Under 30

Giovin/Astri – edizioni Kolibris (comunicato)

Le Edizioni Kolibris di Chiara De Luca, emigrate in vista dell’autunno a Ferrara, rilanciano la collana di poesia “Giovin/astri”, che sarà diretta da Matteo Bianchi. Dopo la pubblicazione del volume antologico Quattro giovin/astri nel 2010, che includeva testi di Francesco Iannone, Anna Ruotolo, Vittorio Tovoli e Federica Volpe, continua la ricerca di nuove voci liriche fresche e coerenti, capaci di manifestare entusiasmo e stupore , con un’attenzione particolare agli under 30.

Per informazioni e proposte:

matteo.bianchi@edizionikolibris.eu

http://www.edizionikolibris.eu/

Poesie di Alessandro Giammei

Edizioni aisara
2008

*

La notte a volte si allenta scivolando
come un panno dal giro della vita
sfilacciando la cintura del sonno e
sbottonando con l’occhio l’orologio.
E’ lì che tra i livori della veglia
con candida e evidente ipocrisia
si accampa la ridcula scusante
di attendere con ansia il giorno nuovo.
Si accozzano annerite nuvolaglie
di ipotesi o ricordi di domani
bicchieri che rammendano amnesie.
Si lecca il caldo buono della pioggia
si scorda, e alle sette di mattina
il giorno arriva e passa inosservato…

*

Il fondo del mio cranio è un portacenere
che riempito, diventa un portacipria.
Se non riesco ad arrossire, consumo
e poi per darmi un tono con le braci
mi ci trucco sulle guance facendo
spazio ad altri fuochi estinti e mai accesi.
Sento soltanto l’odore del fumo
di questi tempi, e per coprirlo annuso
la corolla di collere da niente
che sfoglio, svogliato, mentre sbadiglio.

*

tre pareti in vetro stringe il cuore a sé.
due per l’oggi giganteggiano
una per guardia.
quella dietro membranosa seleziona
convenienze nei ricordi.
a metri la quarta. che non c’è.

___________________

ALESSANDRO GIAMMEI (1988) studia Italianistica all’Università “La Sapienza” ed è stato il più giovane allievo ammesso nel 2005 al corso propedeutico di recitazione
dell’Accademia Nazionale “Silvio d’Amico”. Nel 2007 è stato premiato alla rassegna di scritture Universi per le Università del Lazio e di Roma.

[Novità editoriali / Under 30] Marco Bini – Conoscenza del vento (Giuliano Ladolfi editore, 2011)(post di natàlia castaldi)

Conoscenza del vento – Marco Bini

MARCO BINI

CONOSCENZA DEL VENTO

Giuliano Ladolfi editore, 2011

Scheda Libro

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La prima raccolta di Marco Bini reca in esergo un emistichio di Roberto Roversi dedicato all’inverno e allo stile, due aspetti che sembrerebbero estranei a una concezione giovane della poesia. Bini è molto giovane, in effetti, ma non si nega il lusso di partire controcorrente. Nell’inverno la neve è fredda e ardente allo stesso tempo e la scrittura viva e pensata di chi ha stile non lo può essere di meno. Basta, nel caso dell’Autore, affidarsi a qualche suo incipit. «Ancora ci

sorprende il planare a mezzaluna di una foglia»; «L’avvenire fu un bolide arrogante»; «Un mistero

rimase come appaia / il presente, d’incanto», e il bellissimo «Perché non sia la nebbia un infarto a

mezz’aria delle cose», versi che possono richiamare lo stile dei maggiori.

Quindi Marco Bini non ha paura, non teme la forza della tradizione né il suo respiro in apparenza desueto e ingiallente, forse perché ama davvero la poesia, quella che tenta di giungere alla parola compiuta partendo dalle cose e in tal modo le giustifica per sempre, dando all’esistere un abito di grazia.

Le stanze del fiume e dell’atlante, sezione introduttiva della plaquette, rappresentano l’epoca fertile e ingannevole del sogno. Non a caso tra quelle mura l’esistenza, nella prima spuria consapevolezza, si identifica con le direttrici di un libro geografico in cui le linee, meridiani e paralleli, sono pure convenzioni. E il tomo, il corpo del volume, pur agito e posseduto come oggetto, sprigiona sogni e segna di speranze la vita a venire, tanto che la conoscenza del vento, dichiarata dal titolo, sembra combaciare col desiderio profondo di un avvenire degno e possibile. Ma procedendo nella lettura, abbandonate quelle stanze, ci si accorge che il giorno adulto ha in sé «un’aria di castigo» e il costo del lavoro è in ogni caso smisurato. Il prezzo è di non riuscire a «slacciare questa lingua» per accostarsi e appartenere al mondo. Così un fare abusivo diviene la moneta con cui si paga la pura

sopravvivenza. L’onere della vita costringe al provvisorio, «tra casa e calvario», nella precarietà del pendolarismo: immagine di una condizione esistenziale riferita soprattutto a coloro che vivono sulla pelle la distanza reale tra tempi orribili e mirabili.

La raccolta, persa quasi subito l’atmosfera di sogno, si inabissa nella fuga circolare di un orizzonte di provincia, dove a volte ecco fiorire, tra le gramaglie dei luoghi e l’ingordigia dei cuori, scampoli di purezza. La poesia si presenta come epifania e unica scaturigine di senso, anche quando è una foglia morta che cade o un’impronta nella neve.

Il libro si chiude con la lucida metafora del ring: «La piazza quaggiù è il quadrato: siamo tutti stretti / alle corde […] cuciti a noi stessi» e feroci. Però nello spazio centrale ci si può ancora mettere a fuoco e chiamare: «Ma soffiami intanto il tuo nome all’orecchio: basta, non serve altro». Davanti a una combinazione precisa e viva di vocali, lo iato opaco del presente si illumina di delicatezza, si riempie di noi. E se poi si tratta soltanto di una «scena madre», pazienza.

Treni, zaini, chilometri di Autobahn (di tondelliana memoria) verso il «cobalto del Baltico» non portano alla meta e inscenano o presumono comunque un ritorno, perché nell’inverno «Viene l’ora di portare le ossa a crepitare contro il fuoco; / quando il sole scende al primo piano e la casa / è una meraviglia di arancione». Nell’inverno lo stile è tutto.

Emilio Rentocchini

***

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Nell’inverno lo stile è tutto

(Roberto Roversi)

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Da «STANZE DEL FIUME E DELL’ATLANTE»

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Ci potevo giocare ore ogni giorno

o aprirlo a casaccio, farne un cuscino

o una capanna, scoprire persino

una Germania in più del necessario.

Un dono di mio padre il primo atlante.

Capii il senso di “provvisorio”: era

l’anno millenovecentonovanta,

ne usciva una ogni mese di edizioni.

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Sfogliarlo, tanto bastava, poi tre…

due… uno… iniziava la missione

al massimo i motori, paralleli

e meridiani il pianeta mostravano

suddiviso in settori, ed «è bellissimo,

è piccolo ed è blu», tra un polo e l’altro

si apriva lo scenario. Mi sognavo

da grande casco e scafandro, astronauta.

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da «IL COSTO DEL LAVORO»

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Ogni volta è come mandare un vetro in frantumi

in un dato frangente, di fronte all’evidenza

di una rotazione nuova della Terra, e fuggire

non si può all’infinito, sgattaiolare come Ottobre

Rosso, sotto il pelo della notte; e perché non farsi ago

da sotto la trapunta, trapassare una molecola

alla volta, spuntare dalla parte del sonno

più sconvolta per disarmarsi nel mattino?

Perché quel che ti tocca è incontrare ancora la luce,

quel che ti importa che il giorno non sia troppo castigo.

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Se non l’avessi visto coi tuoi occhi, sarebbe soltanto

un lontano ricordo della naia, o un relitto della Storia;

e invece li hai visti lì, intermittenti ed ebeti negli sbuffi

dei loro fiati, allineati nel parcheggio, lo sguardo fisso

in basso dei cercatori d’oro, serrando forte i denti

e trattenendo la pelle d’oca.

A casa si è fatto giorno

col trillo della sveglia e il gargarismo della caffettiera;

al cantiere col tuonare di un portone e lo sconquasso di lamiera.

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Poteva venirti in mente la scena di un vecchio film,

o lo schema sul libro che usavi a scuola; un veliero

che punta a occidente, la stiva colma di africani, la prora

in bilico sul mare; oppure una petroliera, in partenza da Bassora.

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Decelerazione, arresto, dondolio delle masse.

Un passo fuori e l’aria è un traffico di elettroni da non credere

all’esistenza degli interi ma allo scontro tra gli inerti

buttati a manciate nel vento di ronda sui viali.

Solo lo slalom dei fari colonizza la troposfera

e ogni cosa impazzisce per raggiungere il suo zenit.

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Non si scherza con il sole: di questi tempi è il più costante

tra i custodi; fa un giro vasto attorno al globo

a controllo e protezione del prossimo suo pasto.

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Finisce che la misura degli angoli è l’unica possibile

geometria concessa nel pomeriggio in svolo rapido;

a raccontarla è complessa un’assenza

di angeli da aiuola,

il digrignare di griglie

e radiatori – come cani ronzano in muta –

ovatta sospiri e sollievo.

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Sgomma a tutto gas

la vita in libera uscita va presto chiamando

il solito bicchiere a rimettersi in sesto, a Francoforte

poco oltre Modena;

qui anche un rampicante

sfibra nel dovere, ha bisogno di una sedia.

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*

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Ancora ci sorprende il planare a mezzaluna di una foglia,

appena staccato, ancora un po’ storditi dalla luce piena

di settembre, e il suo posarsi come una schiena inarcata

e dolorante, sull’asfalto frequentato di questo centro direzionale.

Crederesti più plausibile la caduta dei calcinacci in un posto come questo

o lo sfogliarsi del tuo viso alla mattina, maneggiando una lametta.

E invece, restiamo lì impalati, a bocca spalancata,

al centro del nostro mondo, come trapassati da un equatore,

e vorremmo quasi tenerci per la mano, osservando quella foglia

che, in fondo, ognuno le si è già per un istante paragonato.

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da «CONOSCENZA DEL VENTO»

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L’avvenire fu un bolide arrogante.

Sollevò un muro d’acqua al suo passaggio,

neppure per scansarci sufficiente

fu il tempo di mostrargli pari pari

il medio in direzione del lunotto.

Non trovammo un motivo convincente.

Solo che non si forma là davanti

come una supernova ciò che accade,

ma più simile a una cometa ostenta

alle spalle una storia: progredisce,

ci raggiunge, un istante ci coesiste

poi di noi va oltre. Semplicemente.

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da «IL COSTO DELLA VITA»

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Piuttosto strano questo agosto, forse tipico tedesco,

che ci corre accanto sull’Autobahn infestata

da fantasmi di storie, da ragazze sui cartelli,

pollice e indice vicini rivelano che «raser

sind so sexy», come a dire sono brevi,

per chi corre, dell’atto il tempo e l’ingombro.

Sbolle al tramonto l’uscita Norimberga, il cobalto

del Baltico ancora non straripa dalla linea d’orizzonte.

Strano, come detto: potremmo levarla in un gesto,

sbriciolarla sull’asfalto come una striscia di silicone,

spaccare di netto il mondo in due. Senza un cigolìo

si scoperchierebbe il pianeta; ci sarà apparso naturale,

vedere tutto sparire nella fessura aperta, il cielo

da una parte, la terra dall’altra, ognuno per la sua strada.

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12 SETTEMBRE 2001

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Sei riuscito tutto a un tratto a metterti alle spalle i volti

corrucciati l’audio che va e viene la tensione della diretta

mentre godi della quiete tardo estiva e fili in bicicletta.

Ti sbilancia un refolo di vento che solleva e rimescola

polvere scontrini accartocciati e mozziconi di sigaretta.

Pensi alla faccenda della farfalla in volo giù in Giappone,

sogghigni e credi che sia un’onda d’urto che viene da lontano.

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Non ti chiedo un rimborso in denaro

per il disturbo, solo quel briciolo di tempo

mi occorre che adoperi la sera

tra la doccia e le lenzuola per tastare

il polso alla tua vita inondato

dalla luce dello schermo, un apostolo.

Ti chiedo questa cosa: riuscirai

a non farti prendere dal panico,

intendo alla prospettiva delle cose

che domani tiene in serbo per noi?

Non sentirti tuo più in là del pianerottolo,

rientrare nel personaggio, affiancare

come sempre il cucchiaio e la forchetta,

raccogliere i tuoi avanzi e ricomporli dopo cena.

Ritmo, fegato, pazienza: questo non ci manca.

Potremmo farne a meno, noi come pellerossa

carponi sulle traversine, se il minimo sussulto

non ci allarmasse nel battere dell’ordinario?

Se non fossimo sempre pronti a farci un altro goccio.

Se non ci ficcassimo in bocca spazzolino

e lima, per lavarli, i denti, e affilarli.

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Una lezione di vita l’ultima del Boss,

o sulla vita – che è già qualcosa in più –

di quelle che immortalano l’andazzo;

dice in pratica che troppo ci si attende

e che brucia addosso ogni cosa

che abbiamo, ancora volendo volerla,

che però si diminuisce sempre un pezzo,

si cede e si decede, davvero, ci si esaurisce

e coraggio ce ne vuole anche a desiderare.

E che invece anche un gancio cielo

può essere una spinta al paradiso, ricordandosi

però di un bel sorriso e di un «ciao»

con la manina quando – più sintetico l’inglese –

il sangue con un fiotto schizzerà sul pavimento.

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Ci sta che quasi niente corrisponda

alla favola di noi che dovremmo recitare

a pieno fiato scambiandocela in dono

o reciproco anatema. Ci sta pure

a questo punto di scomodare gli spiriti

migliori – se ne abbiamo – con la preghiera

di diffonderci oltre il nostro senso stretto.

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Il mondo è un manufatto insistente tra le dita,

mentre il tempo va di lima: stempera gli spigoli

e ottiene la misura auspicata, una storia al singolare.

Così si impara a stipare di niente i granai, a mulinare

i palmi alla corrente per stringere nelle mani solo vento,

un vuoto da graffiarsi tra i capelli, con le unghie.

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*

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La piazza quaggiù è il quadrato: siamo tutti stretti

alle corde sul ring, eretti, audaci, cuciti a noi stessi,

ognuno è feroce più che può; siamo obbedienti.

Mettiamoci a fuoco: in mezzo c’è spazio e più scaltro

è il tempo a non perdere tempo in finte, controfinte.

Puntiamo al centro, forse non per attrazione, ma soffiami

intanto il tuo nome all’orecchio: basta, non serve altro.

Poi è un ritorno al perimetro, fine del round, di nuovo

ognuno all’angolo. Eccola girata, la nostra scena madre.

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*

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da «CHIUSURA DEGLI INDICI»

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Perché non sia la nebbia un infarto a mezz’aria delle cose,

che tutto già pesa da sgocciolare fino a terra.

Non sia spazio, spazio ancora, superflua distanza

cosparsa tra i viventi. Non sbandiamo, teniamoci d’occhio.

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Non c’è luce che non passi dal fondo del tunnel

prima di investire la pupilla all’altro capo

col respiro che si allarga rinnovandoci la pelle.

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Viene l’ora di portare le ossa a crepitare contro il fuoco;

quando il sole scende al primo piano e la casa

è una meraviglia di arancione per la retina

vorremmo liberarci dai contorni nella stretta,

lasciare lo zaino a terra e correre alle braccia che consolino

queste spalle troppo forti ancora da non servire a niente.

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Marco Bini è nato nel 1984, vive e lavora a Vignola (Mo). Si è laureato in Lettere Moderne all’Università di Bologna.Oltre a scrivere poesie, saggi e traduzioni, è molto attivo nell’associazionismo culturale del suo territorio, e collabora con l’organizzazione di Poesia festival in provincia diModena. Fa parte dello staff del progetto editoriale “Schiaffo edizioni”.

Suoi testi sono apparsi sull’antologia Pro/testo (Fara edizioni, Rimini 2009) e sulla rivista «Ali» (Edizioni del Bradipo, Lugo di Romagna). Ha vinto il Premio De Palchi–Raiziss 2010 di Verona e la sezione «Cantiere» del Premio Renato Giorgi 2010 della rivista «Le Voci della Luna». Collabora con la rivista «Farepoesia» di Pavia.

Under 30 – Alfonso Maria Petrosino

[Con Alfonso Maria Petrosino prosegue la rubrica che ospita i versi di giovani autori nati negli anni ’80, cui Poetarum Silva si dedica da mesi allo scopo di tracciare una mappatura delle poetiche attuali.

Sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago, Tommaso Di Dio, Mariasole Ariot, Luca Minola, Alessandro Giammei, Anna Ruotolo, Roberta D’Aquino, Riccardo Raimondo, Nadia Tamarini, Giovanni Catalano, Luigi Bosco, Luciano Mazziotta, Michele Ortore, Andrea Cangialosi e Domenico Stagno]

VDL

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Di che colore sono i rossi tram di Leningrado?
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Di che colore sono i rossi tram
di Leningrado? Sono in bianco e nero
le foto che ho a disposizione e in queste,
piene di macchie simili a fosfeni,
immagini e figure flou, non colgo
la differenza, ad essere sincero,
fra le possibili tonalità.
Non so perciò di che colore il tram sarà,
né quale senso avrà l’andirivieni
forsennatissimo delle sue corse.
Se vanno e vengono vuol dire, forse,
che almeno esistono due capolinea,
che il viaggio, quindi, ha inizio e fine;
non sai quando, ma almeno sai che passa.
È quanto basta per organizzare
un piano quinquennale per la massa
o un altro metaforico samsara.
I lunghi e rossi tram di Leningrado
non attraversano San Pietroburgo
ma solo alcune tra le vie contorte
dei miei, chiamiamoli così, pensieri.
Mi accorgo che non si aprono le porte,
e che perciò mi tocca continuare.
Io non ti ho vista ma lo so che c’eri
non eri libera, non eri lì, ma c’eri.
La tua presenza era tremenda e varia.
Sia fatta luce, o almeno un luccichio
sulla faccenda e sulla mia speranza.
Io non sapevo che ci fosse un figlio;
mi ero convinto, a torto, che il suo sperma
fosse fecale e quindi non fecondo.
Di stelle non ce ne erano e la stalla
è sottoposta a priorità bovine.
Erano stati i re già giustiziati,
i magi, i re dei re: qualsiasi titolo
costituiva un viatico al patibolo;
l’oro, qualsiasi fossero i carati,
era da tempo stato requisito.
Sarebbe andata avanti all’infinito
o almeno per un secolo, fino alla
fine, chiamiamola così, del mondo;
verrà il diluvio e resteremo a galla.
Ma la Storia, si sa, boicotta il mito,
lo rende anacronistico o giocondo
o peggio, peggio ancora, lo realizza,
finché nessuno più si raccapezza.
Che questo fosse il mito più vetusto
lo sospettavo e me ne dà conferma
sempre meravigliandomi la Wehrmacht
che assedia e assidera; il compagno Stalin
ci mette, dicono, alla prova. I pali
della luce ora servono soltanto
a misurare a spanne il buio e d’altro canto
non c’era molto da vedere. Ieri
sui rossi tram di Leningrado un estone
ha detto che ti conosceva ed io
ho aggiunto: “Anch’io!” Sarà stato per questo
che un angelo mi dichiarò in arresto
sottoponendomi ad un terzo grado
e molto sopravvalutando il mio
coinvolgimento mi ha persino chiesto
il luogo esatto del tuo nascondiglio.
E se mi chiedono di che colore
sono quei tram risponderò che sono
daltonico, mi spiace, non lo so.
E se mi dicono che sono rossi
io non avrò nulla in contrario: i suoni
che fanno i rossi tram di Leningrado
di sibili e sferragliamenti scossi
somigliano ai pensieri nell’amore.
A una fermata, non so quale, i tossici
mi rubano il biglietto e in cambio mi offrono
un altro po’ di vita: un cambio pessimo
(preferirei, piuttosto, della nera).
Se solo un’altra volta ci vedessimo,
sotto una pensilina, anche per poco,
sarebbe, non ne dubito, diverso,
ma ignoro in che misura e in che maniera
e comunque sarei ancora goffo
ed indeciso, quindi, sul da farsi.
Da quando ho preso il tram mi sono perso
anche perché è impossibile trovarsi.
Ma se potessimo incontrarci, allora
avrei una richiesta temeraria:
un’ora d’aria, un attimo di fuoco.
Le circostanze sono molto serie:
la mia, chiamiamola così, memoria
esce sconfitta. Dice che non c’eri
ed io le dico: “Zitta! tu non sai,
memoria mia, che la parola mai
con magnus condivide la radice.”
Allora lei risponde che la boria
è figlia di grandezza e di miserie
che sono perlopiù insignificanti.
La mia memoria questo me lo dice
perché non vuole rendermi felice
con una gioia di secondo grado.
I lunghi e rossi tram di Leningrado
si svuotano e si arrestano davanti
a un cumulo rubesto di macerie.
.
*
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Marion sub specie angelica
.
Sopra uno spillo o dietro la mia spalla
destra, per darmi un bacio sulle tempie
e per soccorrermi, Marion. La falla
è diventata grande e l'acqua riempie
.
la stiva della nave di onde scure.
Che cosa vuoi che importino le date
e men che meno le temperature:
se c'è Marion è immensamente estate.
.
Il mondo gira a vuoto e compie un giro
e un giro e un giro su se stessa l'elica
lenta e indolente del ventilatore.
.
Se nella morte rivedrò l'amore
mi apparirà Marion sub specie angelica:
l'ultimo bacio, l'ultimo respiro.


Under 30 Made in Sicily – Domenico Stagno (post di natàlia castaldi)

Nell’ambito della rubrica dedicata alle giovani voci siciliane, dopo i testi del giovanissimo Andrea Cangialosi, vi propongo l’ironia e il suono della poetica di Domenico Stagno. Buona lettura.

nc

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Direzione Nord-Sud 

Scorre plausibile ogni citazione
il pensiero di te è limpido e improrogabile,
smaniosi di star fermi
urlano
i quadri alle pareti gongolano
alle costellazioni di ferro dei chiodi
e la luce fievole della giornata
è un po’ spenta, ma si dà.
Giuoco coi tuoi occhi,
patrono della messa e del piccolo
corteo delle tue mani,
dal foro convesso del mio
desiderio
lingue cucite a sfera e nervi sani,
salvi come acciughe,
salvo le intemperie.
Chi si tuffa è meno cieco
di chi sta già in acqua,
trova testuggini a incoraggiarlo
e le sembianze umane
lasciano posto a comodi zerbini
a due, a quattro a cinque posti,
tranne i triangoli,
ma la convergenza è seria:
qui si rischia di rischiare !

*
“Cara prof. (ovvero breve ritratto di una rompi palle)” 

Posticipati i tuoi pensieri
dal legame dativo dell’ora (15: 21+)
in cui ti presto qualcosa
e tu non dai niente,
spicciolate di parole,
parolieri spacciati le tue labbra.
Aspidi spinose di filosofi
e per dessert il cin cin dei bar
cosi che il tragitto
possa farti dimenticare il danno:
hanno detto le lampare
che sei niente male
squamosa di schiuma
e i capelli d’alga:
partecipi ai miei participi attivi,
a parte i cipi cipi del
verbo ceppare
e le viscose applicazioni
di te céppita inula e inutile
nelle esternazioni salivari,
parti cipigliosa dal tuo thesaurus mefitico
e metti i puntini sulle “i”,
e quei chiodi mi crocifiggono
all’ennesimo : “va bene!”.

*

Pri (ma) mordi 

Così le dinamiti
sfilavano in passerelle di pietra
sotto lo stupore di mariti e amici
archeologi dalle mille montature.
La fascia in legno massello,
ma-se-lo vuoi anche in radica,
ti arricchisce il ventre ovarico
e passi alla storia.
Storica presenza di lei che ride
e tutti la guardano
e si girano nei capitomboli dei colli
poi come a molla
tornano a guardarsi lo SpettaColo,
tonnano i panini e le tartine:
spetta a Colombo il merito del purè,
eppure tutti se la mangiano
con gl’occhi.

*

Di ritorno
.

Sono con te ma ti piace non vedermi,
il tempo scorre a picco dalle campate
e ti sembri restituita
all’idea di stare zitta.
Si tolgono i rami di bocca le foglie
per sperare di volare nel giardino del vicino,
e sovente la vernice ne resta spaventata
per rimpiazzi anzi tempo e si cicatrizza
laddove lacuna l’attenzione dell’usura.
Conta la staccionata le stazioni dei suoi pali,
e i chiodi li hanno messi adesso,
giungerà a breve l’ora dell’ascensore
e la parola torna a farti suora:
nella meditazione della luce divina
di statuette al neon su ogni piano.
Circostanza memorabile e la casa
è trapezista, di divani e tende
in quell’ordine sconvolto della sera
in attesa del panno, del profumo
delle ciglia e del maglione in lana mista.
L’Abat-jour prova a baciarti le labbra
nella posa del suo nome
ma è di luce che invade l’asta
non di te, ma delle braccia inusate dell’argenteria…
presti l’ultimo sguardo alla finestra
e l’addio è pregato in peristalsi
dalla mano ferma, gli occhi fissi, i piedi scalzi.

*

“La Romantica sfida la Natura” (ovvero 5 5 5 5 5)

Trave principale a parte
la riflessione sui muri è più importante:
quanto è vero che passando
non ti dai un’occhiata? Di te
che temperi lo spigolo a ricordarti la sua finezza,
dove il muro t’abbandona e
lascia respirare le piastrelle, invidia…
belle anche quelle e per dispetto
ci cammini sopra, sfoggiando il tuo
stile dorico, di braccia e ali impreziosite
dagli sfarzi del popolo inca,
accipicchia, …
compete anche la porta e la tenda
nella furbizia di far squadra;
resti sola e t’armi di nastrini
aiutanti spremitori di meningi
ma il pensiero non ti supporta,
non c’è cosa che ti sottenda
né porta che sostenga il tuo andante regolare.
Scappi via ma una stanza vale l’altra
ti rincuori e ti rimpiazzi
all’acqua marina di quei fiori
l’ultimo cargo di salvezza
è la caseina dei tuoi tori
appesi alle pareti dei quadri,
ma son mozzarelle i tori femmina
e t’immergi nello stesso
fastidio dell’avanscoperta,
neanche lei a darti retta la
ripieghi nell’armadio
con due pastiglie, zuccherini di veleno.
Il pensiero della resa
è finemente cesellato nelle ceramiche di Waterloo
ti affretti a formulare l’ultimo
calcolo di stizza
la mole lascia freddati i davanzali
ogni parola resta zitta,
l’ingegno a tungsteno degli illustri
soppiantato dal mormorio di nuovi
neon-logismi.

*

Per un uomo che si perde

Video-pensi dal foro ottico del tuo cellulare e provi a parlare, a dire qualcosa di sensato, ma la sim- card ti smentisce, hai finito il credito, è cessato il tuo diritto di far venire le borse anche all’occhio elettronico di quell’aggeggino. La stazione è deserta adesso, tutti hanno percorso la loro strada, gli spazi dilagano tra la nostra volontà di comunicare così tanto che non avrei più niente da dire, forse nessun motivo per farlo. O forse sono stato anch’io screditato.
Eterni debitori, inconsci oscurantisti di quelle parole che ho già dimenticato, mossi dalle fila di radio e carica batteria, pronti a non sorpassare la linea gialla di delimitazione tra l’umile servire e il campo incolto della coscienza, rintracciabili animisti che smettono volentieri la meditazione piuttosto che perdersi la prima fila delle liti calcistiche e delle serie A “realityste”. Affascinati dalla diceria dei decimi pianeti solari si scaldano per la corsa e corrono la giornata, perché il tempo è poco e tutti, pur rischiando di impelagarsi in inutili occupazioni, sentono di vivere il loro tempo: applicazioni futili di corpo e cuore alla moglie durante il bacio del mattino, stenditoi di lingue ormai secche di tritare sempre le stesse parole che per ora non van poi di moda (e ciò li rende compiaciuti!). Alle luci ortofrutticole carote e finocchi illeciti che si sposano perfettamente con l’insalata dell’ora-pranzo, così è più sazio il non guardare, occuparsi solo del tempo e l’orologio ti avvisa che sta piovendo. Somministrazioni convulse di orgogli e oli ed agli per tentare la religio, un po’ di broncio poi t’accorgi che è più facile dipingere e ti disegni una faccia nuova per il prossimo carnevale e t’indigni per colui che accanto a te, inerte, perde tempo a pensare: “…povero lui, pochi spiccioli possono andar bene per quell’uomo che si perde !”

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Domenico Stagno

Domenico Stagno è nato a Palermo il 2 Marzo del 1987, diplomato al Liceo Scientifico “Benedetto Croce” di Palermo Corso PNI, prosegue tutt’oggi i suoi studi di Design Grafico. Cantante dell’Orchestra Popolare Rosa Parks. Passioni: scrittura creativa, fotografia, musica, grafica.

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Under 30 Made in Sicily – Andrea Cangialosi (post di natàlia castaldi)

In occasione dello Slam tenutosi lo scorso sabato presso la sede del CeSMI di Palermo, ho conosciuto diverse giovani voci siciliane, che ritengo meritino condivisione e ascolto. Inauguro dunque questa rubrica, che si ripropone di operare una mappatura delle poetiche provenienti dall’ “isola che non c’è”, con le scritture di Andrea Cangialosi, cui seguiranno nei prossimi giorni i testi di Domenico Stagno e altri giovani autori, per eventualmente tracciarne il percorso e scoprirne il filo conduttore, qualora ci fosse. Buona lettura.

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UNA SETTIMANA DA TOSSICOMANE IN RIABILITAZIONE

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CAP.1: DELIRIO TREMENS

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Quello che cerco è qualcosa che non si chiede, che ha la forza di uccidere o portare un animo morto all’Eden.
Quello che necessito è qualcosa che non si vede, che come il vento ti porta al largo gonfiandoti le vele, ti riempie il cuore e si spande nelle vene.
Cerco l’Amore e in questo solo ho fede. Una storia tra due persone vere, capace di colorare queste giornate nere.
Dare e ricevere carezze d’affetto piene; avere lei, fare di tutto per il suo bene. Sono i deliri di un romantico che non si contiene, i suoi dolori, le sue pene.
La magia che non son mai riuscito ad avere, sempre morta prematura come falene….

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CAP.2: LINEA PIATTA

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7 giorni come sette note, sette lacrime sulle nostre gote, sette bugie senza voce: una sola verità, di morte precoce.
Un percorso di purificazione da una dose che dalla normalità mi scuote. Interruzioni di un fiume che scorre troppo veloce, dighe di chiusura alla foce.
Eliminare gli indizi, cancellare le prove, uccidere il mandante, la vittima e il testimone. Scappare dal bianco del sole, rifugiarsi negli abissi come piovre.
Sottoporsi alla lobotomia del cuore, al trapianto di emozioni nuove.
Istantanee di giornate ombrose, dove cessa l’identità di tutte le cose, la percezione del quando e del dove, dei secondi, dei minuti, delle ore….

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CAP. 3: MASSA CRITICA

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Passare oltre, rinascere, scoprire un faro anche nella coltre. Togliere il senso di vite già corte, laddove desistere significa morte.
Proseguire archiviando i ricordi, chiudere le porte, ripulire il tavolo dal crollato castello di carte. Sprigionare il sentimento, puro e forte, sopportare il giudizio del re e della corte.
Ergere una barriera, detonare un ponte, dare l’addio, come un soldato al fronte. Prendere le cose piccole e farne arte, ritrovare armonia nell’universo, farne parte.
Sfidare il destino, l’ombra che m’avvolge, la cui coercizione confonde e patimenti effonde. Perdonare la pioggia incessante, farsi portare al largo dalle onde.

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CAP. 4: CALMA APPARENTE

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Un intervallo in un match, una pace, un bluff. Un respiro dallo stress, un censimento delle sensazioni pregresse. Una frase fra tonde, quadre, graffe, un flebile sussurro contro il frastuono delle casse.
Un punto asimmetrico all’asse cerca asilo da false promesse. Un insonne collide con le note di Bach sognando di volare alto come un RAF.
Un grido di SOS lanciato da un ebreo, naufraga nell’orecchio di un SS. Un ipotetico drink a base di As o il tintinnio del bossolo di un AK-47.
Guerra dentro come se piovesse, raschiano la gola come colpi di tosse.

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CAP.5: DECAY B

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Everything starts to lose sense, it escapes from my hands. In my head they all dance, angry sheep shatter against the fence. I can’t help myself, in this fight there’s no rest.
I wish an angel quitted her wings and fell to avoid what came and what I felt. Somebody to make me not this hopeless, putting me somewhere else.
It’s strange disown what you dwell just because of who lived there. Ignore the call of her who I really care. To cut off the wire and throw me away.
My space’s shrinking, even my day, while I’m trying to hold on each today.

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CAP.6: SABBATH

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CAP.7: PANDORA’S BOX

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All these words I couldn’t tell, I couldn’t write. It’s like warming up the hell when reality slips from me as a kite.
It’s a pain I can’t stand, it pierce me like a sword of a knight. I used to scream, I used to yell, but what for? Why this night?
No matter how hard is my shell my core is on fire. It’s like I’m holding a burden without having the right.
It’s my soul on sell and your name covers the price. I don’t want to farewell, but I can’t be of ice. It’s a never ending ringing bell, the sore of my own bite.

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La Stazione del Treno Perduto

«Non preoccuparti», ti dici, «è solo un altro giorno», mentre mandi via la polvere che si accumula.
«Chissà se oggi nevica», ripensi a quante volte sei quasi rimasto sepolto da quel gelido biancore che leziosamente avvolgeva tutto. «Magari piove», come quella volta che pensavi di esser scomparso, con tutta quell’acqua che ti passava attraverso e nessun’emozione a percepirne il freddo. «Presto, l’ingresso», affannato accorri ai portoni, non sia mai di lasciar fuori qualcuno; certo arriverà qualcuno, altrimenti perché questa stazione?
Quell’incontro che ti ha ribattezzato manovratore, capotreno e macchinista, da nessuno che eri; quando ti sei rimboccato le maniche, a far dal nulla quella che ora è la Stazione del Treno Perduto.
«Secondo me, torna oggi», ti sussurri sorridendo, sottovoce, come se quelle panchine, quei binari, potessero svegliarsi. «Dovrò procurarmi un tabellone», scuoti la testa per niente agitato, «per l’andata no di certo!».
Poi ripensi al tempo, che non riesci a misurare, lontano dal cielo e dalla città, in questo posto misterioso. Qui, dove l’ho incontrato, ho eretto questa Stazione, come un profeta di una nuova religione, un altare. Il primo, anzi il secondo miracolo forse è stato proprio questo: la grazia di un tempo leggero, impercettibile.
O quasi, «giusto un minuto», ti dici, «per riprendere le forze», mentre ti stendi in quella panchina, vicino la linea gialla, che se dovesse passare un treno, il Treno, apriresti gli occhi lucidi ad accogliere un bagno di luce…
«Non preoccuparti», ti dici, «è solo un altro giorno», mentre mandi via la polvere che si accumula

*

Lascia un fiore, quando avrai finito

«Corri!»
«Devi correr, non fermarti»
Però è strano: per quanto fletta e stenda queste sfinite gambe, tutto resta
dov’è, nulla si muove. Come su di un tapis roulant, non riesco a lasciar niente
alle spalle.
«Corri!»
«Devi correr, guarda che il passato ha fretta»
Faccio una vita normale, soltanto la faccio correndo: saluto la gente, lavoro,
amo. Eppure ho questo appuntamento a cui non posso mancare.
«Corri!»
«Devi correr o farai tardi»
Mentre ansimo, ho un pensiero fisso: e se non ci fosse? Come farò da solo?
Questa cosa va fatta in due, come un patto o un contratto.
«Corri!»
«Devi correr, sei in ritardo»
Lo so che sono in ritardo, ho pure il vestito buono; e chiunque mi conosce sa
quanto odio le formalità. Questa, però, è un’occasione speciale: il mio
funerale. Devi seppellirmi, vangare i ricordi sulla mia testa mentre ancora
respira.
Lascia un fiore, quando avrai finito; tornerò per svuotare il vaso.
Corro.
Debbo correre, per fermarmi.
Debbo correre perché non è ancora troppo tardi, non è ancora troppo presto.
Debbo correre, ché il passato ha fretta, il futuro non tanto.
Debbo correre: per fermarmi e ricominciare a camminare.

*

L’ingombrante presenza del vuoto

Ha una consistenza ben precisa, determinabile, misurabile.
La sua densità è tale da lasciarti stordito quando, sbadatamente, c’inciampi di
sopra, come un alluce contro lo spigolo del mobile di casa. Ha anche massa e
volume: massa come un astro che, dopo aver accecato, attrae fatale anche da
spento; volume come un libro prestato via da quello scaffale lì, mai restituito.
Insomma, se proprio posso dirlo, ha anche un odore! È l’odore tipico della
menzogna, della metafisicità di un inganno o, più che quello, direi l’olezzo del
sudore inutile, di un consiglio da quattro soldi di uno psichiatra, o chi per lui.
Ogni asse occupato è peculiare: orizzontale come un sole abbattuto al primo sparo;
verticale come la scia di un sonda mandata alla ricerca, nello spazio infinito;
trasversale e parabolica come la caduta di quest’ultima, per chissà quale inetta
tragedia della quotidianità.
Il colore, il colore, come non parlarne! È pallido, come la pelle lasciata al chiuso, e
al contempo cupa, di nature morte, di notti, di abiti a lutto.
La sua voce, invece, ha il timbro basso, baritonale di una risposta attesa, di un
richiamo mormorato o forse sognato. Però può diventare stridula, quando si tende a
rincorrer le corde di qualche canzone, più veloce dei fotogrammi di una pellicola;
per lacerarsi, poi, in un pianto.
Ha tanti nomi quanti volti. Sconosciuti, talvolta, per lo più noti; più che noti, quasi
studiati, mandati a memoria come le filastrocche da bambini. La cosa buffa è che
ognuno sa qual è quel nome, ma non serve a scuoterlo, a riscuotere attenzione;
forse, quel nome, nemmeno lo sa; oppure lo sapeva, ma l’ha scordato, come un
piano da salotto, impolverato.
Dell’età, per educazione, non si discute! Mai chieder gli anni, mai. Meglio darne
sempre meno, pochi, quasi fosse una condanna in prigione di qualche malfattore,
maledettamente ben difeso.
C’è così tanto da dire, quasi mi perdo! Torno sulla dimensione, per esempio. Debbo
ammettere che è stata dura, quasi non ci credevo, ma ho udito di un uomo che ne
ha scovato la fine; e dato che io ne conosco l’inizio, posso parlarvi della distanza.
Quella, signori e signore, è la più enigmatica delle proprietà, la più mutevole e, se
mi si concede, la quintessenziale. In tanti hanno provato a traversarla, armati fino
al cuore, con la dignità in spalla e troppi pensieri ricacciati nelle tasche. Altri
ancora hanno scelto altre strade, fermi al bivio hanno poi imboccato il passato,
nella “Foresta Incantata dei Ricordi”; giocati da qualche burlone che ha corretto
l’insegna, proprio quella che diceva “Foresta Stregata dei Ricordi”.
E per finire, c’è chi ha preso una decisione differente, volendolo affrontare in casa
ha sventolato un drappo bianco di carta, come a voler chiedere tregua; poveri
stolti, questi! Pensano davvero di potercela fare, accozzando parola dopo parola,
tanto inchiostro da seppellire l’ingombrante presenza del vuoto

*

Metamorfosi di un’ossessione

Quella che sto per raccontarvi non è una storia a lieto fine. Pregai Dio mille e ancora mille notti perché lo fosse. Quello che mi resta è provare ad uscire dal vortice delle sue conseguenze schiudendo le mie labbra, a lungo serrate, lasciando sfiatare la pressione accumulata.
È una di quelle storie con un’apertura di sipario scontata: lui, timido e incompreso, lei, splendida e sovrannaturale, insomma “La Bella e la Bestia”. Proprio un aggettivo indovinato: “sovrannaturale”! C’era una sorta di incantesimo, qualcosa che né l’uno né l’altro riuscivano a comprendere, che intrecciava tacitamente i percorsi dei loro passi.
L’energia che si sprigionava nei brevi incontri dei due era qualcosa paragonabile alla nascita di una stella, un amplesso di luci e calore; la forza con la quale l’incantesimo si ruppe: la nemesi di quella stella.
Tutto improvvisamente si ricoprì di una patina opaca di fuliggine, come di polvere. Era come se nevicassero pennellate di vernice nera e grigia, a lavare via il colore, le emozioni, i ricordi. No quelli no, quelli lavarli sarebbe stato impossibile, li avrebbe portati incatenati all’anima per sempre.
Le droghe non fecero che consolidare quegli anelli, mutando i ricordi felici in demoni persecutori. Ora “la bestia” incominciava ad assumerne forma fuori di metafora. L’ossessione di quei giorni stava letteralmente ingoiando la sua umanità tutta in un boccone. La metamorfosi era inarrestabile, dentro e fuori.
Il peso delle conseguenze era insostenibile, anche per l’apatia comatosa di questo nuovo stato animalesco. Ogni tentativo di trovare una soluzione era un dito premuto su un grilletto di una pistola a tamburo, un giro di caricatore. Fino a quando questa disperata roulette russa sparò una cartuccia nel cranio ottenebrato della bestia: era la fine, era l’inizio della fine.
Si era scelto il suo destino, il suo supplizio. Avrebbe trascorso i suoi giorni mendicando, quasi da eremita, elemosinando qualche spicciolo o una dose in cambio di una storia, questa stessa storia che voi ora state ascoltando.

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Andrea Cangialosi

Andrea Cangialosi, 20 anni, studente di Filosofia a Palermo

Under 30 – Michele Ortore – poesie (post di natàlia castaldi)

[Con Michele Ortore prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80, cui Poetarum Silva si dedica da mesi allo scopo di tracciare una mappatura delle poetiche attuali, affermando la necessità della presenza di voci giovani e fresche nel panorama contemporaneo. 

In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago e Tommaso Di Dio, Mariasole Ariot, Luca Minola, Alessandro Giammei, Anna Ruotolo, Roberta D’Aquino, Riccardo Raimondo e Nadia Tamarini. Rientrano in questa rosa di giovani autori anche Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, redattori di questo blog]

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Si rincorrevano fra i covoni di sale spezzando

larici imbalsamati in forma di secchi rami

“nelle danze dell’agonia il ricordo ci possiede”

ripeteva inciampando uno dei due nell’ombra

imperfetta del crepuscolo senza sete né fame

erano cricchi da osservare come la disposizione angolare

di uno stormo nei waterlands olandesi quando

il giorno si rovescia in notte con immensa facilità e

la terra sottratta alle onde è una morchia scontrosa

finché almeno anche l’altro fra i due fra i covoni

fra il sale che scompare leccato dal vento

non dice “Siamo i batacchi del mondo,

lottiamo per la libertà senza neanche sapere cos’è,

un concetto inventato almeno finché non

trasfiguri la materia questo fascio di energia raccolto in nome

e lontano vedo un tetto appena accennato,

ma tu non guardarlo, respirare e nominare,

respirare e nominare,

ascoltare la voce che dovunque si produce

in ogni caso”

*

“Emi-“

“Mio essere a che, dimmi,

se più nulla ti resta,

se conosci ogni cosa, parli ancora?”

(Franco Fortini)

Come se la Terra avesse tre emisferi

e i prefissi greci non servissero a nulla,

incontrai di spalle un ricordo,

un mucchio di sassi in forma di spiaggia,

come un respiro non pesano

ma partoriscono in ogni istante

una domanda invisibile.

La garitta della memoria non ha custodi:

la sentinella si è licenziata

ben prima che nascesse Proust,

eppure certi panorami sfocati

non mi appaiono tutti riconducibili

al traffico di contrabbando.

Ho scelto la cartapaglia umida:

bere, esalare, gonfiarsi d’umori,

esperire quasi senza guardare.

Ma poi disfiorare, rinunciare uno a uno,

strappare e strapparsi le palpebre

per non chiudere gli occhi: ascoltarsi,

cercare il punto più alto

per ridersi in faccia, misurare

come un ladro gli scatti della mente,

ghigliottinare illusioni, usare la lente

fino all’indecente.

Ma, se restasse qualcosa:

i prefissi greci non servono a nulla.

*

Mutatis Mutandis

“e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità”

Avevamo lo sguardo distratto dalle foglie

con le punte dei piedi affacciate

sotto il ponte di legno sorridente, verde, un arco.

.

scivolate come un groppo in gola

foglie d’acero e foglie d’erba

nelle mezze verità della memoria,

ad abitare la garitta insormontabile

di fronte al palazzo dei labirinti,

dove una tazzina incrinata di caffè lungo

può incontrarsi con carte da lettere

piene di ali e piene d’aureole

chiedersi ciao come state

che piacere trovarvi qui, anche voi salvate

dall’ordine piatto delle dimenticanze.

Ma no, siete appena arrivata,

direbbe un sopraggiunto calzino,

qui non manca nessuno all’appello,

solo ci s’incontra per caso, a volte sempre

se non di rado, e nessuna relazione stabile,

ma di questo son certo: non manca alcuno,

neanche il miele contro la tosse,

né la piega del raso inamidato,

o il pince-nez di quel ciuffo arruffato.

.

Così, ho un labirinto sopra la testa

pieno dei fili d’Arianna dei miei desideri

a tessere ricordi in forma di risposte,

sono tentativi di regalare un tombolo

alla bellezza dello scorrere,

alla sorella che vorrei ripescare

come un luccio, in quel fiume laggiù,

senza neanche aver chiaro cos’è che distingue,

nei labirinti,

un luccio da un leccio.

*

Polvere di statue (un’Onda)

.

Erano mille petali infiammati:

in ognuno l’espressione di un ricordo,

il socchiuso sguardo delle teche

quando ancora vuote si riempiono di storia

di speranze sfuggenti e inspiegate

e non ancora fossili, code di rettili.

Ruvidi e dolciastri, come la resina sui tronchi,

quei ragazzi abolivano le pause dei giudizi,

i secondi vuoti della razionalità,

l’oggettività sorda.

Conoscevano i selciati del cielo,

se mentre il corteo occupava il ministero

due di loro si amavano sui tetti.

Statistiche e idee, giornali strappati,

giornali fumati.

.

E la polvere delle statue, al suono

di flauti invecchiati per rinascere,

non si ferma, sgrana i nasi simmetrici

e amputa le perfezioni di braccia e gambe,

.

cade nell’acqua e forse piove, lascia

il corpo perfetto ed è nell’aria:

fermatevi, non toccate più il suolo

e nei mille silenzi di un attimo, siate unici

fotografie di voi vivi

fotografie vive, un angolo piegato e Dio dietro,

solo per un attimo, solo se nell’attimo.

*

Dauer im Wechsel

.

Lo senti, lo senti, lo senti, lo senti,

lo senti, il campanello? anzi ripete

la curva della serpentina nel frigo

il rimbalzo semibreve sull’intonaco

del pigiare un grigio pulsantino

come specchio ustorio fino al corridoio

delle menti soltanto predisposte

al domestico sfrigore, al cucinio trasalire ma

cade la parete cade il cateto cade

il quadrato e la radice della stanza,

cade la leggenda suicida e fasulla

delle clavicole stempiate in certi versi

incapaci di parlare, ma non di allogare

nelle gore di un trattino il vomitare

repentino per la vita brulla e se Rilke

disegnava nelle ore il futuro di Dio,

è molto meglio compiacersi d’aver cancellato

il già cancellato disegno passato,

in lode alla maestà presente della clavicola,

con l’alopecia a garantire assoluzioni:

ha la mitra l’ironia, e abacadabra il mondo è sparito

– ahah, vorresti i sèmi almeno per dirlo,

ma Derrida non te li dà – è già tanto che non derida

e non avrai altro dio al di fuori del negare

.

Eppure, se solo chi afferma il silenzio

scegliesse, ogni tanto, il silenzio, sentirebbe

.

cadere sul timpano

la campanella delle corde ritorte alle meccaniche,

il lume della mente nel fondale,

corde in lunghezza d’onda a forza dieci,

la sincronia dei granelli nella schiuma,

i minerali nascosti e le lune lente sopra gli uliveti,

e il bistro a maturare nei faggeti per cerchiarsi

un giorno gli occhi con la mano pencolante sullo specchio

mentre il vero sguardo scivolando

lascia vuoti i bulbi

e attraverso il retro del bianco oculare

cerca nella palta più profonda il riparo

dalla filosofia del calpestio.

.

Nella verticale del chiostro la candela

muta il bianco in atro vapore e poi nuovamente

bianco come il volto immedicato della suora nelle nuvole:

è questa resilienza della vita,

la durata del cambiamento è

il bucaneve, ciò che permane nel cambiare

è il suo gambo così piccolo e impossibile alla capsula,

come quando l’apice spunta dalla formula e insegnando

quanto poco noi sappiamo

ci squaderna incalcolabile

.

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Michele Ortore è nato il 1 luglio 1987 a San Benedetto del Tronto. Ha una laurea triennale in Studi Italiani, con una tesi sulla lingua di Leo Longanesi. Le sue poesie sono apparse in diverse antologie; le più recenti: L’ape poeta (Edizioni Artescrittura, 2009), Non abbiate paura (Ursini Edizioni, 2010), Tutti, tranne te! (Liminamentis Editore, 2010). Tre suoi testi sono stati finalisti dell’edizione 2010 del concorso nazionale “Poesia di strada“. Alcune sillogi poetiche sono apparse anche nei lit-blog La poesia e lo spirito, Filosofi per caso, nella rivista Pi greco – Trimestrale di conversazioni poetiche e nella rubrica Pezzi di vetro, curata da Rossella Renzi sul sito di Argo. Due racconti brevi sono stati pubblicati in Inadatti al volo (Giulio Perrone Editore, 2007) e Lontano dal cuore (Terre di Mezzo, 2008). Nel 2007 ha fatto parte della giuria giovani del premio nazionale del documentario Libero Bizzarri, curando una presentazione critica sull’omonimo catalogo. Ha collaborato con Historica – Progetto Babele, Whipart, UT e con il settimanale d’attualità Carta. È stato vicedirettore della rivista indipendente Vespertilla e si occupa di teatro sulle testate Close-up e TeatroTeatro. Dal 2009 è iscritto all’Ordine dei Giornalisti come pubblicista.

Poesie di Antonio Bux (Fernando Antonio Buccelli) – Traduzioni a cura di: Ana Caliyuri e A. Bux (post di Natàlia Castaldi)

COMPOSIZIONI ACERBE

...e l’autunno
ha relegato noi
nell’inverno delle cose più tristi,
abbottonate nell’eco
di una primavera mai sazia di fiori;
nel ricordare la ciclica pretesa dell’estate,
la protesta di un sole immerso nell’acqua verde
di una quinta, nuova stagione
che abbiamo inventato per non invecchiare
nell’amarezza di una luna bagnata,
di nuvole lontane e ignare...
Noi siamo questo incedere a ritroso nella natura;
uno specchio calmo di tiepidi ricordi liquefatti
che sfociano dalle lacrime d’un altra vita...
.
COMPOSICIONES ACERBAS

... Y el otoño
nos ha relegado
en el invierno de las cosas más tristes,
sujetos en el eco
de una primavera nunca satisfecha de flores;
en el recuerdo de la cíclica pretensión del verano,
la protesta de un sol sumergido en el agua verde
de una quinta, nueva estación,
que hemos inventado para no envejecer
en la amargura de una luna bañada
de nubes lejanas e ignaras ...
Nosotros somos este camino repetitivo de la naturaleza;
un espejo calmo de cálidos recuerdos licuados
que desagua de las lágrimas de otra vida ...
*
D’ACQUA

Imparammo dalle piante
il segreto del sole,
respirando per la terra,
dando linfa eterna
ai figli dell’aria.
E l’acqua che ci dona
il mare riflesso nella luna,
è il sogno meno umano
reso umano da un’animale
vittima dell’onda
nel moto circolare.
.
DE AGUA

Aprendimos de las plantas
el secreto del sol,
respirando por la tierra,
dando savia eterna
a los hijos del aire.
Y el agua que nos da
el mar reflejado en la luna,
es el sueño menos humano
hecho humano de un animal
víctima de la ola en el movimiento circular.
*
CHIAROSCURO

Osservo il martirio del ricordo
nell’infrangere del peccato di un momento,
di un ciclico pensiero che recide il presente
nell’uomo che mente, nell’anima che da sempre
conserva l’antico esilio di ogni sguardo
dentro stracci di verità raggomitolate,
incartate tra le infinite pieghe dei secoli,
nel riciclato silenzio che non preserva
neanche l’attesa di una nuova speranza
che sveli una memoria mai più vana
di una fine senza pretesa.
.
CLAROSCURO

Observo
el martirio del recuerdo
romper el pecado de un momento,
de un cíclico pensamiento que cercena el presente
en el hombre que miente,
en el alma que desde siempre
conserva el antiguo exilio de cada mirada
dentro de harapos de verdad arrebujada,
envuelto entre los infinitos pliegues de los siglos,
en el reciclado silencio que no preserva
ni siquiera la espera de una nueva esperanza
que devele una memoria jamás vana
de un fin sin pretensiones.
*
LA NIENTE SCRIVENTE

Non so cosa scrivere.
E allora scrivo niente.
Niente che scrive me.
E non sappiamo chi scrive
cosa legge, chi.
Io scrivo con niente
di cosa, non so.
Chi legge?
La mente o
la niente scrivente?
Leggermente piange
chi tace e non sente.
.
LA NADA ESCRIBIENTE

No sé qué escribir.
Así que escribo nada.
La nada que me escribe.
Y no sabemos quien escribe
que lee, quien.
Yo escribo con la nada,
de qué, no lo sé.
¿Quién lee?
La mente o
la nada escribiente?
Suavemente llora
quien calla y no siente.
*
IL MANIFESTO CASALINGO DELLA NOTTE

Il vetro sibila lamenti intarsiati nelle fessure.
Il frigorifero controlla e recluta ortaggi.
Tutto è disperatamente vivo.
I muri sono saturi di storie crepate.
I pavimenti sovraccarichi di cronache quotidiane.
La televisione mormora fandonie in sordina.
Le porte suddividono le attese.
I quadri sospendono i ricordi.
Gli specchi insinuano verità celate.
Tutto parla e si strugge nella notte.
I posacenere sono ricolmi d’oblio.
Le foto si interrogano nelle sagome del presente.
I divani mortificano i sogni.
I bicchieri cozzano nel buio.
Le posate e le mensole dormono irretite.
I balconi ronfano nel vento.
Tutto sconfina al di là di ogni legge.
I lampadari indugiano con luci opache.
Le ombre farneticano cincischiando.
I ripostigli sono maniaci,
masticatori di calzature inconsuete.
La doccia ingabbia il sudore.
I letti ospitano lacrime di secondi.
Gli abiti mascherano le personalità.
Gli ombrelli si crogiolano nel nulla,
appollaiati come sparuti avvoltoi.
I libri si nutrono ingordi di sapere.
Nei comodini pullulano fantasie inconsulte.
Nella cucina regna una storica inedia.
Il bagno racchiude vecchie canzoni.
Tutto mi parla nelle notti marce di silenzio.
I liquori mi avvolgono con le loro storie.
I soffitti mi comunicano il linguaggio delle ore.
Le tende misurano i miei debiti con il giorno.
Le pantofole implorano aiuto.
I tavoli banchettano con il vuoto.
I corridoi mutano in labirinti.
I cuscini soffocano l’aria molle e sbiadita.
La casa che mi ospita chiede gratitudine e silenzio.
Tutto nella notte si manifesta, e canta.
Tutto nella notte va a caccia di storie da sbranare.
.
EL MANIFESTO CASERO DE LA NOCHE

El vidrio sibila lamentos incrustados en las ranuras.
El refrigerador controla y recluta hortalizas.
Todo está desesperadamente vivo.
Las paredes están saturadas de historias agrietadas.
Los techos sobrecargados de crónicas cotidianas.
La televisión murmura mentiras en sordina.
Las puertas subdividen las expectativas.
Las pinturas suspenden los recuerdos.
Los espejos insinúan verdades celadas.
Todo habla y se funde en la noche.
Los ceniceros están colmados de olvidos.
Las fotografías se interrogan en las siluetas del presente.
Los sofás mortifican los sueños.
Los vasos chocan en la oscuridad.
Los cubiertos y los estantes duermen cautivados.
Los balcones roncan en el viento.
Todo invade más allá de cualquier ley.
Las lámparas se demoran con luces opacas.
La sombras deliran holgazaneando.
Los armarios son maniáticos,
masticadores de zapatos inusuales.
La ducha enjaula el sudor.
Las camas hospedan lágrimas de segundos.
Los hábitos enmascaran la personalidad.
Los paraguas se regodean en la nada,
encaramados como buitres esmirriados.
Los libros se nutren ávidos de saber.
En las mesas de noche pululan fantasías inconsultas.
En la cocina reina un histórico aburrimiento.
El baño encierra viejas canciones.
Todo me habla en las noches marcadas de silencio.
Los licores me rodean con sus historias.
Los techos me comunican el lenguaje de las horas.
Las cortinas miden mis cuentas con el día.
Las pantuflas imploran ayuda.
Las mesas en banquete con el vacío.
Los pasillos mutan en laberintos.
Las almohadas sofocan el aire suave y desabrido.
La casa que me hospeda pide gratitud y silencio.
Todo en la noche se manifiesta y canta.
Todo en la noche va a la caza de historias para devorar.

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da “Disgragie” – 2010 © Fernando Antonio Buccelli

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Antonio Bux (Fernando Antonio Buccelli) nasce a Foggia il 16 ottobre del 1982. Dopo aver terminato gli studi, all’età di vent’anni inizia a coltivare esperienze di vita e lavorative nella propria città natale e al di fuori di essa, soprattutto a Firenze, dove trascorre un intenso periodo, per poi espatriare in seguito all’estero. Difatti va a risiedere in Spagna, a Barcellona, dove trascorre questi ultimi anni. Da parecchi anni si dedica alla poesia e alla letteratura, oltre che a cimentarsi in traduzioni in di poeti iberici e latinoamericani.

Le sue opere sono tutte inedite, anche se ultimamente alcune sue poesie sono apparse su diverse antologie e su alcune riviste letterarie di poesia sia nazionale che internazionale, dato che moltissimi suoi componimenti sono stati tradotti in lingua spagnola (con l’ausilio e l’amorevole supporto della professoressa e scrittrice argentina Ana Caliyuri) mentre di recente, oltre ad apparire con molti testi su vari blog e siti letterari di poesia, è entrato a far parte della redazione per il sito giovinastridikolibris.wordpress.com della casa editrice Kolibris; casa editrice curata e fondata dalla poetessa Chiara De Luca.

È in attesa di quel pazzo editore che si interessi del suo lavoro e gli pubblichi la sua opera prima.

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Ana María Caliyuri, nasce il 23 luglio del 1955, ad Ayacucho, nella provincia di Buenos Aires, in Argentina. Attualmente risiede a Tandil, Buenos Aires, Argentina. È docente in pensione, produttrice di programmi radiofonici e televisivi, e scrittrice. È membro delle associazioni SADE, CEDRO, REMES. Ha al suo attivo moltissime pubblicazioni e riconoscimenti sia a livello nazionale che internazionale e collaborazioni varie tra Argentina Spagna e Italia. Numerose anche le traduzioni per vari poeti italiani.