Una mattina il cielo

“Lettera”, racconto di Elisabetta Rizzo

Mia madre aveva un pancione grande e tondo e io ero ancora troppo bassa per appoggiarci sopra l’orecchio. Non ci riuscivo neanche quando mi tenevo sulle punte dei piedi. In bilico tra la mia figura e la sua.
Per parlargli, dovevo aspettare che mia madre si coricasse. Solo quando si adagiava sul letto provavo ad ascoltarlo sdraiandomi accanto a lei. Dal mondo gli raccontavo quello che facevo durante la giornata e lui non rispondeva, silenzioso e distante. Me lo immaginavo piccolo, soffocato dalle viscere di mia madre, avvolto dal suo sangue e con la bocca spalancata per mangiare i resti che gli arrivavano dall’alto. Cosa provava a stare lì dentro, col muso attaccato allo stomaco? Mi dicevano che in verità non è proprio così, che i bambini non entrano in contatto con quelle cose, perché la natura sapiente aveva pensato anche a questo. A non farli entrare in contatto con quelle cose. Ma io non lo capivo e continuavo a pensarlo a quel modo, col muso attaccato allo stomaco e con le orecchie che acchiappavano i suoni provenienti dagli organi caldi e gommosi.
Allora nella mia mente giocavo con il fratello che sarebbe nato poco dopo. Giocavamo a nascondino e lui si metteva sempre al solito posto, dietro l’angolo che separa il soggiorno dal bagno. Io gli vedevo la testa, un ciuffetto scuro e poco folto. Gli vedevo anche le dita paffutelle aggrapparsi alla parete, così innocenti da credere di non essere viste. Essendo l’ultimo arrivato, facevo finta di niente e lo lasciavo vincere, un po’ come fanno i papà coi figli che li sfidano a braccio di ferro.
La vuoi una tazza di tè?, gli dicevo immaginandomelo seduto di fronte. Lui non mi rispondeva e intanto io glielo versavo lo stesso nella tazza di plastica che prendevo dal mio sevizio migliore. Mi appariva strano il suo mutismo, ma mi risvegliavo prima di preoccuparmene e mi accorgevo che non c’era nessuno a sorseggiare il tè che avevo preparato con cura.
Poco dopo, come se niente fosse, ricominciavo a parlargli e la fantasia scioglieva sempre i nodi duri che la realtà mi stringeva in gola.
Fratello. Eppure gli adulti mi dicevano che dentro il pancione di mia madre ci stava una femmina. Una femminuccia. Così i vestiti accumulati sul letto della cameretta erano rosa. I pannolini erano anche rosa. E un uomo alto e magro e macchiato di gesso da lì a qualche giorno avrebbe spennellato di rosa la cameretta. A me il rosa non piaceva e chiesi a mia madre perché le femmine sono rosa e i maschietti blu. Lei ha farfugliato qualcosa che non assomigliava a una risposta, ma più a una scusa per liberarsi dalle mie domande.
Poi mio fratello è nato davvero. Fratello. Nessuno mi ha riconosciuto quella premonizione da bambina. La mia visione lunga che aveva scavalcato le lauree in medicina e gli strumenti ecografici. Nessuno disse niente. Io mi chiedevo il perché mentre la rabbia montava per esplodere in una scenata che i grandi non avrebbero compreso.
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