Vera D’Atri

Sei inediti di Vera D’Atri

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Viene esclusa qualunque incidenza del colore.
L’avvenire è una ragnatela da qui alla tenebra, una
crescita infinitesimale, indistinguibile dal buio che la osserva.
E allora dire autunno per dire: ecco il mio rosso è sanato
dall’ombra. Allora rinunciare al corpo, che è solo
cromatura. Comporre nuvole prima che i ciclamini
arrivino ad accendere la miccia dei sospiri. Essere
ad un passo dalla cosa più distante, parlare come
parlava mia madre, la stessa rauca dissolvenza
nella vastità delle fiabe. Mostrare fronte e
costato in ogni intento per ogni atomo che si
lascia attraversare.

 

 

*

Sarà come passare ad altra scuola,
ad una intransigenza di parole a dire cose che mai.

O come far divenire semplice tutto il dilemma
e semplice il disaccordo, la vita destrezza,

sposalizio del vecchio col nuovo. Non capirai perché.
Eppure col tempo la specie adotta un modo d’essere che
rasenta la colpa e si perfeziona immaginando il suo
finito quale scienza e uso di sapienza, i suoi
remi in barca quale navigazione in un
mondo senza stelle.

 

 

*

Mostrami un passato che non abbia più alcun dubbio
ed io non chiederò più alcuna luna, nessuna luna di nessun pozzo.
Insegnami a cadere da queste nuvole sbagliate, a colpirmi
col balenio dei morti.

Dammi qualche novella, bianca fioritura
ed io perdono anche l’estinzione, una spanna
di presente che non sia elemosina, un dolore che accarezzi
i rovi per piangere serena tra gli eletti. Non c’è ragione
d’ignorare com’è fatto il mondo nelle sue esattezze.

Ma a me io do solo quel che non si offre.

 

 

*

Il luogo mi frugava. La stanza mi frugava.
Senza rumore come il tempo. La coscienza non andava
oltre. Si fermava alla visione. Era vita anche questa? E’ vita
anche il sogno? Deve esserlo, i morti non hanno visioni.
Le loro monotonie come le loro colpe o i loro meriti
non li rattristano né li soddisfano. Forse per questo
la morte è un concetto angusto, avulso o forse
di tale vastità da dirsi vita inconoscibile.

*

Più luminosa mestizia che rendere bacio d’addio.
Tenerezza è la pioggia. Queste radici ne traggono vita.
Lo sento come sento camminarmi dal secco all’umido
e trarmi via dal succedere. Avrò più tempo per pensare
quel morbido nulla nel petto, quei luoghi stretti
del cammino e vaste regioni per perdermi.

 

 

*

La cadenza non può rallentare. E l’unico
permesso accordato è quella ragione che costringe
la luce a soffocare ogni nera frazione dell’essere,
a simulare con trillo o confetto
una mezza giornata di senso.

 

 

 

Vera D’Atri è nata a Roma nel marzo del 1948. Vive a Napoli dal 1992. Ha conseguito il diploma di archivista all’archivio di Stato di Napoli. Solo dopo il 1997 si interessa di scrittura e ottiene una menzione di merito al premio Lorenzo Montano diciassettesima edizione con la raccolta Abitare Sparta, cui fanno seguito una piccola silloge poetica delle Edizioni della Biblioteca a cura di Giovanni Pugliese “Il museo di vaniglia” e nel 2009 la pubblicazione della silloge “Una data segnata per partire” edita dalla Kolibris di Bologna. All’attivo anche alcuni racconti pubblicati in antologie e un romanzo “ Buona bella brava” edito dalla Robin Edizioni nel 2010 e recensito da Enzo Rega su l’Indice dei libri. Suoi testi poetici compaiono su riviste, inserti culturali e numerosi blog. E’ presente inoltre nell’antologia “La giusta collera” edita da CFR e “Alter ego – Poeti al MANN” ed è tra i vincitori del concorso “La vita in prosa 2011” con un racconto edito nell’antologia curata da Ivano Mugnaini e del concorso “ Scrivere a corte ” sempre del 2011. Terza classificata al premio Di Liegro 2012 sezione poesia. Sempre per la poesia finalista al Premio Mazzacurati delle Edizioni d’If 2012-2013 con la plaquette “Tutte donne”. A maggio 2013 esce la plaquette “Una tenace invadenza” a cura di Libro Aperto Edizioni. Ad ottobre 2013 è tra i vincitori al premio Michele Sovente, seconda edizione, sezione poesia inedita.