Under 30 – Under the XXI Century

Poesie di Lorenzo Mari

Poesie di Lorenzo Mari*

[Con Lorenzo Mari  continua la seconda fase della rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio TetiGreta RossoValentina De LisiChiara DainoDomenico Ingenito, Simona MenicocciCarmen GalloFrancesco TerzagoTommaso Di DioMariasole AriotLuca Minola e Alessandro GiammeiAnna RuotoloMichele OrtoreAlfonso Maria PetrosinoSergio Garau e Marco BiniGiuseppe Nava e Marco Aragno.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi Riccardo Raimondo Nadia Tamanini. Si ricordano inoltre le due pubblicazioni di Natalia Castaldi focalizzate sui poeti di aerea sicula Domenico Stagno e Andrea Cangialosi.]

da Minuta di silenzio (L’Arcolaio, Forlì, 2009)

Sermone di distrazione

Attorno a noi
la resurrezione delle cose,
pagina tremenda. Meglio quando stenta
l’oggetto, lo guardiamo di sguincio
e s’arresta. Non attenta.
Non chiede attenzione.
Lascia il devoto
al suo sermone
		di distrazione.

A fare maglia

Cose che scivolano dal letto e s’ammonticchiano,
cose che cadono di bocca, in scialorrea continua:
non ci faremo caso. Sono gli oggetti
che sempre raccogliamo: sempre ci abbassiamo
alle loro altezze microscopiche, scoprendo tesori
con la coda dell’occhio, tra i riccioli
di polvere, tra bava e bava. Della gobba,
dell’inarcamento cui diamo luogo, della schiena ridicola
non ci curiamo, e procederemo, di nuovo,
alla raccolta indifferenziata del resto –
infileremo perle nei fili,
indefessi. Pronti a cucire gli strappi, a fare maglia
e quindi a disfarla, ricorderemo Penelope –
ma questa volta diremo pure che è odio
ciò che non torna a Itaca.

Resa dell’ecfrasi

L’occhio scontento accorda infine pace
allo schermo nero. Non che l’immagine
sia il surplus di cui fare senza
ma – azzittito il mantra di retina –
ci si consente, perlomeno, un cerchio di silenzio
attorno all’ecfrasi. Rassicura
il fatto che dopo un po’
nel suo angolo prospettico
non piange neanche più
		la figura privata di statuto.

Si arrende, piuttosto
– allo stato liquido,
		indifesa –
al panorama, al suo svolgersi
muto.

Poco filo

Poco filo mi resta ma spero che avrò modo
di dedicare al prossimo tiranno
i miei poveri carmi.
E. MONTALE, Un poeta da Quaderno di quattro anni (1977)

Come sempre i maghi
stanno alla porta: non serve
rabdomante per un’acqua
di niente, che nel carso
e nella dolina conseguente

tutti sanno nell’essere e – a parte –
nel non essere, nello scorrere
e nel fermarsi, tutti conoscono
per i suoi torbidi incantesimi
quale acqua pesante. Nessuno
ha però memoria dei prestidigidatori
esclusi – neppure dei dattilomani borghesi –
o sente la forza di ribadire un debole
pensiero, di brandire senz’averne danno
un bastone ricurvo – per i segni –
nessuno ha il dito legato al gomitolo

al di qua dell’uscio nessuno
sa di che si tratta in realtà:
tirare, sforzarsi ed estrapolare
poco filo.
		(Poco filo, e senza trucco,
purtroppo, senza inganno.)

Inediti

Scossa d’assestamento

Scossa d’assestamento:
non marca nessun passo.

L’allarme si fa eterno,
portando adesso

l’inferno a braccetto
con il silenzio delle urla dipinte

sulle pareti, con il timore
di avanzare una richiesta di riposo –

è come chiedere vita non precaria
ai cancelli di un’azienda. Come salire

sui tetti con le bandiere e sperare
che non crollino – è lo stesso.

Ultima esule

Non è perché sei andata via
che i più saggi ti hanno detta
ultima esule. Intendevano tornare
a contare i passi, inventarsi
una cartografia italiana momentanea,
smetterla di piangersi addosso.

*Biobibliografia

Lorenzo Mari (Mantova, 1984) vive e studia a Bologna, dove è dottorando in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali. Nel 2004 ha vinto il XII premio Biennale di Poesia di Alessandria e nel 2007 ha ricevuto il Premio Gozzano per la silloge inedita.  Presente con alcuni suoi testi nelle antologie Nella borsa del viandante (Fara, Rimini, 2009, a cura di Chiara de Luca) e Pro/Testo (Fara, Rimini, 2009, a cura di Luca Paci e Luca Ariano) e in alcune riviste di poesia (L’Area di Broca, La Mosca di Milano, Il Monte Analogo, Le Voci della Luna e altre), ha pubblicato le sillogi pellegrinaggio senza Endimione (Inventario Senese, Siena, 2007, V premio Alessandro Tanzi) e Minuta di silenzio (L’Arcolaio, Forlì, 2009)

Poesie di Giuseppe Nava

Poesie di Giuseppe Nava

[Con  Giuseppe Nava continua la seconda fase della rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio TetiGreta RossoValentina De LisiChiara DainoDomenico Ingenito, Simona MenicocciCarmen GalloFrancesco TerzagoTommaso Di DioMariasole AriotLuca Minola e Alessandro GiammeiAnna Ruotolo, Michele OrtoreAlfonso Maria Petrosino, Sergio Garau e Marco Bini.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi Riccardo Raimondo Nadia Tamanini. Si ricordano inoltre le due pubblicazioni di Natalia Castaldi focalizzate sui poeti di aerea sicula Domenico Stagno e Andrea Cangialosi.]


a deeper kind of slumber

mentre dormivo i grandi castelli
mostrarono fondamenta di carta
e sotto le carni ossa di gesso
e orbite vuote dietro gli occhiali
scuri e tutto cominciò a sfarsi
la sabbia della fiducia a infilarsi
sotto le palpebre tremanti di rem
la polvere dei nervi logorati
la ruggine delle parole scritte
sullo strato di minio dell’abbaglio
quei nomi ossidati nel piombo e fusi
fino a farli credere veri e giusti
e dicevo serio andrà tutto bene
cosa mai può accaderci di male
– e non pensavo ancora al farsi mute
ogni giorno delle voci stonate
non pensavo al crepitio al disturbo
al digrignare dei denti la notte
che sfoga compiaciute ignoranze
con quel vuoto masticare di niente
non pensavo e non volevo pensare
al malcelato ammiccare dell’ansia
al malessere di sapere vera
la sabbia della fiducia infilata
nel cemento dei monumenti delle
strade delle case dello studente
– la sabbia il detrito spinto dal vento
che fa lacrimare un poco gli occhi

– non è niente dormi è ancora buio

*

mentre dormivo i treni son partiti
e resto incerto tra i binari morti
i vagoni vuoti le rotaie unte
con la mia borsa ancora indecisa
tra l’indispensabile e l’inutile
con l’eco dei viaggi immaginati
ancora impresso nella retina
immersa nel sonno mentre lo speaker
mi invita a stendermi a lasciar perdere
con affondi indifferenti come
quanti anni è che prendi la rincorsa
cosa farai adesso che i legamenti
si sono irrigiditi ora che il mondo
ti tiene stretto forte alla sua voce
– come la voce dagli altoparlanti
sembra vera ma sai che non lo è
con quello scivolare sugli accenti
sulle pause e quel tono saccente
lontano senza vergogna nemmeno
nell’annunciarti la morte il danno
innato – come questa voce adesso
che sovrasta si espande come gas
l’onda di una maligna ninna nanna
che smussa i picchi sempre più piatti
sempre più piani livella le curve
allenta la presa dei desideri
finchè non convieni che è giusto così
– mi difendo cammino senza fretta
avanti e indietro sulla banchina
brandendo sigarette contro il tempo
e contro il freddo

– ma l’attesa è tanto lunga
ti prende un tale sonno

*

mentre dormivo i bambini più svegli
han trovato lavoro fatto figli
e famiglia hanno acceso mutui
spento contatti speso soldi e tempo
hanno sacrificato come aztechi
agli altari di dèi sanguinolenti
sull’unta piramide dei bisogni
nero sangue scorre giù dai gradoni
impregna il sonno sempre più profondo
il corpo spugnoso il midollo i gangli
tira a fondo nella terra che drena
assorbe asciuga secca fino a che
non restiamo io e te a fregarci gli occhi
per non scivolare ancora più giù
– giù nella bocca nera sbadigliante
di una vecchia miniera nel deserto
dove attendono i nostri baccelli
(come in quel vecchio film in bianco e nero
che non abbiamo mai visto finire
– ci siamo sempre addormentati)

*

mentre dormivo ho perso la pelle
come un serpente senza parole
senza coscienza ho fatto la muta
dal mare al derma d’inverno normale
dai grandi sogni ai sogni senza senso
addormentato come ogni altra volta
la bottiglia finita i libri sparsi
la pelle vuota là sullo schienale
accanto alla camicia ai pantaloni

*

mentre dormivo mi sono perduto
come i bambini tedeschi in spiaggia
tra file colorate di ombrelloni
giallo verde blu rosso giallo verde
blu rosso assimilati nel torpore
mi sono perduto ma nessun annuncio
è stato dato nessuno è stato
chiamato per altro che non sorrisi
come in un sogno tutti parlavano
una lingua uguale ma diversa
fatta di parole disidratate
rimasticate svuotate del succo
uno scorrere di sassi di pietre
attraverso secoli di erosione
e ora i calcoli non fanno più male
si può pisciare senza più pensare
ci si può avventurare nel bosco
del sonno profondo come quel tale
con i sassi in tasca e l’illusione
di poter tornare di essere ancora
vero di essere ancora proprio
– insisto a perdermi sulla soglia
a concentrare la mia voce come
un grido nell’alta notte feroce
un discorso acceso a fiamma bassa
due parole irregolari in banca
qualche graffio su braccia depilate
qualcosa come un alito cattivo
sull’ora dell’aperitivo come
qualsiasi cosa pur di non dormire
pur di non affondare –
è di nuovo
ora di tornare a lavorare –

*

(quant au monde, quand tu sortiras, que sera-t-il devenu? En tout cas, rien des apparences actuelles)

*Biobibliografia

Giuseppe Nava è nato in provincia di Como nel 1981 e vive a Trieste. Nel 2008 ha pubblicato “Un passo indietro” per l’editore Lietocolle. Nel 2009 ha vinto il premio di poesia DePalchi-Raiziss. Fa parte della redazione della rivista Bollettino ‘900, sulla quale ha pubblicato “Oscure ragioni”. [http://www3.unibo.it/boll900/numeri/2009-i/Nava3.html] Altri suoi testi si possono leggere sul portale Absolute Poetry. [http://www.absolutepoetry.org/Figli-degli-anni-80-n-III]

Poesie di Anna Ruotolo

Poesie di Anna Ruotolo*

 

[Con Anna Ruotolo  si conclude  la prima fase della rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago, Tommaso Di Dio, Mariasole Ariot, Luca Minola e Alessandro Giammei.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi, Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini. Le pubblicazioni riprenderanno a Marzo.]

 

 

(da “Secondi luce”, LietoColle, Faloppio 2009)

anghelos

Che rientri da questa terra
per i segreti delle porte
che quasi mi dormi accanto
è scritto nel rumore della pioggia
nel tremito aguzzo delle acque.
Più dentro è il chiodo di non saperti qui
vederti andare come certe domeniche d’inverno
anche quando è il dono del mondo che ci unisce,
il fondo delle cose a crescerci di neve.

*

Annerire gli spazi col puntino

Ho scelto,
ho scelto un fondale per questa sera:
so che vorrei la tua faccia
tutta intera e chiara
una scena vivida all’improvviso,
una traccia elettrica dall’orlo dei lampioni.
Ho da fare come un percorso
su una parete illuminata
ed ogni punto sarà lo spazio da annerire
per vederti nascere, apparire dal nulla.

(da “Quattro giovin/astri”, Kolibris, Bologna 2010)

Dialoghi da Moleskine

IV

– E se si fa sottile il suo corpo
la riviera ci sembra attraverso
non mangia ormai che pane
e origano,
dobbiamo partire
per le stanze bianche
e i corridoi verdacciaio delle sale
per provare a ricongiungerci
nel sangue.
– Così le dici? Dobbiamo partire?
– Ogni tanto succede. O, ogni tanto,
che anche a me fa male qualcosa
cosicché dopo a lei non dice niente di brutto,
tutto ciò, niente di terribile.
È la riprova che il corpo è nostro
e se siamo in due si passa meglio
dal sogno all’esistenza , dall’esistenza
al sogno, nella notte.

VII

Le cose che non iniziano, le cose
che finiscono soltanto e non sono
la fine dell’altro

NICOLA GARDINI


 

– Le cose che non ci sono vanno pensate
– Va pensata la vita e la scrittura!
– Allora, non ci sono?
– Ci sono quando la mano comincia
a finire. È tutto un salire per gradi.
– Per esempio?
– Finalmente anche la direzione
del sole, alla mattina, si ferma
ben bene sulla tua guancia
– Qual è il significato?
– Che il sole smette di far luce
non c’è, va pensato come
il grano che ti preme in bocca,
che ci fa mangiare.

*

“a” come avvicino

IV

bocca a bocca:
scioglierò la mia per gioco
nella pagina ventuno del tuo libro
baciando la poesia dell’anno

quasi sono felice che dal tuo nome
abbia avuto vita un segreto
e che tu non abbia parlato
per bene, a lungo
da scoprirmi indaffarata
nel termine luminescente
della pioggia
e il mare e il freddo
e il gelo che – sai – non mi tormenta.

X

Crescono i coralli ogni giorno

La tua carne si riduce.

ORI BERNSTEIN

braccio a braccio
ho da dirti due cose:
dapprima che non c’è abbandono per te
né passaggio di notizie infauste
a primavera (tu sei immune, sei immune).
Due: sei tanto debole
che ti sistemo un’ala,
tanto forte
da riuscirci per me.

*

(inediti)

Primariamente

Ci manca, come niente,
la preistoria – primissimo giorno minerale:
e fu sera e fu mattina –
la prima nascita,
la primavera, la primina e il primo mare.
La pietra, la coperta, l’oleandro
la penna che scappa dalle piene delle dita
la paura di ciò che d’acqua non si abbassa
e non si vede bene fino giù alla fine.

Abbiamo sempre un dopotutto, il doposcuola
delle feritoie intagliate nella luce, sì proprio
così al contrario.
Il dopodomani, ché oggi lei sembra una sposa
in bianco e in lacrime non pronta,
il dopobarba aperto e montano
e il: “dopo, amore, ti dico che t’amo”.

*

I like the way you say things

Dovremmo parlarne con una lingua diversa,
o-c-e-a-n-i-c-a
che lasci filtrare cose grandi e cose piccole
attraverso i cassetti del mondo.
Questa sarebbe la via migliore per tutto il tempo.
Loro dicono via, way, noi maniera.
Loro vanno, noi abbiamo il dare da una rete di mani
toglierci qualcosa, aspettare il ritorno,
il contraccambio. È che ci trattiene la mano
tesa, le mani nelle mani. Mano che finisce
e non corre in strada. Mano che finisce per restare.

 

*Nota Biobibliografica

Anna Ruotolo (1985) vive a Maddaloni, in provincia di Caserta. Si è diplomata al Liceo Classico e frequenta  la facoltà di Giurisprudenza. Ha vinto vari premi nazionali ed internazionali giovanili (tra gli altri il “Premio Turoldo 2009” nella sezione under 25) . Suoi testi sono apparsi in “Poesia” (Crocetti), ne “Il Foglio Volante – La flugfolio”, ne “Il Foglio Clandestino“, in “Capoverso”, in “Poeti e Poesia” e in “Italian Poetry Review”; un testo tradotto in spagnolo da Jesús Belotto nel num. 4 della rivista internazionale online “Poe +”.

Dal 2008 al 2010 ha curato e condotto il poetry slam “Su il sipario” in diversi locali casertani. Dal 2010 fa parte della redazione del sito e progetto “I giovin/astri di Kolibris”.

È presente nelle antologie poetiche “Il Fiore” 2008 (dall’omonimo premio letterario), “Corale per opera prima” (LietoColle, Faloppio 2010) e “Quattro giovin/astri” (Kolibris, Bologna 2010).
“Secondi luce” (LietoColle, Faloppio 2009 – premio “Silvia Raimondo” 2009) è la sua opera prima. Cura il sito personale: http://www.annaruotolo.it

Poesie di Alessandro Giammei

Poesie di Alessandro Giammei*

[Con Alessandro Giammei prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago, Tommaso Di Dio, Mariasole Ariot e Luca Minola.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi, Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]

 

*


Che freddo stamattina.
Che freddo in questo scampolo di secolo
sull’erba ghiaccia e pesta che non conosce impronte
(e che pure – senti? – è stata calpestata).
Col fiato, ci scaldiamo le mani alla fermata –
oh quanto disatteso augurio in queste
nostre facce arrossite – se troppo presto o fuori
tempo massimo che fa? In ogni caso
è tragico aspettarti. Le attese irrisolte – oh
quali destini per l’età incapace
di congedarti (questa) avevi disegnato –
sono il pane che ci ha allungato le unghie
e i capelli. Che noia. Non abbiamo diritto
a un poco di catastrofe anche noi
che siamo nati dopo? La meteorologia
delle tue convenienze senza veti
suggerisce di no.

 

Meglio venire alla luce sotto altri
auspici, che sotto quelli degli altri.
A colloquio con quell’altra generazione
(Progetto in corso d’opera)

Chi è là? Oltre l’orlo paludoso della
veglia recente, oltre la mia età, chi
sei che mi sorvegli dietro la porta
degli eventi di cui abitiamo l’eco?
Tu che origli (se non parlo da solo),
di nome, e non davvero dunque, temo,
ti conosco; di data: tu sei nata
prima di me, prima dell’ottantotto.
Ti ho sentita, che tendevi l’ordito
tra le dita ma vedi, l’hai composto
di troppo filo e adesso non c’è verso,
sono perduti i fili del discorso
e se infiliamo un ago dopo l’altro
è solo per non perdere altre maglie.

*

La trama ora, la cena della tarma
è sfilacciata, e ci sfila davanti
come una svergognata senza calze
e siamo espunti da ogni dizionario
e il sole vuole sorgere al contrario
solo perché non affilasti l’occhio,
perché le fila non le hai mai tirate:
non hai serrato i ranghi – e ti dilunghi
proprio ora in tante paludate scuse?
Stàiti, non c’è di che. Già che sei lì
però, mi presteresti un po’ l’orecchio?
Resta pure fuori eh, ma io non intendo
urlare (di voce ne ho, ma non urlo
– d’altronde in fondo no, non ti somiglio).

*

Sai, il tempo vorrebbe finire ma
gli umori grossi delle argille allergiche,
che sversano nelle arie derogate
le gru, mantengono vivi gli allarmi
e sull’allerta perenne non cade
mai l’ultima nota. Dio, che nervi
gli accordi irrisolti; che danno dànno
le cadenze d’inganno su cui inciampa
di anno in anno, nell’emergenza cronica
questo decennio che non mi contiene
e che non sa cadere. Ti appartiene,
a te, che non hai mai avuto talento
per i finali. Interminata. Spàziati
pure – tanto sono lente, le termiti.

*

Oh i tarli come lentamente smussano
del tuo destino estinto la smagrita
dismisura. Le camole lavorano
la polpa delle maglie e non conoscono
colpa, sei tu che le annodasti sei
tu che non hai visto, sciocchina, le uova.
Schioccami, come una coppia di dita
sul lato vuoto del palmo, farò
rumore, già, non sentirò dolore,
giacché il tuo troppo amore ha messo agli angoli
la gomma, e i nostri muri sono morbidi.
Rimbalziamo, mentre il ronzio dei morsi
celebra la tua catarsi – se dio
vuole, avranno i denti stanchi, le tarme.

*

Dirottavi le linee delle mani –
interrotte, altrimenti, a metà strada.
Le incontravamo su destini altrui
come un’estate indiana e si smarriva
il segno delle chiromanti, il dito
seminato lungo la fuga dei
pampini (distrutto o distratto il ramo)
svegliati troppo presto o troppo tardi.
Non sei venuta a fare San Martino;
dacché sei qui novembre manca e il conto
torna tre volte come un anatema
nei pomeriggi nient’affatto azzurri
in cui sferruzzi questi palmi freddi.
Le nostre braccia restano invendute.

 

*Nota biobibliografica
Alessandro Giammei è nato a Roma nel 1988. Nel 2008 è uscito per Aìsara il suo esordio poetico, Diramarsi. Una piccola silloge inedita (Dico io di noi che siamo vivi oggi) è comparsa su «Absolutepoetry». Il suo primo racconto, Frighi, è uscito per le edizioni Arkadia nell’antologia NYX Racconti della notte alla fine del 2010, accanto a pezzi di autori affermati come Ibrahimi, Murgia, Dazieri, Fois e Abate. Triennalista in Italianistica, è laureando magistrale in letteratura contemporanea a La Sapienza. Collabora con «La Rassegna della letteratura Italiana», con il «Dizionario Biografico degli Italiani» Treccani e con «Argo, rivista d’esplorazione». Dal 2009 valuta romanzi inediti per l’agenzia letteraria Kalama.

Poesie di Luca Minola

Poesie di Luca Minola*

[Con Luca Minola prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago, Tommaso Di Dio e Mariasole Ariot.  Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi, Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]

Dalla raccolta inedita “La lingua del vetro”

(Piegano le foglie
e aprono loro le mani).

Voglio invitarti ad amare
le ossa forti che hai.

Gli spigoli che formi
con il corpo in piena.

E apparati di fiori a tormentare la pianura.

*

La lingua mancata,
carta vetrata dei sogni.

Il taglio delle cartilagini,
ai piedi i cuori del combattente:

il battere armato della sveglia
( tutto esplode).

Viene giù la terra.

*

E’ la luce
esplosa nella corteccia
celebrale.

La danza protratta al disordine,
il rosso della tua lingua
nella gola.

Secchezza di fiumi,
le lucciole nelle campagne;
sbattere d’ali, voli argento.

I tuoi piedi intrappolati
nella sabbia,
ecco il dorso del nuovo millennio.

*

Dopo c’è la stanza dei ricami,
la toppa del maglione
da ricucire ( il tuo incubo),

lacci, cotone, il viso che hai
mostrato per rendermi
le ossa al tempo, credi

la frammentazione della lana.

*

Strappa creste illuminate di tramonti.

Sbattere di ciglia,
ali di notte: le farfalle sono in fiore.

Ti crescono ai bordi
le stagioni,

dove la lingua passa e batte,
come fai la primavera cucendo i fiori.

*

Il silenzio dei grigi
da ascoltare.

La sera e gli strappi
dei colori, un tramonto.

Liscia la mano
lisce le dita che muovono
i pastelli.

Tesoro; la punta che vedi,
sei cielo a secondi.

*

Giorni non ancora qui,
orecchie fatte per sentire
la voce della voce nelle parole.

*

Niente traveste e l’altro
vuole anima e corpo
e nella sola notte la vita.

*Nota Bibliografica
Luca Minola, nato nel 1985, vive e studia a Bergamo presso l’università di Scienze Umanistiche ad indirizzo letterario. Ha partecipato a vari concorsi di poesia a livello cittadino; ha pubblicato alcune sue poesie sulla rivista n° 16 di “ Poeti e Poesia” nel 2009, su riviste online quali “ Absolute Poetry” e “ La Recherche” nel 2010. Nello stesso anno commenta in una nota di lettura il libro “Roma” di Franco Buffoni. In uscita nel 2011 è presente con altri testi nel n° 21 di “ Poeti e Poesia”, numero antologico che raccoglie poeti nati negli anni ‘70 e ‘ 80 scelti da Elio Pecora.

Mariasole Ariot – Poeti e poetiche contemporanee – gli Under 30 (post di natàlia castaldi)

[Con Mariasole Ariot prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80, cui Poetarum Silva si dedica ormai da mesi allo scopo di tracciare una mappatura delle poetiche attuali, affermando la necessità della presenza di voci giovani e fresche nel panorama contemporaneo. 

In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago e Tommaso Di Dio . Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, Imperfetta Ellisse per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Sempre su Poetarum Silva, sono stati inoltre segnalati da G. Montieri e N. Castaldi, Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.

Alla presente rubrica sono collegati una serie di eventi “sul campo”: reading e dibattiti, il primo dei quali, organizzato da Luciano Mazziotta, ha avuto sede a Palermo presso il Bar Libreria Garibaldi (che ringraziamo per oganizzazione impeccabile e disponibilità) lo scorso 27 dicembre, con la partecipazione di Mazziotta, Catalano, Mirrione, Del Lisi e Castaldi. Il prossimo appuntamento sarà organizzato entro la fine di gennaio presso la Libreria Tertulia di Catania, a breve vi daremo notizie precise sulla data dell’incontro e sui partecipanti – superfluo dire che sarà gradita ogni forma di collaborazione e partecipazione all’evento, a tal proposito potete scriverci alla mail redazionale poetarumsilva@babelfault.com , con l’oggetto “reading Catania”. ]

***

Leggendo ho appuntato dei vocaboli chiave: nebbia, margini, sogno/ sonno /sogno, occhio/i, buio, luce, neve, buche, fosse, incavo, corpo, grembo, stomaco, sangue, freddo… che mi restituiscono una poetica in equilibrio sui margini frastagliati, le linee di confine, tra apparentemente reale ed interiore, tra dentro e fuori da sé, nel tentativo di riallocare la veridicità del sentire al bordo del precipizio in cui il corpo si lascia andare alla percezione sensoriale, viva, pulsante, pur rinnegando se stesso. Una poetica al limite tra anoressia e bulimia, voglia spasmodica di contenere, (r)accogliere, per poi svuotare, affermando violentemente, crudamente, che l’apparenza è solo illusione, parvenza, gabbia di un vuoto a perdere capace di un sentire sanguigno e intenso, che ha altra sede, altro valore, altra necessità di chiarore, di libertà, di verità. Un simbolismo corporeo dell’immanente, dal quale partire e prendere le distanze, nel grido, nel dolore delle buche da riempire, nella voglia di custodire le memorie quasi fuggendone, in cerca dei luoghi della purezza sognata, attesa di un’infanzia tradita, che adesso appare gelida e logica nella sua fragile consistenza, quasi fosse neve.

nc

 

Il corpo, la violazione, l’assenza – Poesie ed elaborazioni grafiche di Mariasole Ariot

 

Maggio 1989 – ai margini

 

 

Mariasole Ariot

 

Nel tuo canto di neve, fratello

la pioggia gratta i gesti al capolinea, chiede che le buche vengano riempite, frana quando può. . Tra poco l’aria sarà gelida, il dislivello cederà altrove. Ciò che prima gridava alla nebbia ora è uscito da sepoltura. . Certo avevamo coppie da condannare, e non c’era un prestito al degrado. . Ma io ora parto, fratello l’ho deciso per un nome per le due immagini precipitate del nostro venire quassù a leccarci le ferite guardare l’ombra e masticare radici come fossero corteccia.*

L’uomo nato dall’occhio

 

I margini frastagliati
dal recupero alla memoria,
urlano alle notti
per essere scorti appena.
.
La nebbia li schiaccia alle pareti
il sonno richiama al sogno,
il sogno si stringe nel sonno.
.
Ai figli dei figli era dato di vedere
solo la luce dei corridoi,
quando l'uomo dei grilli
premeva grilletti a salve
e la sorella dagli occhi lividi
masticava l'erba per non sputare ai cani.
.
Poi si prendeva la barca,
si scendeva nei garage  del labirinto
e si aspettava il suo arrivo.
.
Ciò che confonde il bello
con l'oscenità dei passi,
ciò che il pazzo ricuce nella notte
disfa alla luce.
.
E' gelido il grembo
di chi non è ancora nato.

*

Segni

 

 

Teresa è una persona libera – Mariasole Ariot

 

Ciò che dall'interno
preme -e sbuffa, e macina
è un corpo lasciato a maggese
un resto
dei resti, del resto del tempo.
Avevo gli anni delle scarpe
senza tacco,
il tubo digerente
a comando,
e la medicina pura dei controllori.
.
Lo svuotamento
della rabbia
ha una scimmia incastrata
nella finestra,
e la mia lingua è morta.
.
C'erano i colli,
i collari, le macchine da presa,
c'erano le volpi madri
con la pelle scorticata per il sonno
i dottori delle dieci di sera
il carrello del pane
e dei nervi tesi,
la ragazzina
del saliscendi
che perdeva un corpo ad ogni passo,
le cicche rubate dalle pozze
il sangue a litri
dei maiali appesi.
Il retro.
.
I resti dello svuotamento
con le Torri gemelle si prendevano
a sassate,
per la nostra entrata
ci chiedevano un silenzio,
non era bello marcire al sole.
.
Parlavamo di fuga
fumando i salici e le piccole
nostre
macerie,
le sbarre alle finestre
c'erano solo per non far cadere troppo.
.
Il corpo un contenitore
a posteriori,
uno schiavo
ricoperto di preghiere, la pioggia
calda, le vacche al macello.
.
La finta della generazione
morta,
le braccia di chi mostra la faccia
e la copre di cemento,
sono maestri dello scambio,
l'amore rovesciato
alla risposta logica.
.
Ed è l'uscita dalle parti
nella lapide del duemiladieci,
quando nel dentro e fuori dei letti
l'amante scompare nel fratello,
il mio stomaco reclama.

*

Funebre

 

I raccoglitori di fiori

si atteggiano all’alba dei vecchi con carri mascherati, e cavità poco profonde. Celeri messaggeri dei semi e delle donne, ridono discutono all’infinito sull’esistenza dell’acqua..E il cielo in ombra e il tempo stretto e la vertigine non hanno tempo per aspettare il peggio. La terra è un canto adulto.*

Mariasole Ariot è nata nell’autunno del 1981 a Vicenza. Scrittrice e artista visiva ha pubblicato su Nazione Indiana, Primo Amore, Gamm, Arsmeteo e Metromorfosi. Per il disco “A Rotta Libera” dei Forasteri ha scritto musica e testo di In-versione.

Suona il pianoforte.

Poesie di Tommaso Di Dio

Poesie di Tommaso Di Dio

 

 

 

[Con Tommaso Di Dio prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo e Francesco Terzago. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]


 

Restare visibili. Non lasciare mai
le linee del volto confondersi fino a che
catrame sia questo grigio per le strade.
Non meno morte mi apri tu, se dici
il fulcro della doratura se la bocca
di notte apri tu. C’è un albero qui, davanti
alla mia finestra; qualcosa che da su
oggi piove. Non lasciare mai
questa tua carne minima; proteggila, resta
visibile fino a che dura
il mio giorno. Io voglio che tu veda
crescere questo albero.

*

favola

Per miliardi di anni la vita è stata
procariota. Cellula minima
clonabile da sé. Dopo tanto poté solo
aggregarsi in strati, stromatoliti
calcari biocostruiti niente più che
rocce viventi.

*

La luce vibrata, in alto
fra i cantieri, i bidoni. L’impalcatura
rossa si leva
nella notte delle gru; non nasconde
pullula, non vela
il volto che si riposa ora
della cinese migrante sul tram
delle sette di sera. Se la fisso, lei
chiude gli occhi e s’apre
del sonno la sua voragine. Nella curva
nel sobbalzo del motore mobile
che tutti inerzialmente ci ribatte
verso case, luoghi bui e chiari
luoghi di silenzi familiari, lei
adesso, riapre
gli occhi per un attimo e specchia
il volto suo nuovamente
nella città dei chilometri. M’appare
la miseria; questa comune
stanchezza delle carni, il nostro
corpo che insieme scolora
riflesso e non sa
trattenere forma, l’umana
espressione abrasa
dal ronzio del motore. Cadono
le foglie e gli alberi; tramontano
i mari d’industrie e d’amianti; crollano
i paesi, i volti, gli argini, braccia
che furono ghiere luminescenti ora
si sfanno; e la paura
bestia maledetta; la paura del non essere
scorre nel vano corpo di questo tram
e ci deruba la veglia, spacca
gli occhi e tramuta noi
vuoto spazio cavo senza
esser più. E tu ti separi
ti alzi. Ti stacchi per scendere giù.
Ti allontani nella strada e te ne vai. E questo tuo
andare via, mi lascia
la voglia di un abbraccio infinita.

*

favola

Per miliardi di anni la vita è stata
eucariota. Cellula minima
clonabile non da sé. Dopo tanto poté solo
comprendersi in forme
complesse, cercare il proprio nucleo
fuori dal sé.

*

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
degli sputi della cenere da scacciare
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.

 

 

*Nota biobibliografica

Tommaso Di Dio, nato nel 1982, vive e lavora a Milano. É autore di un libro di poesia, Favole, Transeuropa, 2009, prefato da Mario Benedetti. Nello stesso anno, ha tradotto una silloge del poeta canadese Serge Patrice Thibodeau, apparsa nell’Almanacco dello Specchio, Mondadori. Dal 2005 collabora all’ideazione e alla creazione di eventi culturali con l’associazione Esiba Arte (www.esiba.it); all’interno della quale ha avuto possibilità di sperimentare diversi linguaggi: teatrale (Cianciana, 2009, Anamorfosis, 2010, per la regia di Milena Viscardi), video (Nessuno è solo, 2008, in collaborazione con Sebastiano Di Guardo). Dal 2006, insieme con il fotografo Salvatore Ferrara e i musicisti Anouchka Trocker e Seby Ciurcina, partecipa con propri testi al progetto Mshumaa(www.flickr.com/photos/salvatoreferrara/).

 

 

Poesie di Francesco Terzago

Poesie di Francesco Terzago*

 

 

[Con Francesco Terzago prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci e Carmen Gallo. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]

 

 

[Dormono nelle ceneri]

Dormono nelle ceneri, come delle cose
esauste, si lasciano a questo sonno
per lasciarsi almeno a qualcosa. C’è stato,
non dico che non ci sia stato
un amplesso,
venuto da una bottiglia di vodka
venuta a sua volta dall’armadietto
di latta di un padre. Io me ne sto andando
la città è lontana, via, lontano, a piedi,
fra poco saranno le fondamenta
della Montagna. Gli aghi di pino,
il fermentare degli aghi di pino,
sgretolati che sprofondano in questi
gialli recessi della carne.
Sono le carni di due che si conoscono
abbastanza bene, senza che si conoscano
per nome. La resina che è caduta,
perché è caduta, lo ha fatto sui vestiti
lasciati nell’ombra, lo ha fatto
sul seno e sul naso, sui loro corpi.
I pini marittimi sono stati decimati
dal punteruolo rosso.
Loro7 due riposano ora, calmamente,
e si abbracciano. A loro basta questo,
un riposo che non sia altro
che semplice riposo.
Questo silenzio che sentite, è il silenzio
che il settembre dispiega
a una certa ora – prima
che sia troppo buio per vederlo: così
tutto si mischia in una tenda verdognola.
È il silenzio messo dal vento
che riempie i solchi di polvere
dei cantieri. Del vento che,
risalito dal mare, ora piega le lunghe
braccia da cerusico su queste ultime
pezze del vecchio pianeta. I tubi
di scappamento soffiano
nel tubo di calcestruzzo
che trapassa la collina.
La chiazza dei clacson, un picchio nero,
gli alberi coperti di secco muschio nero.
Il declivio soleggiato è un materasso
di linfa. Un frigorifero rugginoso,
un dolmen rugginoso che un bimbo
grassoccio ha scelto come tana; vecchi
fumetti che sanno di muffa, una bambola
rubata alla sua sorellina:
per sapere se lei, se anche lei,
è capace di piangere. Un panno
d’erba sudata, la campata di cemento
del viadotto per nascondere delle sdraio.
E un dondolo di ferro. Quattro vecchi
forforosi prendono con le mani artritiche
le ultime anguille stordite dall’ipossia.
Il gambero killer si sposta da una
disseccata sorgiva all’altra, nella notte.
Ora è notte, e il gambero killer si sposta
da una disseccata sorgiva all’altra
come il giovane fantasma di questo nuovo
pianeta. Ed è dentro a quest’orizzonte
che si dipanano le fibre stesse
di questo nuovo pianeta: pianeta d’asfalto,
di acciaio, di bibite zuccherate; il deposito
della ferrovia – un gruppo di ragazzini
sbozza un, chi siamo,
ognuno di questi ragazzini
si è scelto un nome – per scrivere
un nome –. Nomi scritti sul metallo
e sul vetro verde dei vagoni. Nomi scritti
sul metallo e sul vetro verde. Scritti
per invocare. Ognuno di loro quest’oggi
invoca se stesso.

Chi siamo dicono chi siamo.

Il rosso dei binari
lavato via dalla pioggia,
l’aria elettrica – il temporale abbatte
ogni spettro. Si disperde l’afa
notturna, la luce arancione dei lampioni
allunga sullo sterrato le ombre affilate
dei ragazzini. I ragazzini ora
stanno scappando. Io non cerco riparo
dall’acqua. Ragazzini che ridono,
che urlano, che si chiamano
con quei nomi che si sono scelti.

Due corpi gialli, due corpi gialli
cadono nel fango,
ridono nel fango, la loro macchina
è nascosta oltre l’ultima siepe di rusco,
non è detto, dico, non è detto
che staranno meglio allontanandosi,

qui c’è caldo e dice amore, lei,
ma sento più freddo, di prima,
sento più freddo di prima,
abbracciami ancora.

[La diga delle nuvole]

La diga delle nuvole. La diga
d’ottone delle nuvole che argina
l’azzurro. Una leggerissima
pesantezza. Stare mezzo-distesi
tra gli scheletri dei sicomori e guardare
la diga d’ottone delle nuvole
che si ripiega su se stessa, su di noi.
Mezzo-distesi tra le travature,
le quattro travature in avanzo,
dell’ultimo cementificio. Qui
ci sono gli esseri minuscoli
dell’humus, gli esseri minuscoli
dell’humus che fanno una danza
macabra di sistri. Qui scende
l’orlo di pietra, l’orlo di pietra
della gonna della Montagna.
Ed è proprio qui, proprio qui
che ho preso un po’ di sonno
al serbatoio dei giorni. Nella ghiaia
di un brolo, tra il rosmarino e la melissa,
sotto al rotto acquedotto romano.
Svegliarsi tra gli odori e le piante vive,
di una vita che non è più vita. Svegliarsi
per le ultime macchine – che tornano,
gente che ritorna a casa.
Esiste una casa – se non in noi stessi?
E richiudere gli occhi avendo presente
che quest’oggi la casa è solo un bordo,
tra la Montagna. Tra la Montagna
e tutto il resto.
Un nuovo mattino. È arrivato
un nuovo mattino. È spiovuto del tutto,
la costola fluttuante fa male,
tossire sangue – tossire nero, lo spettro
dell’unicorno. Odore di spore,
di finferli, i polmoni pieni
di spore. Prendo da terra
le mie quattro cose bagnate:
quattro sacche che contengono
cose stanche che non conosco, più,
che non mi conoscono, più.
Devo salire ancora. Salire,
tra i vuoti casolari, tra le affissioni
di pubblicità.
Dove i licheni disegnano
lo spettro di una distorta Pangea.
Sotto: qualche prodotto
degli ’80 uscito dal mercato,
i primi eroici video-games,
eroiche merendine al rum
per bambini. Sopra:
lo spettro di una distorta Pangea.
Salire tra le scritte [Vendesi]
quasi illeggibili, quasi illeggibili;
edifici-scatola – non più coppi
ma fronde, fronde di rame, nastri
molli di rame. Fare un passo indietro,
per ogni passo, per ogni passo
fatto andando avanti. La pioggia
ora è distante, nella pianura.
La pioggia è un pettine di peltro:
nei gesti di questo pettine di peltro
misurano le aritmie del Tempo
solo gli ultimi uomini. Gli uomini
che vivono di un’autentica vecchiezza,
che hanno corpo e membra
di questa terra dura, di queste
dure colline. Salire ancora,
Qualche fienile, casa di pietra
acquattate nel verde spaventato:
gli infissi di nocciolo trasudano
giorni e giorni e notti passate.
Niente più vetri alle finestre.
Niente di niente. Gli ultimi uomini,
gli uomini che vivono
di un’autentica vecchiezza
raccontano il grande silenzio
che si è disteso su tutto,
su tutto. A pancia in giù.
Niente torri di semafori, né bisarche
(per bisarche), né cani pieni di vermi,
vermi dai musi dei cani. Solo
lamiere rosse e cemento,
eroso cemento armato. L’eroso
cemento armato mette spiedi
nello stomaco del mattino
– la terra ingoia il sangue,
non serve segatura gialla
non serve chiamare il macellaio
col gancio e i coltelli d’argento.
Questo è l’abbandono,
un abbandono verde.
L’abbandono dove le femmine
della Lampyris noctiluca
mettono la loro bioluminescenza,
l’abbandono dove la bioluminescenza
è dappertutto. Niente lampioni gialli,
niente coltivazioni intensive
di soia, molti gasteropodi polmonati
per sfamare la bioluminescenza.
Ma questo abbandono esiste
e persiste solo in questo posto qui,
tenetevelo bene stretto. Io vi racconto
l’abbandono. Fuori da qui, a ogni città
dei vivi sta una Città dei Morti,
e questo mondo è una sottile distesa
di uffici, di capannoni, di server-farm,
diodi, led azzurri. Satelliti spilli bianchi
nella notte. Di detersivo,
di silicone viola, dildo di porcellana.
Di formalina. Di vasellina. Città formicaio,
regine che danno figli. Figli
felici, poverini, di affamare
altri figli. Uomini-operai. Una distesa sottile
fino all’orizzonte fitto di antenne. Fino
alla Montagna. Fino alla Montagna
che aspetta e fuma, e fuma il narghilè.
Il pro-fumo discende
nel catino dell’unica Città dei Morti
la preghiera semi-visibile del divino
del divino che se ne è andato
quasi del tutto.

 

 

 

*Nota biobibliografica

Francesco Terzago è nato il 14 ottobre 1986 sul Lago Maggiore. In questo momento sta collaborando al progetto UltraNovecento, percorsi di ricerca oltre il secolo breve. Al sito Poesia 2.0, curando la rubrica La Strada e con il portale di Lello Voce e Luigi Nacci, AbsolutePoetry; alcuni suoi componimenti sono usciti sul numero 44 de Le Voci della Luna. Altri suoi componimenti sono in via di pubblicazione. Oggi vive a Padova dove, quando gli è possibile, organizza eventi culturali: ha gestito la parte letteraria di ApertaMente. E, nell’ambito del progetto Millelire dell’Università degli Studi di Padova, si sta occupando di costruire una serie di appuntamenti che riguardino il delicato rapporto tra azione poetica e graffitismo.

Poesie di Carmen Gallo

Poesie di Carmen Gallo*

 

 

[Con Carmen Gallo prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito e Simona Menicocci. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]
  
 
 
Dalla raccolta inedita Paura degli occhi
 
 
*
 
Come avere
paura degli occhi
come sapere
che tutte le bocche
professeranno il falso
e per prima la tua
dirà cose che non vuole
vedrà cose che non sa
ed il vero e falso verde
resta nelle parole
che non riconosco
perchè hanno la tua forma
la calce bianca dei tuoi sensi
deformati per l’occasione.
Parole annerite, scartavetrate,
cercano rifugio tra le mie
ma non trovano
che una pace fatta di spilli,
di mura
che non tengono,
di soldati
che non parlano la tua lingua.

 
 
*
 
 
Lo stretto e il necessario
attraversa lo spazio
tra l’impero e il suo contrario
l’insonnia gira
intorno agli occhi
cerca un varco
per farsi mare
e in tanto piove addosso
la tua legge divina
burocrazia del creato
allunaggio mancato
ufficio reclami
dei giorni dispari e pari.
Nella stanza mani vanno e vengono
s si respira il sale
delle ferite da cicatrizzare.
Inclinare il piano del sacrificio
e in silenzio chiedere aiuto
nel varco delle braccia
nel vuoto delle braccia
farsi mare, e cancellare l’acqua.
 
 
 
Da Dis-anime

*

Lo dicevi che le mie parole
sono sempre troppo poche
e che non vanno da nessuna parte
                     Mentre tu vai e vieni
per invertire l’ordine delle ore,
Io sono ancora immobile
nel giorno che pure ho scelto
Di non essere quello che sono.
Non trovo la faccia
Che mi rendeva
Soffitto del tuo andare,
E le scarpe, mura sottili del mio dire,
                Una volta
                          specchio del tuo.
 
 
*
 
 
Rimane pur sempre il fiato
Che non dice
Più del necessario
La testa appesa fa linguacce
La donna accanto
Tesse i fili
I polsi legati
Sono più al sicuro
Di tutto il resto.
Attendo il colpo,
il freddo, la caduta
di ogni tua condanna
Come terra
arrivi
Dritto negli occhi
Lasci ciglia a bocca aperta
 
 
*
 
 
Esamino da vicino
I palmi ancora tesi
nidi di ortiche
Botanica degli eventi
dove ogni cosa
È sua contra natura

              Perché nessun recinto salva
              dai tuoi mali verticali

E ancora rincorrersi,
con le mani cucite sugli occhi.
 
 
*
 
 
È arrivato il dono, il fuoco
Il rosso
È arrivata la terra, la città
Che non conosco
E dovrebbe essere facile
A questo punto
Sistemarvi al centro
La lama visibile dei polsi
La schiena curva delle parole
E lasciare che gli occhi sentano
Che la pelle infine veda
Ma la mano ancora trema –
ed io resto immobile
A guardare la trama
Che hai scelto per me
La sollevo e penso,
Scegli me,
Scegli me.
 
 
*
 
 
A Valediction: Forbidding Mourning
(riscrittura da J. Donne)

Quando torni?
(Come spiegarti
Che ho gettato a caso
Tutti i miei sassi)
Ma cosa fai, lì?
(Stendo con le mani
Pieghe su pieghe
Per fare più stretto il vestito)
A che pensi?
(A scontare, elencare, imbiancare
Pareti, specchi, calendari)
Allora a dopo.
(Un passo dopo l’altro
Completo il cerchio
Inciampando sempre sulla fine)
Sì, a dopo.
 
 

 
 
Da Ben altro è sulla terra

C’erano ancora i solchi
Delle tue mani sui fianchi.
C’era ancora il sangue
dei tuoi tagli verticali.
 
 
 
 

*Nota biobibliografica

È nata a Napoli nel 1983. Si occupa di poesia metafisica del Seicento inglese (Donne, Herbert, Crashaw) e dei rapporti tra teologia e letteratura, che sta approfondendo nel Dottorato in Letterature Comparate giunto quasi a conclusione all’Università “L’Orientale” di Napoli. Ha scritto su Donne, ma anche su Beckett e T.S.Eliot, ed ha in progetto di curare l’edizione di alcune opere di Thomas Traherne. Con le sue poesie ha esordito nel 2006 organizzando e partecipando con altri poeti e artisti napoletani alla mostra itinerante di poesia e pittura “I Dis-Armati”. Nel 2009 è stata finalista al premio Mazzacurati-Russo “I miosotis” per la poesia con la raccolta “Ben altro è sulla terra (2007-2009)”, in parte pubblicata nell’antologia Registro di poesia # 3 a cura delle Edizioni d’If. Ha scritto anche per il teatro (Lulamem, 2008, con Marianna Garofalo e Milena Cuccurullo) e ha collaborato con compagnie di teatro di ricerca e video-produzioni. Collabora con la rivista on-line di studi sulla traduzione “Il porto di Toledo”, e con diverse case editrici come traduttrice dall’inglese.

Poesie di Simona Menicocci

Poesie di Simona Menicocci* 
 
 
 
 

 
[Con Simona Menicocci prosegue la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino e Domenico Ingenito. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano, Luigi Bosco e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: Stroboscopio per Bosco, La poesia e lo spirito per Catalano e La dimora del tempo sospeso per Mazziotta. Segnalati da G. Montieri e N. Castaldi in più Riccardo Raimondo e Nadia Tamanini.]
 
 
 
 
 
 
***

le conseguenze sono a vista d’occhio
il bacino spostato o le rotule oltre l’asse
(sistematica decostruzione ossea
attuata con scientifica accuratezza).

un ciuffo, uno
solo separa
almeno novemila
chiusure della palpebra,
i contorni ammorbanti dei conti
che non tornano, come tutto il resto.

Trova la patologia che spieghi
e stai storto poi col vocabolario,
reggi le scapole ancora un po’.
 
 
***
 
va e non viene, va
né il treno e la salita,
fatiche riproposte, fare posto
dopo la deglutizione,
faccia a faccia con le farine
le panature delle dita, i palmi.

prendi adesso questo flesso,
(il gorgoglio vacante) e vai.

va poi fino alla fine la polemica
la mollica sciapa, il ciarpame,
pretendere a rischio a dopo
caso mai vadano via, alla fine,
i contratti, le rifiniture, gli zittiti.

***

in tutte le bocche dei lupi
i baci di saluto gli àuguri che sentono
le sentinelle che si avvicinano
a volumi a stanziarsi dove
lo strato permette, il mirino
la messa del fuoco a straziare
le messi, sentire che dove
si assetano si stagliano le frecce
le facce rosse delle mire
colpire non a caso, fare caso
alle sbavature, le mietiture
delle bocche, i lamponi
marci, marciando a fil di pelle
i peli che piegano l’andatura
del vento, i piedi che pregano
coi lampioni sbarrati
– fare piano, sparire –
lo scoppio dell’ultimo spavento
dove batte il ventre mentre si entra
a non chiedere scusa
usando il bossolo e la bocca
a trangugiare ferite sgranate
lucciole che abboccano e spengono.

***

alle cose alle stesse
qualcosa in quanto qualcosa
nel mondo nel non del mondo
e stare fuori e stasi. Emerge
senza niente attorno
uno stare perso, ciò che era là
era già là, raro nell’esserci
un “tra”.

***

a pungolare il caso
il mai detto, il tanto
a rifare la conta
(quello che poi
le cuticole rialzate
non sanno),
il gioco dello stare
– se ci si riesce –
ad allontanare l’andare
a finire sui groppi
(che poi non servono
le mani ferme),
a tenere i punti, le serrature,
si accumula il continua,
l’antipolvere sullo straccio
(poi proprio quello
che rifà i bordi),
le screpolature dei forse
con le montature
da cambiare, ogni passo
a proiettare meglio.
 
 
 
 
 
*Nota biobibliografica
Simona Menicocci nata a Canosa di Puglia il 09/03/1985, vive a Roma da 11 anni. Selezionata per la pubblicazione della poesia “Soldato” nell’Antologia 2008 della I Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Quaderni di línfera”; selezionata con Menzione d’onore alla 23°edizione del premio “Lorenzo Montano” 2009 con la raccolta poetica “Nessunsenso”; finalista alla II edizione del premio “Cose a Parole” 2010 della Giulio Perrone Editore con la raccolta poetica “Il tempo che di notte non c’è”. Laureanda in Lettere, sta preparando la tesi sul Tiresia di Giuliano Mesa. In vista di pubblicazione presso la Camera Verde.

Poesie di Domenico Ingenito

Poesie di Domenico Ingenito*

 

 

[Con Domenico Ingenito si inaugura ufficialmente la rubrica di poesia contemporanea di poeti nati negli anni ’80. Benché non sia stata formalizzata prima, sostanzialmente è il prosieguo di pubblicazioni su Poetarum Silva di nomi già abbastanza significativi nel panorama della poesia italiana contemporanea. In ordine sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi e Chiara Daino. Per ciò che concerne i testi di Giovanni Catalano e Luciano Mazziotta, in quanto redattori di Poetarum,  si rimanda ai link di altri blog: La dimora del tempo sospeso per Mazziotta e La poesia e lo spirito per Catalano. ]

 

Dalla raccolta inedita “Il Basilisco”:
  
 
Pervenire alla visione in milioni d’anni,
una sola notte basta
per staccare i piedi dal suolo
perdere la grazia
di una qualche consacrazione.
 
 

 
 
 
Poveri uccelli schiavi del pane bagnato,
vogliamo mani per nutrirci,
vogliamo pane, vogliamo acqua.
Voliamo alti con le mani.
 
 
 

 
 
Dicono di zampe e di balene,
si schiaccia al suolo nel suo peso.
Lentamente l’acqua
invade il legno.
E il ferro non sostiene.
 
 
….
 
Non ho braccia larghe abbastanza
per sorreggere le armi che mi porgi.
Dovrò farmi strada
col silenzio di chi assassino guarda.
 
 
 

 
Mi sento scalfito dall’ala che si
fa strada tra la scapola e la spina.
Le prime piume,
roventi, scarlatte, pungenti,
con i piedi ancora nel fango.
 
 

 
 
Ci basta un’arida lingua di terra:
saremo noi gli arbusti
consumati dal sale,
genuflessi dal vento.
 

 
 
E negli anni per lui
la poesia diventò
l’atterrito esercizio
di un coraggio senza fine.
Nemmeno gli alberi ormai
parlavano più
la sua lingua.
Si fece vergogna minerale
ancestrale pudore,
crepa nel terreno
quando il ghiaccio lo spezza.
 
 
Dalla raccolta inedita “Delle occasioni amorose”:
 
Radice
 
L’abbiamo chiuso troppo presto,   
                                                  amore
il libro dei giorni, le pagine vere delle stagioni
e delle mille cose che adesso    
–  raggianti di maggio –  aprono al cielo.
Ho una foglia per dentro       che mi trema
nell’aria di sentire un po’ di mare,
dove invece nella fossa tua
il sangue fermenta per spingere a vita 
la ragione dei campi.
Là dov’era la fede di stringerti la bocca
e sperare che       mai più       si aprisse
nell’addio alla mia stanza (tua figlia
miele negli occhi,
                             piangeva e non vedeva)
sei rimasta in silenzio.        E a volte ritorni
come rosa d’inverno
a spianarmi la strada in quelle mille
e mille altre forme che solo adesso
mi cominciano addosso, e dalle tue ossa
una polvere amara che non tiene
perfora la terra, e ci racconta di quel delta
dove solo il tempo della notte accarezza
la vita felice delle radici.
 

 
A lei che forte ha il cuore
 
La scienza nera delle stelle,
la carta bianca degli incontri,    
o forse solo le dita tremanti
e la voce di noi che non ci siamo.
 
Ti ho vista come Nina, volare via
dove la corda si spezza,            
dove il mondo non tiene la vita non resiste
il cuore crolla in alto,
e la strada ti concede piccoli fiori esangui.
Tra un palpito e l’altro si fa giorno
e si spacca la notte
nel fiato di chi intende.
 
E con misura allora ti fai tutta profilo
                                                     tutta sguardo
                    tutta memoria a destinarsi,
           canzone di un respiro
il soffio al petto, la grazia ineffabile
                              di chi sa
come e quando          e con che rigore
guardarti ed elevarti        fin su nel profondo.
         Ma lenta resisti,
il piede affonda là dove l’anima riposa,
e dello spirito sappiamo che ancora un poco     
e saremo maestri
                   d’ispirazioni,
                              e sentimenti,
                                          teorie per i millenni.
 
Metafora o simbolo non importa,
tra un ponte e l’altro
sottili le tue mani come fiumi in tumulto
e leggère le gambe tra le luci.
 
Sensazione prima del mattino,
con un po’ di nero ti copri le spalle
e gli occhi, per il troppo fuoco
che ti sfiora.
 
 
 

Hai fatto presto
 
Hai fatto presto ad andartene,
prima che del buio prendesse l’odore
il fiore delle tue mani,
e faccio presto a ricordare
come avevo lasciato le cose
                                 quel mattino
che di corsa da qui son partito.
E solo adesso ritorno nella casa abbandonata
dalla memoria, dove anche l’aria
è andata via con te,
e quel profumo nero di chi presto
                                   nel sonno scompare.
Raccolgo le tazze,
il fondo del tè dopo una settimana
                            addolorata,
                                 la frutta morta che piange
e si disfa nella stanza del cuore,
                                    i bicchieri di una festa finita
troppo in fretta.
         Respira,
                   respira ancora ti dicevo,
                           pregandoti di non parlare,
implorando che non una parola ancora
uscisse da quelle labbra che tanto
mangiarono la terra che un po’ uomo m’ha fatto.
Respira,            dònati ancora tutta l’aria
che un piccolo spazio nel tuo petto
può accogliere. Io no,
non ho mai visto il tuo sangue,
solo allora ci pensavo, mentre sotto la mia mano
il calore tuo crollava verso lo zero
di chi all’ossigeno rinuncia
per accogliere in un’altra costa
il fiato del silenzio.
La chiamano pace questa forma del corpo
che si offre al pianto, e all’appassire dei fiori sul letto,
è del sangue tuo invece la pace
che nella notte si è raccolto
d’un sol fiato mentre sei scivolata
aggraziata e distratta.
Con forza ho potuto metterti
una pietra sulla fronte, ma non posso
adesso sapere come afferrare
la pietra da ripormi  sul cuore.
 
 
 

 
 
Nel Volto del Messia
 
Con cura l’hai lanciata nell’acqua
la rosa di legno
e il regno degli amori terribili
si è tutto aperto a mezzanotte
come improvvise s’aprono al mattino
le tue mani forti.
Lo sai che una salvezza d’altri tempi
ti sta cercando, gialla nella morte
e azzurra se in cammino ti pensi
per l’anello che ti attende.
Scriverò i versi più ferventi
stanotte, al pensiero che non è il Messia
la luce che t’infiamma le lacrime nel vento,
non è la prima volta che degli infiniti amori
raccogliamo le sottili pietre
e ingoiamo il peso oscuro della luce.
Per te, lo sai, metto questa mano
e questa mano sul fuoco, entrambe accese              
adesso come in qualche modo, in qualche forma
frenavi il sangue che versavo dagli occhi
nel cuore dell’inverno.
Questa vaga intuizione         – sai –
come se non del tutto reali fossero i dolori,
se ancora sappiamo dell’umano essere amici,
o di qualcuno che del vasto campo
ci accoglie a tarda sera.
Ci deve essere 
              – ci diciamo voce su voce –
una forza infinita in te,
una magia 
meravigliosa.
E senza limite. 
 
 

 

 

*Nota Biobibliografica
Domenico Ingenito, (Vico Equense, 1982) poeta, traduttore e fotografo, dottorando in lingua e letteratura persiana presso l’Università “L’Orientale” di Napoli, insegna lingua persiana presso la Harvard Summer School in studi ottomani.Da due anni collabora all’organizzazione della Biennale della Traduzione E.S.T., (Napoli 22 – 29 novembre 2010) ed è redattore della rivista “Il Porto di Toledo – testi e studi intorno alla traduzione”. Ha pubblicato sue poesie su diverse riviste e blog on line, tra cui Poesia, Poeti e Poesia, Imperfetta Ellisse, La dimora del tempo sospeso, Daemon. E’ stato ospite in diversi festival letterari, tra cui la Biennale degli Artisti del Mediterraneo e Silenzi in forma di poesia. E’ stato recentemente selezionato per il premio Miosotìs e alcuni suoi testi sono stati pubblicati nel terzo registro a cura delle edizioni D’If. Vincitore di numerosi premi letterari, traduce da persiano, portoghese, catalano e spagnolo, ha tradotto per Orientexpress “La Strage dei Fiori – Poesie persiane di Forugh Farrokhzad” e ha ideato il progetto “Riscrivere Hafez”, proponendo ai poeti italiani la rivisitazione del massimo poeta persiano di tutti i tempi. Alle traduzioni dal poeta persiano Hafez ha inoltre dedicato uno studio d’impianto ermeneutico pubblicato sulla rivista “Oriente Moderno”. Ha rilasciato interviste di carattere scientifico-divulgativo sulla lirica persiana classica sia alla European School of Translation che alla Radio svizzera. Al momento lavora alla traduzione delle canzoni d’amore della poetessa persiana medievale La Dama del Mondo (Jahan Malek Khatun), considerata la maggiore voce poetica femminile dell’area islamica.