Valerio Nardoni

Poetica 2015

poetica

 

Oggi 20 giugno,  all’interno della programmazione della XVIII edizione del Festival Etnica che per 4 giorni anima le strade e le piazze di Vicchio, torna l’appuntamento con la poesia contemporanea. Anche quest’anno saranno ospiti nomi interessanti che si affiancano alla programmazione musicale. Può sembrare strano ma succede quindi che nel Mugello che ha appena ospitato e vissuto il suo annuale e affollato G.P. in un borgo poco distante dai rombi dei motori, più precisamente a Vicchio, prenda vita da diciotto anni un festival musicale di respiro internazionale, Etnica. Succede poi che, grazie alla sensibilità artistica degli organizzatori e dell’amministrazione comunale, all’interno della sua ricca programmazione, da quattro anni, anche la migliore poesia italiana contemporanea trovi il suo spazio grazie alla rassegna Poetica, appuntamento che ha visto alternarsi, tra gli altri, i nomi di Marco Simonelli, Maria Giorgia Ulbar, Gianni Montieri, Anna Toscano, Lorenzo Mari, Marilena Renda. Tutto questo accade grazie alla sensibilità dell’organizzazione, che 4 anni fa ha accolto la proposta di inserire nel festival anche la performance poetica,come esempio di cultura condivisa, partecipata ma soprattutto viva, attuale. Un grazie va anche all’amministrazione comunale che ha sempre favorito l’animazione di laboratori di scrittura per adulti e ragazzi e incontri sulla poesia presso le scuole vicine,

Stasera quindi, a partire dalle 21,30, la cornice della Piazzetta di Ponente di Vicchio sarà dunque animata dai versi di Luigi Socci, poeta performer e animatore culturale anconetano, nonché direttore artistico del festival di poesia La punta della Lingua e dell’omonima collana dell’editore Italic Pequod; Valerio Nardoni, ispanista vincitore di diversi premi internazionali  per le sue traduzioni di Lorca e ottimo poeta; Giovanna Marmo, autrice di diverse sillogi poetiche e protagonista di varie antologie, tradotta in francese, inglese, catalano, russo e serbo e vincitrice del Premio Delfini; Matilde Vittoria Laricchia, fiorentina vincitrice di premi e riconoscimenti ai concorsi Guido Gozzano, Beppe Manfredi, Don Luigi di Liegro e Nuove Lettere e co-fondatrice della  casa editrice di libri d’artista Origini edizioni.

© Iacopo Ninni e Agnese Leo

Info: https://www.facebook.com/events/876968842395787/

Premio Ciampi 2014: Francesco Targhetta e Petr Hruška

PREMIO CIAMPI – VALIGIE ROSSE
2014

ciampi

Con la quinta edizione del Premio, la collana Valigie Rosse Poesia abbandona felicemente la stagione della sua «infanzia» e raggiunge l’importante tappa di dieci libri pubblicati.
La sensazione di incipiente maturità, naturalmente, non deriva soltanto da uno sguardo retrospettivo su quanto si è fatto con un entusiasmo ripagato dall’attenzione che i nostri libri hanno suscitato, ma anche dalle prospettive future, dal ritrovarsi già al lavoro per l’allestimento delle future edizioni 2015 e 2016 che, sul versante della poesia straniera, saranno dedicate rispettivamente alla Svizzera e alla Romania.
La «credibilità» del Premio, conquistata passo dopo passo mediante scelte indipendenti e proposte sempre all’insegna del dialogo, aperte con curiosità e passione al diverso da sé, ci sta offrendo la possibilità di collaborazioni sempre più articolate, che danno vita a progetti di sempre più ampio respiro.
La collezione di plaquettes di autori italiani si arricchisce quest’anno della brillante voce di Francesco Targhetta – già autore di Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn, 2012), romanzo in versi su un’epoca precaria – che con tagliente leggerezza attraversa le nebbie della provincia settentrionale, in cerca di una lampadina che rischiari almeno lo spazio di una stanza se non proprio un paesaggio. Le fotografie artistiche di lampadari che accompagnano il libro scandiscono proprio questa ricerca, inespressa ma sempre velatamente presente, mentre fruga meticolosa nella sera che filtra «nei conventi, nelle anime, nelle banche». (altro…)

7 poesie di Ben Clark

Traduzioni di Valerio Nardoni e Nota di Lorenzo Mari 

clark

Big Bang


Indietro, più indietro, fino al principio
quando tutto ardeva e nulla
era complesso, nulla complicato.
Indietro, fino al calore
primigenio, ai fuochi che generarono
universi, divinità, tassametri,
frasi lunghe e giornate in cui non chiami,
camerieri impacciati
e bambini insolenti e i giovedì
sera col frigo vuoto
tutto
e indietro, indietro ancora
-all’attimo prima della grande festa,
tutto è già pronto
manca solo che venga tutto e anche
te, milioni di anni più tardi,
certo, fino
a questo mondo freddo di materia
pervertita e promiscua. Indietro, indietro,
voglio aspettarti qui,
in questa oscurità dell’avvenire,
pieno d’ansia e d’attesa,
e nominare uno a uno gli oggetti,
le cose, man mano che si espandono,
fino a arrivare a te, di nuovo a te,
senza mai dirti che ho viaggiato
al principio di tutto molte volte,
e che ti ho vista nuda per la prima
volta innumerevoli notti,
ma sempre diverse (fedele azzardo!),
e sempre con il dubbio, con la fredda paura
di non sapere se ero in questo mondo
o un altro dove i nostri corpi non
si uniscono fino ad esplodere;
un altro in cui non ci sdraiamo accanto
a guardare il soffitto, tutto ciò
che abbiamo generato con delizia:
quell’universo giovane e vorace
sul quale non abbiamo più controllo.


Campus


Qualche cosa funziona in questo campus.
È l’erba.
Non sono i corpi chiari, così persi
nell’ottuso mattino della brama.
Non son queste parole; non è l’acqua
di questa fonte guasta e velenosa.

È l’erba.

Cresce senza speranza e cresce verde,
pertinace, pietosa.
E certe volte si alza
e viaggia tra cartelle e appunti sterili
di materie morte. È l’erba.
Dolorosa e paziente. Loro ambasciata e loro letto.
Quell’erba verde e triste.
Ode alla gioventù che hanno appena falciato.


La poesia più pericolosa del mondo


Sono illeso e seduto in una casa grande.
Qualcuno è entrato con la forza.
Più di uno. Forse più di due. Loro
non sanno che io sono nella casa. Forse
non gliene importa. Per ora sono al piano terra:
sfasciano cose, altre se le prendono, gridano
ordini con parole che non afferro.

Non è soldi che cercano, non è vendetta,
x quanto ne capisca non c’è nessun motivo
xché adesso si siano zittiti
dietro la porta della camera. Ed ascoltano
abbattono
la porta mentre io digito il


Il regno calante


È un luogo triste e privo di riflessi. La corte è scarsa
e il tempo abbonda e avanza e intorpidisce.
Qui ci furono giorni molto più felici;
piccole epoche, inavvertite, istanti giullari
fra amache e fra lenzuola.
Eravamo allora, tu ed io, molti.
Viva, quindi, il mio regno calante! Regno di melma e rimasugli.
Trono del turbamento
di pavoni reali in fiamme e in fuga
di agonici roseti e siepi non potate,
di fango sul parquet,
di lampadari con le braccia rotte.
Viva questo spazio pregno. Ogni giorno di meno, ogni giorno
più inutile per il passeggio.
Stalle fetenti, sorgenti smorte e febbrili.
Né una rana né un uccello sperduto.
Non una cartilagine libera di veleno.
Tu però non sei ancora andata via.
Sei qui.
Avvolgi tutto, premi alle pareti
che scricchiolano, cedono. Cadono gli ultimi quadri,
ed è morto di fame il cane alla catena.
E scriverò le cronache di questo impero se non è troppo tardi.
Lì parlerò delle sere che qui erano nate,
delle orde d’amore e delle notti,
delle guerre perdute e dei morti,
degli eroi d’altri tempi e del vasto orizzonte
sempre da conquistare.
Viva l’ultimo, viva, del mio regno calante,
il regno che fu nostro e adesso odio perché mio.
E una rapida occhiata al palazzo dolente che festeggia
l’anoressia incurabile dei suoi muri.
E un’ultima parola che si esprime
prima che poi non c’entri la mia colpa
né il cadavere dei nostri progetti
né la corona amara del mio pentimento.


«Figli dell’abbondanza»


«Figli dell’abbondanza» ci chiamavano:
quelli che non conobbero la fame
né quelle acute larve di stridore
fischianti nell’orecchio per le bombe.
Quando le nostre gambe, così smunte,
cadendo sanguinavano perché
il parco era in cemento armato e freddo
restavano in silenzio ed osservavano
il nostro pianto con gesto di scherno.

Dovevamo vivere e dire grazie
per l’ocra escoriazione nella gola
fatta dal vento cercando rifugio.
Apprezzare le frecce delle nuvole
e che un fango lattoso ai nostri piedi
– in un ultimo gesto agonizzante –
mordesse gli stivali del progresso.
E come ringraziarli per la gioia?
Le risate provocate dagli uomini
innocenti del mare
che si incamminavano verso il fiume
disposti a immergersi fra gli escrementi.

Ma c’era anche la noia
di dover spiegare ai bambini
delle parole come indios, orso
bruno, balena azzurra o lince iberica.
Ma queste eran minuzie, sacrifici
neppure confrontabili con quelli
sofferti da chi adesso ci diceva
“figli del nostro sangue”, così austeri.

Certo, a volte, non era neanche facile,
semplicemente noi provammo a vivere.
Mettevamo da parte i nostri scrupoli
il vuoto che avevamo dentro,
figli dell’abbondanza;
i figli dei figli dell’ira,
ereditieri di tutte le spoglie.


Il ritorno


Tornare dalla morte è improbabile.
Tornare dall’amore un impossibile.

La persona che torna senza saper mai dove,
sotto le tenui luci di lanterne spezzate;

La persona che torna senza saper mai dove,
sapendo che i suoi viaggi ormai non servono;

non conosce altra patria che il petto dell’assenza.
E non capisce più la lingua degli uomini
e le loro abitudini gli sembrano banali.

Quella persona triste che ha visto mezzo mondo
per cercare i due quarti in cui si è rotta l’anima
non vuole più tornare. Non può tornare più.


Forse


Se potessimo vedere tutto, forse tutto ci sembrerebbe buono.
Edward Thomas

Quando lavori non ce n’erano e la gente camminava
da nord a sud fuggendo un selvaggio
bimbo dio, quando bastavano
poche parole a fare un fuoco,
ci fu per forza un uomo rozzo, il primo
di tutti quelli che avrebbero un giorno
riempito i corridoi con nuove mansuetudini.
In qualcosa doveva somigliarmi,
chissà,
se guardava la luce dell’orizzonte
e se camminava da solo.
Io non so se lui giunse allora ad intuire
l’incredibile numero non nato
di corpi e di chilometri che ancora
dovevano venire.
E se abbia contemplato il vasto orrore incompiuto,
tutto il dolore che si poteva evitare
abbracciando quel bimbo dio del nord,
se fermo fosse un fossile, roccia, nulla.
Se abbia avuto davanti guerre e notti cieche,
pianti e bambine serie vestite in uniforme;
un esercito di infiniti mercoledì infiniti che marciano a ritroso,
che gli affondano in petto
e gli sussurrano i nomi dei morti
che non sarebbero mai nati se fosse morto.
Se questo nonno impossibile potesse vedere tutto
e in un istante lucido
potesse intravvederti qui seduta,
frutto strano della sporca deriva dei millenni,
forse tutto gli sembrerebbe buono.


I figli dei figli dell’ira: settant’anni dopo Dámaso Alonso


di Lorenzo Mari

“Neanche trent’anni e già così prolifico”, si direbbe da queste parti…
Questi patemi, però, non sembrano interessare a Ben Clark, poeta nato a Ibiza nel 1984 e autore, fino a oggi, di numerose pubblicazioni, tra le quali si possono ricordare qui: Secrets d’una Sargantana (2001), Los hijos de los hijos de la ira (2006), Cabotaje (2008), MEMORIA (2009), Los últimos perros de Shackleton (2013) e La fiera (2014).
Già capace di aggiudicarsi i prestigiosi premi Hiperión (2006) e Ciutat de Palma (2014) per la sua opera poetica, Ben Clark è emerso, negli ultimi anni, come una delle voci più solide del panorama spagnolo contemporaneo.
…Ho avuto qualche titubanza a scrivere ‘spagnolo’, in realtà, a causa della diatriba sempre aperta che potrebbe opporre un autore delle Baleari – isole dove si parla una variante autonoma del catalano – alla sua ri-territorializzazione nell’ambito della letteratura nazionale spagnola… A questo proposito, si può certamente ricordare come, all’atto di ricevere il premio Ciutat de Palma, Ben Clark abbia voluto dedicare il proprio discorso di accettazione a Marià Villangómez Llobet, grande autore ibizenco, e alla tradizione poetica delle Baleari. E si può anche sottolineare come nella poesia The Quarter-Century Blues, inclusa nella raccolta Los últimos perros de Shackleton, Clark abbia scritto piuttosto esplicitamente: “Sé que amaste a Miquel Martí i Pol / mucho más que a Valente y no te culpo” (So che hai amato Miquel Martí i Pol / più di Valente e non te ne faccio una colpa”). Anche se affidata en masque al ‘tu’ lirico, la preferenza di Ben Clark per il poeta catalano rispetto al già canonico José Ángel Valente – un punto di riferimento ormai indiscutibile per i poeti spagnoli delle ultime generazioni, come dimostra il saggio critico di Rosa Benéitez Andrés recentemente pubblicato su In realtà, la poesia – appare rilevante sia sul terreno letterario che su quello culturale e politico.
Tuttavia, Ben Clark, che in questo è pienamente glocal e ‘integrato’, piuttosto che ‘apocalittico’, scrive prevalentemente in castigliano. Non solo: la sua scrittura, pur mostrando riferimenti dotti all’interno della tradizione letteraria ‘centrale’ – in relazione, ad esempio, a Dámaso Alonso o Francisco Umbral – s’intesse costantemente anche del suo interesse per la poesia in lingua catalana, così come della sua passione per la poesia in lingua inglese. Quest’ultimo dato non si deve soltanto alle origini biografiche dell’autore (come traspare dal suo stesso nome) o al suo lavoro di traduttore (Clark si è recentemente occupato dei Poemas de amor di Anne Sexton per le Ediciones Linteo).
Si potrebbe anzi dire che un certo dettato poetico tipicamente anglosassone sia parte integrante della poetica di Clark. Lo rilevano Miguel Dalmau e Vicente Valero nella quarta di copertina dell’ultima raccolta, La Fiera, e lo nota anche Josep María Nadal Suau nella recensione dello stesso libro (riportata nel blog di Ben Clark, Del verso y a lo adverso): è di marca anglosassone l’ironia divertita dell’autore, nonché l’understatement che viene continuamente applicato, con funzione degradante, a ogni tipo di visione metafisica. Critica questa che, in realtà, può essere ulteriormente approfondita: la poesia di Ben Clark vede costantemente all’opera uno scontro, che è talvolta titanico, talvolta risibile, tra una tendenza romantica, idealista e mirante all’Assoluto e un orientamento più chiaramente postmoderno, che risulta essere di derivazione sicuramente più anglofona che ispanica. Un titolo paradigmatico, in questo senso, è proprio Los últimos perros de Shackleton (“Gli ultimi cani di Shackleton”), con il quale l’autore rievoca l’avventura tragica, tra i ghiacci polari, dell’esploratore Sir Ernest Henry Shackleton (1874-1922). All’interno del libro, l’ultima impresa alla quale Shackleton vorrebbe partecipare, allo scopo di riscattare alcuni fallimenti precedenti, ma a cui infine non può prendere parte perché la morte interviene poco prima della partenza, risulta ripetutamente accostata – sin dal prologo, “Porque resistimos, conquistamos” – all’avventura universale dell’amore, che è chiaramente connotato come ‘amore lirico’, e dunque come topica esausta, per quanto riguarda la poesia contemporanea… Oltre a essere tragica, insomma, la morte acquisisce sfumature meta-letterarie ironiche, se non pienamente sarcastiche.
Certo, “[t]ornare dalla morte è improbabile / tornare dall’amore un impossibile”, come si legge anche qui, nella poesia Il ritorno; tuttavia, piuttosto che questo tono assertivo, se non sapienziale, nella poesia di Ben Clark è molto più facile rintracciare accostamenti orizzontali tra immagini che evocano il sublime romantico e altre, più quotidiane, che le sbeffeggiano (ne è un perfetto esempio il verso “universi, divinità, tassametri”, in Big Bang). L’understatement, insomma, è sempre dietro l’angolo.
In questo contesto, pare opportuno notare anche come l’apertura internazionale della poesia di Ben Clark – come accade, del resto, per una parte della poesia italiana contemporanea, che guarda con crescente attenzione alle tradizioni poetiche straniere, svincolandosi, così, dall’ansia di influenza locale – comporti, forse a guisa di compensazione, un minore interesse verso la ricerca linguistica e la sperimentazione in senso stretto. Si dà forse precedenza al polimorfismo stilistico e tematico – come si può notare confrontando, ad esempio, i testi “Figli dell’abbondanza” e La poesia più pericolosa del mondo (dove le “x”/”per” italiane, nella sapiente traduzione italiana di Valerio Nardoni, corrispondono ai “q”/”que” spagnoli) – senza che ciò possa far sospettare eccessi poligrafici da parte dell’autore.
In chiusura, un’annotazione è d’obbligo sulla postura “generazionale” di Ben Clark, che non si limita ad essere una giaculatoria di stampo neolirico, preferendo mescolare connotazioni politiche immediate a una connessione intertestuale che appare profonda e assai preziosa, con Los hijos de la ira (1944) di Dámaso Alonso. Si legga, infatti, la chiusa di “Figli dell’abbondanza”: “Mettevamo da parte i nostri scrupoli / il vuoto che avevamo dentro, / figli dell’abbondanza; / i figli dei figli dell’ira, / ereditieri di tutte le spoglie”. Scrivendo Los hijos de los hijos de la ira nel 2006, Ben Clark non ha inteso soltanto compiere il proprio ritorno in seno alla tradizione letteraria nazionale in lingua castigliana, ma ha offerto anche il suo personale impegno nel rinnovare la poesia “desarraígada” (“sradicata”), più attenta al dato esistenziale che non a quello formale, che settant’anni orsono fu di due giganti come Dámaso Alonso e Blas de Otero.

da “Senso di facilità” di Valerio Nardoni

nardoni

 

*

 

LA MATTINA CHE SALE
È la mattina che sale, e ti reclama
sottilmente, a cinque piani,
coi martelli degli operai.

Quando spariscono gli argini
boscosi, la diga della notte,
e l’orecchio si incrina, si frantuma
nei mondi con i nomi
tutti già presidiati.

A meno che tu non sfugga una volta
e io ti dica
dove conservo un grido
e non ti avevo più aspettata.

Nella tua fabbrica di cerini,
– chissà dove sei con la testa –
il mare capta il tuo mistero.

*

VIA GRANDE

Friggi, radiolina,
ti dimeni in un’ortica
di cotone.

Il mare non si scandalizza e aspetta
che si chiudano, portino via
gli ombrelloni prima del solito.
L’orizzonte un momento brucia,
nel buio del temporale che monta
al largo.

Un porticato di carte a piccoli voli e sandali
che ammiccano di sciogliersi. Corri via.
Non servirebbe,
non sai se fare o no una doccia,
ma canticchieresti lo stesso,
anche di più, che oggi
nulla era diverso da quello che non c’è,
e che t’ha guardata.
Tutta.

*

EX VOTO
Non ti ho saputa illuminare
di una luce più duratura
al gioco che esistiamo
solo noi: mi hanno convinto
a mandarti via.
Ma anche se qui non stride
si logora l’invenzione del mondo.
La forza che sprigionasti
schiantandoti su di me
si dibatte in albe arrugginite.
Aspri i frutti colorati, sangue
se mi si è scheggiato fra le mani
che in verità mi piace
sorprenderti ancora
con me. C’è una memoria
che non corrode la bava
della tua malattia:
non riusciresti a ucciderti qui,
né io confondo più con l’eterno
il tempo trasparente
(incendiato, sommerso
o inciso nella pietra) con cui tu
sembravi in confidenza.

*

LONTANA MALEDETTA
Ti portai tanti di quei regali
che mi prendesti per un’aspirina.
Lì per lì nemmeno
mi ero tolto la giacca,
né mi rendevo proprio conto
di quanta vita,
quanto d’umano evidentemente –
non so cosa. Bello da morire.

Ora mi tocca
questo miracolo di riflesso,
che non avrei desiderato.
Il mondo, per noi,
non era tanto più che un argomento,
è che altro da noi, io e te così – noi cosa?

Pensavo di no, che non esisteva,
ma se non mi tormenti
ti nomino mio primo amore;
da solo, maledetta.

Ci saremmo comunque perduti,
come no?
Per mio padre che si fa la barba e mi dice
che gli vengono sulla faccia
le macchie dei vecchi,
vedi? e gli rompe i coglioni,
e gli rovina o illumina la festa,
qui, a Madrid,
con quel rischio dissolto in onde meravigliose
e stellari. Cioè la notte, nel mare.
Cioè io. Rompe uguale a prima,
poi però dice a mia mamma, riconosci però
che sono migliorato, ora sono rimbecillito.

Si spazientisce al Rastro,
poi a Nuevos Ministerios il giorno dopo
le dice che ci sono delle bancarelle, sotto la pioggia,
lei trova un regalino per Elena e Matteo,
lui mi guarda e dice
che scema.

Faccio la mossa di contrastare
illusioni che non ho mai
neppure immaginato,
né saprei dire come
ora riconosco, Profs. E lo stesso,
come lui,
non ho mai distinto forse
fra la gente e me.

*

 

 

ESTATE DI TERRA
Tutto iniziò quando tornai a essere povero.

In questo letto di periferia,
non avvilito, ma saldo intorno al nulla,
provando a superarlo, giorno giorno,
prima di chiamarlo così sia.

Il bisogno di fare bene a oltranza
fiaccava le nostre cause:
avevamo perduto il morso
e non il suo ricordo,
che ora funziona quasi
da norma.

Non ho potuto essere giovane,
non tirò vento.

Tornammo verso terra,
nelle nostre case
bruciate
per non servire più.

 

© Valerio Nardoni

 

 

 

 

A proposito di “Cimettolafaccia” di Costanzo Ferraro

Come ho incontrato Costanzo Ferraro

di Valerio Nardoni

cimettolafaccia

Sono andato appena adesso a controllare su Facebook: era il 9 aprile del 2013 quando il mio amico Gianni Calcagno (Software Engineer) mi ha contattato per dirmi che un suo collega affetto da SLA aveva scritto insieme alla sua Compagna (Silvia Lavalle) un libro, e che stava cercando un editore. Titolo: Cimettolafaccia. Sottotitolo: biografia spastica politicamente scorretta. Chiunque conosca un minimo l’ambiente avrà già capito quali potessero essere le mie riflessioni in merito. La prima, naturalmente, che Valigie Rosse non è un editore, ma una “collezione di libri”, così noi la chiamiamo. Nel senso: non abbiamo soldi. La seconda, un riflessione molto più rapida: una autobiografia. La terza, ugualmente stringata: di un ingegnere. Prima di arrivare al “politicamente scorretto”, però, un altro ingrediente che può indurre forti pruriti per attacco virale da autecelebrazionismo fuori controllo, ho tentato di non giudicare, di tornare al messaggio di Gianni, che, senza problemi, mi diceva che il libro lui non l’aveva neppure letto e che me lo mandava esclusivamente sulla garanzia della persona: “grande cervello, grande persona e grande lottatore”, che di sicuro non si era messo a scrivere un libro tanto per non aver nulla da fare.
Scoprirò solo diverso tempo dopo che Costanzo, a causa della sua malattia, non solo non sarebbe stato neppure fisicamente in grado di impugnare una penna e scriverlo, ma che anche solo per dettarlo doveva averci messo una vita. Fra il dire e il fare ci sono molte cose, ma come si fa, in queste condizioni a sostenere un esame scritto di telecomunicazioni? Tutto può essere.
Effettivamente, all’epoca, Valigie Rosse stava per aprire la sua collana di prosa, Gli asteroidi, dedicata a libri scritti fuori dalle regole. Il primo libro, Il bambino mammitico, era il frutto di due anni di lavoro insieme ad un ospite del Centro Residenziale Franco Basaglia che raccontava i suoi anni di musica e chiese occupate nella Pisa degli anni 70, prima della sua malattia. Per la presentazione del libro sarebbe venuto persino Claudio Lolli, che aveva letto il libro e che l’aveva trovato di un valore generazionale.
Prendo il file del libro di Costanzo: un impaginato da spaventare il più accanito dei lettori, un fiasco sicuro. Ripenso a Gianni: “Personalmente non l’ho ancora letto, ma conoscendolo son sicuro che ha fatto un lavoro particolare e interessante”. Perché mi dice così? Avevo anche la congiuntivite, un mal di testa orrendo. Inizio a leggere. Continuo a leggere. Goccioline, tachipirine, qualunque cosa: finisco di leggere, scrivo a Gianni: “Già finito… UNA BOMBA!!! Meraviglioso, incredibile, ho pianto, ho riso, tutto!” Poi telefono subito al Cama (Tiziano Camacci, direttore della allora nascente collana): “Cama ho trovato un libro per Gli asteroidi, dobbiamo pubblicarlo per forza”.
“Ma non ci s’ha una lira?”
“Io sono disposto a prostituirmi purché questo libro venga pubblicato”.
Cimettolafaccia non solo racconta col coltello una storia incredibile, non solo la mente chiusa in un corpo che non funziona ha creato pensieri così potenti da farlo muovere da Capri fino a Pisa in carrozzina, ma il libro è persino… BELLO. Scoprirò solo molto dopo che questa bellezza viene da Silvia, ma d’altra parte i miracoli li fa solo l’amore, c’è poco da fare, è sempre stato così.
Sono certo che chiunque leggerà questo libro si troverà a cantare (con la voce di Ginevra di Marco) la Malarazza di Modugno: ti lamenti ma che ti lamenti pigghia lu bastone e tira fora li denti…

P.S.
Poi alla fine non mi sono prostituito, il nostro foundraiser ha messo in piedi una campagna di finanziamento dal basso e molti amici ci hanno aiutato a pubblicare il libro preacquistandone una copia. Valigie Rosse, lo ripeto, è una collezione di libri no profit, non prevede rimborsi per nessuno e non ha prezzi di copertina, i conti sono in pari e ogni acquisto va direttamente nel maialino per il libro successivo.

da “La pioggia fuori” di Ekaterina Josifova

di Ekaterina Josifova

La pioggia fuori

IN CERCHIO


Jack London, l’allegro Jack, l’uomo di successo,
forse segretamente annoiato
—–dagli uomini forti e dai lupi
(e un po’ prima della fine)
scrisse approssimativamente una cosa del genere:
In una clinica psichiatrica,
di pomeriggio, in un momento vuoto
(all’incirca,
—-quando inizia a riempirsi il circolo)
ogni giorno una grassa, una brutta,
———-ragazza minorata,
seduta beatamente con le mani in grembo,
———-in cerchio con un’altra
decina di grasse, brutte
———-ragazze minorate,
dice:
“Quanto sono fortunata
———-a non essere minorata.”
Poco dopo un’altra grassa,
———-brutta, ragazza
minorata dice:
“Quanto sono fortunata
———-a non essere minorata.”
Dopo un altro po’ si sente la terza:
“Quanto sono…”
E così
via.


BENESSERE


Più di quanto gli serve ha qualcuno.
Altri sanno più di quanto comprendono.
Noi abbiamo ugualmente e ugualmente sappiamo
il benessere cos’è:
nutrirsi
e che te ne resti.


MI METTO IN UNA POSIZIONE COMODA


Sul divano, il cuscino, la coperta morbida,
i libri.
Anche l’illuminazione è buona.
Non viene nessuno,
ma non perdo la speranza
che entri e che dica
in tono di rimprovero:
anche questo governo è caduto,
e tu leggi Lao Tsu.
Al che rispondo:
esattamente.


LA PIOGGIA FUORI


Picchietta, s’infittisce.
È piacevole
che t’arrivi qualcuno un po’ così
da lontano, dall’alto.


UN GRIDO


Non è così vicino, non può capire uno
Che è un grido umano?
Può essere un uccello notturno o un uccello in generale
Che imita
Il grido umano,
Un uccello canterino
O qualcosa di totalmente diverso, ad esempio
Un grido umano
immaginato
o
un grido umano, ma
addormentato, un grido nel sonno e
quindi niente di male,
è
solo qualcosa di notturno,
l’ho sentito.




*Tutti i testi sono tratti da Ekaterina Josifova, La pioggia fuori, Valigie Rosse 2013. Le traduzioni sono a cura di Alessandra Bertuccelli, con la collaborazione di Andrea Inglese e Giacomo Trinci.


Ekaterina Josifova (Kjustendil, 1941) è una delle figure più significative della poesia bulgara contemporanea. È autrice di 13 raccolte poetiche e di due libri di narrativa per l’infanzia. Nata a Kjustendil, si è laureata presso l’Università di Sofia “S. Clemente di Ohrida”. I suoi libri di poesia sono stati pubblicati in Ungheria, Slovenia, Macedonia, Francia e ora anche in Italia. Ekaterina Josifova è l’autrice di cui le ultime generazioni di poeti bulgari subiscono una fortissima e permanente influenza. Ciò avviene in modo del tutto gratuito: è infatti la persona scelta dai giovani poeti come colei che incarna il senso, il significato e l’irrevocabilità dell’Arte poetica.

A proposito di Valigie Rosse Poesia

di Valerio Nardoni 

valigie rosse

Valigie Rosse Poesia è una collezione di libri fondata nel 2010 nell’ambito delle attività del più noto premio musicale intitolato al cantautore livornese Piero Ciampi, una figura straordinaria e non etichettabile, la cui rilevanza consiste appunto nel timbro espressivo delle sue parole prima ancora che delle sue note. “Tu avevi preparato / le tue valigie rosse / e con tono deciso / chiamavi per telefono un tassì”: è da questi versi della canzone Mia moglie che il premio prende nome, nella semplicità di quell’aggettivo “rosse”, che può forse da solo definire la forza della poesia, quella particolare attività creativa che, a volte con un dettaglio non necessario, riassume tutto il senso di una situazione. Senza spiegarla. Rosse d’amore, di passione, di vergogna, di rabbia, non si sa: ma non sono valigie indifferenti.
Il premio è diviso in due sezioni e prevede ogni anno la pubblicazione di due libri: una plaquette inedita di un poeta italiano ed una antologia o raccolta di un poeta straniero. La sezione italiana, diretta da Paolo Maccari, può considerarsi una sorta di “primo premio alla carriera”: non individua, cioè, delle voci esordienti, ma certifica un timbro convincente ed una personalità rilevante, sia nell’ambito della propria produzione, sia nell’organizzazione e promozione culturale. L’intento della collana, nel tempo, è quello di tracciare una possibile mappatura della poesia italiana contemporanea, attraversando ambienti e modalità differenti, ma riunite nel segno di una stabile qualità.
La sezione estera, invece, promuove un lavoro di ricerca di una personalità poetica straniera con stesse caratteristiche, con la specifica disposizione che il poeta o la poetessa premiati non siano mai stati tradotti in italiano. Questa sezione del premio, che io stesso dirigo, è di anno in anno affidata alla cura di un esperto, che si occupa di creare una opportuna rete di contatti capaci di cogliere il bersaglio di una voce rappresentativa e forte della propria indipendenza, così come lo è stato Piero Ciampi, ma senza cercare altre analogie e soprattutto senza irrigidire in nessun altro modo i criteri di selezione, se non via via riflettendo sulla specificità della cultura e della poesia di quel paese.
I vincitori dell’edizione 2013 sono il poeta italiano Italo Testa, che esce con la plaquette inedita i camminatori, e la poetessa bulgara Ekaterina Josifova, con La pioggia fuori, una antologia particolarmente significativa nello sviluppo della collana, in quanto la traduzione, realizzata da Alessandra Bertuccelli, si è avvalsa della collaborazione dei poeti Andrea Inglese e Giacomo Trinci, già vincitori del premio nella sezione italiana.
Valigie Rosse Poesia, con il Premio Ciampi 2013, è giunta al rispettabile esito di otto libri pubblicati; a questa collana si sono nel tempo affiancate altre due collane: Beauty case, dedicata ai libri illustrati di vario genere (collegata alla sezione di arti visive del Premio Ciampi, il Premio Ciampi L’altrarte); e Gli Asteroidi, una collana di prosa anch’essa a suo modo ciampiana, di storie scritte in prima persona, al di fuori dai canoni e dei generi, sempre accompagnate da una “nota” musicale, la testimonianza di un cantautore. Il primo libro della collana, Il bambino mammitico di Giacinto Conte, ambientato nella turbolenta Pisa degli anni Settanta, è stato introdotto da Claudio Lolli.
Il progetto Valigie Rosse, pur legato (e grato) al decisivo sostegno non solo economico del Premio Ciampi, è un progetto editoriale indipendente e totalmente no profit: coperte le spese di stampa, ogni utile viene direttamente investito in nuovi libri. Non è un’impresa e non è un’attività: è un contenitore e catalizzatore di esperienze, dove autori, curatori, traduttori, grafici, magazzinieri e amministratori rappresentano una struttura totalmente orizzontale la cui unica finalità e interesse è la realizzazione e diffusione di libri. Anche molti librai condividono la stessa passione e si prendono cura dei nostri libri: sanno che dietro non c’è una delle molte realtà apparentemente simili ma i cui organizzatori sono, con maggiore o minor grado di opacità, stipendiati. Non c’è nessuna polemica in questo discorso, è bene che tutti possano sopravvivere e soprattutto gli editori di poesia, è solo per chiarire in che modo facciamo quello che facciamo.
Questo è più o meno tutto, a parlare siano piuttosto il catalogo e i lettori, che possono trovare notizie ed anteprime su valigierosse.net

VALIGIE ROSSE POESIA
collana diretta da Paolo Maccari e Valerio Nardoni

1. Juan Andrés Garcia Roman, Quaderno del suggeritore
2. Matteo Marchesini, Sala d’aspetto
3. Martina Evans, Di fronte al pubblico
4. Andrea Inglese, Commiato da Andromeda
5. Charles Juliet, Radici della luce
6. Giacomo Trinci, Sul finire
7. Ekaterina Yosifova, La pioggia fuori
8. Italo Testa, i camminatori