Una telefonata di mattina

Lettera all’autore #2: Anna Toscano – Una telefonata di mattina

 

Cara Anna,

è un po’ che volevo scriverti a proposito del tuo libro, sin da quando lo presentasti a Napoli da ‘Io ci sto’ con Antonella Cilento, ma i miei tempi di gestazione, il trasformare le impressioni che le letture mi suscitano in idee compiute e articolate, si stanno facendo sempre più lunghi e la loro messa a fuoco può durare anche molti mesi, ma tant’è.

La sensazione che la tua raccolta mi ha dato e mi dà, in questo lungo tempo in cui l’ho letta e ripresa più volte, è quella di un libro al cui centro vi sia lo stato d’animo dell’attenzione, attenzione verso tutto ciò che c’è, senza però mai disperdersi dall’io lirico che osserva e sente l’esistenza, anche sintatticamente è la centralità del tuo scrivere ad essere ben evidenziata. La sensazione è quella, dunque, di uno sguardo commosso e partecipe verso la vita e i suoi dettagli anche minimi, un’estetica, nel senso di percezione, del quotidiano che diventa un vero e proprio percorso esistenziale sino a farsi etica della parola e del vissuto (Non ditemi sempre/ l’ovvietà del male// lo vedo lo vedo/ il nero catrame dei nostri giorni// cerco un pertugio dove trovare/ l’ovvietà della decenza/ come uno specchio oblungo/ infallibile nel suo porsi). Mi sembra che le tue poesie, volutamente e dichiaratamente brevi, abbiamo tutti i pregi della brevitas – precisione, concisione, limpidezza – senza averne i difetti, oscurità ed eccessiva allusività. Ecco, per dirla in altri termini, nel tuo verso vi è un respiro breve, che quel che non ha in estensione, guadagna in intensità, in profondità del dettato. La tua antologia, pur nella varietà di scrittura e momenti di occasioni e di luoghi, mantiene una coerenza d’ispirazione e di visione che si fa cifra stilistica netta. I vari temi, quello del rapporto tra la parola e la cosa, reso esplicito sin dalla prima poesia in maniera paradossale e senza la presunzione di poterlo sciogliere del tutto, quello del viaggio e dei luoghi di volta in volta da te vissuti (Venezia, Milano, San Paolo, Bologna, Istanbul, Baires), la dimensione della distanza come cifra esistenziale (Una telefonata di mattina, appunto), quello della memoria personale (E poi ci sono le persone) – sotterraneo e persistente in quasi tutti i testi, un vero e proprio sentimento del tempo – la letteratura come vocazione e scelta esistenziale, la pratica rituale della lettura e della scrittura, sono resi con tocco impressionistico (nel senso alto del termine) e anche quando affrontano il dramma della malattia, del dolore e della morte sono risolti con levità d’immagini che riscattano anche il vissuto più doloroso. Una trattenuta ironia e, cosa rara nei poeti, autoironia in molti testi riesce a parlare al lettore con tono confidenziale, riducendo la distanza tra i testi e chi legge. Eppure vi è un sottofondo cupo, una consapevolezza che la parola, la scrittura, la lettura, la memoria, l’amore, gli affetti sono solo una parantesi, una sospensione rispetto al corso della vita senza perché, una vita, insomma,/ con dei perché, è quella che tu desideri. Il ‘buon tempo’ di cui tu parli, in uno dei testi più belli dell’intero libro, mi sembra essere una faticosa conquista, un’oasi di pace dopo una tempesta e prima di un futuro che si mostra incerto e imprevedibile. La tua parola vuole dire questo ‘buon tempo’, è essa stessa il buon tempo che la vita può concedere a se stessa (Portami dove sono già stata/ dove c’è un buon tempo/ tenerezza di cuore.// Portami dove sono già stata/ dove tutto ha un senso/ dove non c’è bisogno di.// Portami dove sono già stata). Forse l’aspetto che più mi ha colpito dei tuoi testi è la capacità di rivelare il dettaglio apparentemente marginale, casuale, che a un occhio distratto, impoetico, non si manifesterebbe, accostandolo, in alcuni versi, senza mediazione, all’immenso, a una visione che proietta il quotidiano in una sfera straniante e folgorante: la fatica e la gioia,/ le tue frittelle un’epifania. Quell’attenzione di cui parlavo all’inizio è la capacità di salvare il più piccolo dettaglio dall’oblio e dal vuoto che incombe. La tua poesia riesce a descrivere una traiettoria che nel suo procedere raccoglie e salva ciò che incontra per portarlo con sé. Dove? Apparentemente in un viaggio con infinite tappe e quasi dispersivo, ma, a ben vedere, in un luogo ben preciso geografico ed esistenziale. Non a caso l’ultima poesia del libro è intitolata Venezia, la tua città, la traiettoria quindi si mostra essere un ritorno, dove già sei stata, un viaggio accidentato, ma sicuro verso casa e con te, con le tue parole, i tuoi amori, le tue paure porti, per un attimo, anche noi che ti leggiamo. Grazie.

Francesco Filia

Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La vita felice, 2016, € 12,00

Anna Toscano, Una telefonata di mattina

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La vita felice, 2016, € 12,00

di Anna Pavone

*

«Dove sei, Auguste?» chiede il dott. Alzheimer alla signora Deter, visitandola per la prima volta. «Qui e ovunque» risponde lei, e poi ripete «mi sono persa, per così dire.» Il primo caso studiato di morbo di Alzheimer è una delle voci che agitano pensieri e memorie di Una telefonata di mattina, recente silloge di Anna Toscano.
E sono proprio due versi di parole in bianco e nero, «Confondevi i luoghi, le persone,/ il tempo, il tuo nome» (Auguste), che creano la condensa attorno alle altre poesie. Riportando la storia di Auguste nel “qui” e “ovunque”, nella scrittura che si dipana attraverso un ordine che si deve a chi ha perso la strada, la Toscano non vuole restituirle la memoria, quanto condividere un’assenza e una perdita: «le cose/ non hanno più un nome/ sono solo cose» (Quando il sole nella precedente Doso la polvere). E mischia “ora” e “allora” in un continuo rimando di tempi e di memorie.

I versi dell’intera raccolta scivolano spediti fino al gradino della chiusa, in cui si inciampa e si ferma il respiro; la punteggiatura misurata crea il chiaroscuro, l’ironia stempera il dolore come le assonanze e le rime, e niente si impiglia per caso. La tensione sale, si quieta, torna a salire, ma non esplode. Era esplosa in Doso la polvere, grumo di dolore non sciolto, non disteso. Forse non a caso lì il verbo “stendere” era usato una sola volta, e in terza persona: «Siviglia è fili a stendere» (Siviglia è un filo). Qui torna invece più volte, e quasi sempre in prima persona. Stendo la pelle, le creme, il bucato. Come se quei fili tirati da una parte all’altra, su cui stendere panni e dolori ad asciugare, trovassero il puntello nello sguardo da lontano delle città. Nonostante la solida struttura di scansione tematica, i confini sono fluidi e non è raro imbattersi in poesie che scivolano da una parte all’altra, che scappano dalle mani per non incasellarsi.
L’apertura del libro è affidata a Io con le parole che, nel mettere subito a fuoco parole e cose, le filtra attraverso l’unica lente possibile: “io”. Una poesia che fa cose, fa parole. Fa cose con le parole. Che modella le forme, i suoni, le città, le assenze. E le cose sono piene o vuote, sono bauli in cui mettere le sillabe, scatole di scarpe, armadi a muro, pigiami rosa in cui attendere la morte, stive per stipare migranti, vasi, tasche. Sono stanze svuotate di parole e parole che le svuotano, sono case disabitate che non rispondono più, sono assenze che si fanno cose e cose che si riempiono di quell’assenza: frittelle, temperamatite, messaggi mai spediti e mai arrivati, gonne. Assenze reali e acuminate a cui dare del tu. E poi c’è il tempo, che contiene sempre.

(altro…)

La sprezzatura di Anna Toscano

E poi ci sono i luoghi,
quel bar della stazione
a Milano
mica era come ora,
era
come allora.

una-telefonata-di-mattinaQuando uscì Doso la polvere scrissi, di quella allora nuova fase della poesia di Anna Toscano, che non tutto era stato rimosso, scostando la polvere; non tutto era emerso da quel gesto che comunque voleva fare ordine. C’era molto da riordinare, troppo. C’era ancora della polvere, per esempio sotto i tappeti di casa («La mia testa è come/ la mia casa/ oggetti sparsi/ pensieri in disordine/ polvere sotto i tappeti,/ anche se qui non passano preti», La mia testa). La poesia di Toscano, e prima ancora la vita, incontravano proprio in quel momento un nuovo disordine che le chiedeva, le imperava di togliere ulteriore polvere.
.  E così la metafora di fondo al terzo capitolo della produzione poetica di Anna Toscano assume ora una nuova valenza, perché l’io poetante si chiede «da dove/ questa fitta al cuore» e sa riconoscerne l’origine in quegli oggetti che da sempre costituiscono le chiavi per accedere al significato reale di questa poesia.
.  Con l’anima delocalizzata, Anna Toscano si incammina lungo i sentieri più dolorosi del suo vivere, e Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016) non nasconde nulla più, ora che tutta la polvere è stata rimossa per fare spazio alla luce e dare corpo più nero alle ombre. Ecco perché è pure avvertibile la fatica costata nel comporre questo nuovo libro che chiude ogni stagione passata e porta il lettore sulla soglia della prossima stagione poetica di Anna Toscano – una ‘quinta stagione’, prendendo a prestito il titolo di un bel disco di Cristina Donà? –, anche attraverso alcune tappe delle prime due raccolte. Ma, si badi, Una telefonata di mattina non è un’auto-antologia! questo è un libro autonomo, non un consuntivo di un per­corso, dove il passato si innerva nel presente per chiosarlo e nel contempo acquistare nuova linfa, quasi alla maniera di certi episodi di Anna Maria Carpi, o di Franco Buffoni (anche se quest’ultimo è poeta molto lontano dagli orizzonti di Toscano).
.  Ma non si può continuare a ridurre questa poesia sotto l’insegna “poesia degli oggetti”, per arrivare a formulare una poetica degli oggetti, perché tolto l’inevitabile correlativo oggettivo qui gli oggetti evocano non solo vita vissuta o proiettata: parlano una loro lingua, che è lingua di partenza (il luogo di origine di questi oggetti) e lingua di arrivo (la “pelle parole” di all’ora dei pasti). È poesia tattile sempre di più, ora che molto di ciò che ha contato nella vita non è più possibile toccare, accarezzare, sfiorare. I sentimenti stessi si fanno tattili, e non solo vibratili. E a volte questo tatto si fa pure pugno chiuso e diretto come un gancio (come in Un giorno poesia che rievoca una telefonata a vuoto alla quale risponde «solo un’eco di tomba»), perché Toscano continua a non fare sconti a nessuno, dal momento che non ne fa a sé stessa («Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose.», Ora). (altro…)

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (3)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Chi la racconterà

Chi la racconterà domani
la storia dei migranti di oggi
chi tra loro ce la farà
chi tra loro potrà mettere in versi
narrare, dipingere, scolpire
l’inferno di questi loro giorni
le barche, i cadaveri, i disperati,
le frontiere spinate, i chilometri a piedi,
nelle stive, nei furgoni, gli insulti
l’odio e le mani tese
per poter vivere, per poter testimoniare.
Leggeremo pensando sì mi ricordo
ma avevo figli, il mutuo, problemi di lavoro,
non stavo bene, ero vacanza,
sì mi ricordo ma non mi riguardava
l’orrore accanto a me.
Chi domani leggerà
non avrà scuse
per le colpe di oggi.

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (2)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Facendo la punta

Facendo la punta alla mattina
con un temperino bianco a manovella,
l’odore di legno secco
cerco nella memoria da dove
questa fitta al cuore.
Ed ecco il tuo,
confinato nella penombra
della soffitta e tu che le temperi
tutte una dopo l’altra.
E allora telefono a mia sorella
«fammi un regalo, domani
portami il temperamatite di papà,
quello giallo, lo tengo qua».

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Un libro al giorno #18: Anna Toscano, Una telefonata di mattina (1)

Come ogni anno faremo una piccola pausa estiva rispetto alla programmazione ordinaria, cercando di fare sempre una piccola cosa diversa per ogni estate; quest’anno dal 25/07 al 21/08 (con tre post al giorno) proporremo testi da libri che amiamo particolarmente, sperando di accompagnarvi in vacanza e di aiutarvi a sopportare meglio il caldo. La programmazione ordinaria ricomincerà lunedì 22/08 (la redazione).

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Aspetto ogni giorno

Aspetto ogni giorno
con timore silenzioso
che in campi e campielli
smettano le fontane,
il giorno in cui
l’inverno c’è
un inverno che ghiaccia
che fredda.
Da quel giorno aspetto
svoltando la calle
di sentire, tra le corse dei cani,
il rumore della fontana
a dire che l’inverno
è finito
non c’è più ghiaccio
che anche il cuore
può sciogliere.

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da Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice, 2016

Anna Toscano, Una telefonata di mattina. Recensione

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina, prefazione di Valeria Viganò, Milano, La Vita Felice, 2016, € 12,00

«Poetarum Silva» non è nuovo alla poesia di Anna Toscano, e anzi ha seguito tutto il suo itinerario poetico con grande attenzione. Dopo l’anticipazione dello scorso 4 aprile di alcune poesie dall’ultima raccolta, per entrarci facciamo un passo indietro, ritorniamo cioè al passato-futuro con le parole critiche di Fabio Michieli e di Giovanna Amato, che hanno dedicato alla precedente Doso la polvere due interventi da rileggere qui e qui. Già prima, nel 2011, lo stesso Michieli aveva definito questa rotta – che giunge quest’anno ad una quarta tappa toccata – un «percorso in controluce» che rifugge qualsiasi forma retorica, avvicinando Anna Toscano a Sandro Penna, Attilio Bertolucci e a Patrizia Cavalli, autori mai davvero abbandonati dall’autrice – ma qui, si legge ed è sottolineato anche dalla prefatrice Valeria Viganò, fa capolino pure l’uruguaiano Mario Benedetti. In Una telefonata di mattina un riferimento a quell’ironia leggera soprattutto di Cavalli è «dosata» nei luoghi, nei tempi, nel tu di riferimento, in Come vorrei: «Come vorrei esserti più vicina/ un caffè un cinema/ una telefonata di mattina/ per dire poi passo/ o per sentire/ prendo lo scooter/ e vengo da te./ Una vita, insomma,/ con dei perché.»
La scelta delle parole è per Toscano fondamentale, lo è sempre stata d’altronde, così come lo è la misura dei versi (talvolta prosastici) e non solo; se si pensa al gusto della rima, si avverte un senso musicale che si struttura in questo libro più che negli altri, diventando cifra. Nel titolo, di nuovo (ma si è abituati a questo; un caso è all’ora dei pasti, volume del 2007 per LietoColle, di cui ha parlato sempre Michieli qui), troviamo ‘un cosa’ e ‘un quando’, che in questo caso ammettono sin da subito un contatto con ‘il tu’, con l’altro, anche inteso come ‘il dove’ che nel titolo manca, che sono forse i tanti luoghi della raccolta, le città e i Paesi visitati, e che si rinnovano ancora rispetto al volume del 2012, o si tratta di un Portami dove: «Portami dove sono già stata/ dove c’è un buon tempo/ tenerezza di cuore.// Portami dove sono già stata/ dove tutto ha un senso/ dove non c’è bisogno di.// Portami dove sono già stata.»
Forse tre parole in grado di definire questa nuova prova sono il binomio “nostalgia-realtà”, che sopravvive nelle poesie di stampo civile – già approdo di Doso la polvere, come ha evidenziato Michieli – ma è anche centrale in tutte le altre, più intime e puramente liriche; poi c’è la parola “consapevolezza” del sé poetico che nel tempo è mutato senza perdere la limpidezza e la forza che l’hanno sino a qui guidato, come in Ora: «Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose». E questo “capo all’altro delle cose” (in cui vige un respiro interno, una dimensione, la ricerca di un senso già trovato forse) è fuggevole ma anche armonico, nel senso che comprende, ammette i volti, i tempi, i luoghi che l’io poetico vive o ha attraversato, e sono soprattutto le città di Venezia, Bologna, San Paolo; ci sono poi le dediche, le mancanze, le perdite e la dimensione del ricordo: «E poi ci sono le persone/ mia nonna ai fornelli/ ad esempio/ mica è andata via/ è qui/ come allora,/ con tutta la sua liturgia.» Ancora la nonna, nella poesia che segue: «[…] il sorriso di chi ce l’ha fatta,/ anche quest’anno./ La fatica e la gioia,/ le tue frittelle un’epifania.», dove “liturgia-epifania” non solo fanno rima, ma sono anche parole pregne di un altrove, in continuità fra loro. Ancora “consapevolezza”, che etimologicamente porta in sé la “complicità” di chi la esprime, la partecipazione, l’empatia, dunque.
Non può mancare, infine, l’utilizzo degli immancabili oggetti, com’è espresso nella poesia che apre la raccolta, Io con le parole: «Io con le parole faccio cose/ […] Con le cose faccio parole:/ scelgo un baule/ e lo riempio di sillabe nuove.»
A ben vedere ciascuna poesia del libro porta un titolo che segue una scansione pensata che ricorda – si può azzardare – un album di musica leggera o pop, esprimendo tuttavia anche un ritmo, quello dell’io poetico che “dice”, e nel suo «dire» c’è una chiarezza che coinvolge o meglio include, perché la levità della comprensibilità di Anna Toscano non ci lascia indifferenti e non può mai sospendere la nostra emozione.

© Alessandra Trevisan

Anna Toscano, Una telefonata di mattina

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Anna Toscano, Una telefonata di mattina, La Vita Felice 2016, € 12,00 (Novità editoriale)

In distribuzione dal 10 Aprile

*

Dalla prefazione di Valeria Vigano:

Girare nel mondo, girare in se stesse. Senza uno schema tirare linee da un punto all’altro dove ci si sofferma per un po’, mai assuefatti, spaesati nonostante i gesti quotidiani dell’esistenza. Ecco cosa accade in Una telefonata di mattina. E nel nostro abitare momentaneo tra continenti non mettere l’impronta vera, ma sentirla dentro, con Anna. Sono le impronte degli incontri lungo la gittata dell’arco degli anni, donne e uomini privati, e le atmosfere di  poeti universali, Borges, Benedetti. […] Possono coesistere nostalgia e futuro? Anna dice di sì, stanno in quella frazione minuscola che si sussegue a frazione minuscola, che è il presente. Le presenze abitano qui, tra queste pagine di morti e di vivi, di cani e di umani. La memoria perduta di Auguste,  la prima diagnosticata dal dott. Alzheimer come disordine da amnesia di scrittura, viene raccolta da queste parole in versi che, al contrario, non dimenticano affatto rimpianti, paradossi, il contorno preciso delle cose. Parole in forma di poesia illuminate da luce chiara e limpida, impietosa nell’indicare la rotta ammattita e le ombre svelate.

 

*

 

Un giorno

Un giorno ho fatto il numero
di una casa in cui ho vissuto
e sapevo vuota buia chiusa.
Ho lasciato suonare a lungo
ma nessuna stanza rispondeva:
il salotto ha appena girato gli occhi
il corridoio ha sospirato un poco
la camera da letto ha tremato.
Una lacerazione mentre giravo
nelle stanze con quello squillo
impertinente, insistente, inutile.
Che qualcuno per dio risponda,
ma si sente solo un’eco di tomba.

*

Avevo un amore

Avevo un amore,
molto amato,
che teorizzava
la sostituzione del cuore
con un sacchetto:
«per vuotarlo quando
è troppo colmo» diceva.
Io gli rispondevo
che dentro al costato
tenevo della moquette
a forma di cuore,
forse marca Ikea.
Alla fine della storia
lui ha svuotato il sacchetto,
io ho passato l’aspirapolvere,
le cicatrici le ho rammendate
forse con del filo spinato.

*

(altro…)