Vallecchi

proSabato: Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia

proSabato: Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia

Quando un italiano, spinto da una inconsueta e incoercibile voglia, desidera legger un libro, ricorre a uno dei modi seguenti:
1) Lo chiede in omaggio, con un pretesto qualunque, all’editore.
2) Lo chiede in grazioso dono all’autore.
3) Cerca di farselo regalare da qualcuno che l’abbia ottenuto gratis dall’editore o dall’autore.
4) Lo chiede in prestito a un amico, col segreto proposito di non restituirlo mai più.
5) Lo prende in prestito da una biblioteca pubblica.
6) Lo cerca in una biblioteca circolante.
7) Lo ruba, se gli riesce, in casa d’un conoscente o nella bottega di un libraio.
Sol quando tutti questi sette modi falliscono o si dimostrano impraticabili e impossibili, sol quando ogni tentativo di ottenere il libro senza spendere un centesimo è frustrato, soltanto allora il nostro italiano, se il desiderio o la necessità l’assillano, prende una decisione eroica o sceglie l’ultimo e disperato mezzo: compra il libro con i suoi denari.
[…]

Lo sterminato esercito di coloro che, in Italia, non comprano libri, è composto così:
1) Dagli analfabeti.
2) Dagli imbecilli, mentecatti e dissennati.
3) Dalla turba dei marrani arricchiti, «al vil guadagno intesa».
4) Dai mondani ottusi che si contentano dei cocktails, delle canaste, dei cinematografi, dei campi di corse e simili per ammazzare il tempo che li ammazzerà.
5) Dai politicanti che si cibano soltanto di giornali di partito e di verbali di congressi.
6) Dai parassiti di vocazione e di professione, che pretendono di avere i libri gratis et amore Dei.
7) Dai piccoli borghesi e dai proletari, che trovan sempre il modo di spendere centinaia di migliaia di lire per vedere un film o per assistere a una partita di calcio ma che, a sentir loro, non hanno in tasca un lira quando si tratta di comprare un bel libro che darebbe un po’ di luce e di riposo alle loro povere anime.
A quale di queste non invidiabili categorie appartieni tu, gentile lettore?
.

© Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia, Firenze, Vallecchi, 1954

 

I poeti della domenica #211: Nicola Moscardelli, La luna

La luna

La luna è di cristallo questa sera;
passeggia a piedi nudi sulla rena.

Pare un tuo sguardo rimasto nell’aria,
impallidito per la lontananza,
il tuo sguardo che colora dove tocca
ed appanna gli specchi
come un soffio d’argento che ravviva
le parole sulla mia bocca spenta.

La luna si vela, s’allontana:
ci sono tante nuvole
che l’acqua d’ogni lago trabocca:
le campane dormono in cielo,
forse domani prenderanno terra:
o amore, chiudi gli occhi, non le destare.

moscardelli209© Nicola Moscardelli, in La mendica muta (Firenze, Vallecchi editore, 1919), ora in Tutte le poesie, Ianieri Editore, 2007.

Questo testo poetico è stato scelto dal poeta Gabriele Galloni.

proSabato: Tommaso Landolfi, Il babbo di Kafka

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Il babbo di Kafka

Arrendendomi alle insistenze di molti amici, racconterò brevemente l’episodio che tanta influenza doveva avere sulla vita del Maestro (ed anche sulla mia).
– E se ora fra i battenti di quella porta (che era appena accostata) s’insinuassero due, anzi alcune, zampe, lunghissime sottili e pelose; e, la porta stessa cedendo alla pressione ed aprendosi pian piano, comparisse un enorme ragno, grosso quanto un cesto da bucato?…
– Ebbene?
– Aspetta, non t’ho detto tutto. Se questo ragno avesse al posto del corpo una testa d’uomo che ti guardasse fissamente da terra? Tu che faresti? T’ammazzeresti, no?
– Io? Io non ci penserei neppure. Perché diamine dovrei ammazzarmi! Piuttosto ammazzerei lui.
– Io sì, io m’ammazzerei. Perbacco, vivere in un mondo dove sono possibili cose di questo genere!
– E io ti so dire che tutto farei, tranne che ammazzarmi; neanche per sogno.
Non aveva finito Kafka di pronunciare queste parole e guardava ancora in aria di sfida la porta accostata, quando il battente girò lentamente sui cardini e si produsse punto per punto la scena da me immaginata. Nella sala remota dove stavamo cenando, balzammo in piedi esterrefatti. Il ragno, o la testa d’uomo, molleggiando sulle sue lunghe zampe, avanzava verso la tavola e ci guardava con una certa espressione cattiva.
– Ebbene – gridavo io, lo confesso, quasi piangendo – ebbene, perché ora non l’ammazzi? (altro…)

I poeti della domenica #83: Tommaso Landolfi, Morire senza aver vissuto

viola

Morire senza aver vissuto

Morire senza aver vissuto:
Sentenza che la logica rifiuta.
Ma pure, prima o poi,
Questo è quanto faremo tutti noi.
(O, volendo alla logica obbedire,
Tanto e non più di vita
Ci fu quel dì largito,
Che ci basti a morire).

.

© Tommaso Landolfi, Morire senza aver vissuto, in Viola di morte, Vallecchi, Firenze, 1972; Milano, Adelphi, 2004².

proSabato: Mario Luzi, Venezia. Racconto

Venezia

…..Per quanta familiarità abbia potuto prendere con questo genere di visite sempre nel viaggiatore che arriva a Venezia si produce un felice strappo nella temperie psichica abituale. Il modo stesso dell’arrivo predispone l’animo a un mutamento che poi il tragitto in battello attraverso un traffico né fluviale né marinaro confermerà. Ma già alle porte di Venezia, quando la pianura densa e fastosa ma vinta da una specchiata malinconia non è ancora del tutto trascorsa, si comincia ad agitare nel petto qualcosa come una promessa che si è certi non verrà disillusa. È vano cercare un nome per codesta aspettativa e codesta impazienza: tutti, l’oriente, l’opulenza, il miracolo e l’artificio e gli altri che ci soccorrono, vi rientrano per qualche parte e nessuno compiutamente. Si tratta in ogni modo dell’ebrietà di un’evasione e di un esilio che è piuttosto un rimpatrio come se l’immaginazione lunga e ordinaria di tanti anni uscisse da noi liberandosi per andare incontro ad una delle sue sedi reali. Siamo nell’imminenza di una separazione, di uno stacco, ma non verso l’ignoto; ché, la prima o la centesima volta, la città preesiste sempre intensamente nell’anima ed è il luogo dove la nostra vita, la nostra stessa, trasportata in un suolo chimerico, tra mille aspetti che richiamano ed eludono il ricordo della terra, si esalta e si incendia.
…..Così mentre il treno corre sul lungo viadotto, tra le acque grigie appena mosse che urtano contro i piloni ed i pali, la nostra smania non è finita, ma la città è già presente nello spirito ansioso. Vedere poi il canale animato di vaporini, di gondole, di barconi e, specialmente se è sera, le calli ed i rii terrà fitti di una vita minuta e accalcata, dove le operazioni del vivere sembra si ripetano diminuite e più facili come in un giuoco, vedere tutto questo non stupisce più se non per la esatta coincidenza con quello che la mia immaginazione ci aveva rappresentato. Le Mercerie, ed ivi le rosticcerie, i piccoli bar con stive, ora vivamente illuminati, assecondano in noi l’idea di un fitto nidificare quasi a contrasto con quella della notte e del mare. Le parole, le cadenze che corrono, i dialoghi che potete cogliere, più o meno concitati, confermano l’impressione che qui gli uomini si tengano stretti e che da questa necessaria abitudine abbiano derivato quella affabilità e dolcezza perfino nelle liti che, suppongo, non potranno mai essere definitive. Che cosa potrebbe infatti eclissarsi ed andare perduto? Niente qui, neppure la più cauta e circospetta amicizia, neppure i convenevoli di una relazione casuale o vaga. E inoltre che cosa potrebbe rimanere in disparte, riparare nell’intimo? Tutto si deve qui esprimere, tutto deve rientrare in questa naturale commedia.
…..È più facile vivere qui, diciamo camminando incantati. E ci lasciamo portare dalla città dovunque le piaccia, sicuri di non poterci perdere. È allora che, seguendo quella o questa tra le tentazioni di un dedalo, si arriva nella piazza e ci troviamo seduti al caffè davanti a qualche amico venuto chi sa da dove e pure, in quel luogo, niente affatto imprevisto.
…..Ma se poi, per un caso o per un’attrazione invincibile, vi affacciate da qualche luogo aperto sulla laguna, dalle Zattere o dalla Giudecca, e tanto più se vi siete lasciati sedurre da un viaggio alle isole, a Burano o a Torcello non importa, o anche a Murano, tutta la gaiezza si sarà presto convertita in desolazione. Il fiotto triste e grigio batte contro la vostra imbarcazione e, nell’esser respinto, produce un commovimento lustro breve e pesante e mai avrete la felicità di una spuma o di un tremito in queste acque che non si rompono. Talvolta bordeggiando le barene e le tumbe, traspaiono dal fondale basso le alghe e ci si domanda se si è in una palude. Dovunque un’opacità e come il fumo di una corruzione lontana; e mentre ci tendiamo a ricevere il senso del mare, della terra e dell’erba si avverte la presenza di qualche altro elemento frammisto. Allora un giorno popolose e floride, che Torcello ebbe migliaia e migliaia di anime di cui non c’è traccia al di fuori della chiesa la cui parte inferiore è invasa dalle acque. Il rintocco delle campane dà un suono incrinato e sfatto specialmente quando, venuto meno il torbido fulgore del pomeriggio, le acque si coprono di una bruma sottile e il loro moto, allontanato e attutito dietro quel velo, si fa però più profondo e ripete più struggente l’affanno e la pena dell’esistenza. Anche a Murano le fucine sono silenziose e, mentre vi passiamo accanto, vediamo un borgo dalle muraglie annerite e fradice. Affrettiamoci allora a rientrare nel fitto e nel vivido della città.

© Mario Luzi, Venezia in OTTO LUOGHI, in Trame, Milano, Rizzoli, 1982² (Firenze, Vallecchi, 1942).

Il demone o l’angelo verde di Landolfi. Nota di lettura a “Racconto d’autunno”, di Renzo Favaron

landolfi con uccello

Il demone o l’angelo verde di Landolfi.
(Racconto d’autunno: storia di una breve felicità)
Nota di lettura di Renzo Favaron

Vivere a caso fu già affermato unico verso per vivere: perché dunque, del pari ed anzi a maggior ragione (il meno essendo contenuto nel più), non scrivere a caso? Con lacrime di commozione, si pensa a quei poeti del primo ottocento che in un poemetto raccontavano sì una storia, ma tratto tratto intermettendovi considerazioni, fatterelli personali e via discorrendo, sì che alla fine non si capiva più di cosa poetassero… Be’, a qualcuno potrebbe venir voglia di imitarli, o meglio di riconoscere, nel loro, il solo modo accettabile o meno falso di scrittura.

T. Landolfi, A caso

racconto-dautunno

Reale e fantastico, visionarietà e fisicità dell’esistenza, considerati e spesso trattati come categorie inavvicinabili, in Tommaso Landolfi coesistono: addirittura, contrariamente a quanto si potrebbe dire per un E. T. A. Hoffmann, simili piani o livelli sono in lui talmente interscambiabili e complementari l’uno all’altro, che è difficile ascrivere al puro immaginario anche uno solo dei suoi racconti. Le presenze sensibili e inanimate, frammenti di identità ed esistenze determinate, esperite realisticamente o in forma fantastica, ne incalzano la coscienza, ossessionandola e condannandola a sopportare la quotidiana onnipotenza della loro natura irriducibile. Privato del sostegno delle “misere” entità del mondo sensibile, anzi afflitto dall’universo convenzionale, ma spaventoso, delle bagatelle e cose insignificanti di tutti i giorni, Landolfi dà voce al suo desideri di evadere in fantasie liberate della loro concretezza e viceversa sembra soffrirne per il disagio di doverle rappresentare con le immagini delle forme empiriche. D’altra parte, se egli è autore che ha costruito la sua arte su un retroterra nutrito di molteplici categorie letterarie, altrettanto evidente ci pare il suo totale distacco da una concezione della letteratura in cui era possibile credere a una sua funzione di dare pienezza alla vita e di riuscire, mediante essa, a raggiungere la coscienza.
Gran parte dell’opera di Landolfi è caratterizzata da una certa eccentricità, entro la quale si intuisce il chiaro sentimento di perdita di ogni certezza, di ogni valore morale capace di guidare la totalità del mondo: nel dare vita a racconti dove regna la libera proliferazione delle pulsioni e degli istinti, dove è di scena l’abolizione di ogni decalogo, Landolfi elabora delle storie nelle quali non si cogli più la pienezza e l’integrità della rappresentazione dell’esistenza, nelle quali l’intreccio si dipana in maniera da far risaltare il destino di degradazione che investe la specie umana, laddove i suoi atti si collocano al di fuori di gerarchie di valore. In questo quadro di delinea altresì un punto di vista consapevole del fatto che non si può più abbracciare nel suo insieme una realtà ampiamente frantumata, e che in ogni caso allo scrittore non restano che le parole di un superstite soliloquio, come ebbe a dire Walter Benjamin, una volta messo di fronte alla dissoluzione di una tradizione non più integrabile nel nuovo mondo.
Senza fare di Landolfi un avanguardista, il discorso ora pronunciato possiamo riallacciarlo a un altro nodo cruciale, peraltro non estraneo ad altri autori che hanno sviluppato un modulo narrativo moderno già durante i primi trent’anni del nostro secolo (per esempio: Svevo e Pirandello). Messi in soffitta gli stereotipi della stagione naturalistica, i temi collaudati del romanzo sociale ed epico di cui è piena di esempi la letteratura dell’Ottocento, il nostro autore, da un lato, reca in sé la crisi del pensiero razionale e positivista, e, dall’altro, è teso a seguire le vibrazioni di un diapason interiore, senza obbligarle a nessun principio di oscillazione. Landolfi è da considerare un moderno in quanto ha sperimentato i limiti dell’uomo a capire il mondo, in quanto ha rinunciato al diritto di giudicare e condannare, smaliziato al punto da sapere che la vita non si lascia plasmare e ridurre nell’onda del proprio narrare. I suoi personaggi e le sue storie non si subordinano a trame lineari, non seguono un filo che si sbroglia secondo una progressione e direzione rettilinea. Imprevedibile e mai scontato, Landolfi lavora senza ridurre la narrazione al semplice calco di una strategia precostruita, così come recede dall’operare sintesi in cui sia abbracciata una visione unitaria e organica della realtà. Gettate entro un sentiero interrotto da deviazioni improvvise, le creature rappresentate sono esposte a ogni imprevedibile caso che si affaccia sulla strada della loro sorte, quasi l’autore denunciasse la scomparsa dello scrittore onnisciente e desse spazio a un punto di vista che definisce la letteratura, uniformemente a quanto Claudio Magris descrisse per Joseph Roth, “quale incerta e parziale approssimazione”. Dobbiamo osservare, tuttavia, che persino nei momenti in cui l’autore sembra fabbricare abbandono, o tace di rivelare dove e a chi mira, procede poi secondo il calcolo di un disegno che sa dosare con estrema precisione i colpi di scena.
Maestro d’acrobazie, Landolfi è pur anco capace di strabiliarci per l’uso disinvolto che riesce a fare dell’inverosimile, per la sua abilità nel ridurre argomentazioni d’ardua soluzione a dimostrazioni per tutte le persone dotate di buon senso.

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