Una lunghissima rincorsa

proSabato: Jacopo Ramonda, Pendolari

 

PENDOLARI (cut-up n. 127)

In macchina presto attenzione a qualunque cosa mi passi per la mente, tranne che a guidare. Ascolto musica, parlo al telefono, mi annoto queste frasi; rovistando sul fondo della borsa accasciata al mio fianco, sul sedile del passeggero, trovo la tua lettera. La riconosco al tatto, immediatamente. La mia condizione di pendolare non ammette variazioni di rotta: ogni giorno mi sposto lungo la stessa tratta provinciale, in loop. Attraverso una serie di piccoli comuni di periferia, così vicini l’uno all’altro da contagiarsi a vicenda nello sfregamento continuo di mucose e confini. Respiro a grandi boccate, poco prima di chiudermi ermeticamente nel mio scafandro e calarmi negli abissi delle prossime otto ore di lavoro quotidiano, dove la pressione si farà sempre più opprimente. Ormai i miei pensieri fuoriescono liberi soltanto nel dormiveglia degli spostamenti. (altro…)

Jacopo Ramonda – Una lunghissima rincorsa

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Jacopo Ramonda – Una lunghissima rincorsa – Bel-Ami edizioni – 2014 – € 10,00

Eccoci qua, questa è la soglia delle prose brevi, da un lato sta la poesia, dall’altro la narrativa. La prosa è la nuova frontiera della scrittura? Non sono in grado di dare una risposta, telefonatemi tra vent’anni. Ipotizzo, però, che la prosa sia semplicemente un luogo nuovo, forse di confine, forse no. Non un luogo verso il quale espandere il territorio della poesia, né il campo dentro il quale costringere quello della narrativa. Se è un altro Ovest, andiamo a esplorarlo, senza paura. Una lunghissima rincorsa di Jacopo Ramonda è una raccolta di prose brevi. Attenzione: non sono le prose di Alessandro Broggi, non ricordano quelle di Gherardo Bortolotti, e, per guardare da un’altra parte, non somigliano a quelle dell’ultimo Mark Strand di Invisibile. Già questo fa capire quanto sia ampio il terreno di gioco dove si disputa e si disputerà la partita della prosa. C’è una corda tesa ai due capi dei testi di Ramonda, da un capo tira l’accelerazione della poesia, dall’altro dettaglia come e quanto la narrativa tradizionale. Al centro ci sta ciò che conta: il corpo di istantanee, di piccoli blocchi fotografici, di cui si compone il racconto di Ramonda.

Carichi sporgenti (cut-up n. 24)

A piedi, sotto una pioggia fine, cercavamo di camminare controcorrente nel fiume in piena di parole non dette. Per esplicitare tutti i significati di quel silenzio avremmo dovuto parlarne per un giorno intero. Eppure entrambi conoscevamo il senso dei cortei di protesta taciturna che ci attraversavano il cranio in marcia, indossando le loro museruole. I pensieri sbucavano disordinatamente dalle nostre teste; erano così reali e tangibili che avremmo dovuto appenderci un cartello carichi sporgenti, prima che qualcuno inciampasse e ci denunciasse.

Non che Ramonda non abbia dei riferimenti, come nota Andrea Inglese in prefazione. Sicuramente ha letto, e credo anche amato, gli autori cui accennavo prima, ma poi ha seguito la propria strada. Ramonda è, probabilmente, molto più vicino al racconto breve americano di quanto lo siano altri scritti in prosa. In futuro credo sia più facile che approdi alla narrativa piuttosto che alla poesia, ma staremo a vedere. La scrittura di Ramonda è sempre lineare e mai priva di ritmo. Il match si gioca dentro la mezza pagina. Lì dentro deve svolgersi tutta l’azione: dal rilancio del portiere al gol. E non conta la rapidità come nella poesia, conta la concentrazione/concertazione di più elementi in un modestissimo spazio. Si porta molta roba fino al punto, ma il punto viene presto, poi si volta pagina. Veniamo alla sostanza che conta sempre quanto la forma. Le prose di questo libro potrebbero essere osservate come piccole costruzioni monoblocco, piccole case, piccole cose, piccole vite. Nelle stanze di Una lunghissima rincorsa la luce è bassa, non da atmosfera, è monocolore, e quando spara, spara al neon. C’è molto grigio, molta ovatta, si sta dentro le vite raccontate come se intorno vi fosse – costantemente – un’invisibile nebbia. Una nebbia concettuale e inevitabile. Poco rumore, monotonia. Esistenze come le nostre, in cui pare accadere molto poco e dove, invece, accade quasi tutto. La casa, la macchina, l’ufficio, l’autobus. L’uomo, la donna, la coppia, il collega, l’amico. La gioia, la serenità, la coppia che si arrende, lo schianto, il silenzio dopo lo schianto, il segno del tempo.

Da Una lunghissima rincorsa (cut-up n. 157)

[…] Inseguendoci a vicenda, in nome di una particolare forma di contorsionismo che riconosciamo come amore, creiamo un groviglio difficilmente districabile d’interdipendenza, speranze, aspettative disattese o mantenute, e interpretazioni equivoche simili a stelle cadenti. […]

L’angoscia, l’ansia, i discorsi mai fatti, le cose da intuire, quelle da fare, quelle da lasciar scivolare, come restare, come sparire, dopotutto mai partire. Nel linguaggio molto chiaro di Ramonda, c’è sempre un frammento all’interno di un altro frammento, così la postura su una sedia può diventare il modo di vivere all’interno di una famiglia. Trovare vuota l’altra metà del letto può trasformarsi da panico a conforto, passando in un’altra stanza. Lo scarto è telecomandato ma, comunque, spiazzante. Il libro è corredato da illustazioni di Ilaria Bossa, belle e ben amalgamate ai testi. Dentro queste prose, a volte, manca l’aria, ma dopo un attimo la scrittura ricompone il respiro, fino al salto successivo.

Gianni Montieri

Nota: qui la nota di lettura al libro scritta da Viola Amarelli

Su “Una lunghissima rincorsa” di Jacopo Ramonda

di Viola Amarelli 

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Un’anamnesi di attese e di vuoti, di quotidiane, minuscole, disperazioni si intreccia lucida e precisa nelle prose brevi raccolte da Jacopo Ramonda in “Una lunghissima rincorsa” (Bel-Ami Edizioni, 2014), corredato delle pertinenti illustrazioni di Ilaria Bossa.
Si tratti o meno di poesia in prosa o di prosa in prosa, il testo ci restituisce un puzzle narrativo coeso nella sua dimensione formalmente diaristica, giocata su zoom al rallentatore che rivelano l’invidiabile misura della scrittura di Ramonda (“l’equilibrio” giustamente sottolineato da Andrea Inglese nella sua introduzione). Di fatto, la presenza di un io narrante e di personaggi, spesso identificabili dalle sole iniziali (D., G., F., L., V.) sembrano disseminare gli indizi di un vero e proprio romanzo, concentrato nel fiato di brevissime pagine, cut-up, appunto (come li denomina l’autore), di un testo più ampio e destinato a restare ignoto, se non addirittura lacerti di un’esistenza dominata dall’essere agiti.
I rapporti amorosi, il lavoro, la famiglia, il tran tran giornaliero, la memoria, la depressione costituiscono tutti reperti sondati con sottigliezza chirurgica, con un microscopio che ne traccia le coordinate apparentemente private eppure, nel contempo, emblematiche di una situazione collettiva di afasia e deprivazione di senso. Diversamente da altri autori che utilizzano l’accumulo e lo scarto semantico e/o sintattico per “bucare” in mimesi o contrappunto questa realtà che c’è toccata in sorte, Ramonda affida alla profondità e alla concisione il suo sguardo, riuscendo a tenere comunque legato il lettore a un flusso di coscienza che non ha alcuna pretesa, nemmeno quella fenomenologica, al di là dello scavo del divenire, della com-prensione nell’accezione etimologica del termine.
Il ricorso a formule letterarie di confine tra poem e short story – a volte catalogate anche come “altre scritture” – palesa l’esigenza di trovare luogo e voce più aderente alla frammentazione, alla velocità e alla compressione neanche tanto occulta che caratterizzano gli attuali processi storici, con la necessità di ricombinare gli strumenti ereditati aggiungendone nuovi per capire cosa ci sta accadendo. Di qui una scrittura di “ricerca” che tende a marcare una dimensione euristica sempre propria della creazione artistica. In questo libro, la funzione “poesia” più che nel ritmo o nelle sonorità o nei simbolismi, si presenta nel “corto circuito” della narrazione, che pure procede nella sua brevità senza alcuna scossa, quasi tracciando un’elegia di stupore sotteso – della serie cosa ci capita/perché ci capita – in microcosmi immediatamente identificabili e coinvolgenti; da ciò la forza e l’acutezza insieme di questi flash di micro-vite che sembrano, sono, le nostre.