Ventennale

A quel tempo io ero un ragazzo (poesie a Massimo Troisi)

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A quel tempo io ero un ragazzo (a Massimo Troisi)

 

#1
Voltandoti su un fianco nel sonno
d’abitudine come forse dormivi
a mezzo respiro, a bassa voce.

#2
Le battute dei miei più cari amici
lievi e improvvise come le tue
gesticolando a caso, nel discorso

#3
Dentro mi è rimasto il desiderio, poi
la pena di non averti mai parlato
non averti mai portato fuori a cena.

#4
Non ricordo più se è vero o immaginato
soltanto, il pianto di quel quattro giugno
sera tardi, in cucina, mio e di mia sorella.

#5
Ditemi cosa ha detto Troisi, la notte
dello scudetto contava la tua battuta
più della vittoria: Spegnete il gas, la luce.

#6
Stamattina leggo di chi non si spiega
che non ti capiva, fosse un problema
come se il talento si dovesse spiegare.

#7
Mi sei mancato sempre, con la nostalgia
di un amico, di un compagno di scuola,
quello che all’ultimo manca al calcetto.

#8
A quel tempo io ero un ragazzo, tu giovane
più di come sono adesso, le tue espressioni
le battute a memoria, anche una tua poesia.

 

© Gianni Montieri

 

 

solo 1500 n. 47 Cagliari, 23 maggio 1992

Solo 1500 n. 47 – Cagliari, 23 maggio 1992

Ricordo esattamente dove mi trovassi e con chi. Stavo alla Rinascente, a Cagliari, in libera uscita. Facevo il militare, pomeriggio inutile di un anno inutile. Ero con Ivano, un ragazzo di Roma che poi (ovviamente) non ho più visto dopo quell’anno. Di Ivano ricordo due cose: faceva il tassista e tifava Lazio. Alla Rinascente ai tempi vendevano pure gli elettrodomestici e, da un televisore acceso, vedemmo le immagini dell’attentato di Capaci appena avvenuto. “Minchia Gia’ ma che hanno fatto saltà per aria Falcone?” “Minchia Iva’ minchia, Falcone no”.  Quel giorno mia sorella compiva diciotto anni. Per cui mi sentivo inutile in un pomeriggio inutile di un anno inutile. Mi sentii una merda. Perché in pochi istanti passarono nella mente migliaia di domande: “Che cazzo faccio qui? Perché non sono al compleanno di mia sorella? Perché Cagliari?  Perché Falcone?” La risposta all’ultima domanda ancora non ce l’ho. Giovanni Falcone era una specie di mito per noi ventenni di quei tempi, un simbolo. Hanno fatto saltare in aria il simbolo o l’uomo? Che importa, Falcone contava più di tutti agli occhi della gente e anche se la mafia stessa sapeva che non sarebbe stata sconfitta, bisognava eliminare chi rappresentava lo Stato dove lo Stato non c’era più. Falcone doveva morire e morì. Anche io e Ivano servivamo (al)lo Stato in quei giorni, che barzelletta. Sono passati vent’anni e una cosa la so: Giovanni Falcone lo conosco meglio adesso, e penso che fosse un uomo normale. Onesto, corretto, uno col senso del dovere, tutto qui.  Quel pomeriggio fu tremendo, la sera mangiamo una pizza in silenzio. Chissà che fine ha fatto Ivano.

Gianni Montieri