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Ricordati che devi morire. Su “Perché comincio dalla fine” di Ginevra Lamberti

Quando i trainer ci hanno chiesto per quale ragione avessimo deciso di iscriverci in palestra Norman ha risposto per frenare la decomposizione

Quando si vuole raccontare la morte la si affronta spesso attraverso un concetto oramai standardizzato e aduso: il vuoto improvviso, una mancanza che va in qualche modo pur temporaneamente colmata o sostituita. La morte è sempre un atto nominale legato a qualcuno e viene approcciata quasi con istinto terapeutico, salvo il negarla a livello comunicativo grazie all’ausilio delle tecnologie. La serialità televisiva per esempio o quella cinematografica attraverso prequel e sequel, per non parlare della negazione sui social (è moda oramai ricordare i compleanni dei morti; oggi Omero compirebbe tot anni).  Il lavoro che fa Ginevra Lamberti in questo suo ultimo libro va invece esattamente in direzione opposta e partendo da una chiacchierata casalinga con la madre a proposito della necessità di avere un posto dove stare da morti inizia un viaggio alla ricerca di chi per professione, arte, ricerca guarda e affronta la morte come fatto sociale nelle sue accezioni più diverse: spaziali, estetiche, gestionali. Spazio e densità, distanze, rumori, soldi non sono problemi che riguardano solo i vivi, ma anche i morti e c’è bisogno che qualcuno se ne occupi. Certo il confine tra ciò che riguarda la “Morte” e la “morte di” è estremamente labile e di una permeabilità tale che anche la scrittura di Ginevra devia volutamente seguendo spesso percorsi emotivi, mnemonici, onirici che in maniera diretta e indiretta riportano il pensiero alla morte in quanto improvvisa o reiterata assenza. La troviamo quindi nei ricordi della prima interazione con la morte, in una lettera del nonno che arriva volando, in vecchie fotografie, in arredi, in canzoni. Ginevra viaggia alla ricerca di risposte che non cadono mai nel mistero del “perché” ma sono tutti incontri che aprono porte diverse su un argomento che non sembra esaurirsi mai. Ogni viaggio parte da Venezia e vi fa ritorno, luogo dove l’autrice vive e ha vissuto in modi e spazi diversi (in certi casi, potremmo dire passando “da un loculo all’altro”). Facile sarebbe cadere sotto l’influenza di Mann, ma Perché comincio dalla fine trova proprio in Venezia una sua collocazione a dir poco perfetta nell’idea di un luogo che con la sua precarietà liminare si avvicina in maniera anche fisica all’idea di “trapasso”, alla prossimità con un mondo altro. Il fatto stesso che Ginevra affitti camere a quelli che chiama “pellegrini globali” personaggi apparentemente astrusi dall’idea del romanzo che entrano e escono dagli spazi narrati insieme ad amici, ai coinquilini, ai familiari, agli oggetti è un indice del livello di labilità di un luogo di passaggio come è Venezia e uno dei capitoli più belli è sicuramente quello che racconta il cimitero di San Michele, luogo in cui la morte stessa si trova costretta ad adagiarsi sui bordi di un confine labile tra ciò che è reale e terreno e ciò che non lo è. In coerenza con questo principio, in maniera quasi contrappuntistica, la bellezza del libro sta proprio in questo continuo alternarsi tra reale e immaginifico, tra progettazione e narrazione, tra sogno e ricerca al punto che troverete assolutamente naturale il passaggio dalla visita a Taffo Funeral Services alle chiacchierate con i Camillas, dai sogni alla scoperta dell’esistenza di un Master in Death studies & the end of life for the intervention of support and the accompanying, dove il pensiero di Emanuele Severino può anche incrociarsi con la ricerca poetica di Laura Liberale.

© Iacopo Ninni

 

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine, Marsilio Editori 2019

proSabato: Milena Milani, Gatto matto

Ogni tanto vado a vedere se c’è Mucci.
Ieri lo ritrovai su una pianta qui sotto, si era arrampicato tra le foglie e di lì guardava passare la gente. La pianta è una di quelle sempreverdi che stanno nelle cassette di legno; ce ne sono quattro, due di qua e due di là, ai lati della porte dell’albergo. Mucci è un soriano stupendo, con gli occhi gialli le zampe davanti un po’ storte, perché è ancora troppo piccolo, ha solo qualche mese.
La prima volta che lo vidi era mezzanotte passata, io stavo rincasando, ero triste, c’era il vento e la notte sembrava gridare con quella voce. Avevo freddo e paura, camminavo rasente alle case, con il cuore che mi batteva forte sul petto. Il mio soprabito svolazzava, non potevo tenerlo chiuso, le gambe ancora senza calze rabbrividivano e i capelli volavano sopra gli occhi. Mentre cercavo la chiave del portone, sentii qualcosa di caldo vicino alle gambe, era Mucci che si strofinava; ancora non si chiamava Mucci, era un gatto senza nome.
Mi seguì per le scale, faceva i gradini di corsa e mentre io salivo mi guardava dall’alto, come a dire: «Ho fatto più presto di te».
Entrò in casa da padrone, miagolava imperioso, gli diedi un po’ di latte avanzato nella pentola, lo bevve avidamente. Dormì tutta la notte su un cuscino.
L’indomani lo pettinai, gli diedi il nome Mucci, gli misi un nastrino rosso al collo. Non protestava affatto, come fosse cosa normale portare un nastro, essere diventato un gatto casalingo invece di un gatto di strada o tutt’al più di albergo. Infatti glielo dissi, mentre mi era saltato sulla schiena e si divertiva a tirarmi i capelli: «Vorrei sapere da dove vieni. Sei fuggito da qualcuno, o sei nato qui sotto in albergo?».
Mi ero intanto affacciata alla finestra e vedevo la gente che passava, l’albergo che è accanto a casa mia aveva messo i tavoli fuori perché la giornata si annunciava splendida. I tavoli avevano tovaglie bianche a quadri gialli e rossi, due signore anziane facevano la colazione, i gondolieri seduti sulla panca di legno leggevano il giornale.
Io vedevo l’acqua di un colore di perla, solcata da rare imbarcazioni, perché era ancora presto; a destra in fondo brillava la grossa cupola di San Simeone.
Mucci sembrava felice e quando lo posi sul cuscino, di nuovo mi saltò sulle spalle per giocare. Ma dopo un poco si avvicinò alla porta miagolando: voleva uscire.
Così incominciai ad insegnargli la strada, su e giù per le scale, dentro e fuori il portone, e mi toccò lasciarlo aperto. (altro…)

Ci sono cose da imparare da Montieri: poesia, umorismo e motto di spirito

 

Le cose imperfette, il terzo libro di Gianni Montieri (LiberAria Editrice 2019), è innanzitutto un libro dove si sente trascorrere il tempo. La prima sezione, Lettere aperte al fronte sudamericano, può ricordare un canzoniere d’amore, ma un amor de lonh, in cui l’amata è distante, molto, per l’appunto in Sudamerica. E allora la quotidianità più o meno indaffarata è anche disseminata di segnali, interferenze, rivelazioni improvvise che accendono il presente o trasfigurano periferie milanesi: «ti scorgo riflessa/ appena sopra il cartellone Calzedonia» (p. 13); «Per il tuo odore/ basta un asciugamano, una tazza» (p. 15); «bidoni da riciclo colmi/ di cartoni da pizza e sciocchezze/ nel Sudamerica di Affori» (p. 16). Il senso di una narrazione diffusa fa dunque tutt’uno con il tempo dell’attesa che si va colmando: «noi sopra le poltrone/ tutto sarà dove deve stare, a casa» (p. 33). La sezione centrale, Le persone rimaste, fa invece i conti con la perdita, con la “paura della morte” (p. 48): traspare la cronaca cruenta (che già si era palesata nella sezione precedente, con la tragedia dei morti in mare), le storie di Cucchi e Mastrogiovanni, Giugliano in fiamme, ma anche lutti più privati, e la salvaguardia della memoria («“LuigiUltimo” salvato con nome», p. 69). C’è spazio pure qui per gli affetti presenti, per le abitudini tenaci, ma il tutto proiettato su uno sfondo caduco, e impreziosito dal senso dell’inevitabile, come si legge nel bellissimo testo che chiude questa parte: «Mi interessa il futuro/ sapere come diventeranno/ le sedie, le poltrone/ con cosa le sostituiremo/ se ci invecchieremo sopra/ […] tireremo indietro il piede/ e voltandoci vedremo punti/ grigioazzurri ognuno mancanza/ ognuno cosa perduta» (p. 79). Nella terza e ultima sezione, che rappresenta forse il capolavoro del libro, il tempo viene infine scandito dalla crescita e poi dal ritirarsi della marea a Venezia.

Fin qui sto parlando del Montieri poeta, ma in molti sappiamo che esiste anche una sua scrittura assidua e proficua sui social, e in particolare su Facebook, dove fa mostra di una verve godibilissima, romantica e surreale, come una Napoli immersa tra nebbie nordiche. Non lo dico solo perché alcuni di questi testi hanno già circolato, perfettamente a loro agio, su quello spazio virtuale, ma soprattutto per il percorso inverso di un certo linguaggio, di una certa creatività da un contesto extra-letterario verso le poesie e infine dentro il libro. Dunque, quello che Montieri propone su Facebook, spesso e volentieri, sono riuscitissime e fulminanti battute. Una in particolare, di un anno fa, in piena emergenza per l’acqua alta, recitava così: «Oggi pomeriggio, tra Ca’ Foscari e San Barnaba, un francese mi domanda dove si trovi “Calle della Madonna”. In piena ribellione napoletana ho risposto: “Si è pe jastemmà, so tutte Calli della Madonna, frate”» (post del 29 ottobre 2018). Questa battuta, ricomposta e riformulata, riappare in un testo del libro: «Capita di incrociare un uomo/ in cuffia da piscina, giubbotto/ costume da bagno e stivaloni;/ un francese con l’acqua alle ginocchia/ mi domanda dove sia calle della Madonna/ gli rispondo in napoletano/ che lo sono tutte, poi ci salutiamo» (p. 87). Evidentemente Montieri nella battuta su Facebook giocava al gioco di una falsa logica, fingendo di travisare la domanda del francese, e in realtà sfottendo bonariamente l’ostinazione dei turisti, che pure con l’acqua alle ginocchia continuano a cercare una qualche “Calle della Madonna”, quando invece qualunque calle in quel momento sarebbe buona per imprecare. Nel riutilizzo poetico della battuta, tolta la coloritura dialettale, si attenua l’ironia nei confronti del turista, acquista invece forza il sentimento trepido di un malessere comune. Va infatti da sé che una poesia, diversamente da una battuta, non voglia suscitare il riso, ma può condividerne, come abbiamo visto, la tecnica, per così dire addolcita negli effetti. Era stato Freud a dirci in modo sistematico che quei brevi e piacevoli testi che chiamiamo barzellette (o motto di spirito, o Witz), se analizzati con intelligenza e serietà, rivelano sempre una qualche forma di ribellione nei confronti della società e del mondo (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905, e famoso su tutti il motto del salmone con maionese: proprio a partire da quel saggio freudiano, che in definitiva parlava da cima a fondo di letteratura, pur se nelle forme brevi e sottovalutate dei motti, Francesco Orlando ha fatto la sua illuminante proposta di una teoria per l’appunto freudiana della letteratura, vista quest’ultima come difficile equilibrio tra un’istanza di repressione e un’altra di represso). Anche il semplice gioco di parole fine a sé stesso denota ad esempio una certa insofferenza verso la razionalità adulta e il buon uso acquisito del linguaggio. Ne consegue insomma che Facebook, così come tutti i nostri discorsi quotidiani, è pieno zeppo di letterarietà, di poesia potenziale – a condizione di intendere per letteratura non solo i discorsi istituzionalizzati, ma un certo uso del linguaggio figurale. Mi sembra che Montieri senta con evidenza questa vicinanza, non solo nell’assunzione, dentro la sua poesia, di una discorsività colloquiale e quotidiana, ma anche nella ripresa della tecnica tipica dei motti di spirito, che dietro una facciata di falsa logica, di cattivo sillogismo, e al limite di assurdo, colpiscono in realtà bersagli più grandi e importanti. Come per il turista nelle calli allagate, e il finto malinteso nella risposta, si attenua e distende il carattere fulminante del Witz, ma non cambia la tecnica, quella cioè di affermare qualcosa di reattivo dietro una facciata di travisamento. È un trucco che troviamo nella letteratura del comico e dell’assurdo, per lo più teatrale e romanzesca, più raramente nei poeti, Montieri sembra invece farne un uso particolarmente naturale e brillante. Prendiamo ad esempio e per intero un altro testo (p. 67):

Qualcuno mi ha detto “Non aver paura
di essere lirico”. Mi sono fatto coraggio
e ho cercato nell’armadio qualcosa
da mettermi dei colori e dei tessuti
che mi accostassero al lirico, la cosa
di cui non dovrei aver paura.
E chi ne ha? Ma posseggo solo jeans
pullover grigi, neri e blu, camicie
di cotone organico. E se mi sposto
in libreria trovo penne Muji, tutto
in me è troppo contemporaneo
dovrei fare un settenario oppure
un novenario ma dopo della t-shirt
verde presa a Berlino che ne faccio? (altro…)

Poesia e struttura – A proposito di un pregiudizio crociano

C’è un’idea famosa di Benedetto Croce a proposito della Commedia dantesca (cioè la convinzione che si tratti in gran parte di struttura inerte alternata a momenti di altissima e non meglio definita poesia) che ha prodotto non solo una comoda diffidenza verso una lettura completa e orizzontale del poema (e contribuendo quindi alla sua parcellizzazione a scuola e quel che è peggio all’università), ma anche la reazione uguale e contraria dello scagliarsi contro quel pregiudizio ereditato senza far però davvero i conti direttamente con le parole e le pagine di Croce. Provo a farlo in questo intervento, chiarendo subito che per me la lettura ideale di Dante dovrebbe essere quella lineare, e non per completezza di erudizione, ma perché l’unica in grado di trattare il libro per quello che è: il racconto in versi di un incredibile viaggio. Va da sé che alcune parti risultino più riuscite e memorabili di altre, ma questo è da imputare alla fisiologia di qualunque opera letteraria, soprattutto se vasta come la Commedia. Al contrario, proprio la forza e la coesione di una cornice sono in grado di dare luce e risalto a zone del poema apparentemente marginali (e luce e risalto ulteriori a quei frangenti di poesia che tutti ammirano indipendentemente dal resto). Prima ancora della struttura, Croce sembrerebbe poi mal sopportare le sovrastrutture accumulatesi successivamente, perlomeno quelle che oltrepassano la soglia di esegesi da lui consentita: i discorsi di quei dantisti, insomma, che si attardano a “discorrere del «domicilio coatto» di Virgilio, e dell’«alpinismo» di Dante, e simili”, mentre potrebbero “leggere Dante proprio come tutti i lettori ingenui lo leggono e hanno ragione di leggerlo, poco badando all’altro mondo, pochissimo alle partizioni morali, nient’affatto alle allegorie, e molto godendo delle rappresentazioni poetiche, in cui tutta la sua multiforme passione si condensa, si purifica e si esprime” (Benedetto Croce, La poesia di Dante, Laterza, 1921, seconda edizione, pp. 69-70; d’ora in avanti soltanto: LpdD). Il filosofo qui semplifica, non è affatto inutile porsi delle domande, approfondire, interpretare (e uno studioso, pur partendo preferibilmente da un approccio spontaneo, dopo dovrà pur fare qualcosa in più del lettore ingenuo). Al tempo stesso, però, evidenzia in effetti un eccesso di funzionamento della macchina esegetica, che ha prodotto talvolta il paradosso di una critica dantesca più esoterica del poema stesso. Ma allora come spiegarsi il suo sottovalutare il primo canto, che per Croce darebbe “qualche impressione di stento: con quel «mezzo del cammin» della vita, in cui ci si ritrova in una selva che non è selva, e si vede un colle che non è un colle, e si mira un sole che non è il sole, e s’incontrano tre fiere, che sono e non sono fiere” (LpdD, p. 73)? Sembra sfuggirgli che la selva e le fiere ci appaiono terribili anche per le loro risonanze fisiche e letterali, prima ancora che morali e allegoriche, e che l’inizio del poema non risulta quindi affatto stentato, ma potentemente affascinante. Insomma, Croce contesta ai dantisti di restare impelagati nell’allegoria, e poi lui stesso come lettore vede solo allegoria, e non l’altra faccia. Vedremo come incorra in un equivoco simile anche rispetto alla struttura dell’opera.

Nel capitolo intitolato La struttura della «Commedia» e la poesia, Croce esordisce svalutando l’organizzazione stratificata alla luce del “sentimento delle cose mondane” che Dante manifesta per tutto il poema, laddove a suo dire una rappresentazione dei regni ultraterreni “avrebbe richiesto un assoluto predominio del sentire del trascendente su quello dell’immanente, una disposizione qual’è propria dei mistici ed asceti, aborrente dal mondo, aspra e feroce, o estasiata e beata” (LpdD, p. 53). È curioso come un’opera venga commentata evocando ciò che poteva essere e non è stata, e quindi in definitiva tutt’altra cosa, e che al più grande poeta cristiano di ogni tempo si contesti di non essere stato precisamente un mistico, ma qualcuno per cui “l’altro mondo non si sovrapponeva nella sua commossa fantasia al mondo, sì invece apparteneva con esso a un sol mondo, al mondo del suo interessamento spirituale”, mentre avrebbe dovuto proporci, chissà come e con quali risultati, “lo scolorarsi di tutte le cose umane, il disinteresse che si stabilisce verso di esse, l’indifferenza per la particolarità degli affetti e delle azioni” (LpdD, p. 54). Insomma, Croce non ha dubbi: Dante per lui ci racconta “proprio come non si può (almeno poeticamente) andare nell’altro mondo, il quale esige che si svestano tutte le passioni umane e si guardino le cose con altr’occhio, con l’occhio di chi si è risvegliato da un affannoso e brutto sogno e si ritrova nella vera e radiosa realtà” (LpdD, p. 55). E invece come sappiamo il poeta indugia a raccontare tutta la passione umana delle anime, il loro rimpianto del mondo, la loro incomprensione della morte, ed è lì la sua forza, non certo la sua debolezza. Manca allora del tutto e incredibilmente in Croce il sentimento dell’ambivalenza: la poesia di Dante non risuona infatti attaccata alla vita terrena nonostante parli dei regni ultraterreni, ma proprio per quello, e il pathos dell’aldilà non è separabile da un’accorata compassione per il nostro aldiquà. Ignorare questo significa in definitiva non capire il gioco serissimo a cui la Commedia ci invita a giocare. (altro…)

Fioriture capovolte, di Giovanna Rosadini

gio.ros.


Giovanna Rosadini, Fioriture capovolte, Einaudi 2018, € 11,00

“È autunno, tempo di fioriture capovolte”: un’immagine affascinante e misteriosa, che le è stata riportata una volta da un amico, così, casualmente. Rosadini l’ha conservata a lungo nella mente, fino a farla diventare il titolo di quest’opera in cui ovunque troviamo delicatezza e tensione, e ovunque forza, fermezza soprattutto. Come se una mano fosse protesa a toccarci.
L’autrice crede fermamente nelle affinità elettive, tanto che il libro è disseminato da una “fraternità in versi”; versi cioè di altri, di amici fraterni appunto, chiamati a testimoniare la necessità costante di uno scambio per il comune traguardo della poesia.
L’incontro, per lei, viene prima di tutto.
E si sente la compiutezza di quest’opera, se ne avverte la maturità, senz’altro, ma anche la profonda continuità col lavoro precedente dell’autrice.
Molto importanti sono la dedica del libro alla madre, alla sua forza, e la citazione di Amichai in apertura: «Vedi, abbiam vissuto più di una vita…». Da qui, dall’assunzione di un’idea vasta e preziosa, il riprodursi continuo della vita, inizia il tesoro della sua scrittura di oggi.
«Tenebre è una parola che risolve», scrive Rosadini; o ancora, con particolare forza in questo frammento riportato in copertina: «quando il fuoco avrà ingoiato tutto». È come se facesse di continuo una promessa nello scrivere, a se stessa e al mondo: la combustione del dolore avverrà. È un auspicio e un proposito, nella fiducia e con la convinzione che questo – davvero – è accaduto, accade, accadrà: «come un errore finalmente rimediato/ come un dolore finalmente riassorbito», aggiunge a pagina 27.
I luoghi centrali, vissuti, del libro sono la Liguria, sua terra d’origine, Milano e soprattutto Venezia, riemersa dal fondo di un ricordo nostalgico e felice degli anni universitari.
Il mare di Levante è un mare vissuto “fuori stagione”, un paesaggio mentale, dove è il cielo a dominare: si tratta di «un cielo alla prova», un «campo azzurro» steso sull’ingombro della mente. L’inquietudine è proprietà dal vento, è sonno disertato dai sogni, è «anima slogata e sofferente».
Lo spazio bianco della seconda sezione invece è nebbia, metafora di una pagina nuova, dell’inizio di sempre. Ed è silenzio, che in queste poesie significa soprattutto attraversamento e necessario abbandono («fa’ di me ciò che vuoi», scrive l’autrice). Mentre tutto è in battaglia e s’incarna ancora una volta nel fuoco: («Mi hai attraversata/ come un fuoco che consuma»), occorre scivolare, non opporre resistenza. Occorre per rinascere, dopo un doloroso personale riepilogo di dieci anni da un terribile incidente, «al ritmo lento delle parole». Ecco allora, il dolore sembra essersi consumato, la casa ormai riconquistata. Il nero del resto già ha vinto sul bianco, ed è scrittura, quell’inizio di sempre al quale ogni volta siamo attesi e che “ci salva”, ci cura.
Le dimensioni della mente e di questa speciale dimora che è la scrittura sono indagate e approfondite nella terza sezione, Fioriture capovolte. Dopo Africa, una poesia dedicata alla sua famiglia, nell’arco di due sottosezioni, Infanzia e Adolescenza, il “racconto” di Giovanna Rosadini si fa particolarmente pacato, misurato, attento. Mentre la ferita continua a lavorare, l’animo è in ascolto, in equilibrio tra confessione e circospezione: in cerca degli «strumenti per poter/ affrontare/ il residuo immedicabile del mondo» eppure libero di «sollevarsi agli azzurrati cieli».
L’ultima sezione del libro, intitolata Un ritorno, è anche in questo caso un riepilogo di anni, ma mediante un salto che porta a Venezia, agli «anni belli dell’università» che ha avuto modo di vivere. Assistiamo a uno speciale viaggio a ritroso e allo stesso tempo a un continuum di vita che trattiene il lettore nella laguna come fuori dal tempo. Così a Venezia arriviamo anche noi «in cerca di un perché/ di un esilio salvifico/ un approdo». Fino a sentirci noi stessi dentro una splendida poesia, S. Giorgio e il drago, che conclude meravigliosamente così: «non più fuoco/ uscirà dalle fauci piegate in un ghigno/ di resa, e l’arma spezzata/ non avrà più nemici».

Cristiano Poletti

 

Luigia Rizzo Pagnin, Chi ti scolpì sapeva…

La partigiana (foto di Riccado De Cal)

Augusto Murer, Monumento alla partigiana, Venezia (foto di Riccardo De Cal)

Chi ti scolpì sapeva
la forma che può prendere
straziata
la materia di un bronzo.

Sapeva
come aggricciare nella figura
le pieghe e le piaghe
della tua resistenza.

Partigiana, portata poi
sulla riva dell’acqua
perché venisse la continua onda
a lambirti e
a rifarti viva.

Quale ragazza a Venezia sa
dove ora tu giaci?
Quale scuola le insegna
il tuo viatico?

Tu giaci eterna
nella città che fu
dei Sette Martiri

Eterna
e – forse – dimenticata.

© Luigia Rizzo Pagnin

Festival dei Matti 2018: il programma

Festival dei Matti – IX edizione

17-20 maggio 2018
Venezia
A margine. Abitare luoghi comuni.

Si parlerà del fatto che follia (quale che sia il senso che diamo a questa parola) è da sempre l’effetto di una messa a margine, a fondo pagina di discorsi che reggono soltanto bandendo il fuori campo. Una questione di spazi separati, dislocazioni non scelte, forzati trasferimenti, sradicamenti. Si parlerà di quei luoghi comuni – ideologie e pregiudizi – che chiudono i dialoghi, innalzano muri, barriere intransitabili, spazi chiusi che nulla hanno di comune e del dolore dell’essere spinti fuori gioco; ma anche delle condizioni che rendono inabitabili o abitabili i contesti, della cura che occorre perché sia possibile abitare da soggetti il dentro e il fuori, luoghi comuni, territori condivisi, comunità materiali e immateriali, garantendo a pieno la cittadinanza come chiede la legge 180, a quarant’anni dalla sua emanazione.  Come note a margine che riaprono i discorsi.

 

PROGRAMMA

Giovedi 17 maggio
Ca’ Foscari CFZ, Cultural Flow Zone
Ore 18.00

Inaugurazione del Festival

Saluti istituzionali

Anna Poma curatrice del Festival
Paola Mar assessora al Turismo Comune di Venezia
Flavio Gregori prorettore attività e rapporti culturali di Ateneo

Ore 18.30

Padiglione 25proiezione del film e dibattito

Padiglione 25. Diario degli infermieri (2016) di Massimiliano Carboni

Ne discutono Massimiliano Carboni (regista), Claudia Demichelis (antropologa e curatrice del libro), Vincenzo Boatta (infermiere), Maria Grazia Giannichedda (sociologa), Riccardo Ierna (psicologo-psicoterapeuta) (altro…)

proSabato: Lea Quaretti, Al compleanno di Pound

proSabato: Al compleanno di Pound

……..Venezia, martedì 30 ottobre 1962
……..Al compleanno di Pound

Sedeva su una poltrona di paglia con un grande schienale circolare intessuto come un pizzo. La sua persona lunga, quasi inesistente nelle pieghe vuote del vestito nero, aderiva, abbandonata, alla paglia. La sua forza era nella testa circondata dall’assurda aureola di quello schienale rotondo posato contro la scala che portava al primo piano. Una testa di capelli ancora eccezionalmente vivi, gonfi sulle tempie, completamente bianchi. La pelle del viso, nella penombra della stanza, era luminosa e aderiva alle ossa come a disegnarle. Teneva le mani lunghe e nodose sulle ginocchia.
Era fermo. Così immobile che si sarebbe potuto pensare stesse dormendo se gli occhi, vivissimi, azzurri e inquieti, non fossero stati fissi a un punto che lui solo vedeva. taceva e nel suo silenzio c’era una forza di suggestione che mi paralizzava. Non sapevo staccare i miei occhi da quel suo viso consumato e leggero, di una bellezza straordinaria: la bellezza che la forza del pensiero, la sofferenza e la poesia possono aggiungere a un volto già per se stesso eccezionalmente bello. Allo stesso modo dovevano essere stati belli quei grandi americani che lo hanno preceduto: Melville, Thoreau, Hawthorne, Whitman.
Non posso più reggere il silenzio carico del suo sguardo. Dico stupidamente: «È bella questa casa».
Dopo un lungo silenzio sento la sua voce bassa, faticosa, che risponde: «Io non ho casa».
«Non ha casa?»
«In nessun posto del mondo» mi dice.
Intanto attorno a un tavolo rotondo posato alla parete di fronte alla poltrona, gli altri riuniti a festeggiare i suoi settantasette anni hanno finito di accendere le candeline rosse piantate su una grande torta bianca: «Ecco» dicono insieme.
La grande torta con le settantasette candeline rosse è davanti al grande vecchio: «Soffia, soffia».
Chi è che grida? Siamo tutti noi che soffiamo sul petto del vecchio […] (altro…)

Festival dei Matti, VIII Edizione, Venezia dal 26 al 28 maggio

 

Festival dei Matti 2017

Ottava Edizione

Temporali

26-27-28 maggio

Venezia

Di questi tempi sono le emergenze, il dire e il fare nell’urgenza, il tempo stretto che gioca con gli effetti, precipita i discorsi in prese rapide e giudizi senza esitazioni. Di questi tempi è il gioco della fretta, la messinscena subito smontata dall’urgenza successiva, la memoria corta, il senso che paralizza le parole, il netto suddividere le cose, gli uomini e tutto il loro andare. Di questi tempi, bruciati in scorciatoie, quello che ancora resta da capire, che si sottrae, dissente o disattende si attarda e invoca tregue, controtempi che rallentino, temporali che rovescino la scena.

 

Temporali, l’ottava edizione del Festival dei Matti che si svolgerà a Venezia il 26, 27 e 28 maggio 2017, è un invito ad esitare, a far sosta intorno alle parole, ai discorsi, ai gesti che segnano il passo di questo nostro scombinato tempo, sfiancato in gorghi senza attese.

La prima sosta, venerdì 26 maggio alle ore 11.00 al teatrino di Palazzo Grassi, è un Contrattempo, fa inciampare: ci sono Claudia Antonangeli, Arianna Bellano, Chiara Busetto, Alessia Camarin, Maddalena Martini, Alessia Mongelli, Valentina Ruzzi e Lisa Thibault, studentesse di Ca’ Foscari, con le loro domande senza preavviso ai passanti, a ragionare di quanto l’impazzire ci riguardi, di quanto le parole in questo campo fatichino a star ferme, deraglino e ci confondano su ciò che pensiamo di sapere su noi stessi.

La seconda sosta, alle 16.00, è Interruzioni: a interrompersi violentemente, nei tre cortometraggi di Valentina Pedicini, Sergio Bertani e Antonio Fortarezza sono storie minori, stralciate da ragioni forti, giochi di potere, discorsi senza via d’uscita: una gang di ragazzini su una spiaggia del Salento, un giovane uomo in un reparto psichiatrico, quattro ragazzi e quattro ragazze migranti in un Centro di Assistenza Straordinaria. Storie che interrogano come fanno un cielo e un mare sottosopra, un fuori chiuso dentro, un altrove messo sotto gli occhi.

La terza sosta, alle 18.00, sono Scampoli di vite: le vite di Janet Frame e Cesare Pavese, fatte a pezzi dai banchi di ghiaccio dell’incomprensione e del dolore, dalla violenza delle istituzioni, dal gioco rischioso del prender parte alla vita. Vite sottratte, ma poi reimpastate e doppiate in prosa e poesia e nei racconti lievi e accorti delle scrittrici Anna Toscano e Nadia Terranova.

La quarta sosta, alle 21.00, è Grandine, l’incontro con Giulio Casale, seduto da sempre “dalla parte del torto”, a dar corpo e voce al sottosuolo, alle vite sghembe, sbagliate, di risulta, di chi esita e non smette mai di dubitare. E sarà musica comunque, che picchia e lava sulla scena. A chiudere la serata, alle ore 22.15  sarà Doppelgänger, performance di Francesco Wolf  per la regia di Mattia Berto, che mette in scena l’ombra, l’altro che ci abita e la nostra identità che scivola.

La giornata di sabato 27 maggio, all’Ateneo Veneto, avrà tre soste sul fronte dei diritti, a guardare cosa accada oggi, in Italia e nel mondo, a chi s’impiglia nel cono d’ombra di un dolore privato e collettivo che le comuni “buone ragioni” non sono in grado di curare.

Ci fermeremo con i tanti ospiti della mattina e della prima metà del pomeriggio a tracciarne la Meteorologia: parleremo, con Gisella Trincas, Stefano Cecconi, Nerina Dirindin e Tommaso Maniscalco – i familiari, la società civile, la politica – dello scarto persistente tra enunciati e pratiche che ancora fa scempio in Italia di intenzioni legislative illuminate perché è davvero Tempo di cambiare, di cambiare il passo.

Dalle ore 15.00 alle ore 18.00, parleremo poi della Follia degli ultimi, della dannazione che ancora grava in troppi luoghi del mondo sulle vite di chi viene detto matto e scambiato per la parola che lo chiama. A parlarne saranno Angelo Righetti, Luciano Carrino, Giovanna Del Giudice, psichiatri basagliani, da sempre impegnati contro le istituzioni totali e nella cooperazione internazionale e con Grégoire Ahongbonon che sottrae alle condizioni disumane a loro riservate in Africa Occidentale i matti, qui demonizzati, incatenati e abbandonati sulle strade.

Infine, con Roberto Beneduce, etnopsichiatra, antropologo e fondatore del centro Fanon di Torino, e Antonio Fortarezza, videomaker e fotografo, parleremo dei Tempi spezzati delle migrazioni e delle follie che ne vengono: le matrici storiche della sofferenza, i limiti e l’ipocrisia del nostro sapere e delle nostre pratiche “terapeutiche” il dolore irriducibile di chi si porta addosso lo strazio di indicibili sopraffazioni e violenze e il carico disumano di impunità senza ritorno.

La sosta che chiude il pomeriggio di sabato è letteraria: Gianni Montieri, poeta e scrittore, incontrerà Filippo Tuena, autore “ipnotico” che aggrega storia, fantasmi, incubi e polvere di sogni, desideri che perdono la strada, ebbrezze diurne e notturne miscelate.  E ci trattiene, senza farci male, all’ordinaria follia del nostro stare.

A chiudere la giornata del 27 maggio alle ore 21.00, nello splendido Chiostro del Liceo Marco Foscarini, saranno Massimo Cirri, scrittore e conduttore di Caterpillar e Lucia Goracci, inviata sui fronti di guerra di Rai News24 a parlare di Cataclismi, dello scandalo delle guerre, del terrorismo, di scenari in cui lo sgretolamento dei diritti e le follie collettive sono il solo ordine del mondo.

La mattina di domenica 28 maggio al Teatrino Groggia, ispirandosi alla Ballata del vecchio manicomio, la lirica dirompente di Paolo Universo, Mattia Berto, regista, attore e padrone di casa, terrà un laboratorio teatrale aperto al pubblico insieme a Pascale Janot, curatrice e traduttrice del volume omonimo di poesie in francese.

Il pomeriggio dalle 16.00 la presentazione dei lavori del laboratorio, e poi Peppe Dell’Acqua, direttore della Collana 180 e Pietro Del Soldà, conduttore di Tutta la città ne parla a parlare di Tempi rubati con Alberto Fragomeni e la prosa mozzafiato dei suoi Dettagli inutili (una storia che a un certo punto impazzisce ma non si ferma lì) e con Alberto Gaino, che ricostruisce la storia oscena e irrimediabile del Manicomio dei bambini, luogo di annientamento sistematico in cui, fino agli anni ottanta, sono stati inghiottiti migliaia di bambini giudicati ineducabili.

Alle 18.00 la sosta Tempi che corrono vedrà il sociologo Alessandro Dal Lago, a raccontare di come cambia la nostra percezione del pericolo al tempo del Califfo, del montaggio di ostilità diffuse e personali contro i migranti, i diversi, i nuovi mostri, le genealogie dell’odio e delle nostre fragili strategie securitarie.

A chiudere il Festival sarà infine il tempo sospeso di Letizia Forever, spettacolo teatrale con Salvatore Nocera, testo e regia di Rosario Palazzolo; un monologo che sfonda le parole, la lingua, l’identità e ci trattiene nel corpo di una storia che si fa e si disfa, forse come tutte le storie, sul confine impreciso e mobile che separa e unisce senza tregua normalità e follia.

I temporali sono prossimi al tempo fermo, stabile. Lo strappano d’improvviso dalla sua inconcludenza e lo rendono migliore. Questo è l’auspicio dell’ottava edizione del Festival dei Matti.

Anna Poma

Curatrice Festival dei Matti

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I luoghi del Festival

  • Teatrino di Palazzo Grassi – Campo San Samuele, 3231 – Fermata Vaporetto: S. Samuele – Linea 2
  • Ateneo Veneto – Sala Tommaseo – Campo S. Fantin – Fermata Vaporetto: S. Angelo – Linea 1; Rialto Linea 2
  • Liceo Foscarini- Fondamenta S. Caterina 4942- Fermata Vaporetto: Fondamente Nuove – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2
  • Teatrino Groggia – Cannaregio, 3161 – Fermata Vaporetto: S. Alvise – Linee 4.1- 4.2 – 5.1 – 5.2

 

 

Tutti gli appuntamenti sono a ingresso libero fatta eccezione per lo spettacolo teatrale Letizia forever di domenica 28 maggio (entrata 10 euro). Informazioni sul sito www.mpgcultura.it  e alla Pagina Facebook mpgcultura. Prenotazioni per spettacolo e laboratorio di domenica mattina al n. 3298407362 a partire da mercoledì 24 maggio 2017.

 

Ufficio Stampa

Chiara Vedovetto

tel. 3491692486

 

Info

info@con-tattocooperativa.it

tel.338 8603921/ 333 5286990

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I poeti della domenica #131: Alessandro Burbank, Quando ripenso alla casa delle girandole

immagine fornita dall'autore del testo

immagine fornita dall’autore del testo

Quando ripenso alla casa delle girandole.

Una casa che dava sul canale dietro i Frari
a Venezia ci passavo tornando da scuola
alle elementari, da solo, avevo già le chiavi.
Poco più avanti girato l’angolo dopo Tonolo
la pasticceria più buona del mondo per noi
ancora dopo il calzolaio (non so se ci sia più)
hanno tolto tutte le gomme del ponte detto
ponte delle gomme perché ci attaccavano
le gomme da masticare di tutti i colori, credo
sia i turisti dei primi flussi turistici sia tutti
i miei amici, con un balzo gomma al dito,
ammetto che un paio le ho messe anche io
come una volta andava le Brooklyn gustolungo
ad esempio, beato chi le ricorda, o le Bigbubble.
Mi domandavo sempre quale fosse la prima
in assoluto. Se la trovo ti passo la foto, sia della
casa con le girandole sia del ponte delle gomme.
Perché adesso mi viene da piangere.

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© Alessandro Burbank

SettembreSingrossa – Mini Festival alla Libreria Marco Polo

settembresingrossa_copertina fb

 

Giovedì 8 settembre:  Andrés Neuman, Le cose che non facciamo, con Ginevra Lamberti,

Venerdì 9 settembre:  Kurt Vonnegut e Ivan Chermayeff, Sole luna stella, con Paolo Canton, Giovanna Zoboli e Monica Pareschi

Sabato 10 settembre: Valerio Mattioli, Superonda, con Enrico Bettinello

Lunedì 12 settembre: David James Poissant, Il paradiso degli animali, con Gioia Guerzoni e Gianluigi Bodi

Martedì 13 settembre: Paco Ignazio Taibo II, La bicicletta di Leonardo, con Susanna Regazzoni e Lorenzo Ribaldi

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incontri settembresingrossa_QUADRATO_TUTTI

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per maggiori informazioni sul Festival, qui: SettembreSingrossa

Racconti matti (Verso il Festival) #6: Heman Zed, Autoscopia

Parigi, foto gm

Parigi, foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il sesto racconto è di Heman Zed e si intitola Autoscopia

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AUTOSCOPIA

 

Picchia. Forte. Picchia in testa dentro e fuori. Botte sul finestrino, incessanti, ritmate, ossessive. Un colpo più forte mi aiuta ad aprire gli occhi. Picchia in testa dentro e fuori. Sbatte il viso sul finestrino: chi? Piazzola di sosta della superstrada. Ok, pioggia, molta pioggia, addormentato. Il Disco Dinner Club, molto tardi, forse ho esagerato. Picchia in testa dentro e fuori. Sì, ma cazzo, mi esplodono i cervelli. Io ho due cervelli: uno davanti e uno dietro, o forse uno a destra e uno a sinistra, o uno sopra e uno sotto. Smetti ti prego, smetti di sbattere quella testa! Non lo sopporto più! Il naso cristodio! È rotto, sanguina e le lacrime che scendono o forse è solo pioggia e sbatte e sbatte ancora e grida. Perché? Che senso ha? La mia faccia insanguinata e lacrimante è al di là del finestrino? Picchia in testa forte, dentro e fuori. Forse chiudo gli occhi e passa, forse chiudo gli occhi e non li apro più. Forse chiudo gli occhi e vedo comunque. Forse chiudo gli occhi e smetto di picchiare, di sanguinare, di urlare. Forse chiudo gli occhi e appoggio la testa così, piano, con delicatezza, le mani che massaggiano le tempie, qui. Nella superstrada, con la pioggia il sangue e le lacrime e tutto che picchia forte in testa dentro e fuori, ma picchia già un po’ meno forte. Un passo indietro.

– Sei solo? – dice.
– Sì, – rispondo.
– Ti diverti? – dice.
– No, – rispondo.
– Ma qui al DDC tutti si divertono! Ci divertiamo tutti! Siamo tutti amici! – dice.
– A me sembriamo tutti a cazzi nostri e incomunicanti, – rispondo.
– Cosa? – dice.
– E c’è pure un volume assurdo! – dico.
– Scusa ma non sento! C’è un volume assurdo! – dice.

Continua a guardarmi e a porgermi la mano per invitarmi a ballare o a offrirle da bere o a sa dio cosa. Manco più padrone di potermi rompere i coglioni in pace. La signorina intrattenitrice pierre ha deciso che anch’io, come tutti, devo divertirmi e di tutti essere amico. Che poi non fa una bella immagine uno seduto che osserva la massa euforica e incomunicante. Se la massa si accorge di lui, smette di essere euforica e le viene la depressione e no, non fa una bella immagine. Questo più o meno è il discorso della signorina intrattenitrice pierre che, detto tra noi, mi sembra pure un po’ strafatta di coca. Due passi indietro.
Sono arrivato in Italia da San Paolo del Brasile che avevo cinque anni. Ho un solo ricordo: è una vecchia canzone di Alberto Camerini che mio fratello maggiore ascoltava in continuazione. Sono nato nel sole di un paese grande che libero forse non è stato mai. Mi sembra ancora di sentirla: mio fratello mi ha fatto andare in disgrazia Camerini e l’intera musica. Ascolto solo la radio e pure distrattamente. Riconosco le voci o le melodie ma non saprei dire con esattezza chi, quale, cosa. Forse per questo non mi stavo divertendo al DDC. Due passi avanti.
Assurdo stare in un posto con masse di gente in cui non c’è spazio per la parola, il verbo, la comunicazione, l’interazione, il feedback, o come lo si vuole chiamare. L’unica persona che mi ha rivolto la parola è stata la signorina intrattenitrice pierre, impaurita che abbassassi l’euforia generale. Un passo indietro.

– Se vuoi ti faccio un pompino…
– A che scopo?
– Magari ti viene il buonumore…
– Potrebbe essere una soluzione… la mia ragazza non sarebbe molto felice però.
– Beh, sì, neanche il mio boy immagino…
– Cazzo di discorso.
– Come? Parla più forte!
– Ho detto cazzo di discorso! Cos’è? Se scoppia una bomba nel locale spompini tutti quanti per contenere il panico e il tuo boy aspetta il turno?
– Era solo un’idea… così ti rilassi e ti diverti.
– Chi ti dice che non mi stia già divertendo? – un altro passo indietro.
– …Ma hanno tutti un compagno di banco. La scuola è più divertente col compagno vicino.
– Sì signora maestra lo so, ma io credo di divertirmi di più in banco da solo.
– Ehhh, questa timidezza…
– Cos’è la timidezza signora maestra?
– È quella cosa che ti fa avere paura di parlare con gli altri. Ma prima o poi passa vedrai.
– Ma io non ho paura di parlare con gli altri signora. Solo che tante volte non ne ho voglia. Preferisco guardare e ascoltare. Io mi diverto così. – due passi avanti.

Manco ce l’ho la ragazza. Probabile che nemmeno la signorina intrattenitrice pierre avesse ‘il boy’. Forse. Un passo indietro.

– Perché sei entrato se sapevi di annoiarti?
– Mica ero sicuro di annoiarmi. Diciamo cinquanta e cinquanta. Sto cercando delle risposte.
– A cosa?
– Al fatto che non ci sto più dentro.
– Dove?
– In generale.
– E l’hai trovata? La risposta dico.
– Più o meno.
– Prendi queste allora. Poi le anneghi con un paio di vodke e troverai le risposte. E allora te lo faccio un pompino o no? Mica posso stare nei bagni tutta la serata!
– Non credo il pompino sia una risposta. Usciamo pure.
– Come vuoi. Buon divertimento allora! Vedrai che la serata ti cambierà subito! Ti aspetto in pista!
– Cosa?
– Dico che ti aspetto in pista! A ballare! E se due sono poche cerca il Tonno!
– Cerca chi?
– Il Tonno! È il tipo che ha lo sballo! – due passi avanti.

In Italia secondo l’istat le discoteche sono frequentate dal 25% delle persone in cerca di momenti di svago. Per il 7% però, sono luoghi che inducono alla depressione più degli ospedali (5%), sale d’attesa (3%) e cimiteri (2%). Possibile? Due passi indietro.
Si respira a pieni polmoni la-mor-te-del-la-dia-let-ti-ca. Un passo avanti. (altro…)