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I poeti della domenica #131: Alessandro Burbank, Quando ripenso alla casa delle girandole

immagine fornita dall'autore del testo

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Quando ripenso alla casa delle girandole.

Una casa che dava sul canale dietro i Frari
a Venezia ci passavo tornando da scuola
alle elementari, da solo, avevo già le chiavi.
Poco più avanti girato l’angolo dopo Tonolo
la pasticceria più buona del mondo per noi
ancora dopo il calzolaio (non so se ci sia più)
hanno tolto tutte le gomme del ponte detto
ponte delle gomme perché ci attaccavano
le gomme da masticare di tutti i colori, credo
sia i turisti dei primi flussi turistici sia tutti
i miei amici, con un balzo gomma al dito,
ammetto che un paio le ho messe anche io
come una volta andava le Brooklyn gustolungo
ad esempio, beato chi le ricorda, o le Bigbubble.
Mi domandavo sempre quale fosse la prima
in assoluto. Se la trovo ti passo la foto, sia della
casa con le girandole sia del ponte delle gomme.
Perché adesso mi viene da piangere.

*

© Alessandro Burbank

SettembreSingrossa – Mini Festival alla Libreria Marco Polo

settembresingrossa_copertina fb

 

Giovedì 8 settembre:  Andrés Neuman, Le cose che non facciamo, con Ginevra Lamberti,

Venerdì 9 settembre:  Kurt Vonnegut e Ivan Chermayeff, Sole luna stella, con Paolo Canton, Giovanna Zoboli e Monica Pareschi

Sabato 10 settembre: Valerio Mattioli, Superonda, con Enrico Bettinello

Lunedì 12 settembre: David James Poissant, Il paradiso degli animali, con Gioia Guerzoni e Gianluigi Bodi

Martedì 13 settembre: Paco Ignazio Taibo II, La bicicletta di Leonardo, con Susanna Regazzoni e Lorenzo Ribaldi

*

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per maggiori informazioni sul Festival, qui: SettembreSingrossa

Racconti matti (Verso il Festival) #6: Heman Zed, Autoscopia

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il sesto racconto è di Heman Zed e si intitola Autoscopia

*

AUTOSCOPIA

 

Picchia. Forte. Picchia in testa dentro e fuori. Botte sul finestrino, incessanti, ritmate, ossessive. Un colpo più forte mi aiuta ad aprire gli occhi. Picchia in testa dentro e fuori. Sbatte il viso sul finestrino: chi? Piazzola di sosta della superstrada. Ok, pioggia, molta pioggia, addormentato. Il Disco Dinner Club, molto tardi, forse ho esagerato. Picchia in testa dentro e fuori. Sì, ma cazzo, mi esplodono i cervelli. Io ho due cervelli: uno davanti e uno dietro, o forse uno a destra e uno a sinistra, o uno sopra e uno sotto. Smetti ti prego, smetti di sbattere quella testa! Non lo sopporto più! Il naso cristodio! È rotto, sanguina e le lacrime che scendono o forse è solo pioggia e sbatte e sbatte ancora e grida. Perché? Che senso ha? La mia faccia insanguinata e lacrimante è al di là del finestrino? Picchia in testa forte, dentro e fuori. Forse chiudo gli occhi e passa, forse chiudo gli occhi e non li apro più. Forse chiudo gli occhi e vedo comunque. Forse chiudo gli occhi e smetto di picchiare, di sanguinare, di urlare. Forse chiudo gli occhi e appoggio la testa così, piano, con delicatezza, le mani che massaggiano le tempie, qui. Nella superstrada, con la pioggia il sangue e le lacrime e tutto che picchia forte in testa dentro e fuori, ma picchia già un po’ meno forte. Un passo indietro.

– Sei solo? – dice.
– Sì, – rispondo.
– Ti diverti? – dice.
– No, – rispondo.
– Ma qui al DDC tutti si divertono! Ci divertiamo tutti! Siamo tutti amici! – dice.
– A me sembriamo tutti a cazzi nostri e incomunicanti, – rispondo.
– Cosa? – dice.
– E c’è pure un volume assurdo! – dico.
– Scusa ma non sento! C’è un volume assurdo! – dice.

Continua a guardarmi e a porgermi la mano per invitarmi a ballare o a offrirle da bere o a sa dio cosa. Manco più padrone di potermi rompere i coglioni in pace. La signorina intrattenitrice pierre ha deciso che anch’io, come tutti, devo divertirmi e di tutti essere amico. Che poi non fa una bella immagine uno seduto che osserva la massa euforica e incomunicante. Se la massa si accorge di lui, smette di essere euforica e le viene la depressione e no, non fa una bella immagine. Questo più o meno è il discorso della signorina intrattenitrice pierre che, detto tra noi, mi sembra pure un po’ strafatta di coca. Due passi indietro.
Sono arrivato in Italia da San Paolo del Brasile che avevo cinque anni. Ho un solo ricordo: è una vecchia canzone di Alberto Camerini che mio fratello maggiore ascoltava in continuazione. Sono nato nel sole di un paese grande che libero forse non è stato mai. Mi sembra ancora di sentirla: mio fratello mi ha fatto andare in disgrazia Camerini e l’intera musica. Ascolto solo la radio e pure distrattamente. Riconosco le voci o le melodie ma non saprei dire con esattezza chi, quale, cosa. Forse per questo non mi stavo divertendo al DDC. Due passi avanti.
Assurdo stare in un posto con masse di gente in cui non c’è spazio per la parola, il verbo, la comunicazione, l’interazione, il feedback, o come lo si vuole chiamare. L’unica persona che mi ha rivolto la parola è stata la signorina intrattenitrice pierre, impaurita che abbassassi l’euforia generale. Un passo indietro.

– Se vuoi ti faccio un pompino…
– A che scopo?
– Magari ti viene il buonumore…
– Potrebbe essere una soluzione… la mia ragazza non sarebbe molto felice però.
– Beh, sì, neanche il mio boy immagino…
– Cazzo di discorso.
– Come? Parla più forte!
– Ho detto cazzo di discorso! Cos’è? Se scoppia una bomba nel locale spompini tutti quanti per contenere il panico e il tuo boy aspetta il turno?
– Era solo un’idea… così ti rilassi e ti diverti.
– Chi ti dice che non mi stia già divertendo? – un altro passo indietro.
– …Ma hanno tutti un compagno di banco. La scuola è più divertente col compagno vicino.
– Sì signora maestra lo so, ma io credo di divertirmi di più in banco da solo.
– Ehhh, questa timidezza…
– Cos’è la timidezza signora maestra?
– È quella cosa che ti fa avere paura di parlare con gli altri. Ma prima o poi passa vedrai.
– Ma io non ho paura di parlare con gli altri signora. Solo che tante volte non ne ho voglia. Preferisco guardare e ascoltare. Io mi diverto così. – due passi avanti.

Manco ce l’ho la ragazza. Probabile che nemmeno la signorina intrattenitrice pierre avesse ‘il boy’. Forse. Un passo indietro.

– Perché sei entrato se sapevi di annoiarti?
– Mica ero sicuro di annoiarmi. Diciamo cinquanta e cinquanta. Sto cercando delle risposte.
– A cosa?
– Al fatto che non ci sto più dentro.
– Dove?
– In generale.
– E l’hai trovata? La risposta dico.
– Più o meno.
– Prendi queste allora. Poi le anneghi con un paio di vodke e troverai le risposte. E allora te lo faccio un pompino o no? Mica posso stare nei bagni tutta la serata!
– Non credo il pompino sia una risposta. Usciamo pure.
– Come vuoi. Buon divertimento allora! Vedrai che la serata ti cambierà subito! Ti aspetto in pista!
– Cosa?
– Dico che ti aspetto in pista! A ballare! E se due sono poche cerca il Tonno!
– Cerca chi?
– Il Tonno! È il tipo che ha lo sballo! – due passi avanti.

In Italia secondo l’istat le discoteche sono frequentate dal 25% delle persone in cerca di momenti di svago. Per il 7% però, sono luoghi che inducono alla depressione più degli ospedali (5%), sale d’attesa (3%) e cimiteri (2%). Possibile? Due passi indietro.
Si respira a pieni polmoni la-mor-te-del-la-dia-let-ti-ca. Un passo avanti. (altro…)

Racconti Matti (Verso il Festival) #5: Anna Toscano, La prima volta

la prima volta - foto di Anna Toscano

la prima volta – foto di Anna Toscano

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il quinto racconto è di Anna Toscano e si intitola La prima volta.

*

 

La prima volta

“Scusi, non ho capito bene”.
“Dal suo racconto, durante i nostri incontri, e alla luce dei fatti è emersa una patologia compulsiva. D’ora in poi, nel futuro dei nostri colloqui, dovremmo cercare di andare all’origine del suo malessere. Lavoreremo su questo. E per far ciò lei deve cercare di ricordare quando. Quando è stata la prima volta”.
“La prima volta?”.
“Sì, la prima volta. Solo così possiamo andare a cercare le radici dei suoi disturbi”.
“La prima volta”.
“Sì”.
“Va bene. Ma come faccio?”.
“Si faccia aiutare dagli oggetti. Vada a casa e guardando alle cose cerchi di risalire”.
“Ci provo”.
“È importante per la sua riabilitazione e il suo reinserimento. Ci lavori su”.
“Sì”.
“Venga. L’aspetto domani alle sedici”.
“D’accordo”.
“Arrivederci”.

Mi ritrovo in strada e mi sembra di non respirare da ore, in ascensore non ho respirato, nemmeno fino al cancello del giardino mi pare. Improvvisamente mi sembra di essere un assetato che incontra una fontana. Così scomposta, appoggiata con la schiena a un lampione, respiro avidamente nemmeno fossi in montagna e non in una città ad alto tasso di inquinamento. Mi apro la giacca, allento la sciarpa, l’aria gelida sul collo sudato, le mani che tremano. Respiro. Meglio, ora va molto meglio. Guardo verso la macchina con il lampeggiante e chiedo all’autista se può aspettare perché ora ho anche sete, molta sete.

“Una Coca-Cola per favore, con limone e senza ghiaccio”.

La mia prima Coca-Cola esattamente non me la ricordo, ma ricordo che quando la bevevo da piccola aveva un sapore dolciastro ed era calda. Mia madre non comprava mai dolci e bevande, la Coca-Cola la comprava solo per sé, “per digerire” diceva. Ma se la lasciava nel frigorifero mio fratello e io la trovavamo subito, così la bottiglia di plastica da un litro e mezzo la nascondeva dietro una poltrona di velluto verde. La teneva sempre con il tappo non ben chiuso così era sempre svampita e calda. Non so se lo facesse apposta, anche creme e barattoli non li ha mai chiusi bene, più che pigrizia credo si trattasse di una forma di disinteresse verso le cose. Noi la trovavamo lo stesso, e ne bevevamo pochi sorsi perché non se ne accorgesse, ma ovviamente se ne accorgeva e ci intimava di toglierci dai piedi che stavamo sempre in mezzo. Con gli anni poi iniziammo a comprarcela di nascosto e farne delle ubriacature. Eravamo così fanatici che facevamo a gara per capire, a seconda del gusto, dove fosse stata imbottigliata quella da 35 cc. Allora erano cinque le città in Italia dove veniva prodotta, ora non lo so, non ci ho più fatto caso. Poi continuammo quando la Coca-Cola arrivò in lattina. Ma il sapore era così diverso dalla bottiglietta. Ricordo però una bellissima borsina argentata che usavo per metterci le lattine: era un porta lattine da spalla che avevo scovato in un outlet, non potevo vivere senza. Quando lo persi in spiaggia corsi a ricomprarmelo. Ma la prima coca-cola no, non me la ricordo. Di quante cose non ricorderò mai la prima volta? Tantissime, ho paura. Come potrò ricordare? Forse ha ragione lo strizza, guardando alle cose. Cerco le chiavi della macchina ma ricordo che ora non guido. Salgo nei sedili dietro e penso “la mia prima macchina?”. Sì, certo, ce la posso fare: la prima macchina era una Renault 5 rossa, la ricordo sì. La prima volta che l’ho guidata ero con zia Marinella, l’unica in famiglia ad aiutarmi in questo grande passo perché i miei genitori si rifiutarono, sostenevano che io fossi sempre in mezzo anche nella strada, una sorta di prezzemolo pericoloso. Facevamo scuola guida nel tardo pomeriggio nel parcheggio dell’ippodromo. La prima volta fu lì. Prima, seconda, terza marcia, e via la quarta. Ero emozionata ma anche nervosa, sentivo che si trattava di un percorso obbligato per entrare nel mondo degli adulti. Quegli adulti che se volevano potevano mangiare senza apparecchiare la tavola, uscire senza comunicare l’ora del rientro, bere coca-cola fredda e gasata. Allora mi piaceva stare a guardare le donne che, uscite da un negozio o dal lavoro, rovistavano nelle loro borse cercando le chiavi della macchina e poi, trovatole, camminavano facendole tintinnare in mano. Così, per prepararmi alla nuova vita da patentata, mi comprai una borsa grande di cuoio marrone e arancio, senza chiusura, con larghi manici da spalla leggermente verdi, da poterci infilare la mano con disinvoltura per cercare le chiavi della macchina. Non volevo deludere zia Marinella, non volevo che tornate a casa si trovasse costretta a ridere di me con gli altri, così ce la mettevo tutta. Finalmente iniziammo ad andare nelle strade di periferia, piano piano. Lei non voleva la “P” di principiante attaccata sul cofano e sul retro della macchina come da obbligo, diceva che era la “P” di puttana e non ne voleva sapere. All’esame mi bocciarono, non conoscevo le marce del cambio normale, solo quelle delle Renault. Dovetti riprendere a fare pratica con un’altra macchina. Questa prima volta gli basterà? Sarà sufficiente a sondare del mio male le radici?

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Racconti Matti (verso il Festival) #4 Silvia Tebaldi, Scrivere nei tempi morti

parigi foto gm

parigi foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il quarto racconto è di Silvia Tebaldi e si intitola Scrivere nei tempi morti

*

Scrivere nei tempi morti

 

Qui in questa casa persa tra i campi e in quello che ci diciamo c’è un segreto, sì, però più del segreto contano le strade per arrivarci; che sono poi linee invisibili tra i campi, pensieri che non si vedono, momenti come di stupore – di affetto per il cuore che batte, come ha detto qualcuno che ora non so.

Qui la mia gente è vissuta per chissà quanto tempo, prima di andarsene per via della piena, verso il mantovano, e ci chiamavano i Rugìr. E io son tornata qui l’anno del terremoto, quello che nessuno se lo aspettava; e dei posti e lavori ne ho girati, e gente conosciuta; ma ora che è maggio, che il grano ha già la spiga, mi sembra di esser sempre stata qui.

E guardo i campi e gli argini, l’aperto che puoi vedere anche tu, ora e sempre – basta che chiudi gli occhi – e sto dietro a custodire le cose che son vecchie, che le ha fatte una persona, non una macchina: ceste, pezze di tela e sedie, roncole col manico tarlato, attrezzi da campagna e fogli scritti. Cioè le cose che a uno di oggi gli fan pensare alla malattia del tempo, a quella che più nessuno si azzarda a nominare, ma io invece sì e la chiamo per nome, che poi è tutto e niente come ogni nome e lei è la morte come io sono l’Anita ad Rugìr, cioè i Ruggeri nel parlare nostro.

E anche la vita chiamo. E le dico Bada, che son cresciuta al tempo del vapore, io: e dunque non ingannarmi con false immagini, che da qui vedo la bassa fino all’orizzonte e le valli dove l’acqua e la terra si confondono, come al principio del mondo, e strade e fossi e capannoni e rovine. Che la sbronza di soldi e poi la crisi li han coperti di una polvere grigia che uno di oggi forse non ci bada, ecco.

E’ che quelli di oggi van di corsa, di fretta; eppure li vedi sempre a scrivere su quei cosi elettronici appena c’è un momento – a scrivere poi chissà che cosa, a scrivere il tempo che passa. E io uguale, fino a ieri, ecco.

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Racconti matti (Verso il Festival) #3: Rosario Palazzolo, Dall’angolo

berlino, foto gm

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Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il terzo racconto è di Rosario Palazzolo e si intitola Dall’angolo

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Dall’angolo

 

Dai che ti racconto quella dell’orco cattivo, No, Quella dell’orco che si è mangiato a tutti quelli che conosceva, Vattene, Che se li è mangiati senza pietà, No, Che dopo che se li è mangiati siccome c’aveva ancora fame, Tanto non ti apro, Si cominciò a rosicchiare pure le ossa, Non la voglio sentire, E siccome che poi ci aveva ancora fame, Mi chiudo le orecchie, Se li ha vomitati per mangiarseli di nuovo, Che chiamo aiuto a qualcuno se non te ne vai, Apri, Non apro, Apri, Non apro, Devi aprire che ti devo ammazzare, Statti fermo, Devi morire, Calmati, Ti ho detto che devi morire che io ti devo ammazzare, Aiuto, Non gridare, Aiutatemi, Non gridare ti ho detto che ti devo ammazzare ché così non gridi più, Signore signore chiama la polizia, Non gridare chiudi la finestra, Signore ti prego, Chiudi la finestra schifo della terra che se viene qualcuno ammazzo pure a lui, Signore non te ne andare aiuto aiuto, Nessuno ti dà retta che lo sanno tutti che devi morire, Aiutatemi, E non piangere che tanto ora scasso la porta entro e ti scanno come, Aiutatemi, Come ha fatto l’orco con tutti quelli che conosceva, Aiutatemi, Non ti aiutano ché lo sanno che fai schifo che, Ora mi butto, Fermati, Mi butto se non te ne vai mi butto, Non ti muovere, Mi butto, No, Mi butto, Prego commissario da questa parte, Perché non mi hai chiamato subito, Signor commissario qui c’è stato un bordello incredibile tutti i vicini che urlavano che facevano confusione abbiamo dovuto rompere la porta per entrare ché era chiusa da dentro, Erano brave persone si litigavano qualche volta ma erano brave persone, Ma insomma brave proprio brave, Voci che facevano impressione di notte e di giorno, Io con lui non mi salutavo mai mi faceva antipatia, Lei però era una bella femmina, Signori fate passare il commissario, Permesso permesso andate via aria aria c’è troppa confusione qua andatevene nelle vostre case, Signor Commissario ma che ci fu il morto?, No il vivo aria andatevene ho detto chiudi la porta brigadiere ma ci rompono i cazzi veramente ma poi dico, Buongiorno commissario, Buongiorno De Marchi dico io si deve per forza aspettare a me per sgomberare, Ha ragione commissario ma lo sa come sono questi vicini prima ti dicono che c’hanno informazioni importanti e poi te la fissiano che forse c’avevano la pentola che bolliva il figlio che piangeva la suocera che partoriva e non hanno sentito niente, Va bene ocappa ma non aprite più la porta se non ve lo dico io e se qualcuno ha qualche cosa da dire, C’è la scientifica commissario, Fate passare lo mandi da me e ci parlo io con questo qualcuno, Va bene, Fermi ma che vi pare che siete a casa vostra che vi pare che ci potete ballare qua dentro? Ciao commissario, Ciao Gregorio, E statevi zitti non lo vedete che il commissario sta parlando col dottore, Che ci abbiamo oggi, Un bordello ma ancora non lo so bene sono appena arrivato, Una cosa incredibile commissario una cosa spaventosa, Posso fare i rilievi?, Un minuto fammi guardare che c’è, Minchia ma allora sei cretino!, Che cosa è successo?, Commissario Competti ha pestato una cosa che io ce l’avevo detto di non camminare lì vicino ma lui nient, Va bene ocappa ma ora andatevene che c’è la scientifica, Ti vuoi smuovere escitene, Piano piano che l’ho fatto apposta, Andiamo a vedere che c’è, Una cosa spaventosa commissario, Va bene ho capito ora basta che mi devi fare vomitare prima del tempo portamici e statti zitto brigadiere, Io ti aspetto qua, Va bene do un’occhiata e poi vai a fare i tuoi rilievi da dove si prende?, Da qui, E spegnilo il cellulare brigadiere quando sei in servizio lo devi spegnere, Pronto sto lavorando va bene?, Dove dobbiamo andare?, Di qui va bene dal dentista ce lo porto io ora devo chiudere, La situazione complessiva appare buona, l’osservato sembra non aver accusato il colpo. Mi tengo a debita distanza per non destare in lui preoccupazione. Dal mio punto d’osservazione mi pare che stia cercando di comprendere la nuova condizione. A ogni modo, tenterò a breve un approccio per provvedere ai fini per cui ho avuto incarico. Pertanto, le annotazioni che seguono avranno valore di semplice premessa e non tenteranno alcuna analisi precisa. Il successivo colloquio dovrà considerarsi parte integrante di questo documento. Dove stiamo andando?, In cucina, È successo lì?, Sì, E quella porta rotta?, È la porta del bagno, Aspetta fammi entrare qua prima, Che ti sembrava che non ero capace di rompere la porta?, Ti prego non mi fare niente, Ché io mi sono mangiato i spinaci e con un cazzotto l’ho rotta la porta e ora ti devo ammazzare, Ti prego in ginocchio, Ti spacco la faccia, No, T’ammaz, Ahi ahi, Ti ho rotto la faccia ah ah ti esce il sangue ché sono forte io, Mi hai scassato il naso disgraziato, C’è del sangue, Sì ma questo è niente in cucina manco si può entrare c’è un lago, Adesso vediamo, Ma quando finiamo che domani mi cominciano le ferie, Si sta facendo tardi, Tu che turno fai?, Da questa parte commissario qua c’è la cucina, Perché che ore sono?, Otto sedici, Brigadiere che ci fanno questi qua?, Mi dai una sigaretta, Sono già le tre, Fuori!, Ragazzi fate passare il commissario, Voglio tutti fuori intesi fuori ma che parlo africano?, Scusi commissario, Aspettiamo sotto, Andate in centrale, Agli ordini, Di nuovo, Diamo solo un’occhiata e poi facciamo entrare a quello della scientifica, Qua c’è la cucina, Quelli hanno toccato niente?, No li ho fatti stare fuori la stanza, Non li dovevi manco fare entrare nella casa, Abbiamo dovuto rompere la porta non lo sapevamo quello che trovavamo, Commissario, Qualcosa di pericoloso, Che c’è Gregorio?, Posso venire? Vieni? Ma che cosa c’è c’hai una faccia bianca, Guarda, Tu sei pazzo tu sei malato tu sei, Vieni qua non scappare ché tanto ti prendo, Aiuto aiutatemi, Non correre in giro per casa che non c’hai dove andare l’orco così fece che prima li ha inseguiti e quando li ha presi, Aiuto, Li ha tagliati pezzi pezzi e se li è mangiati, Basta ti prego, Mettiti in ginocchio, Che mi vuoi fare?, Ti ho detto mettiti in ginocchio, Non mi ammazzare, Non piangere che non ti voglio fare niente, Così?, Così brava, Non mi rompere la testa, E tu chiudi gli occhi, Ma perché devo chiuderli?, Devi chiuderli e basta ci devi avere fiducia di me, Chiusi, Chiusi?, Chiusi, Uno, Che mi vuoi fare?, Due, Ti prego non mi, Tre, Ma che caspita è successo qui? È assurdo, Calmiamoci senti Gregorio mentre tu fai i rilievi noi restiamo qua, Va bene, Commissario stanno bussando alla porta, E apri, Siccome lei aveva detto, Apri, Cominciamo, Rimaniamo davanti l’entrata della cucina così puoi muoverti meglio, È un giornalista dice che vuole delle dichiarazioni, Ma come rompono la minchia questi!, Quattro per cinque, Digli che al momento non ci sono ancora notizie certe e che appena sappiamo qualcosa di più preciso lo chiamiamo noi, Va bene, Le misure della stanza sono ridotte, E allora?, E allora i corpi durante la lotta devono essere restati sempre molto vicini, E allora?, È strano, Perché?, Mettiamo che tu stai lottando con qualcuno, Sì, E mettiamo che questo qualcuno ti ha dato un pugno un calcio ti ha colpito insomma, Sì, Tu che fai?, Che faccio?, Che fai?, Gli do un cazzotto pure io, Esatto, E allora?, Per dargli un cazzotto però devi assicurarti che il tuo avversario non ti colpisca a sua volta e lo stesso penserà lui cioè se io devo fare a cazzotti penserò all’attacco ma penserò pure alla difesa, Cioè vuoi dire che potevano scappare magari rincorrersi per la casa e non l’hanno fatto?, Proprio così, Si sono colpiti senza badare a difendersi soltanto per farsi del male, Parla e questo può considerarsi un segnale positivo. Il viso appare rilassato. Non dà segni di particolare nervosismo. A tratti, soltanto a tratti, s’infervora di colpo, un’agitazione improvvisa e velocissima. È un attimo, poi s’immerge di nuovo in quell’apparente serenità, Tu che ne pensi?, E che ne devo pensare purtroppo sono saltati tutti gli schemi non ci sono più ammazzatine regolari, Passioni tradimenti vendette, Già, Non ci sono più punti di riferimento, Macchè, Guarda questi per esempio dico io perché, Perché mi stai facendo male?, Perché tu sei una persona cattiva, Ti giuro che farò la brava d’ora in poi farò la brava, Che tu giuri sempre e poi non le mantieni mai queste promesse, Te lo prometto, Lo giuri?, Lo giuro, E giura allora, Lo giuro, Devi giurarlo che ti devi baciare le due dite con la bocca così, Lo giuro, Se non lo fai più ti perdono, Non lo faccio più, Tra breve proverò un contatto. Occorrerà utilizzare la massima cautela. Userò la Maussten. Intanto lui sembra tranquillo. Mi avvicino. Lascio il registratore acceso. Lo devi spegnere ci hai rotto i cazzi, Mi scusi signor commissario mio figlio c’ha un ascesso, Questi cellulari ci hanno scassato la minchia metti il silenziatore, Va bene, Lui ne ha perlomeno trentacinque o quaranta lei minimo cinquanta, Anni?, No buchi, Mettiamoci a tavola che io ci c’ho fame, Devo fare la pasta, Lui dov’è?, Non lo so, Cercalo che deve mangiare e si deve lavare le mani ché uno quando deve mangiare si deve lavare sempre la mani ché non si mangia mai con le mani sporche, Buchi?, Buchi!, C’è di nuovo il giornalista di prima dice che è un suo diritto perché le notizie sono, Non si sa niente, Ma lui dice che, Non si sa niente, Signor commissario ci vuole parlare lei perché con me, Mi avete rotto i coglioni ti ho detto che ancora non si sa niente, Va bene, La cosa strana è che i colpi sono in tutto il corpo come se ognuno dei due durante la lotta avesse voluto colpire i punti vuoti, Vale a dire che non ha colpito a caso?, No guarda qua lo vedi questo buco?, Sì, È un buco esclusivo, Che vuol dire?, Vuol dire che chi ha inferto il colpo ha come cercato una parte della pelle che non fosse ancora stata colpita, Come se ci avesse pensato?, Esatto come se ci avesse pensato, E c’è dell’altro, Che cosa?, Buon appetito, Buon appetito, E allora? Che fa la preghiera non la fai?, Avanti fai la preghiera, Le preghiere si fanno ché non è giusto che si fanno le preghiere ché se no Gesù si arrabbia e ti fa morire, Avanti fai la preghiera, Gesù benedici questo cibo che oggi prendiamo e dallo anche ai poveri, Ciao, Ciao, Come ti chiami?, Io sto giocando ché c’ho le mie bambole e sto giocando, Non mi vuoi dire come ti chiami?, Devo giocare che già te l’ho detto che devo giocare, Io mi chiamo Gabriella, Devi mangiare lo hai capito che devi mangiare?, Lascialo stare che sta mangiando, Che se non mangi resti piccolo piccolo e le porte non le puoi rompere che manco con gli spinaci le puoi rompere, Commissario mi viene di vomitare, Escitene, Va bene se non vuoi parlare con me io mi allontano appena ti va di dirmi qualcosa tu mi chiami io sono lì, Va bene se ti devo dire qualche cosa io ti chiamo che tu vieni, Mangia farabutto!, Non ci buttare voci, Tu non me lo puoi dire quello che devo fare, Se tu ci butti voci lui si spaventa, Ti ho detto che devi stare zitta, Alzati e vattene nella tua camera, Mi allontano. Non insisto. L’osservato appare reticente a un approccio diretto. Probabilmente, non è ancora pronto. Devo conquistarmi la sua fiducia. Mi allontano. L’osservo. Hai vomitato?, Sì, Stai meglio?, Sì sì, Ce la fai a restare ancora?, Ce la faccio commissario, Che cos’è questo altro Gregorio?, Non è stata usata soltanto un arma, Vale a dire?, Che a ogni buco corrisponde una punta diversa, Devo vomitare di nuovo, Vai e se non vomiti statti lo stesso fuori, Guarda qua i buchi si differenziano sia per profondità che per forma, Io non vedo niente, Certo per ora sulle ferite c’è il sangue e non si capisce bene, Non si capisce niente, Commissario è chiaro che queste sono solo valutazioni di massima dopo l’autopsia ti farò sapere qualcosa di più preciso, C’è la possibilità che ci fosse qualcun altro?, No la dinamica dei colpi è chiara erano in due, Brigadiere fai salire qualcuno per la perquisizione fammi chiamare se si trova qualcosa d’interessante, Vado, Dove vai?, Nella mia stanza, Prima devi finire di mangiare non lo hai visto che io ho mangiato tutta la pappa?, Non ne voglio più, Te la devi mangiare ché soltanto quelli cattivi lasciano le cose soltanto loro che poi, Perquisite bene la casa se trovate qualcosa mi chiamate mi raccomando che il commissario è incacchiato cominciate dalla camera da letto, Ché poi quando le lasciamo i bambini che sono poveri piangono, Devo giocare, Lascialo andare, Zitta ti devi stare, Calmati, Dall’angolo della stanza sa che lo sto guardando e ogni tanto si gira verso di me. Gioca tutto il tempo con delle bambole di pezza. Una lite secondo me è stata una semplice lite che è degenerata, E perché tutta questa cattiveria, Commissario tu lo sai meglio di me oggi nessuno più si dice le cose siamo pigri svogliati ce ne fottiamo e tiriamo a campare già sei fortunato se trovi un movente si sono ammazzati e questo ti deve bastare, Hai ragione, Lo so, Mi devi dire qualche cosa sulle armi del delitto, Dopo l’autopsia, Qualche accenno, Ce li hai davanti gli accenni, Cioè?, Te ne vai? Scappi? Non ti preoccupare che poi ti vengo a trovare tanto lo so dov’è che ti metti, Lascialo in pace, Abbiamo trovato qualche cosa, Che cosa?, Carte per il divorzio, Ecco il movente, Sì ma mi manca ancora qualcosa, Cosa, La dinamica, Pensi sia importante?, Sì, Mi osserva con più costanza adesso. Come se mi attendesse. Credo sia arrivato il momento di tentare un nuovo approccio. Mi avvicino. Tengo sempre il registratore acceso, Tanto lo so che ormai c’hai le carte pronte, Lo hai voluto tu, Io non ahi ahi ahi ahi ahi, Che c’hai?, Mi fa male la pancia ahi ahi ahi, Distenditi qua, L’uomo a un certo punto si è disteso, E perché?, Questo non lo so è il tuo lavoro, Mi fa male la pancia che mi sembra che sto morendo, Si è disteso qui fra il lavandino e il tavolo come lo vedi tu, E la donna?, La donna si è distesa pure lei, Pure lei?, Sì, E perché?, È il tuo lavoro t’ho detto, Ocappa, Ahi ahi, Che c’hai?, Dolore qua, Nella pancia?, Sì mi corico pure io, Vedi?, Ha spostato la sedia e si è distesa pure lei, E poi?, Ahi, Ahi, Ahi, Ahi, Cosa ci hai messo nella pasta?, Niente, Disonesta che ci hai messo il veleno?, No no, Ahi mi hai voluto ammazzare tu a me?, Io non ho fatto niente, Ma mentre si distendeva ha perso l’equilibrio e si è tirata la tovaglia con tutto quello che c’ere sopra, E che c’era?, C’erano le armi del delitto, Disonesta mi hai voluto uccidere ma tu devi morire prima di me, Un apribottiglie, Prenditi questo, Ahi, Un coltello seghettato, E tu questo, Ahi te ne approfitti che non c’ho le forze, Un apriscatole, Ti buco la pancia disonesta, Ahi, Un coltello da frutta, T’ammazzo, Ahi, E poi sono rimasti lì, Per quanto?, Questo adesso non te lo so dire ma ci sono rimasti tanto per lo meno cinque ore, E che facevano?, Due armi a testa, E allora mi dici come ti chiami?, Matteo, Che fai?, Gioco con le mie bambole, E come si chiamano, Prendi questo e questo, E tu questo, Con le poche forze rimaste continuavano a bucarsi la pancia il viso le braccia fino a quando, Ahi mi hai fatto male disgraziato, La donna ha perso i sensi, E l’uomo?, L’uomo e la donna. Si chiamano così? Sì. L’uomo ha resistito un poco guarda qua ha tentato di sollevarsi ma non ce l’ha fatta, E questo uomo e questa donna che fanno?, Giocano, Sono papà e mamma?, Sì, Sono rimasti a terra e sono morti dissanguati, Commissario c’è di nuovo il giornalista che gli dico?, Che il caso è chiuso un uomo e una donna si sono uccisi reciprocamente durante una lite, Va bene, E cosa fanno papà e mamma?, Giocano giocano giocano giocano, Calmati!, Giocano giocano giocano giocano, Qualcuno venga qui ha una crisi nervosa, Giocano Giocano, Prendetelo con cautela, Dottore gli date dei calmanti?, Sì certo, E allora secondo te il caso è chiuso? Sì è come dicevi tu ormai è tutto inutile non ci si capisce più niente, E l’autopsia gliela faccio?, Tempo perso comunque fai come ti pare, Il bambino è stato portato in reparto. Ho tenuto per tutto il tempo il registratore acceso. Ho raggiunto la sua camera, mi limiterò ad osservarlo. Non lascia un attimo quelle due bambole di pezza, sembra più calmo. Mi hai ucciso mi hai messo il veleno, Tu mi hai messo il veleno sei cattivo, Mi hai avvelenato con il veleno dei topi, No io non, Quello che c’è nell’armadietto di fuori, Cattivo cattivo, Che tu mi volevi lasciare e allora mi hai ucciso, Non è vero, Hai preso il veleno e lo hai messo nella pappa, Tre cucchiai di veleno, Basteranno tre cucchiai di veleno? È meglio svuotare la busta, Tutta la busta? È meglio tutta la busta, È molto meglio, Svuoto tutta la busta, Hai fatto meglissimo.

 

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© Rosario Palazzolo

 

Racconti Matti (Verso il Festival) #2: Nadia Terranova, Via della Devozione

biennale 2010 - foto gm

biennale 2010 – foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il secondo racconto è di Nadia Terranova e si intitola “Via della Devozione” (racconto uscito su Vice nel 2013)

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Via della Devozione

Per Andrea Oliviero (1985 – 2013).

“Teresa, ma ti vuoi muovere?”

“A signo’, me sa che je piaciono ‘e prune, perché non se’e compra, allora?”

Da qualche tempo Teresa ha l’abitudine di fermarsi tra i banchi del mercato a piluccare mentre suo marito sceglie e tratta sul prezzo. In realtà piluccava anche prima, ha piluccato per quarant’anni, dal giorno dopo che si è sposata, quando è venuta a vivere in via della Devozione dove da signorina era stata solo una volta per conoscere i futuri suoceri. Però prima non si limitava a piluccare: piluccava, commentava e trattava—per cinque mattine a settimana, dal martedì al sabato (nessuno fa la spesa al lunedì, quando i banchi sono dimezzati e la frutta ha un’aria triste di rimanenza), mentre i figli erano a scuola e Raffaele in ferrovia. Per quarant’anni Teresa ha tirato fuori dal borsellino i soldi che servivano a non far mancare niente in tavola, gli stessi con cui far quadrare i conti: un gioco di prestigio in cui era diventata la più brava tra le mogli del quartiere. Poi Raffaele è andato in pensione e lei se l’è ritrovato in ciabatte per casa.

“Teresa, ti muovi o no? E posa quella prugna, che ancora non le abbiamo comprate!”

Teresa attacca a rosicchiarla. Da quando ha avuto l’ictus si prende il lusso di non rispondere se non ne ha voglia. Delle discussioni a casa, delle contrattazioni al mercato, delle chiacchiere davanti scuola con le maestre dei bambini e le altre mamme non è rimasto niente. L’ictus le ha lasciato non più di cinque frasi al giorno. Due gliele tirano fuori i figli (”Mamma, devi parlare! L’ha detto anche il medico!”), una il marito e le altre due escono solo se capita. Adesso è Raffaele a riempire il carrello e tirarselo dietro, a scegliere i banchi dove la roba è buona ma costa meno, anche se ormai, con i figli sistemati e il mutuo estinto, ogni mese della pensione ne rimane la metà. Se sei stato grasso la prima cosa che pensi di fronte a un vestito della tua nuova taglia rimane sempre: e chi ci entra, qui dentro? Se sei stato povero è uguale. Una domenica il figlio maggiore l’aveva portato all’ipermercato, Raffaele si era stupito e poi arrabbiato: “E chi ce li ha i soldi per fare la spesa in questo posto?” I prezzi erano gli stessi di via della Devozione, ma c’erano luci al neon, frigoriferi enormi e clienti sconosciuti. E poi che stranezza è fare la spesa di domenica? Raffaele non aveva voluto comprare neanche un pacco di biscotti: “Emiliano ha tutto quello che ci serve, a me e a tua madre.” Sentendo tirata in ballo l’autorità del pizzicagnolo, il figlio si era arreso.

“Sono buone, signora? Che dice, mi posso fidare? Compro?”

La voce di Andrea alle spalle di Teresa è gentile, Teresa si volta e gli porge la prugna morsicata.

Anche Raffaele si volta.

“Teresa, andiamo!”

Andrea fa di no con la mano a Teresa, la ringrazia e si rivolge al banco: “Mi sa che sono buone davvero, dammene…”

Il fruttarolo lancia una busta di plastica blu. Se Andrea vuole le sue prugne, che si serva da sé.

Se io fossi il narratore onnisciente di via della Devozione mi prenderei adesso una pausa dalla strada per intrufolarmi al civico ventuno, dove abitano Saba e Pasquale, trent’anni a testa, a un terzo piano che scontenta entrambi. Lui non sa confessarle che soffre di vertigini; lei non vuole ammettere che vivendo così in basso non si sente protetta dai rumori, dalle urla dei tossici e dei gatti e dalle scopate per strada la notte, dalle ruote dei carrelli della spesa la mattina, dal mondo che in un attimo può entrarle in casa dalla finestra. Saba pensa agli occhi di Pasquale quando le ha detto amore non ci crederai ma ti ho fatto una sorpresa, quando sono entrati insieme in quell’appartamento tanto grande per un affitto tanto conveniente. Se fossi il narratore che tutto può, salterei la scena di Saba a casa da sola la mattina, chiusa a scrivere il testo di una canzone che non le viene e mi fermerei sulla sera a cena, quando con lei siede anche Pasquale, in una tavola apparecchiata scostando spartiti e riviste di informatica. Punterei l’obiettivo sul purè di asparagi e i peperoni arrostiti che Saba compra al mercato il lunedì per evitare la calca. È l’unico giorno tranquillo della settimana, meno male altrimenti non scenderebbe mai a comprare nulla. Di solito la spaventano le voci che parlano contemporaneamente, la gente che si accalca e discute all’infinito del prezzo della verdura. Il suo italiano è buono ma se c’è troppa gente scattano ancora la ritrosia e l’imbarazzo, e poi non ne può più delle stesse domande: “Da che parte dell’Africa vieni?”,

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Racconti Matti (verso il Festival) #1: Andrea Pomella, La tribù dei topi

biennale 2010 - foto gm

biennale 2010 – foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il primo racconto è di Andrea Pomella e si intitola “La tribù dei topi”.

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La Tribù dei Topi

Subito dopo la diagnosi di schizofrenia paranoide – il tipo paranoideo presenta alcuni deliri come il delirio di gelosia, il delirio erotomane, il delirio interpretativo, il delirio di persecuzione, il delirio di querela e il delirio di grandezza; io li ho sperimentati tutti, a eccezione del delirio di grandezza – Elena è tornata dai suoi in Romania. Ha portato con sé la bambina. Sono riuscito a sentirle due volte in tutto. La prima volta ho chiesto di Chiara, che però ha rifiutato di venire al telefono, preferendo continuare a guardare i cartoni in Tv. La seconda volta ero stordito dai farmaci, così Elena ha troncato la chiamata dopo meno di un minuto. Qualcuno mi ha suggerito di intentare una causa a mia moglie, ma ho zero voglia di intentare cause. La conclusione a cui sono giunto è che non mi manca niente. Non mi manca Elena; anzi, in un certo modo sento di esserle grato per avermi sollevato dalla responsabilità che provavo nei suoi confronti, soprattutto dall’obbligo di tenermi su di morale, di non lasciarmi sopraffare dalla follia; non mi manca Chiara, perché penso di non essere un buon padre e perché sento il peso della colpa di averla scaraventata nel mondo, un mondo che fa scempio di corpi e menti con una precisione essenziale; non mi manca mia madre, che nel frattempo è morta, infarto, un puro caso, un perfetto assassinio naturale, dovuto, a quanto immagino, al dolore di non poter più vedere la nipotina.

Ora la mia vita è ridotta all’osso. Ho lasciato l’appartamento in cui vivevamo e mi sono trasferito in un seminterrato in periferia. È un affitto in nero. Il locatore è un dentista, per non essere tracciabile pretende che gli paghi il canone mensile in contanti. Il seminterrato confina con un altro appartamento intestato alla figlia del dentista. È una ragazza di diciannove anni che vive con i genitori ma usa l’appartamento per fare feste e per scopare con il suo fidanzato. Nei fine settimana non riesco a chiudere occhio per via dei gemiti che si levano dall’altra parte del muro. Le altre notti le passo a vegliare il lampione in giardino che rischiara il monolocale attraverso le due finestre a bocca di lupo poste all’altezza del soffitto, a ripensare alla mia vita di un tempo.

Quando ho letto l’annuncio su internet non c’erano foto del monolocale, c’era solo una descrizione meticolosa, avrei detto orgogliosa. Nella descrizione tuttavia non c’era niente che mi allettasse (a pensarci bene non poteva esserci niente che avrebbe potuto allettarmi), a parte il prezzo: cinquecento euro mensili. Mi è sembrato subito un affare, cinquecento tondi, una cifra che non mi avrebbe neppure impegnato più di tanto, facile da ricordare, essenziale, cinque pezzi da cento, niente resto, niente spiccioli. Ho telefonato e ho fissato un appuntamento.

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proSabato: Mario Luzi, Venezia. Racconto

Venezia

…..Per quanta familiarità abbia potuto prendere con questo genere di visite sempre nel viaggiatore che arriva a Venezia si produce un felice strappo nella temperie psichica abituale. Il modo stesso dell’arrivo predispone l’animo a un mutamento che poi il tragitto in battello attraverso un traffico né fluviale né marinaro confermerà. Ma già alle porte di Venezia, quando la pianura densa e fastosa ma vinta da una specchiata malinconia non è ancora del tutto trascorsa, si comincia ad agitare nel petto qualcosa come una promessa che si è certi non verrà disillusa. È vano cercare un nome per codesta aspettativa e codesta impazienza: tutti, l’oriente, l’opulenza, il miracolo e l’artificio e gli altri che ci soccorrono, vi rientrano per qualche parte e nessuno compiutamente. Si tratta in ogni modo dell’ebrietà di un’evasione e di un esilio che è piuttosto un rimpatrio come se l’immaginazione lunga e ordinaria di tanti anni uscisse da noi liberandosi per andare incontro ad una delle sue sedi reali. Siamo nell’imminenza di una separazione, di uno stacco, ma non verso l’ignoto; ché, la prima o la centesima volta, la città preesiste sempre intensamente nell’anima ed è il luogo dove la nostra vita, la nostra stessa, trasportata in un suolo chimerico, tra mille aspetti che richiamano ed eludono il ricordo della terra, si esalta e si incendia.
…..Così mentre il treno corre sul lungo viadotto, tra le acque grigie appena mosse che urtano contro i piloni ed i pali, la nostra smania non è finita, ma la città è già presente nello spirito ansioso. Vedere poi il canale animato di vaporini, di gondole, di barconi e, specialmente se è sera, le calli ed i rii terrà fitti di una vita minuta e accalcata, dove le operazioni del vivere sembra si ripetano diminuite e più facili come in un giuoco, vedere tutto questo non stupisce più se non per la esatta coincidenza con quello che la mia immaginazione ci aveva rappresentato. Le Mercerie, ed ivi le rosticcerie, i piccoli bar con stive, ora vivamente illuminati, assecondano in noi l’idea di un fitto nidificare quasi a contrasto con quella della notte e del mare. Le parole, le cadenze che corrono, i dialoghi che potete cogliere, più o meno concitati, confermano l’impressione che qui gli uomini si tengano stretti e che da questa necessaria abitudine abbiano derivato quella affabilità e dolcezza perfino nelle liti che, suppongo, non potranno mai essere definitive. Che cosa potrebbe infatti eclissarsi ed andare perduto? Niente qui, neppure la più cauta e circospetta amicizia, neppure i convenevoli di una relazione casuale o vaga. E inoltre che cosa potrebbe rimanere in disparte, riparare nell’intimo? Tutto si deve qui esprimere, tutto deve rientrare in questa naturale commedia.
…..È più facile vivere qui, diciamo camminando incantati. E ci lasciamo portare dalla città dovunque le piaccia, sicuri di non poterci perdere. È allora che, seguendo quella o questa tra le tentazioni di un dedalo, si arriva nella piazza e ci troviamo seduti al caffè davanti a qualche amico venuto chi sa da dove e pure, in quel luogo, niente affatto imprevisto.
…..Ma se poi, per un caso o per un’attrazione invincibile, vi affacciate da qualche luogo aperto sulla laguna, dalle Zattere o dalla Giudecca, e tanto più se vi siete lasciati sedurre da un viaggio alle isole, a Burano o a Torcello non importa, o anche a Murano, tutta la gaiezza si sarà presto convertita in desolazione. Il fiotto triste e grigio batte contro la vostra imbarcazione e, nell’esser respinto, produce un commovimento lustro breve e pesante e mai avrete la felicità di una spuma o di un tremito in queste acque che non si rompono. Talvolta bordeggiando le barene e le tumbe, traspaiono dal fondale basso le alghe e ci si domanda se si è in una palude. Dovunque un’opacità e come il fumo di una corruzione lontana; e mentre ci tendiamo a ricevere il senso del mare, della terra e dell’erba si avverte la presenza di qualche altro elemento frammisto. Allora un giorno popolose e floride, che Torcello ebbe migliaia e migliaia di anime di cui non c’è traccia al di fuori della chiesa la cui parte inferiore è invasa dalle acque. Il rintocco delle campane dà un suono incrinato e sfatto specialmente quando, venuto meno il torbido fulgore del pomeriggio, le acque si coprono di una bruma sottile e il loro moto, allontanato e attutito dietro quel velo, si fa però più profondo e ripete più struggente l’affanno e la pena dell’esistenza. Anche a Murano le fucine sono silenziose e, mentre vi passiamo accanto, vediamo un borgo dalle muraglie annerite e fradice. Affrettiamoci allora a rientrare nel fitto e nel vivido della città.

© Mario Luzi, Venezia in OTTO LUOGHI, in Trame, Milano, Rizzoli, 1982² (Firenze, Vallecchi, 1942).

I poeti della domenica #45. Neri Pozza, Ezra alle Zattere

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EZRA ALLE ZATTERE

Sulla Fondamenta delle Zattere, risegando i marmi
ci veniva incontro alto barbato bianco,
Ezra Pound; e una donnuccia annaspava
dietro a lui che marciava,
gli occhi biavi della follia
persi nel liquame melmoso della Zudèca.
Scavalcava le pietre a passo di cammello
e la donnuccia Arlecchina gli correva dietro
— non era parente, o postulante, si capiva! —
Ezra perticava la salizada veloce più della sua ombra,
alto-altero, gli occhi
sulle barcone ancorate, le petroliere, i carghi,
i rifiuti putrescenti della Marittima.
Sembrava corresse al gran Dio
per offerire i Cantos.
Superata la flotta, parve diretto
alla maona che caricava abeti bianchi come ossa.
Fece uno scarto: così chi salta dalla nave a terra —
e voltò via improvviso per la sua calle;
e la non parente, o postulante Arlecchina
lo chiamava urlando.

(1972)

Neri Pozza, da Suite Veneziana (1958-1982), in Opere complete, Vicenza, Neri Pozza, 2011

Iosif Brodskij, Conversazioni (Adelphi, 2015)

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Iosif Brodskij, Conversazioni, Adelphi, 2015, € 20,00

Poeta, saggista, drammaturgo, Iosif Brodskij, nato a Leningrado nel maggio del 1940 e diventato cittadino statunitense nel 1977, viene insignito del Premio Nobel per la Letteratura dieci anni dopo, nel 1987, a soli 47 anni. “Poeta laureato” nel 1991, morirà a Brooklyn, New York, nel gennaio del 1996.
Conversazioni, curato da Cynthia L. Haven, è il libro che raccoglie, in ordine cronologico dal 1970 al 1995, interviste in larga parte preziose, a tratti preziosissime testimonianze.
«Noi russi veniamo al mondo in un regno molto ristretto. Per noi il resto del pianeta è solo pura geografia, una disciplina accademica, non la realtà», si legge a pagina 138, nella conversazione con Sven Birkerts, svoltasi nel dicembre 1979 presso l’appartamento del poeta al Greenwich Village. Un passaggio cruciale questo, che consente di comprendere l’intero libro. La condizione di esilio infatti si avverte di continuo nel corso della lettura, eppure pare di cogliere – non di rado nascostamente tra le parole del poeta – anche una forma, potremmo dire, di “tremenda felicità”. Brodskij cioè sembra dirci: la vita riserva questo, il destino mi ha riservato questo, ed è in ogni caso la mia fortuna. Fortuna e riconoscimento che non sono in effetti mancati, anzi. Prima accusato di “parassitismo sociale” (1964), relegato quindi al confino per anni, invitato infine nel 1972 dall’OVIR, il Dipartimento per i visti dell’Unione Sovietica, a lasciare il Paese, giunge definitivamente negli Stati Uniti d’America (dopo aver rifiutato di andare in Israele, limitandosi a una breve “tappa”, interlocutoria, a Vienna). Lì, nel Nuovo Mondo, in molti l’hanno accolto, ne hanno appunto favorito stabilità e fortuna, offrendogli un ruolo (l’insegnamento subito avviato presso l’Università del Michigan) e via via di qui la centralità sulla scena americana e mondiale, con la fama che ne è conseguita. Però va detto: si percepisce nettamente anche attraversando queste interviste quanto il suo divenire poeta negli Stati Uniti sia stato lento e difficile, interiormente, ai ferri corti con se stesso e con il proprio sguardo ferito, specialmente in rapporto all’incolmabile perdita di contatto con il linguaggio e la cultura d’origine (non sfugge quanto sia stata importante la vicinanza soprattutto di Susan Sontag, tra gli altri, per superare queste difficoltà). (altro…)

Una frase lunga un libro #17 – Daniele Del Giudice: In questa luce

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Una frase lunga un libro #17 – Daniele Del Giudice: In questa luce, Einaudi, 2013. € 18,50 – ebook € 9,99

 

Eccomi qui, davanti al foglio bianco. Quante volte, dalla prima? Quante volte ancora, fino all’ultima? Non son balle, scrivere è difficile. Per tutti.

Quando si comincia la lettura di un libro di Daniele Del Giudice, si ha l’impressione che lo scrittore occupi l’intero spazio della pagina sin dalla prima frase, se non dalla prima parola. I suoi incipit lasciano poco scampo al lettore e lo trascinano, da subito, in un luogo dove materia e immaginazione, oggetti e astrazione, dimorano in perfetta armonia. In questa luce, raccolta di scritti, uscita nel 2013 per Einaudi, non fa eccezione. Del Giudice mette in scena le proprie passioni, e, facendolo, ci mostra il motore, i cilindri, i pistoni, la benzina del suo scrivere, forse del suo stesso essere. Il libro comprende testi editi, pubblicati su riviste oppure scritti per conferenze, e inediti, che spaziano dalla letteratura al volo. il saggio Sulla traduzione  è tecnicamente perfetto, decisamente istruttivo e ricco di curiosità. Scopriremo  Gide traduttore, non sempre efficace, e grande amico di Conrad, Artaud (a sorpresa) traduttore di Carroll. Con la consueta intensità di scrittura, Del Giudice ci racconta del cinema e della televisione degli anni cinquanta. I ricordi del bambino si mescolano con le riflessioni dell’uomo. Poi vengono le città: splendida e, quasi, commovente la descrizione di una passeggiata notturna a Venezia (città d’adozione di Del Giudice).

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