trovare parenti e mai più ripartite. Persone rimaste impigliate in questa città. Sono qui da mesi o da anni, a spendere così una pensione o dei risparmi, di certo quel che gli resta della vita. Tra cavi e bancarelle, azulejos, tagliatori di cocco e friggitori di pesce, loro stanno rinserrati nel loro limbo. Il fascino della pensione da fuori si schianta su un lettino da ospedale, da sempre in entrata, speri a uso tavolo ma forse è per portare su quelli che non ci riescono più da soli. T’inoltri già sapendo che la proprietaria, un’attempata Bardot tra gatti e tintura per capelli, ti sbarrerà la strada dicendoti che non ha camere. Allora le racconti che cerchi suo figlio che hai conosciuto in Francia e lo sai un tatuatore molto bravo, ha anche un’insegna lì accanto. Tentenna, lascia la postazione, e tu infili subito il muso in un atrio con anziani che giocano a carte, a scacchi, fumano, sonnecchiano, striminziti dentro giacchette nere lise, probabilmente quelle di quando sono arrivati. Nell’aria parole in francese spagnolo portoghese ma non puoi capire da quale bocca provengano. Di che cosa sia il limbo questo luogo, della morte? dei sogni? della vita? Da quale sogno a occhi aperti sono posseduti? Di certo da una rêverie prêt-à-porter.

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Testo e foto di Anna Toscano

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Leggi il my camera journal 13