Valerio Magrelli

Gianluca Garrapa, Intervista a Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018

 

  1. Commissario Magrelli, ci dica, come mai, secondo lei, il suo omonimo autore, ha deciso di ingaggiare proprio un Commissario e vestire i suoi panni per scrivere questi versi? Forse la risposta è in questi versi della prima poesia?

 “Visto che tutti i libri
hanno ormai un commissario,
mi faccio commissario
della poesia […]”

o esiste una ragione più profonda nel fatto di voler scegliere la forma poetica per mettersi “sulle tracce dei misfatti / che restano impuniti a questo mondo […]”: cosa ci risponde?

Tempo fa rimasi sorpreso da una frase di Edoardo Sanguineti che diceva più o meno: la poesia nasce dall’antipatia. Nulla come questo libro potrebbe dimostrarlo. Già anni addietro composi un Haiku intitolato Contro l’abuso di Haiku. Ebbene, Il commissario Magrelli nasce proprio da una forma di profonda insofferenza verso la “giallizzazione” della letteratura, un disturbo che raggiunse il suo culmine quando a Parigi, in un Salone del libro dedicato al nostro paese, “Le Monde” uscì con quattro pagine esclusivamente dedicate al noir italiano, senza nemmeno menzionare il nome di Mario Luzi, ospite della rassegna (per chi non lo sapesse, sto parlando di un poeta). Da quel momento, un po’ scherzando, un po’ meno, è nato questo libro.

 

  1. Leggendo i casi e i misfatti versificati nel libro, non ho potuto fare a meno di notare un registro colloquiale e elegante, il verso libero e una struttura poetica che è lontana dalla lirica che racconta di un io. Il suo autore omonimo, come ha ben notato lei, anche se lei non legge,

“Il commissario non legge, ma una volta
trovò questa poesia
(divertente, diceva – l’autore
si chiama come me), […]”,

il suo autore omonimo, dicevo, sembra uno di quei poeti antichi che raccontavano le gesta di eroi che tutti ben conoscevano e, ahinoi, pure sappiamo la cronaca che la televisione ci propina tutti i giorni, e dunque questa è poesia del quotidiano, ma non dell’effimero, poiché, scrive sempre il suo autore in esergo, la citazione è di Hugo Ball, ma lei non legge e non sa chi sia Hugo Ball (era un poeta, scrittore e regista teatrale dadaista): “Tutto funziona, solo l’uomo no”, e questa è una verità universale e trans-temporale. Ma ci dica: perché, molto spesso, le cronache poi dimenticano le vittime? E il suo autore omonimo come risponderebbe a questa grave mancanza?

Il fatto che esistano addirittura delle trasmissioni televisive dedicate a scavare nella psiche dei colpevoli, la dice lunga su questa anomalia. Che poi sia il servizio pubblico ad assecondarla, la dice lunga su cosa si intenda oggi per “servizio”, e cosa per “pubblico”. Quanto a me, ho scritto Il Commissario proprio per denunciare una malattia del genere – malattia, va da sé, che non ha nulla di interessante, in quanto dovuta solo e soltanto agli indici di ascolto, e dunque al solito ritornello delle vendite. Termino riportando una battuta del grande musicologo Massimo Mila, il quale ricordava come nessuno possa esimersi dal fermarsi per strada davanti a una rissa. Ebbene, la nostra tv non fa che provocare risse per attirare l’attenzione dello spettatore-consumatore-acquirente del mercato pubblicitario. Ciò spiega tale inconsulta, criminale predilezione per l’universo criminale. (altro…)

Il commissario Magrelli

Il commissario Magrelli

 

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018; 15 €

«Tutto funziona, solo l’uomo no» è la secca affermazione che troviamo in apertura di libro, in esergo. Una frase intrigante di Hugo Ball, poeta e regista tedesco (1886-1927); intrigante perché dà giustamente adito a un dubbio interpretativo, secondo la sfumatura che si sceglie nella lettura: funziona l’uomo, ma non da solo, oppure proprio soltanto l’uomo non funziona.
E se partiamo dal bivio offerto da questo dubbio sottile, è nel gioco del commissario/poeta che il doppio si esprime maggiormente. Nella quarta di copertina Valerio Magrelli scrive: «Quando ho incontrato il commissario mio omonimo, confesso di essere rimasto sorpreso… mi ha stupito la caparbietà, l’ostinazione con cui l’ho visto viaggiare… la sua specialità sembra consistere nella difesa della vittima…». E subito il doppio prova a spiegarsi, nella prima poesia riportata anche in copertina, il poeta dichiara: «… mi faccio commissario/ della poesia/ e parto sulle tracce dei misfatti/ che restano impuniti a questo mondo». Lo fa con la sua riconoscibile, caratteristica intelligenza.
È sempre un ragionamento il suo. A volte è un “gioco” di parole (a pagina 15, a pagina 21 e a pagina 43 troviamo tre esempi particolarmente efficaci, brillanti), altre volte si tratta di qualcosa di più: Magrelli, da poeta, la rivoluzione la fa rivoluzionando la frase, mutandone i termini e quindi il senso tramite un rivolgimento del pensiero. Così certe frasi di uso comune diventano: «Qualcuno tocchi Caino» (a pagina 29) e «condannato a amore» anziché «condannato a morte» (a pagina 33).
Dentro una rassegna di orrori, questa «piccola ma nutrita enciclopedia del reato» – come lo stesso commissario indica – Magrelli sa scegliere: sceglie, veramente, di prendere le difese della vittima e offre indicazioni precise: «Donne, paesaggio e infanzia,/ tutto ciò che è indifeso, vulnerabile,/ deve restare intatto,/ tabù,/ SACRO». Colpisce questa parola scolpita, “urlata” e inamovibile: stupro, incendio doloso, pedofilia sono dunque ai suoi occhi i mali più sconcertanti, i peggiori reati, intollerabili. (altro…)

Maria Borio, Poetiche e individui

Maria Borio, Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, Marsilio 2018

Allorché, qualche mese fa, inserii Poetiche e individui di Maria Borio tra gli esempi significativi e incoraggianti di Un altro sguardo. Dal margine alla pienezza, posti in evidenza nel mio contributo al numero del 2018 della rivista «Zer0Magazine», intendevo avviare una serie di riflessioni che si concretizzano oggi come sonoro invito alla lettura e, insieme, come percorso di valenza metodologica.
La scelta di individuare nella poetica, o meglio, nelle poetiche – e non nei generi, non nel canone – il punto di partenza e il filo conduttore dell’indagine sulla poesia italiana dal 1970 al 2000 sgombra il campo da un approccio che si è rivelato da tempo inadeguato, benché esso venga riproposto in più di una sede, segnale di abitudine inveterata, crosta dura da rimuovere.
Al cambio di paradigma adottato da Borio corrisponde uno studio accurato che sa unire la prospettiva storica, l’inserimento puntuale e argomentato di ciascuna delle opere prese in esame, o di suoi stralci, in un ampio contesto coevo, che si sposta anche oltre i confini nazionali e che accoglie riferimenti alle vicende della ricezione e agli ambiti della prima e delle successive pubblicazioni (anche in riviste e in antologie, le cui azioni sono anch’esse oggetto di riferimenti puntuali), così come in linee di sviluppo diacronico, a un avvicinamento al testo poetico capace di farne brillare peculiarità e rimandi, analogie e parentele.
Gli strumenti di indagine vengono dispiegati con consapevolezza, messi a disposizione, perché la poesia – ecco l’ulteriore pregio di questo volume – non perde in bellezza, in capacità di sprigionare stupore, se essa costruisce, amplia e rafforza la conoscenza, se essa viene analizzata, posta sotto la lente di ingrandimento, scavata, accostata ad altra poesia.
Stupore e conoscenza in quella che Maria Borio a ragione definisce “lettura relazionale” sono dunque i frutti che chi legge Poetiche e individui saprà cogliere esplorandone, sui sentieri indicati dall’autrice, testi e contesti.
Per ciascuno dei tre decenni conclusivi del XX secolo, per ciascuno dei capitoli, in alcuni casi per singoli paragrafi, il percorso suggerito prende l’avvio dal testo poetico, corpo, prova e documento. Spesso è proprio il testo poetico, riportato nella sua interezza o per passaggi significativi, a dare il nome al capitolo. Riporto di seguito alcuni esempi dall’eco profonda e dalle diramazioni ampie. (altro…)

I poeti della domenica #290: Valerio Magrelli, Non tutto è perduto

Non tutto è perduto
se un anno ogni quattro
perfino il calendario gregoriano
prepara un’offerta residua.
La premurosa eccedenza del tempo
va intesa come norma di natura
cenno della cautela che promette
ad ogni cosa un dono bisestile.

.

In Nature e venature, Milano, Mondadori, collana”Lo Specchio”, 1987.

#Bolle (di #SamueleFioravanti)

copertina

Bolle.
Se Walt Disney scrivesse poesie in italiano

 

Se, per un gioco di affinità, i cartoni animati della Disney dovessero essere paragonati a poesie italiane – no, l’eventualità è persino troppo difficile da immaginare. È pur vero che Winnie the Pooh compare in un testo di Alba Donati (Tv, in Idillio con cagnolino, 2013) e che Raboni, com’è noto, definì Delio Tessa «il poeta che amava Walt Disney» (“Corriere della Sera”, 10 maggio 1958), tuttavia il connubio tra la poesia italiana e l’animazione statunitense non è dei più sentiti. Persino Raboni sceglieva Proust quando Patri­zia Valduga si dedicava alla lettura di Topolino.
Certo, Paolo Zanotti ambienta a Genova almeno il romanzo postumo Il testamento Disney (2013), ma proprio a Genova era fallito trent’anni prima il progetto di una Disneyland italiana (“la Repubblica. Ge­nova”, 12 dicembre 1984). Dora Markus possiede un topolino d’avorio bianco che purtroppo non è Topolino e, sebbene Dino Buzzati straveda per il buon Paperone (prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, 1968), non ha dedicato nemmeno un verso al pennuto.
La collana “Classici della letteratura Disney” ha recentemente ripubblicato tutte le felicissime interpre­tazioni a fumetti del canone poetico nostrano (l’Inferno, l’Orlando, la Gerusalemme), eppure i poeti italiani contemporanei non sembrano ansiosi di ricambiare il favore.
Sì, Anna Banti riscontrava una certa somiglianza tra i personaggi di Calvino e i disegni di Walt Disney (Italo Calvino, in “Paragone-Letteratura”, III, 28, aprile 1952), ma si trattava pur sempre di testi in prosa perché invece, per quanto riguarda la poesia, la sagoma di Topolino compare appena in un verso di Magrelli (Sul nome di un’utilitaria della DDR che in tedesco significa «satellite», in Didascalie per la lettura di un giornale, 1999) – e compare oltretutto come documento dell’«ingenuità estetica» promossa dall’immaginario cute (Carpi, Nota sul cute nella poesia di Valerio Magrelli, in “Sincronie”, XII, 23, gennaio-giugno 2008).
Lo sforzo di rintracciare qualche altro caso di interazione fra i poeti e i cartoni –fosse anche un caso isolato o magari un po’ più lusinghiero– sarebbe comunque vanificato dall’ombra lunga delle condanne pronunciate da Salvatore Settis (Se Venezia muore, 2014) e da Vanni Codeluppi (Lo spettacolo della merce, 2000) nei confronti dei parchi a tema. Disney World è tacciato non solo di esoso consumismo ma di es­sere, a tutti gli effetti, il perverso rovesciamento del centro storico di Venezia o dei passages parigini.
La prosa italiana, insomma, fa del suo meglio e del suo peggio; la poesia pressoché tace.
Con l’articolo E Topolino inventò la letteratura (“Topolino Story”, allegato al “Corriere della Sera”, 30 mar­zo 2005), Paolo Di Stefano ha rilevato quanto siano diffusi gli abitanti di Topolinia nella narrativa ita­liana contemporanea (Veronesi, Mari, Nove…) mentre Giorgio Fontana ha dedicato a Paperopoli un intervento al Festival della Letteratura di Mantova 2016. La maggior parte dei poeti, al contrario, sem­bra evitare il confronto con la Disney. Persino Guido Catalano, che pur non si risparmia nulla, ma pro­prio nulla, liquida paperi e sorci sputando su «un cazzo di film di merda di Walt Disney». (altro…)

Coriandoli a Natale #8: Valerio Magrelli, Natale, credo…

il-sangue-amaro-valerio-magrelli

 

Natale, credo, scada il bollino blu
del motorino, il canone URAR TV,
poi l’ IMU e in più il secondo
acconto IRPEF – o era INRI?
La password, il codice utente, PIN e PUK
sono le nostre dolcissime metastasi.
Ciò è bene, perché io amo i contributi,
l’anestesia, l’anagrafe telematica,
ma sento che qualcosa è andato perso
e insieme che il dolore mi è rimasto
mentre mi prende acuta nostalgia
per una forma di vita estinta: la mia.

 

da Valerio Magrelli, Il sangue amaro, Einaudi, 2014

Il senso del verso #2. Intervista a Mariangela Gualtieri

di Gianluca Garrapa

[Con questa intervista prosegue la nuova rubrica, a caduta mensile, a cura di Gianluca Garrapa, “Il senso del verso”. Alcuni poeti, tra i quali Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, sono chiamati a rispondere a cinque domande, ognuna delle quali fa riferimento a una facoltà sensoriale: vista, tatto, odorato, udito, gusto. A ogni senso, ogni domanda sarà, inoltre, accompagnata dalla citazione di un verso del poeta. Una sesta domanda, l’ultima, ribalterà invece il tutto: chiederà ai poeti di porre una domanda in forma di poesia. Rigraziamo Gianluca Garrapa e i poeti per la disponibilità. lm]

gualtieri

 

1. Vista: Buon giorno a voi che non vediamo. / Ciò che non vediamo / preme: cosa vede il poeta, che altri non vedono?


Il poeta guarda lì dove tutti guardano, in quella che sembra la realtà ordinaria e vede ciò che gli altri non vedono. Dunque vede in sottigliezza e presagisce ciò che non si vede. Il poeta si dispone davanti al nulla, in ascolto, in attesa, e da quel nulla prendono vita le parole, se si ha il dono di un io diminuito e di una attenzione plenaria. Dunque direi che il poeta vede il nulla, sa reggere quell’appuntamento e sa farsi fecondare. Ma a volte è una manovra pericolosa, perigliosa.

2. Tatto: Non sappiamo. Non so. Non è dato sapere / con parole. Solo il corpo sa. / Sapienza di respiro: come parla il corpo de Le giovani parole?

Il corpo ha una propria sapienza. Lo capiamo a volte quando si ammala, quando si inceppa, quando rifiutandosi di funzionare ci costringe a rivedere certe situazioni, certe scelte probabilmente non giuste. Ne Le giovani parole, la prima sezione, quella più legata alla mia vita in campagna, o l’ultima con gli Esercizi al microscopio, in un certo senso parlano della vita del corpo.

3. Udito: Imparare quel mantra che contiene / l’antica vibrazione musicale / forse la prima, quando dal buio immoto / per traboccante felicità / un gettito innescò la creazione: quali suoni accompagnano, e quali rumori?, il momento di scrivere e dire la poesia?

È il silenzio, la grande melodia della poesia, sia quando scrivo che quando recito. Nella resa orale del verso a volte serve qualche nota. Quasi sempre in questi anni sono state per me note di Arvo Pärt.

– 
4. Odorato: Un odore smielato / precipita le forme / e tutto vira verso qualcosa / che è ancora fiore: qual è l’odore delle poesie di questa raccolta?

– 
Non so rispondere a questa domanda. D’istinto direi che questa raccolta, la sua uscita, è legata all’odore del mosto sotto il portico di casa mia. Nei giorni dell’uscita eravamo impegnati con la vendemmia e così il libro è arrivato proprio durante le operazioni di vinificazione – operazioni magnifiche e fortemente profumate, se il vino è buono.

5. Gusto: Butta su le forme i sapori / per farsi mangiare: si può mangiare una poesia? E che sapore ha, quando la si declama?

Quando la si declama lo stomaco è perfettamente vuoto e l’impressione è piuttosto quella di dare da mangiare a chi ascolta, di dare un nutrimento ora estremamente necessario e cercato, da alcuni, con urgenza, con una necessità e passione che alla fine si trasformano in gratitudine.

6. Mi fa una domanda in forma di poesia?

Mi dispiace ma non sono capace.

[È possibile leggere la prima intervista a Valerio Magrelli cliccando qui: Il senso del verso 1. Intervista a Valerio Magrelli]

In Apulien, 14 – Francesco Cagnetta

Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß

Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare

Ingeborg Bachmann, In Apulien

(traduzione di Anna Maria Curci)

Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate. La quattordicesima tappa è dedicata a Francesco Cagnetta, nativo di Terlizzi.

Francesco_Cagnetta

Ho ascoltato per la prima volta nell’estate del 2015, tra i sassi di Matera, i versi di Francesco Cagnetta, chiari, ruvidi, diretti. La lettura, successiva all’ascolto, dei suoi inediti ha rafforzato l’impressione iniziale di un dettato sicuro che attinge a due fonti primarie: i viaggi quotidiani nelle letture amate – Vittorio Bodini innanzitutto – e l’altrettanto quotidiano duetto con un tempo storico vissuto per lo più come antagonista. Di qui l’alternanza, nei testi, di autoritratti che alla narrazione di allenamenti a un’opposizione, che si riconosce come strenua e vana, affiancano la constatazione, ridotta all’essenziale, di un’identità “disossata”,  e di precetti non privi di ironia, tutti – autoritratti e precetti – lanciati da avamposti scomodi, spogli, spolpati (il paesaggio delle Murge emerge qui, oltre che nelle immagini, anche attraverso scelte linguistiche legate a varietà di quell’area geografica), dinanzi a nemici che si sono resi invisibili. (Anna Maria Curci)

Alla mia stagione
facevano tremare i palazzi
scuotere gli arbusti di sussurri
e parole abbiette,
crocifiggere gli abissi
con la tempra della forca
e i confini della propria vigna.

Forse, che le tonache
non siano ancora dismesse.
Che il crepitio
sia del tutto indifferente
che la tenacia dei muscoli
sia rimasta sopita.

Che sia tutta colpa della foschia
frapposta tra lo sguardo ed i nervi.

*

Ho comprato attrezzi ferrosi
per allenare i muscoli
tutti i santi giorni.
Riscaldato il cuore
accelerato il battito
scandito
alle intermittenze della notte.
Ho la compostezza delle vene
espanse di bolle d’aria
che si fanno strada nel sottopelle
e nervi duri
da poter contrarre gli oceani.
Mi strozzo di fibre proteiche
ed alimenti ipercalorici
per ingrassare il temperamento
e la tenacia delle lame sottili
affilate per l’occasione.
Ho issato le bandiere di avvistamento
affinato i radar
e la percezione dell’olfatto.
Ho indossato l’armatura di frittura
l’elmetto di cartoccio
per la chiamata alle armi.

Ma qui il nemico non si vede! (altro…)

Il senso del verso #1. Intervista a Valerio Magrelli

di Gianluca Garrapa

[Con questa intervista si avvia una nuova rubrica, a caduta mensile, a cura di Gianluca Garrapa, “Il senso del verso”. Alcuni poeti, tra i quali Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Biagio Cepollaro, sono chiamati a rispondere a cinque domande, ognuna delle quali fa riferimento a una facoltà sensoriale: vista, tatto, odorato, udito, gusto. A ogni senso, ogni domanda sarà, inoltre, accompagnata dalla citazione di un verso del poeta. Una sesta domanda, l’ultima, ribalterà invece il tutto: chiederà ai poeti di porre una domanda in forma di poesia. Rigraziamo Gianluca Garrapa e i poeti per la disponibilità. lm]

foto magrelli

1. Vista: Ti guardo, cerco di guardarti dentro, / come se mi sporgessi su un abisso: cosa guardiamo nelle poesie de Il sangue amaro, e cosa vediamo?

Ispirandomi a una splendida riflessione di Isabelle Stengers, ho scritto una poesia in cui paragono le poesie alle cavie. La grande epistemologa rifletteva sul fatto che le cavie, in biologia, sono molto diverse dagli oggetti degli esperimenti in fisica. Diceva sostanzialmente che Galileo non si affezionò certo alla palla di piombo che gli serviva per dimostrare la rotazione della terra. Uno scienziato di oggi non desidera tornare a casa col bosone che sta studiando, mentre uno zoologo sviluppa affetto per la scimmia con cui lavora, e magari vorrebbe tenerla con sé. Ecco, nei riguardi delle poesie che elabora, il poeta è un po’ come uno zoologo. Ogni poesia è una cavia, ma una cavia animale e animata:

Cave cavie!
A Isabelle Stengers

O forse sono cavie, queste poesie che scrivo,
per qualche esperimento concepite,
che tuttavia non so.
Non so perché si formano,
eppure mi affeziono e le chiamo per nome,
topolini vivissimi, allarmati
da che?

2. Tatto: Mentre io ustionato / Decorato di piaghe / Ho la pelle che cade / Da lebbroso: se si potessero toccare, che sensazione darebbero le sue poesie?

Bellissima domanda, a cui rispondo citando un bellissimo libro, per me letteralmente fondamentale. Mi riferisco a uno dei due principali studi di Alexander Lurija, il grande neurologo russo il quale, a differenza di Freud che seguiva molti casi per breve tempo, ne seguì solo un paio, ma per vent’anni. Quello che mi interessa di più parla di un mnemonista (molto simile al personaggio di Borges, Funes el memorioso) che finisce per esibirsi in un circo. Lurija cerca di aiutarlo a dimenticare le cose superflue, facendogli immaginare di scrivere tutto su un foglio per dargli fuoco. Perché non riesce a dimenticare? Questa è la cosa sorprendente: perché ha avuto un arresto nello sviluppo del linguaggio. In lui, cioè, resta fortissimo il legame sinestetico, che assicura alle parole un peso e una presenza per noi inimmaginabili (questo fenomeno psichico consiste nell’insorgere di sensazioni auditive, visive, tattili, olfattive e gustative, in concomitanza con una percezione di natura sensoriale diversa). Nel circo, per esempio, a inizio spettacolo, il mnemonista si faceva elencare decine e decine di sillabe senza senso, e a fine serata le ripeteva tutte, senza errori. In che maniera ciò era possibile? La risposta era questa: «Come potrei non ricordarle? La r così amara, ruvida, la v così luminosa, accecante», etc. Il caso più divertente si verifica quando, in un ristorante, si accorge di un errore di stampa nel menu ed immediatamente fugge via, in preda a conati di vomito. Non poteva più mangiare, era come se avesse visto uno scarafaggio nella minestra! Per lui, infatti, il linguaggio “era” la realtà, e possedeva la sua stessa una forza estrema. Questo per dire che, secondo me chi scrive ha una sorta di ipersensibilità, di ulcerazione che lo rende particolarmente reattivo al linguaggio, quasi una sua preda.

(altro…)

Su Poesia e Architettura

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“... L’architetto vero è un poeta che un giorno scoprirà in se stesso la presenza del domani nel nostro presente ...”

F. L. Wright

 

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Di Open Zona Toselli e delle sue iniziative vi abbiamo già parlato.
Il primo Talk, curato da Marina Gennari e Francesco Ricci, ha visto come protagonisti il poeta e docente Alessandro Fo, l’architetto Augusto Mazzini e Goffredo Serrini, architetto e poeta, in un confronto volto al tentativo di affrontare una possibile lettura della contemporaneità attraverso il rapporto tra le due discipline, evitando di cadere nella facile trappola della definizione di un rapporto esclusivamente “estetico”, là dove troppo spesso il termine “poetico” viene ridotto a categoria di giudizio.
Poetarum Silva era presente all’incontro in quanto media partner dell’evento; considerate quindi questo articolo come una relazione in progress su quanto accade in quel di Siena ma soprattutto un cortese invito a parteciparvi. Cogliamo l’occasione per ringraziare Alessandro Bellucci e Maria Gargano, ideatori dell’evento per averci invitato.

Tornando al presupposto iniziale, Carlo Scarpa cita:

“L’architettura può essere poesia?”. Certo. Lo ha proclamato F. L. Wright in una conferenza a Londra. Ma non sempre: solo qualche volta l’architettura è poesia. La società non sempre chiede poesia. Non bisogna pensare: “farò un’architettura poetica”. La poesia nasce dalle cose in sé… La domanda dovrebbe essere questa: “Quando è poesia una base attica e quando non lo è? Possiamo dire che l’architettura che noi vorremmo essere poesia dovrebbe chiamarsi armonia, come un bellissimo viso di donna. Ci sono forme che esprimono qualche cosa. […]”

Lo stimolo è importante e mette in evidenza una sua eccezionalità se si va oltre l’idea che la relazione tra le due arti spesso rimane funzionale, quasi artigianale, a partire dall’utilizzo di un lessico simile (metrica, composizione, struttura…). Nella nostra concezione comune di storia della letteratura non è difficile immaginare la Divina Commedia o l’opera petrarchesca come complesse strutture architettoniche così come l’architettura stessa segue una sua grammatica e una sua sintassi fino alla definizione di un suo “linguaggio”. Quel linguaggio messo per esempio in discussione da J. Derrida e dai primi interessanti esperimenti decostruttivisti di B. Tschumi e P. Eisenmann. Un’architettura costituita da una scansione di pieni e vuoti, come quella di Le Corbusier, può essere messa tranquillamente  in relazione con la definizione di uno “spazio poetico” come quello di Ungaretti (quello che poi Fortini definisce lo “spazio bianco”) . Ma anche in questa maniera si va a dimenticare uno dei concetti fondamentali citati da F.L. Wright; l’elemento comune non va cercato in una definizione estetica oggettuale, ma nel suo essere nel tempo, per non incorrere nel rischio che l’oggetto “poetico” (Poieo, appunto) non si riveli in realtà (sempre che si possa parlare di “realtà” in architettura come in poesia)  un oggetto inutile e insignificante, ma venga colto, per citare J. Baudrillard, nella sua “letteralità”: “… al di là del progresso, delle tecniche , dello sviluppo sociale e storico, l’oggetto architettonico, come evento che ha avuto luogo, non è suscettibile di essere interamente interpretato, spiegato“. D’altra parte, come ampiamente evidenziato da G. Bachelard, lo spazio architettonico assume una sua “poetica” in quanto luogo in cui nasce la poesia stessa. Ci si chiede allora se una poesia è altrettanto abitabile quanto una architettura; se un tentativo di mediazione l’hanno lanciato due architetti visionari come P. Scheerbart e F. Hundertwasser, una risposta “poetica” ci può arrivare sicuramente da un testo di Valerio Magrelli.

Bisognerebbe fare alla fine d’ogni libro
una piantina. Non un indice, piuttosto
una planimetria delle sue parti,
descrivendo le fondamenta,
i suoi diversi accessi, le stanze,
i servizi e i disimpegni.
Bisognerebbe precisarne anche
la capienza ed i costi, spiegando
l’ammontare della manutenzione nel tempo.
Svelare cosi l’ossatura del cantiere,
le sue membra nascoste
dal parametro della pagina.
Soprattutto sapere: quale
e quanto il materiale
(legname, pietre, tubature, cemento)?

Bibliografia

G. Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari 1975
P. Scheerbart, Architettura di vetro, Adelphi, Milano 1982
J. Baudrillard, J.Nouvel, Architettura e nulla. Oggetti singolari, Electa, Milano 2003
V.Magrelli, “Bisognerebbe fare alla fine d’ogni libro” in Ora serrata retinae, p. 67 di Poesie (1980-1992) e altre poesie, Einaudi 1996;

Poesie per l’estate #21: Valerio Magrelli, L’abbraccio

Dal 27 luglio al 23 agosto la programmazione ordinaria del blog andrà in vacanza. In questo periodo vi regaleremo comunque due post al giorno, una poesia al mattino e una al pomeriggio, “Poesie per l’estate”. Vi auguriamo buona estate e buona lettura. (La redazione)

Valerio Magrelli

L’abbraccio

Tu dormi accanto a me così io mi inchino
e accostato al tuo viso prendo sonno
come fa lo stoppino
da uno stoppino che gli passa il fuoco.
E i due lumini stanno
mentre la fiamma passa e il sonno fila.
Ma mentre fila vibra
la caldaia nelle cantine.
Laggiù si brucia una natura fossile,
là in fondo arde la Preistoria, morte
torbe sommerse, fermentate,
avvampano nel mio termosifone.
In una buia aureola di petrolio
la cameretta è un nido riscaldato
da depositi organici, da roghi, da liquami.
E noi, stoppini, siamo le due lingue
di quell’unica torcia paleozoica.

(da Valerio Magrelli, Esercizi di tiptologia, 1992)

Bruno Galluccio: La misura dello zero (saggio di Mario De Santis)

la misura dello zero

Bruno Galluccio: La misura dello zero (saggio di Mario De Santis)

Le nuove scoperte della scienza stanno cambiando in modo radicale le categorie e le forme di percezione di ciò che reputiamo vero mutando anche postulati che abbiamo interiorizzato quasi in modo da sentirli come “naturali”, tra questi lo spazio e il tempo, la forma della coscienza, la natura dei sentimenti, legata a dinamiche neuronali, la materia e la sua consistenza di particelle infinitesimali che fanno quasi parlare di invisibilità.
Per molti motivi, tradizionalismo o semplice pigrizia o per non produrre testi troppo impegnativi per i lettori, puntando a un pubblico largo e medio, è raro trovare autori capaci di tradurre in riflessione letteraria, in forma e linguaggio, il senso di queste conquiste, le mutazioni di parametri di interpretazione e visione della realtà che introducono – la letteratura non dovrebbe essere proprio questo? Forma capace di essere domanda sul mondo.
Tra le eccezioni, c’è la poesia dove si continua a pensare in termini di ricerca anche dentro la sfera della lirica. E nella poesia contemporanea italiana brilla il lavoro di Bruno Galluccio che già nel precedente Verticali e in modo ancora più compiuto in questo La misura dello zero sempre per Einaudi, lo ha fatto con risultati notevoli, anche mettendo a frutto la sua formazione personale e individuale, di poeta con  quella dello scienziato, quale è. Sperimentazione in questo caso vuol dire rivedere i presupposti della forma della lirica, procedere verso un adeguamento attraverso la lingua della poesia a dire il mutato posizionamento di conoscenza del mondo e di forma della coscienza.
Bruno Galluccio è un fisico di formazione; come tale ha a lungo lavorato in questo campo, sa bene che solo la formula matematica dà conto compiuto ed esatto della materia, della sua misura. Impossibile “tradurre”. Ma, come è accaduto con la fisica ad inizio del ’900, o con l’innovazione gnoseologica portata dal lavoro di filosofi all’interno del linguaggio (Freud, De Saussure, Wittgenstein, ecc.) la poesia può guardare  a quelle esperienze di conoscenza come un rispecchiamento binario da cui trarre idee del mondo.
Del resto la  fisica molecolare oggi è capace di stravolgere i nostri parametri in modo radicale: è realistica quando scardina la “realtà”, quella che abbiamo (crediamo di avere) sotto in ostri occhi, con conclusioni, scoperte o ipotesi che prima sembravano appartenere al territorio dell’irreale. Siamo abituati dai paradossi logici e linguistici, dell’arte e della letteratura  (“ceci n’est pas une pipe”) ma stavolta non è il surrealismo, Magritte o Duchamp, o la filosofia, ma è di fatto la scienza a ridare dunque respiro alla poesia.
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