Unione Sovietica

Su “Tumulto” di Hans Magnus Enzensberger

di Luciano Mazziotta

enzensberger foto

Bilancio e profezia sono due termini attraverso i quali poter definire la scrittura di Hans Magnus Enzensberger. Bilancio degli anni che sono stati e profezia, razionale, di quello che potrà essere. E ciò che potrà essere, però, è sempre il cataclisma, il crollo, in una parola l’apocalisse. Già con il poema La fine del Titanic (1980) il poeta aveva rappresentato in forma allegorica la caduta, ineluttabile, ma lenta, dell’Occidente, dei suoi miti, nonché delle stesse ideologie, maturate in esso, che a lui cercavano di opporsi. Tutto crollava, dominatori e dominati, miti e contromiti, come in una sola, imponente, nave.
Ora in Tumulto (Einaudi, 2016; traduzione di Daniela Idra) Enzensberger ci fornisce l’occasione, lo spazio e il tempo, in cui si è sviluppata la sua visione del mondo, in un’opera che contamina romanzo amoroso, autobiografia, diario, saggio politico e, infine, saggio socioletterario. Scandito in cinque sezioni, ma suddivisibile in tre parti, l’opera inizia con gli appunti sparsi tratti da un diario scritto nel 1963, anno del soggiorno in Unione Sovietica dell’autore; continua con un dialogo tra il sé di ora e il sé di allora, in cui ci si concentra sugli anni 67-70; e si conclude con dei Postscritti, redatti nel presente, che guardano al passato con lo scopo di fare chiarezza, come quando gli operatori subacquei vanno ad ispezionare un relitto nel fondo del mare.
Il 1963 non è una data casuale. È una data pubblica e privata, politica e letteraria, funzioni che, come già detto, si frammischiano continuamente nell’opera di Enzenbserger. È lì che comincia il contatto tra Enzensberger e il socialismo reale dell’Unione Sovietica, quel mondo che Kim, l’intellettuale organico del Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, rappresentava ancora come l’unico mondo felice, e che si rivela, invece, a tratti rozzo e claustrofobico. Lì Hans Magnus ha la possibilità di incontrare Nikita Chruščёv, di relazionarsi con la potente Unione degli scrittori e, infine, di avviare la sua relazione amorosa con Marija Aleksandrovna Makarova, detta Maša, filologa sovietica e protagonista, insieme al poeta, di quello che l’autore stesso definisce il suo romanzo russo. Tutto viene comunque descritto in forma ironica e autoironica, come una fotografia lontana. Chruščёv è il segretario debole del partito, nonostante l’avvio della destalinizzazione; è l’uomo che spiega “il Socialismo a Sartre in modo imbarazzante”, senza troppi approcci teorici. Ad ogni modo a lui sembra si rivolga la simpatia dell’autore, anche perché il segretario del PCUS non cerca di ingraziarsi il pubblico dei letterati che si trova di fronte, né tollera di buon grado l’attitudine servizievole di alcuni di loro. Molto meno “consolante” è l’Unione degli scrittori, organo di governo per il controllo sulla letteratura e sulla circolazione di questa negli stati dell’Unione Sovietica. L’Unione degli scrittori è l’organo che stabilisce chi è uno scrittore e chi no. Venirne esclusi significa, dice Enzensberger, la morte sociale, come l’esilio in epoca romana. L’Unione Sovietica, però, sembra tenere saldo il legame tra politica e letteratura, cosa assente del tutto in Occidente. Inoltre, al di là dell’Unione degli scrittori, sbalordisce il modo in cui la letteratura sia diffusa capillarmente nel paese, nonché il giudizio comune sugli scrittori. In Unione Sovietica qualcosa di idilliaco esiste ancora: l’autore può non provare vergogna a definirsi poeta.
Poi c’è Maša: neppure rispetto alla relazione amorosa l’autore si lascia prendere da slanci sentimentali. Il matrimonio con Maša è utile alla libera circolazione di quest’ultima nei paesi occidentali. E la stessa convivenza con lei è descritta come il risultato di due divorzi e un matrimonio.
Nel frattempo c’è la Germania, dove prende piede la rivolta giovanile, il tumulto o una delle facce di questo: Enzenbserger, però, è altrove, è sempre altrove quando succede qualcosa. L’essere altrove, del resto, è uno dei rimproveri più pesanti fatti dal sé di ora nei confronti del sé di allora della seconda parte del libro: più che ad un dialogo alla pari, sembra di assistere, talvolta, ad un interrogatorio. L’autore deve giustificarsi e si definisce: mauvaise foi, cattivo compagno, il suo interesse politico non è nient’altro che legittima difesa. Trovarsi altrove, tuttavia, gli permette di osservare meglio lo svolgimento dei fatti, ed anche a questo l’autore dà un nome: osservazione partecipe. Nei pochi momenti, comunque, in cui si trova in Germania, ha la possibilità di osservare la fondazione della Kommune I, tra i quali milita anche il fratello; entra in contatto con la RAF, i cui membri gli chiedono ospitalità, ma che vengono cacciati via da casa sua. Nei confronti dell’una e dell’altra organizzazione, ad ogni modo, l’autore esprime il suo giudizio impietoso: la Kommune I ha anticipato le strategie del marketing contemporaneo, mentre la RAF appare sia nata per sbaglio. L’ambiente della sinistra berlinese è nevrotico, e resta ignota la ragione per la quale qualcuno decida di parteciparvi.
Enzensberger, dunque, è altrove. È altrove dai fanatismi, dalla claustrofobia. Ma non si rassegna alla possibilità di un mondo migliore. Enzensberger si reca a Cuba, l’ultima speranza della rivoluzione. Ma anche Cuba diventa il viaggio che acuisce il suo sconforto: tutti i viaggi nel socialismo reale di Enzensberger sono amari, ricchi di delusione, comunque sia luoghi sui quale investire il suo pensiero critico-negativo ironicamente. A Cuba stessa, l’autore non trova che arroganza del potere, repressione e disordine. Tuttavia Cuba è l’unico luogo in cui lui e Maša riescono a convivere pacificamente: Cuba è l’habitat del romanzo russo, il luogo dove qualcosa di sovietico può funzionare. Maša è la donna del romanzo russo, che vorrebbe liberarsi dalla sua “sovieticità”, ma che non riesce a farlo. Sono “sovieticissimi”, in effetti, i suoi giudizi sulla rivoluzione di Castro: una rivoluzione e uno stato socialista hanno bisogno di un partito unico e forte che diriga l’apparato statale. Castro non ce l’ha e Maša, invece, esprime la sua teoria politica con grande disinvoltura, suscitando lo stupore di Enzensberger. Se l’autore non pare accettare le parole della sua donna di allora, tuttavia sembra condividere le teorie di altre due donne che irrompono in questo testo: si tratta della poetessa Nelly Sachs e di Lili Brik, la musa di Majakovskij. L’una sostiene “meglio morta che proletaria”, proposizione che molti intellettuali comunisti, a parere di Enzensberger, approvano, ma che difficilmente ammetterebbero. Dall’altra parte c’è Lili, che ritiene “il socialismo un errore, il capitalismo una scemenza”. Se c’è qualcosa di rivoluzionario, quello è il Faust, per Enzensberger. Nell’opera di Goethe si annidano teorie più rivoluzionarie di tutti i pamhplet scritti negli ultimi due secoli.
L’Occidente sta crollando, ma anche il socialismo reale suscita all’autore nient’altro che sconforto. Ed è così che si può definire Tumulto: un viaggio attraverso tutte le classi del Titanic, in cui non c’è calotta di salvataggio per nessuno, occidente e oriente, capitalismo e socialismo. Il tumulto continua altrove ed è forse l’unico vantaggio che ha il mondo su una nave: la nave prima o poi arresta la sua caduta e le sue oscillazioni. Il mondo no. Gli anni ’70 sono stati il tumulto di Enzensberger e dell’Europa, ma “hanno ingoiato tutto”, scrive l’autore nella poesia con la quale ha deciso di concludere il libro. Bisogna ricordarli perché rappresentano il primo scricchiolio della nave, ma farlo “con troppa indulgenza/ sarebbe anche troppo”. Tuttavia, tra rammarico e disincanto, tra delusione e partecipazione, il libro lascia un invito nascosto ma chiaro, riassumibile con le parole di Elio Pagliarani: Proviamo ancora col rosso.

STORIE VENUTE DAL FREDDO (cronache di dissenso e critica antisovietica) – di Maurizio Ceccarani

San_Basilio_Ceccarani

Mosca – Cattedrale di San Basilio. Foto di Maurizio Ceccarani

STORIE VENUTE DAL FREDDO

(cronache di dissenso e critica antisovietica)

Prima dello scoppio della Grande guerra l’arretrato sistema produttivo della Russia non riusciva a soddisfare il fabbisogno nazionale di grano. I grandi proprietari terrieri trovavano più redditizio esportare il raccolto e dei circa 160 milioni di abitanti solo un’esigua minoranza viveva agiatamente o poteva permettersi uno stile di vita diverso dalla miseria. La situazione si aggravò ulteriormente con l’impegno della Russia sul fronte orientale, impegno che, oltre a procurare la nota mattanza, fece precipitare il paese nella fame e nella disperazione. Ce n’è abbastanza per giustificare e capire, per quanto sanguinosa, una rivoluzione. Poi, nel ’22, nacque l’URSS che, con un regime totalitario, avviò la ripresa economica del paese; riorganizzò una sterminata landa di terra difficile e inospitale in strutture sociali e politiche; diede dignità, scuole e ospedali a villaggi persi nella steppa; unificò sotto una sola bandiera etnie dimenticate nelle pianure asiatiche; ricompattò un territorio in cui, andando da ovest e est, bisogna rimettere l’orologio per undici volte. Nel giro di venti anni quello che era il paese più arretrato d’Europa diventa la seconda potenza mondiale, sconfigge il nazismo e pone un argine all’imperialismo americano.

I frutti del sistema economico comunista son ben delineati e studiati da Eric Hobsbawm nel suo famoso saggio Il secolo breve. Hobsbawn mette a confronto i risultati raggiunti dall’URSS con quelli deludenti del sistema capitalistico colpito della crisi tra le due guerre. Infatti parafrasando lo storico britannico l’unico paese a essere immune dalla crisi era proprio quello che aveva rinunciato al capitalismo. La produzione industriale sovietica nel giro di un decennio triplicò mentre quella di paesi occidentali come USA, Gran Bretagna e Francia continuava a calare. L’URSS era l’unico paese senza disoccupazione e in piena crescita, un paese che, oltre a svilupparsi economicamente, stava dando vita a strutture sociali che i sudditi dello Zar non avevano mai conosciuto. Tra il ’30 e il ’35, molti osservatori stranieri visitarono l’Unione sovietica, attratti più dal fenomeno economico e dalla società che si stava costruendo, che dai metodi brutali con cui certi risultati erano stati raggiunti.

Dopo il secondo conflitto l’URSS dividerà ideologicamente l’occidente. Tra gli anni Cinquanta e Settanta in molti hanno visto l’Unione Sovietica come un modello politico a cui tendere, o come la realizzazione dell’utopia socialista. Dopo il ’91 molte di quelle persone hanno rivisto alcune posizioni, rinunciando all’ideologia e conservando magari un’idea più moderata o, se vogliamo, più occidentale di socialismo. Molti altri, forse nostalgici, o troppo romantici, o semplicemente per convinzione politica non lo hanno fatto. Ecco, questi ultimi potrebbero incredibilmente soffrire nella lettura di alcuni dei libri più antisovietici che mi siano capitati tra le mani. Quel successo industriale, quell’acquisita potenza sul piano internazionale ebbero un prezzo altissimo di vite, di sofferenze, di libertà. Poiché, come sosteneva Vittorini, il compito dell’intellettuale non è quello di suonare il piffero alla rivoluzione, ma forse, tra l’altro, quello di dare parola alla sofferenza, propongo  un percorso di letture di autori che mostrarono la loro contrarietà al regime, che ne denunciarono gli abusi e subirono le conseguenze del loro gesto, e di autori che, pur non essendo direttamente coinvolti, ebbero la capacità di raccontare  storie che quel regime hanno in qualche modo stigmatizzato. Si tratta di letteratura di una qualità straordinaria che, comunque la si pensi sull’Unione Sovietica, non può essere ignorata o semplicemente liquidata come faziosa. In questo percorso vi sono molte lacune, alcune involontarie altre volute. Mancano infatti i dissidenti più famosi come Pasternak e Solženicyn, che meriterebbero un’attenzione a parte. (altro…)