Vecchiano

L’alternativa all’ombra: su “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi

tabucchi

L’altro giorno pensavo: ma che bravo Antonio Tabucchi. Pensavo soprattutto al suo libro più famoso, quello da cui è stato tratto quel film con un Mastroianni vecchio e pesante ma ancora bello. Insomma, Sostiene Pereira. Ci pensavo perché ho sempre creduto che Tabucchi avesse trovato il trucco che trasforma un buon libro in un grande libro, una mela sulla testa nella legge di gravità. Mi riferisco naturalmente a quel sintagma e alle sue varianti, sostiene Pereira, Pereira sostiene, sostiene, ripetuto ossessivamente in modo da creare una musica, una cadenza, un ritmo ondeggiante, simile a un fado (già che siamo in Portogallo). Ma la forza argomentativa di quel verbo, come si impone subito, fin dal titolo! Come sembra sdoppiare la narrazione, approfondirla d’echi, accostarle la voce sicura di un commento. Chissà, forse Tabucchi ha inventato questa prosodia prima di ogni altra cosa, e poi la storia è venuta da lì, poi gliel’ha dettata Pereira.
Che poi io Tabucchi in qualche modo l’ho anche incontrato. Mi ci sono ritrovato seduto accanto in un’aula universitaria, a Pisa, ma non l’ho riconosciuto perché si era tolto i baffi, e io avevo in mente solo foto baffute (nei film di solito per travestirsi i personaggi indossano due baffi finti, se li hai già te li togli, semplice).  Io a Pisa ci ho solo studiato, Tabucchi c’era nato. Sei mesi l’anno continuava a passarli in Toscana (insegnava all’università di Siena), gli altri sei viveva con la moglie e le figlie in Portogallo, a Lisbona, la sua città adottiva, la città dove si svolge Sostiene Pereira. L’infanzia però l’aveva trascorsa a Vecchiano, un centro vicino a Pisa dove continuava a recarsi regolarmente, forse aveva ancora una casa, non so. Qualche anno fa stavo con una ragazza che era proprio di quelle zone lì, e mi piaceva l’idea che in una qualche cartina immaginaria le ragazze confinino con la letteratura. Poi le storie finiscono, come muoiono gli scrittori.
Cosa succede in Sostiene Pereira grossomodo si sa. Lo sviluppo è quello del romanzo di formazione, anche se il protagonista non è giovane, ma anziano, malato e vedovo. Pereira vive a Lisbona all’epoca della dittatura salazarista, e lavora per la rubrica culturale di un quotidiano cittadino. Si occupa intensamente di traduzioni letterarie, soprattutto dal francese, un modo come un altro per non vedere quello che sta succedendo intorno a lui. L’incontro con Francesco Monteiro Rossi, un ragazzo dai forti ideali antifascisti, lo costringe però a uscire dal suo isolamento indifferente, a schierarsi poco a poco, a prendere consapevolezza della violenza. Dopo l’uccisione del suo giovane amico, Pereira trova così il coraggio di denunciare sul giornale le angherie del regime.
Io credo che per capire pienamente la forza di questo libro bisogna pensarlo all’interno dell’intera opera di Tabucchi. Un’opera attraversata in gran parte dall’ombra lunga di Pessoa, il suo autore più amato, più studiato e tradotto. Con Pessoa Tabucchi ha imparato il gioco delle apparenze e delle finzioni, della vita come nodo di possibilità molteplici e compresenti, danza delle svariate identità, degli eteronimi. Un’idea di letteratura che ha prodotto risultati a volte vertiginosi e inquietanti, altre volte un po’ di maniera. Nulla di questo in Sostiene Pereira: lì le cose coincidono con i loro nomi, non ci sono ombre, non ci sono inganni. La dittatura è la dittatura, i buoni sono i buoni, i cattivi sono i cattivi. Certo, manca quello che ho spesso indicato come un valore aggiunto nell’arte, e cioè l’ambivalenza: questo è forse il limite più evidente della cosiddetta letteratura impegnata. E però l’ambivalenza, uscita dalla porta, rientra dalla finestra se consideriamo questo romanzo come il momento in cui Tabucchi ha ripreso a trattare “l’ombre come cosa salda”, dopo tanti libri pessoani. Il merito è anche di quel trucco che dicevo all’inizio. Guardate qui come rende perentorio il nostro fragile lirismo:

Era il venticinque di luglio del millenovecentotrentotto, e Lisbona scintillava nell’azzurro di una brezza atlantica, sostiene Pereira.

@Andrea Accardi

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