Valigie Rosse

Paolo Febbraro: poesie da “Elenco di cose reali”

In occasione del IX Premio Ciampi Valigie Rosse, pubblichiamo una selezione di liriche da Elenco di cose reali di Paolo Febbraro, vincitore della sezione italiana 2018

IL NOME TERRA

Se le terre emergono, anche l’oceano
è insufficiente. Animali a fior d’onda
decisero un giorno per l’aria
pensandola forse più infinita.
I mari si posero in orizzonte
di attesa, in più filiale relazione
col vento. Il continente intanto
cuoceva al sole e prese riparo
con gli alberi. Poi la combinazione
dell’uomo. Vani gli assalti del mare
a forma d’inverno. Anzi altra acqua
risorta dalle rocce fornì stato civile
alla creatura. Il seguito è un libro.
«Terra» ebbe nome il pianeta
mentre il mare materno e maggiore
al traino della Luna e fra i sismi
ciechi degli abissi rimane stabile
come un poema nel pieno movimento.

 

I fiori, che durano un giorno,
ci guardano appassire:
quelli che per l’incontro
cogliamo tra le offerte del fioraio.
Saliti alle nostre case, inaspriti
dalla mancanza di madre natura,
da muri ad angolo fanno attriti,
colore e aroma dolci come scusa.

(altro…)

“Le cose sono due” di Francesco Targhetta. Recensione

le cose sono due targhetta-copertina

Stampata in tiratura limitata nella collana Valigie Rosse, vincitrice del Premio Ciampi 2014 (come abbiamo annunciato qui), la nuova raccolta di Francesco Targhetta, Le cose sono due, ha come titolo un settenario. Un’inaugurazione, questa, con un verso principe della nostra tradizione che figura da subito a p. 10, nel secondo testo: «I giorni in cui non parli con nessuno/ le cose sono due:/ o arrivi a cogliere il senso del tutto/ o confondi corrompi e t’ingarbugli/ e la tua voce che chiama il gatto/ è quella, alla sera, di un crooner/ («eccoti i miei rimasugli»),/ l’eco rauca e lunga/ nella notte che ti riprende in scacco//».
Iniziare con una dicotomia significa annunciare sì due direzioni ma soprattutto un intento che è da subito chiaro: una decisione ferma, precisa, del dove si va ma anche – prima – del ‘da dove’ si guarda. Dobbiamo tenerle entrambe a mente, soprattutto quest’ultima, così come ricordiamo i riferimenti poetici che hanno caratterizzato la poesia dei volumi precedenti: sono Govoni e i neo-crepuscolari Giudici e Pagliarani, fra tutti. Dai padri, qui, si prendono però le distanze, per cercare una voce che sia maturata, allontanandosi un poco dalle precedenti opere Fiaschi (ExCogita, 2009) e Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012) che restano, tuttavia, sullo sfondo a ricordarci da dove si arriva (alcune sue poesie edite e inedite, le trovate qui).
Se permane in generale un legame con il metro tradizionale una particolarità in questa raccolta può essere la punteggiatura, che ‘dice’, e che si lega al ritmo e al tempo, su cui tornerò.
La condizione di ‘figlitudine’ (in questo caso non poetica) e di solitudine fanno parte della prima delle due sessioni di Le cose sono due, “Uno”, mentre la vecchiaia, la morte, l’accidente tra gli altri, son i temi protagonisti della seconda, “Due”. L’osservatore è sì un solitario (come ogni poeta) ma anche è colui il quale, forte del suo occhio e del suo orecchio, esprime i suoi luoghi e il suo presente con precisione (il dialetto, infatti, resiste e entra nei versi, di tanto in tanto). Targhetta accetta la sfida di non sottrarsi al presente, non sta in disparte: lo registra, come fa molta di quella poesia di oggi che va sotto l’etichetta della ‘comprensibilità’ e per questo motivo ammette anche il ‘pop’, di cui parla Paolo Maccari nella postfazione. Non si tratta di un fatto generazionale ma di un’etica.
In tutte queste poesie c’è sempre una chiarezza di luogo e di tempo, date anche dall’essenzialità della luce che filtra dalle immagini che intercalano i testi, dall’immagine del lampadario in copertina ma anche dalle poesie stesse, dalla loro stessa comprensibilità. Nella quarta di copertina si cita appunto Piero Ciampi: «il testicolo della nuda lampadina al soffitto» ma è emblematica la poesia di p. 24: «Quando premi, con il soliti gesti,/ un qualsiasi interruttore, perché/ più densa da fuori è filtrata la sera,/ ma la luce non scatta,/ non passa l’innesco,/ quello stupore, ecco, preciso,// provi, di fronte ai giorni che in calare/ si girano, e ha questo, ancora/ di brutale, il riflesso: che,/ nato da un nuovo avvertimento del vuoto,/ ti lascia sul vuoto quasi un sorriso.//»
Targhetta veste le cose del loro significato con un catalogo di dettagli (ancora Paolo Maccari) che non si ammette né per elencazione né per elezione ma per rilevazione. Uno dei lemmi reiterati è – non casualmente – “eco” (pp. 10, 11, 34), residuo vivo di una voce che si cerca o cerca se stessa, ma anche di qualcosa che si va a perdere. Infine, il tempo di questa poesia si potrebbe avvicinare a una partitura (già si è fatto accenno alla punteggiatura): il poeta pare stare sempre qualche battuta indietro o in avanti sul tempo, anticipando o ritardando, scegliendo con questa modalità il punto d’osservazione da cui poetare, di nuovo, consapevolmente. Il tempo perciò non è soltanto ‘tempo’ puro, con precisione di giorni, ore, stagioni: il tempo è, in questi versi, soprattutto, sguardo.

© Alessandra Trevisan

 

Premio Ciampi 2014: Francesco Targhetta e Petr Hruška

PREMIO CIAMPI – VALIGIE ROSSE
2014

ciampi

Con la quinta edizione del Premio, la collana Valigie Rosse Poesia abbandona felicemente la stagione della sua «infanzia» e raggiunge l’importante tappa di dieci libri pubblicati.
La sensazione di incipiente maturità, naturalmente, non deriva soltanto da uno sguardo retrospettivo su quanto si è fatto con un entusiasmo ripagato dall’attenzione che i nostri libri hanno suscitato, ma anche dalle prospettive future, dal ritrovarsi già al lavoro per l’allestimento delle future edizioni 2015 e 2016 che, sul versante della poesia straniera, saranno dedicate rispettivamente alla Svizzera e alla Romania.
La «credibilità» del Premio, conquistata passo dopo passo mediante scelte indipendenti e proposte sempre all’insegna del dialogo, aperte con curiosità e passione al diverso da sé, ci sta offrendo la possibilità di collaborazioni sempre più articolate, che danno vita a progetti di sempre più ampio respiro.
La collezione di plaquettes di autori italiani si arricchisce quest’anno della brillante voce di Francesco Targhetta – già autore di Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012), romanzo in versi su un’epoca precaria – che con tagliente leggerezza attraversa le nebbie della provincia settentrionale, in cerca di una lampadina che rischiari almeno lo spazio di una stanza se non proprio un paesaggio. Le fotografie artistiche di lampadari che accompagnano il libro scandiscono proprio questa ricerca, inespressa ma sempre velatamente presente, mentre fruga meticolosa nella sera che filtra «nei conventi, nelle anime, nelle banche». (altro…)

A proposito di “Cimettolafaccia” di Costanzo Ferraro

Come ho incontrato Costanzo Ferraro

di Valerio Nardoni

cimettolafaccia

Sono andato appena adesso a controllare su Facebook: era il 9 aprile del 2013 quando il mio amico Gianni Calcagno (Software Engineer) mi ha contattato per dirmi che un suo collega affetto da SLA aveva scritto insieme alla sua Compagna (Silvia Lavalle) un libro, e che stava cercando un editore. Titolo: Cimettolafaccia. Sottotitolo: biografia spastica politicamente scorretta. Chiunque conosca un minimo l’ambiente avrà già capito quali potessero essere le mie riflessioni in merito. La prima, naturalmente, che Valigie Rosse non è un editore, ma una “collezione di libri”, così noi la chiamiamo. Nel senso: non abbiamo soldi. La seconda, un riflessione molto più rapida: una autobiografia. La terza, ugualmente stringata: di un ingegnere. Prima di arrivare al “politicamente scorretto”, però, un altro ingrediente che può indurre forti pruriti per attacco virale da autecelebrazionismo fuori controllo, ho tentato di non giudicare, di tornare al messaggio di Gianni, che, senza problemi, mi diceva che il libro lui non l’aveva neppure letto e che me lo mandava esclusivamente sulla garanzia della persona: “grande cervello, grande persona e grande lottatore”, che di sicuro non si era messo a scrivere un libro tanto per non aver nulla da fare.
Scoprirò solo diverso tempo dopo che Costanzo, a causa della sua malattia, non solo non sarebbe stato neppure fisicamente in grado di impugnare una penna e scriverlo, ma che anche solo per dettarlo doveva averci messo una vita. Fra il dire e il fare ci sono molte cose, ma come si fa, in queste condizioni a sostenere un esame scritto di telecomunicazioni? Tutto può essere.
Effettivamente, all’epoca, Valigie Rosse stava per aprire la sua collana di prosa, Gli asteroidi, dedicata a libri scritti fuori dalle regole. Il primo libro, Il bambino mammitico, era il frutto di due anni di lavoro insieme ad un ospite del Centro Residenziale Franco Basaglia che raccontava i suoi anni di musica e chiese occupate nella Pisa degli anni 70, prima della sua malattia. Per la presentazione del libro sarebbe venuto persino Claudio Lolli, che aveva letto il libro e che l’aveva trovato di un valore generazionale.
Prendo il file del libro di Costanzo: un impaginato da spaventare il più accanito dei lettori, un fiasco sicuro. Ripenso a Gianni: “Personalmente non l’ho ancora letto, ma conoscendolo son sicuro che ha fatto un lavoro particolare e interessante”. Perché mi dice così? Avevo anche la congiuntivite, un mal di testa orrendo. Inizio a leggere. Continuo a leggere. Goccioline, tachipirine, qualunque cosa: finisco di leggere, scrivo a Gianni: “Già finito… UNA BOMBA!!! Meraviglioso, incredibile, ho pianto, ho riso, tutto!” Poi telefono subito al Cama (Tiziano Camacci, direttore della allora nascente collana): “Cama ho trovato un libro per Gli asteroidi, dobbiamo pubblicarlo per forza”.
“Ma non ci s’ha una lira?”
“Io sono disposto a prostituirmi purché questo libro venga pubblicato”.
Cimettolafaccia non solo racconta col coltello una storia incredibile, non solo la mente chiusa in un corpo che non funziona ha creato pensieri così potenti da farlo muovere da Capri fino a Pisa in carrozzina, ma il libro è persino… BELLO. Scoprirò solo molto dopo che questa bellezza viene da Silvia, ma d’altra parte i miracoli li fa solo l’amore, c’è poco da fare, è sempre stato così.
Sono certo che chiunque leggerà questo libro si troverà a cantare (con la voce di Ginevra di Marco) la Malarazza di Modugno: ti lamenti ma che ti lamenti pigghia lu bastone e tira fora li denti…

P.S.
Poi alla fine non mi sono prostituito, il nostro foundraiser ha messo in piedi una campagna di finanziamento dal basso e molti amici ci hanno aiutato a pubblicare il libro preacquistandone una copia. Valigie Rosse, lo ripeto, è una collezione di libri no profit, non prevede rimborsi per nessuno e non ha prezzi di copertina, i conti sono in pari e ogni acquisto va direttamente nel maialino per il libro successivo.

Poesie scelte di Charles Juliet

radici

da Radici della luce

traduzioni di Federico Mazzocchi

Atteint le dernier degré de l’épuisement Quand tu avais perdu tes
semblables Quand il n’y avait plus de but de repère de chemin
Quand il n’y avait plus d’issue Quand la seule énergie qui te venait
naissait de l’horreur de te savoir à l’agonie

Sur ordre de la voix tu t’es dressé as risqué tes premiers pas

Inconnus la contrée les accidents du terrain Mais familière la nuit
Et tout autant la peur de cet inconnu dont tu dois te nourrir et que tu
redoutes de rencontrer

Que cherches-tu Tu avances erres te traînes renonces pars
rebrousses chemin tournes en rond Ton oeil empli par la nuit
tu cherches le lieu Le lieu où tu serais rassasié Où se déploierait la
réponse Où bouillonnerait la source

Tu ne sais que marcher La nuit et la peur te harcèlent Et aussi la soif
Mais à chaque pas la hantise de faire fausse route D’accroître encore
la distance Tu cherches le lieu Le lieu et le nom Le nom qui saurait
tout dire de ce en quoi consiste l’aventure.

Tu ne sais où tu vas ni ce que tu es ni même ce que tu désires mais tu ne
peux t’arrêter Et tu progresses À moins que tu ne t’éloignes Sans fin
tu erres te traînes rampes tournes en rond Et tu renonces Et tu
repars Jusqu’à n’être plus qu’épuisement

Survient l’instant où tu dois faire halte Faire ton deuil du lieu et du
nom Et à l’invitation de la voix définitivement tu renonces t’avoues
vaincu Alors tu découvres que tu auras chance de trouver ce que tu
cherches si précisément tu ne t’obstines pas à le chercher

Tu repars Des forces nouvelles te sont venues Ton oeil qui s’écarquille n’est
plus dévoré par la soif Tu ne sais où tu vas mais tu connais ce que tu es

Tu avances d’un pas tranquille désormais convaincu que le lieu se porte
à ta rencontre Le lieu où mûrir l’hymne la strophe le nom Où jouir
enfin de ce qui s’est jusque-là dérobé



Raggiunta l’estenuazione estrema Quando avevi perso i tuoi simili
Quando non c’era più alcuna meta o base o cammino Quando non
c’era più via di scampo Quando a soccorrerti era solo l’energia che
nasceva dall’orrore di saperti agonizzante

Al comando della voce ti sei drizzato hai arrischiato i primi passi

Ignote la regione le asperità del terreno Ma familiare la notte E
non meno la paura di quell’ignoto di cui ti devi nutrire e che temi di
incontrare

Che cosa cerchi Tu avanzi erri arranchi rinunci te ne vai
ritorni sui tuoi passi giri in tondo Il tuo occhio colmo di notte tu
cerchi il luogo Il luogo in cui tu sia saziato In cui si dispieghi la
risposta In cui gorgogli la fonte

Non sai far altro che camminare La notte e la paura ti bersagliano
E così la sete Ma ad ogni passo l’assillo di sbagliare strada Di
accrescere ancora la distanza Tu cerchi il luogo Il luogo e il nome Il
nome che sappia dire tutto di ciò in cui consiste l’avventura.

Non sai dove vai né ciò che sei e nemmeno ciò che desideri ma non puoi
fermarti E prosegui A meno che non ti allontani Senza fine tu erri
arranchi ti trascini giri in tondo E rinunci E riparti Fino a non
essere altro che estenuazione

Giunge l’istante in cui ti devi fermare Mettere una pietra sopra luogo
e nome E all’invito della voce definitivamente tu rinunci ti dài per
vinto Allora scopri che avrai una possibilità di trovare ciò che cerchi
proprio se non ti ostini a cercarlo

Riparti Ti sono venute nuove forze Il tuo occhio spalancato non è più
divorato dalla sete Tu non sai dove vai ma conosci ciò che sei

Avanzi con passo tranquillo ormai convinto che il luogo ti si faccia
incontro Il luogo in cui possa maturare l’inno la strofa il nome
Dove infine gioire di ciò che sinora si era sottratto


*


Quand j’ai faim tout me nourrit
racontait cette chanteuse
dont le nom m’est inconnu
un visage la pluie l’aboiement
d’un chien moi aussi
quand j’ai grande faim
musardant par les rues populeuses
dérivant au gré de mon humeur
je m’emplis de tout ce qui s’offre
des visages des regards un arbre un nuage
la lumière du jour le sourire d’un enfant
tout est absorbé tout me nourrit



Quando ho fame tutto mi nutre
così cantava colei
il cui nome mi è ignoto
un viso la pioggia il latrato
di un cane anch’io
quando ho molta fame
vagabondo per strade affollate
deviando in preda al mio umore
mi riempio di tutto ciò che si offre
dei visi degli sguardi un albero una nuvola
la luce del giorno il sorriso di un bambino
tutto è assorbito tutto mi nutre


*


je fouille ta terre
pour la première fois

très vite
ce faible appel plaintif
ce doux halètement
qui emplit la nuit
me roule dans sa vague
me rive à toi
sur l’autre versant

la féconde lumière
de ton visage
monte au flanc
de la déchirure
et je ne sais plus
que l’amour
est solitude
et souffrance

je fouille ta terre
pour la première fois

et tes eaux
gémissantes
me lavent

me rendent
au primordial

l’indemne
l’à jamais
intact

et tu es
la seule

la première



perlustro la tua terra
per la prima volta

prontamente
questo flebile lamento
questo dolce affanno
che riempie la notte
mi sospinge nella sua onda
mi salda a te
sull’altro versante

la luce feconda
del tuo volto
risale le pendici
dello squarcio
e io non so più
che l’amore
è solitudine
e sofferenza

perlustro la tua terra
per la prima volta

e le tue acque
gementi
mi lavano

mi restituiscono
al primordiale

l’indenne
l’eternamente
intatto

e tu sei
la sola

la prima


*


tantôt
cette lie
au fond
de ma sébile

et tantôt
ce marc
qui me cingle
le sang

ainsi j’erre
sous un ciel
vide
la main
tendue

ou bien
je titube
l’oeil égaré
suffoqué par
la surabondance



talora
questa feccia
sul fondo
della ciotola

talora
la vinaccia
che mi frusta
il sangue

così erro
sotto un cielo
vuoto
la mano
tesa

oppure
vacillo
l’occhio smarrito
soffocato dalla
sovrabbondanza


*


chassé
livré à la nuit et la soif
alors il fut ce vagabond
qui essaie tous les chemins
franchit forêts déserts
et marécages
quête fiévreusement
le lieu où planter
ses racines
cet exilé
qui se parcourt et s’affronte
se fouille et s’affûte
emprunte à la femme
un peu de sa terre et sa lumière
ce banni que corrode
la détresse des routes vaines
mais qui parfois
aux confins de la transparence
hume l’air du pays natal
et soudain se fige
émerveillé



scacciato
abbandonato alla notte e alla sete
fu allora quel vagabondo
che tenta ogni cammino
varca foreste deserti
e paludi
febbrilmente mendica
il luogo in cui piantare
le sue radici
quest’esule
che si percorre e si affronta
che si scandaglia e s’affila
prende in prestito dalla donna
un po’ della sua terra e della sua luce
questo fuggiasco che corrodono
sconforti di strade vane
ma che talora
ai confini della trasparenza
fiuta l’aria del paese natale
e subito si arresta
meravigliato




Charles Juliet nasce nel 1934 a Jujurieux, nel dipartimento francese che prende il nome dal fiume Ain, un affluente del Rodano. Dopo i primi tre mesi di vita, costretto a separarsi dai genitori a causa della precaria salute mentale della madre, viene affidato a una famiglia di contadini svizzeri, di cui diverrà il figlio adottivo. La madre, internata in un ospedale psichiatrico, morirà di malnutrizione sette anni più tardi, senza mai ricongiungersi col figlio. Nel 1946 entra nella scuola militare di Aix-en-Provence: otto anni di fatiche e umiliazioni, ma anche di duro apprendistato. Poi, gli studi di medicina all’École de Santé Militaire di Lione, interrotti al terzo anno. È da quel momento che Charles Juliet decide di votarsi alla scrittura, facendone il compito e il mestiere di una vita.
Quest’anno Juliet è stato insignito in patria del Prix Goncourt de la poésie (sezione poetica del Prix Goncourt, il riconoscimento più importante per un autore francese dal 1903), grande soddisfazione per Valigie Rosse che nel 2012 ha pubblicato “Radici della luce”, la sua prima opera in lingua italiana. L’autore francese era già stato candidato al premio Nobel. Nel 2012 quando è stato premiato da Valigie Rosse, si è detto onorato dell’essere tradotto in lingua italiana dal giovanissimo Federico Mazzocchi del 1988.

da “La pioggia fuori” di Ekaterina Josifova

di Ekaterina Josifova

La pioggia fuori

IN CERCHIO


Jack London, l’allegro Jack, l’uomo di successo,
forse segretamente annoiato
—–dagli uomini forti e dai lupi
(e un po’ prima della fine)
scrisse approssimativamente una cosa del genere:
In una clinica psichiatrica,
di pomeriggio, in un momento vuoto
(all’incirca,
—-quando inizia a riempirsi il circolo)
ogni giorno una grassa, una brutta,
———-ragazza minorata,
seduta beatamente con le mani in grembo,
———-in cerchio con un’altra
decina di grasse, brutte
———-ragazze minorate,
dice:
“Quanto sono fortunata
———-a non essere minorata.”
Poco dopo un’altra grassa,
———-brutta, ragazza
minorata dice:
“Quanto sono fortunata
———-a non essere minorata.”
Dopo un altro po’ si sente la terza:
“Quanto sono…”
E così
via.


BENESSERE


Più di quanto gli serve ha qualcuno.
Altri sanno più di quanto comprendono.
Noi abbiamo ugualmente e ugualmente sappiamo
il benessere cos’è:
nutrirsi
e che te ne resti.


MI METTO IN UNA POSIZIONE COMODA


Sul divano, il cuscino, la coperta morbida,
i libri.
Anche l’illuminazione è buona.
Non viene nessuno,
ma non perdo la speranza
che entri e che dica
in tono di rimprovero:
anche questo governo è caduto,
e tu leggi Lao Tsu.
Al che rispondo:
esattamente.


LA PIOGGIA FUORI


Picchietta, s’infittisce.
È piacevole
che t’arrivi qualcuno un po’ così
da lontano, dall’alto.


UN GRIDO


Non è così vicino, non può capire uno
Che è un grido umano?
Può essere un uccello notturno o un uccello in generale
Che imita
Il grido umano,
Un uccello canterino
O qualcosa di totalmente diverso, ad esempio
Un grido umano
immaginato
o
un grido umano, ma
addormentato, un grido nel sonno e
quindi niente di male,
è
solo qualcosa di notturno,
l’ho sentito.




*Tutti i testi sono tratti da Ekaterina Josifova, La pioggia fuori, Valigie Rosse 2013. Le traduzioni sono a cura di Alessandra Bertuccelli, con la collaborazione di Andrea Inglese e Giacomo Trinci.


Ekaterina Josifova (Kjustendil, 1941) è una delle figure più significative della poesia bulgara contemporanea. È autrice di 13 raccolte poetiche e di due libri di narrativa per l’infanzia. Nata a Kjustendil, si è laureata presso l’Università di Sofia “S. Clemente di Ohrida”. I suoi libri di poesia sono stati pubblicati in Ungheria, Slovenia, Macedonia, Francia e ora anche in Italia. Ekaterina Josifova è l’autrice di cui le ultime generazioni di poeti bulgari subiscono una fortissima e permanente influenza. Ciò avviene in modo del tutto gratuito: è infatti la persona scelta dai giovani poeti come colei che incarna il senso, il significato e l’irrevocabilità dell’Arte poetica.

A proposito di Valigie Rosse Poesia

di Valerio Nardoni 

valigie rosse

Valigie Rosse Poesia è una collezione di libri fondata nel 2010 nell’ambito delle attività del più noto premio musicale intitolato al cantautore livornese Piero Ciampi, una figura straordinaria e non etichettabile, la cui rilevanza consiste appunto nel timbro espressivo delle sue parole prima ancora che delle sue note. “Tu avevi preparato / le tue valigie rosse / e con tono deciso / chiamavi per telefono un tassì”: è da questi versi della canzone Mia moglie che il premio prende nome, nella semplicità di quell’aggettivo “rosse”, che può forse da solo definire la forza della poesia, quella particolare attività creativa che, a volte con un dettaglio non necessario, riassume tutto il senso di una situazione. Senza spiegarla. Rosse d’amore, di passione, di vergogna, di rabbia, non si sa: ma non sono valigie indifferenti.
Il premio è diviso in due sezioni e prevede ogni anno la pubblicazione di due libri: una plaquette inedita di un poeta italiano ed una antologia o raccolta di un poeta straniero. La sezione italiana, diretta da Paolo Maccari, può considerarsi una sorta di “primo premio alla carriera”: non individua, cioè, delle voci esordienti, ma certifica un timbro convincente ed una personalità rilevante, sia nell’ambito della propria produzione, sia nell’organizzazione e promozione culturale. L’intento della collana, nel tempo, è quello di tracciare una possibile mappatura della poesia italiana contemporanea, attraversando ambienti e modalità differenti, ma riunite nel segno di una stabile qualità.
La sezione estera, invece, promuove un lavoro di ricerca di una personalità poetica straniera con stesse caratteristiche, con la specifica disposizione che il poeta o la poetessa premiati non siano mai stati tradotti in italiano. Questa sezione del premio, che io stesso dirigo, è di anno in anno affidata alla cura di un esperto, che si occupa di creare una opportuna rete di contatti capaci di cogliere il bersaglio di una voce rappresentativa e forte della propria indipendenza, così come lo è stato Piero Ciampi, ma senza cercare altre analogie e soprattutto senza irrigidire in nessun altro modo i criteri di selezione, se non via via riflettendo sulla specificità della cultura e della poesia di quel paese.
I vincitori dell’edizione 2013 sono il poeta italiano Italo Testa, che esce con la plaquette inedita i camminatori, e la poetessa bulgara Ekaterina Josifova, con La pioggia fuori, una antologia particolarmente significativa nello sviluppo della collana, in quanto la traduzione, realizzata da Alessandra Bertuccelli, si è avvalsa della collaborazione dei poeti Andrea Inglese e Giacomo Trinci, già vincitori del premio nella sezione italiana.
Valigie Rosse Poesia, con il Premio Ciampi 2013, è giunta al rispettabile esito di otto libri pubblicati; a questa collana si sono nel tempo affiancate altre due collane: Beauty case, dedicata ai libri illustrati di vario genere (collegata alla sezione di arti visive del Premio Ciampi, il Premio Ciampi L’altrarte); e Gli Asteroidi, una collana di prosa anch’essa a suo modo ciampiana, di storie scritte in prima persona, al di fuori dai canoni e dei generi, sempre accompagnate da una “nota” musicale, la testimonianza di un cantautore. Il primo libro della collana, Il bambino mammitico di Giacinto Conte, ambientato nella turbolenta Pisa degli anni Settanta, è stato introdotto da Claudio Lolli.
Il progetto Valigie Rosse, pur legato (e grato) al decisivo sostegno non solo economico del Premio Ciampi, è un progetto editoriale indipendente e totalmente no profit: coperte le spese di stampa, ogni utile viene direttamente investito in nuovi libri. Non è un’impresa e non è un’attività: è un contenitore e catalizzatore di esperienze, dove autori, curatori, traduttori, grafici, magazzinieri e amministratori rappresentano una struttura totalmente orizzontale la cui unica finalità e interesse è la realizzazione e diffusione di libri. Anche molti librai condividono la stessa passione e si prendono cura dei nostri libri: sanno che dietro non c’è una delle molte realtà apparentemente simili ma i cui organizzatori sono, con maggiore o minor grado di opacità, stipendiati. Non c’è nessuna polemica in questo discorso, è bene che tutti possano sopravvivere e soprattutto gli editori di poesia, è solo per chiarire in che modo facciamo quello che facciamo.
Questo è più o meno tutto, a parlare siano piuttosto il catalogo e i lettori, che possono trovare notizie ed anteprime su valigierosse.net

VALIGIE ROSSE POESIA
collana diretta da Paolo Maccari e Valerio Nardoni

1. Juan Andrés Garcia Roman, Quaderno del suggeritore
2. Matteo Marchesini, Sala d’aspetto
3. Martina Evans, Di fronte al pubblico
4. Andrea Inglese, Commiato da Andromeda
5. Charles Juliet, Radici della luce
6. Giacomo Trinci, Sul finire
7. Ekaterina Yosifova, La pioggia fuori
8. Italo Testa, i camminatori

“Commiato da Andromeda” di Andrea Inglese: tra tradizione e divagazione

di Luciano Mazziotta


La poesia liminare de La distrazione, silloge di Andrea Inglese pubblicata nel 2008, si apriva con un distico molto rilevante. “Non posso non raccontare la mia storia./ Chiamo questo: calamità autobiografica.” Il sintagma che più ci interessa è proprio l’ultimo, “calamità autobiografica”, in cui sembra appunto intravedersi la poetica anche futura dell’autore. Se la “calamità” definisce un male comune, un’epidemia, una rovina che colpisce una “moltitudine”, la autobiografia riguarda invece il singolo, un soggetto. Questo sintagma esprime dunque la dialettica tra l’uno e i molti, il male comune che riguarda l’io-lirico, dialettica che viene tematizzata in Commiato da Andromeda, ultimo libro scritto da Andrea Inglese, in cui l’autore cerca di definire, descrivere, su dati “autobiografici” la fine di una lunga storia d’amore.
Per provvedere a questa “descrizione”, o, come vedremo più avanti, a questa “razionalizzazione” impossibile, l’autore cerca un corrispettivo analogico in una stampa in formato A3 del dipinto La liberazione di Andromeda di Piero di Cosimo, dipinto “irresponsabilmente ignorato” fino al momento della stesura del libro. L’ekphrasis di questo quadro è dunque lo strumento attraverso il quale l’innamorato può bilanciarsi e provare a guardare dall’esterno un’esperienza che lo riguarda in prima persona. Se nello “scricchiolare” e nello “sgretolarsi” della storia non è possibile identificare l’incipit, dato che “tutto accade assieme, come sempre”, il quadro rappresenta l’unica “immagine che si possa bloccare”, e da qui partire per autoanalizzarsi.
La tradizione della lirica italiana, si potrebbe dire, comincia con i “Frammenti di cose volgari” petrarcheschi, in cui il soggetto poetante, attraverso la scrittura, cerca la propria ricomposizione: il termine Fragmentum, del resto, secondo una glossa del tardoantico Isidoro, nient’altro rappresenterebbe se non i “frantumi”, i “pezzi” di un qualcosa in un primo momento del tutto unitario. Proprio attraverso la metafora dello sgretolamento e dell’ “andare in pezzi della storia” e con essa dello stesso innamorato si apre Commiato da Andromeda, anche se il soggetto innamorato in questo caso non solo non riesce a ricostruire l’unità di quei “frammenti”, ma espone nel corso di tutta l’opera la frustrazione derivata da tale impossibilità.
L’io si fa “scienziato, razionalizzatore, solerte, esperto, familiare col fondale”, ma è solo un autoinganno e il fenomenologo d’amore si rappresenta nel corso del racconto come colui che è consapevole di non sapere amare. L’innamorato che più volte cerca di apparire come l’unico esperto, il teorico per eccellenza è ontologicamente inesperto di ciò su cui scrive un libro. L’innamorato, in quanto incapace di razionalizzare, è mutevole, ondivago e divagante proprio come il suo racconto.
Tale impossibilità e di narrare e di ricomporre se stesso si riflette pienamente nello stile del libro che procede per divagazioni e fuga nei dettagli.
In un articolo di Andrea Inglese apparso sul numero 16 della rivista “Incroci”, l’autore sosteneva che la lirica moderna nasce dalla dialettica tra singolarità del soggetto ed estraneità dal mondo. La singolarità del soggetto non è rappresentata però come eccezionalità o fuga nel solipsismo, ma permette al contrario all’io-poetante di osservare il mondo e prestare attenzione ai dettagli trascurati. L’attenzione, in quel saggio, sulla scia di un discorso di Celan, è considerata il momento fondamentale della creazione lirica che però non si manifesta come attenzione per un qualcosa di determinato, ma come fuga nel dettaglio, nel nascosto e nel sottovalutato.
Fatte queste dovute ed ulteriori premesse, non sembra un caso che l’ekphrasis attraverso la quale l’autore dovrebbe capire se stesso e la sua relazione comincia interrogandosi sul numero delle figure marginali che compongono il quadro.
Solo una volta cercato in modo ossessivo il numero dei personaggi secondari si passa alla presentazione dei personaggi principali, ma anche in questo frangente si fugge ancora nei dettagli e ciò che può sembrare marginale assume un significato preponderante: prima Andromeda, colei che “non vuole essere guardata”, poi il mostro, e solo in ultima battuta viene definito Perseo, assimilato del tutto al soggetto scrivente.
Se anche da questo punto di vista si nota la struttura antigerarchizzante della “narrazione”, è soprattutto a partire dal carattere “multiforme” del mostro che la procedura della divagazione viene attuata.
Ad una Andromeda che ha il ruolo fisso dell’abbandonata e di quella che chiede spiegazioni e che assume retoricamente tutti i caratteri classici del lamento d’amore, tanto da richiamare a volte le parole di Didone nel IV libro dell’Eneide – in particolare quando chiede un figlio: “Andromeda vuole il mio seme” che sembra una ripresa netta e precisa di Eneide IV 235-245 (“Se almeno mi fosse nato da te un figlio/ prima della fuga, se un piccolo Enea mi giocasse/ nella reggia, che ti ricordasse col volto/ non sembrerei del tutto delusa e abbandonata”) -, cui fa da contrappeso la figura del Perseo autore e personaggio che cerca di dare spiegazioni il più possibile razionali, è il mostro che assume il carattere multiforme, polytrhopos, e che prende campo su tutta la narrazione. Il mostro è tutto quello che Andromeda e Perseo sono e possono non essere. Il mostro del quadro è tutto ciò che compone una storia d’amore, lasciando in secondo piano i ruoli fissi della Andromeda-abbandonata e del Perseo-io. Il mostro è il “vuoto pneumatico” che separa i due ex amanti, è lo schifo, il terrore della vita di cui Andromeda è schiava, è infine lo stesso soggetto. Il mostro in sostanza si fa portavoce di tutte le istanze più problematiche della relazione.
L’ekphrasis stessa, che così importante appare nel corso di tutta la “narrazione”, tanto che il quadro descritto viene utilizzato come titolo del libro, è però sminuita nel punto più problematico del testo: “cos’è questa, una sorta di riunione sindacale sull’ekphrasis?”, chiede l’autore nella prima poesia del “prosimetro”.
Questa domanda apre molti spunti di lettura sul testo di Inglese, riassumibili in due punti principali.
La domanda non è di certo innocente, come non innocente è il luogo in cui è stata collocata. Il prosimetro, nella tradizione della lirica italiana, è stato sempre associato alla Vita Nuova dantesca, per cui non è stato possibile fuggire e non cercare un confronto con quel grande modello.
Nel prosimetro dantesco erano le prose che creavano un collante tra i diversi testi che lo componevano e che in più di un’occasione ne fornivano una spiegazione ed una sorta di parafrasi. Nel “prosimetro” di Andrea Inglese questo atteggiamento viene invece del tutto rovesciato. Se la prosa non riesce a spiegare o tenta invano di spiegare la condizione del soggetto innamorato, è alla poesia che è affidato un momento di sintesi su quanto è stato detto. La scrittura in versi crea una sospensione nella divagazione della prosa e prova a fare il punto della situazione, cerca insomma di spiegare le ragioni stesse della prosa e tenta di arrivare dove si ferma la teoria. Per questo non è un caso che la prima poesia si apra con una domanda che cerca di definire quanto è stato detto.
In questa domanda si annida inoltre il criterio della divagazione che contraddistingue la scrittura di Inglese. Sembra che la riunione sindacale sia costituita dai vari frantumi del soggetto ormai in crisi che provano a fornire spiegazioni sulla fine dell’amore, e dunque sull’avvio della “scomposizione”. Tutti i frammenti del soggetto si interrogano e parlano non potendo che portare ad una riunione sindacale con la quale si esplicita la debolezza della spiegazione. I frammenti, i “deboletti spiriti” narrano e descrivono come in una riunione sindacale, per cui nel massimo di confusione e caos pensabile.
Nel caos e nella divagazione della riunione sindacale sull’ekphrasis Andromeda e Perseo hanno due ruoli fissi e oppositivi: l’una chiede spiegazioni, l’altro, divagando, cerca di dare spiegazioni; l’una cerca di ricordare, l’altro prova a dimenticare ed infine dimentica, facendo dell’oblio lo strumento costitutivo per la ricostruzione, o meglio di quella che Perseo stesso chiama la “rivoluzione”.
Se Andromeda, poco prima della liberazione, chiedeva a Perseo come avesse fatto a dimenticare, elogiando la memoria e l’impossibilità di “rimuovere” l’esperienza, il soggetto al contrario elogia l’oblio. Ancora il razionalizzatore suggerisce: “non posso stabilire niente se non l’oblio”. Il recupero della memoria è inutile e non farebbe che reiterare la divagazione. Grazie alla cancellazione dell’esperienza, egli può iniziare una nuova rivoluzione. È solo annullando i dati precedenti che si può avviare la smaterializzazione della donna coinvolta e la sua sostituzione.
Come in ogni società che vuole ricostruire ex novo, l’elogio della “dimenticanza” si fa tanto significante (si pensi ad es. al poeta “rivoluzionario” del ‘900, Majakovksij: “Chi non dimentica il primo amore/ non incontrerà mai l’ultimo”). Cancellare vuol dire ricostruire qualcosa di diverso e appunto la “vita nova” di Inglese si basa su questi dati. Il tutto chiaramente è in netta contrapposizione con i canzonieri d’amore tradizionali, nei quali la memoria, il ricordo dell’amata era proprio il “nutricamento” del soggetto e della creazione poetica. Ricordare significava tenere in vita l’amata e continuare a ricercare una sua epifania. L’amata “ricordata” non era più un mite e passivo oggetto di contemplazione, ma era attivo soggetto che conferiva valore al poeta. Nel racconto amoroso di Andrea Inglese, al contrario, è in prima istanza l’io stesso che finge di autoattribuirsi un valore (“basto io” dice in un verso di un’altra poesia, oltre al montaliano “tuoi sembianti e barbagli” non attribuito alla visiting-angel ma al soggetto stesso) ed è grazie alla dimenticanza che il “divagatore” passa da uno stato di passività e ripiegamento su sé stesso ad uno stato attivo.
A questo punto dunque ci si aspetterebbe la descrizione di una nuova storia, la “vita nuova” attesa nei testi in versi, o quantomeno di una donna-schermo. L’autore invece proprio in questo momento inizia a ricordare il “cominciamento” della storia basato su dati/dettagli appena riscontrabili e trattato nei termini di una “metafisica erotica”, ma che in realtà, di metafisico ha ben poco.
L’innamoramento viene descritto su basi tradizionali come “itinerario iniziatico”, “discesa nel labirinto”, “ipotesi di conversione”, e tradizionalmente compaiono anche le varie fasi che lo compongono: la donna prima “si vede”, poi “appare” ed infine dà vita ad un’ “accensione aureolare”. Per marcare questa “amorosa visione” contemporanea Inglese si serve di tutto il repertorio classico ormai strutturato nei secoli: dopo il lessico inerente alle “visioni” e alle “apparenze”, sono la “capigliatura”, le “labbra”, un “movimento degli occhi” a provocare lo scuotimento dell’autore. Eppure, nonostante questo sforzo di collegarsi alla tradizione lirico-metafisica, l’innamoramento in cui il soggetto è al centro colpisce tutti i sensi, in un processo che dalla rarefazione metafisica giunge fino alla fisica dei sensi: partendo dagli occhi, insomma, si giunge alle percezioni “genitali, gustative, tattili, olfattiva”.
Nel cammino all’indietro che permea le pagine di chiusura del libro, si giunge ad un’esperienza strana, quella dell’infanzia, quella che riguarda i primi contatti fisici di Perseo-io con l’altro sesso. L’incontro avviene quando il soggetto aveva nove anni il che non può che fare pensare alla numerologia vitanovistica (che del resto è distribuita in tutto il libro, se la storia è durata nove anni, se l’io riceve telefonate dal nono piano, e se anche questo incontro ricorda il primo contatto di Dante con la sua Beatrice). Questa esperienza in realtà sconvolge ogni tentativo di metafisica dell’infanzia per marcare i segni della corporalità, e nei termini di una sessualità tutta corporale viene descritto questo protorapporto.
Ci troviamo, per concludere, di fronte alla distorsione del sogno infantile, altra patologia di chi ha la consapevolezza “dell’impossibilità di governare i fenomeni”, dove “fenomeno” è chiaramente termine marcato e traducibile con il titolo di una sezione de La Distrazione: è l’impossibilità di governare “Quello che si vede” perché, aggiunge ancora Inglese quasi in chiusura del “prosimetro” “le buone cose previste/ giungono da strade insolite, non più/ riconoscibili, come frastuoni, fendenti”.
L’esperienza non è reale, se non nei succhi d’arancia, nella lettura dei giornali. Lo sforzo del razionalizzatore resta strozzato, come ogni innamorato che alla fine del rapporto si chiede quando è stato l’inizio del tutto, e per questo “nulla è stato abbastanza credibile”, se non “i pacchi della spesa”, lo “yogurt nel frigorifero”, gli scarti insomma. Non è credibile la razionalizzazione e l’eziologia. In Commiato da Andromeda Andrea Inglese mette in campo tutti i meccanismi dell’inganno e dell’autoinganno per trovare in quella “calamità autobiografica” un’immagine, fittizia e menzognera, di ricomposizione dei fragmenta del soggetto ed al contempo ne smaschera la fallacia.

[Una versione ridotta di questo articolo è uscita su Semicerchio. Rivista di poesia comparata XLVI (2012/1), pp. 96-97]