Un po’ di febbre

proSabato: Sandro Penna, Un po’ di febbre

penna_febbre_2

Un po’ di febbre

.  Da qualche giorno aveva un po’ di febbre. Anzi era certo che si trattasse di un morbo tubercolare. Sapeva, in breve, di dover morire. Però doveva farsi tagliare ugualmente i capelli, e la barba. Certo, aveva capito che anche chi sa di morire non può sfuggire alle cose di tutti. I pensieri di un simile stato d’animo sono diversi, sì, da quelli di un altro, ma si finisce coll’andare ugualmente dal parrucchiere. Si fa tutto con quella lenta angoscia che sta in fondo, ma la cosa più triste è appunto quel sapere che non c’è altro da fare che le solite cose.
.  Così egli entrò dal barbiere. Barba e capelli. Inutile ormai risparmiare una lira e farsi la barba da sé. Del resto egli aveva già presentito un piacere nel trattenersi a lungo, lì. (Quando non era malato gli sembrava un supplizio.)
.  Il giovanotto che aveva cominciato a far giuochi con le forbici sopra la sua testa era un tipo assai volgare. Roseo quasi rosso, viso largo quasi tondo, carnoso quasi grasso. Ancora bello perché giovane. Il proprietario, del resto, sarebbe stato peggio assai. Sporco di barba bianca e nera, odoroso di sigaro e sudore, forse aveva le mani umide e fredde che lo avrebbero carezzato sul volto. Eppure a lui si pagava, a lui si sottometteva il giovanotto.
.  A questo punto delle sue osservazioni, il malato vide entrare nella bottega, svelto ma silenzioso e inavvertito, un ragazzetto di dodici o tredici anni. Nessuno badò a lui. Tant’è vero che dopo essere entrato egli poté mettersi dritto contro un muro e guardare per aria. Il malato capì subito che sarebbe stato lì molto tempo volentieri. A lui che doveva morire era permesso regalare tutta la sua attenzione ad un fanciullo. Il quale sembrava sospeso in quell’atmosfera di cosmetici, assente o lieve, con gli occhi verdi che non guardavano «veramente» cadere in terra i capelli del malato.
.  Aveva i calzoncini di nessuna forma e di nessun colore. Li teneva legati alla cinta forse con uno spago. Certo i bottoni non c’erano più. Aveva una camicetta o maglia di un bianco incerto. Insomma un povero piccolo ragazzaccio come tanti altri: ma il malato s’incantava sull’espressione sospesa di quel ragazzo. Anche la bocca sembrava, non chiuso, non essere aperta. Di tanto in tanto quell’incantamento era bruscamente risolto da un ordine del padrone: «prendi la scopa; accendi il gas; ragazzo, spazzola». (altro…)

Sandro Penna a Napoli da “Dadapolis” di F. Ramondino e A. F. Müller

250420101238Penna anni trenta

Sud. Sul golfo l’aria notturna restava calma. Brillavano i lumi entro di essa da una parte e dall’altra, e fitti nel basso salivano verso l’alto diradando. Io come nascosto nel buio della «Villa» guardavo la strada che seguiva il mare, bellissima e deserta. Lontani da me camminavano su quella due giovani di cui udivo chiaro il suono della voce. Si fermarono a un tratto sotto la luce di un fanale e vidi distintamente sul buio dei loro vestiti il bianco della mano cercare e trovare altro bianco: due lembi di carne apparvero, e le mani ritraendosi, restarono indifesi e teneri contro il fanale sotto la sua luce. Le parole s’erano fatte più basse ma restavano calme pure nel silenzio. Uno dei due giovani insisteva, parlava di quel suo lembo chiaro all’amico, mostrava poi come un particolare quando vedevo il bianco della mano riconfondersi all’altro bianco. Poi se ne andarono con passo lentissimo, entro il buio e la calma dell’ora. Sul golfo l’aria notturna restava calma e più lontano il cielo lampeggiava in silenzio.
Dopo aver fatto alcuni passi nel buio della villa, vidi un marinaio seduto su di un sedile e un altro marinaio seduto sul sedile seguente. Mi parve chiara la loro separata amicizia e mi divertii allora a sedermi accanto al primo dei due. Era un siciliano dall’espressione maschia e infantile, tutto luci sul volto. Finsi di di non sapere del suo amico vicino e con deliberazione infantile lo urtai d’improvviso quasi a tradimento. Egli rise come di un gioco, di un solletico, e poi subito ne ebbe un poco paura, ma non proprio per sé come si vedeva bene. Allora alzandomi chiamai io stesso il suo compagno e mi sentii felice di essere così semplice. Quando fui in mezzo ai due amici, divisi nello stesso tempo le mie braccia imparzialmente e mi pareva di essere come un contatto di loro due soli, io ormai invisibile presenza. Godevo del loro stupore e della simpatia che fra loro cresceva, io come assente sentendomi davvero felice.Ma ad un tratto saltò fuori un uomo dal mio secondo marinaio. Egli si alzò e disse freddamente di andare in cerca di una donna. Mi accorsi che ne aveva diritto. Prima non l’avevo bene osservato: era il contrario dell’altro. Niente luce infantile in lui: meno pronto meno vivido egli pesava la convenienza della sua voluttà. Non si lasciava sorprendere, non si abbandonava. Conosceva la convenienza dell’itinerario fissato. Quando sparve nel buio, questa volta davvero io e l’amico ci sentimmo soli. I lampi insistevano sul cielo ancora lontani, sebbene meno, e già si udivano lievi brontolii. Qualcosa di quella calma sembrava incrinarsi. Sussisteva la calma ma già un limite pareva voler ricordare lo scorrere del tempo. Poco dopo le prime gocciole rade caddero confondendosi alle nostre e noi fuggimmo in opposte direzioni. Io presi a salire verso la mia casa che mi pareva vicina, leggero sotto la pioggia fresca.
Ma la città sconosciuta senza l’aiuto del giorno con le sue luci e i suoi loquaci abitanti deluse la mia fiducia. Risalivo correndo i «gradini» che il giorno avevo discesi e riconoscevo. Mi fermavo quando lo scroscio dell’acquazzone si faceva più intenso, non so se udivo il calmo riposo attraverso i finestrini ben chiusi alle mie spalle, riprendevo la corsa come nello spavento di un peccato. Ero il solo a non dormire. E del peccato avevo infatti anche la gioia, un poco sfrenata e giovanile. Ma cominciai ad entrare entro vicoli davvero senza fondo. Di questo mi accorgevo solo alla fine e di ognuno dovevo rifare tutto il percorso, davvero come il peccato. Venne il momento in cui mi sentii perduto. bagnato fino alla carne che ormai tendeva a difendersi col calore del movimento come in un bagno freddo, stanco di correre e di correre in direzioni false, mi rividi con acre nostalgia nel gioco leggero dei due marinai, sotto la calma di quell’estate già lontana.

(1939-40)

© in Dadapolis. Caleidoscopio napoletano di Fabrizia Ramondino e Andreas Friedrich Müller, Torino, Einaudi, 1989. Già in Sandro Penna, Un po’ di febbre, Milano, Garzanti, 1973 [La parola viva di Omero].

Sandro Penna, Due Venezie

filippo-de-pisis-palazzo-ducale-1940.  La mia prima Venezia, una Venezia di un’ora, è una Venezia piovosa, non autunnale, estiva.
.  Ed anche, così nel ricordo, una Venezia all’estero. Quando arrivai, infatti, fui preso tra una calca cicaleggiante di stranieri che non mi lasciarono più solo un minuto. Estate, ho detto, e per di più la pioggia teneva forse a casa i veneziani e spingeva visitatori e villeggianti ai medesimi ripari come le mosche sul cibo preferito. Francesi, Inglesi, Americani, Tedeschi ronzavano talmente intorno a a me ch’io mi sentii spaesato e quasi timoroso di aprire bocca. Guardavo, allora, ascoltavo senza capire, e cercavo amoroso un volto dai neri capelli ricciuti, dai neri occhi brillanti: un Italiano. Fui trascinato nel «vaporino» anch’io, e lì, oltre alle meraviglie a me nuove del veicolo (tutto era come un divertimento da ragazzi: c’era il «capitano», serio al governo della sua nave; e c’era chi, sprezzando i velluti, sostava diritto «sopra coperta»), lì finalmente arrivò l’Italiano dai neri ricciuti capelli, dai neri occhi brillanti e, per di più, dal vero virile «impermeabile» sulla snella persona adolescente: il bigliettaio. Il quale, oltre che il biglietto, mi chiese un temperino con cui si mise a tagliare certo cordame, con grande destrezza e serietà. Tutto era un dolce incubo infantile? Dov’erano i tranvai consueti col consueto povero bigliettaio, stanco o di cattivo umore? Là, s’io avessi voluto, avrei potuto mettermi a giocare col giovanotto, che avrebbe certo dimenticato i biglietti degli altri passeggeri.
.  L’acqua era intorno a noi, sopra di noi, sotto di noi. Passammo sfiorando le meraviglie che tutti sanno, girando e rigirando in maniera che neanche un gatto ritroverebbe da solo la via del ritorno. Arrivammo finalmente in piazza San Marco. Qui le bellezze divennero favolose: eravamo forse in Oriente. Dov’erano «San Pietro», o Assisi, o «La Loggia dei Lanzi»? In quale paese lontano della nostra memoria?
.  Tutt’intorno alla piazza orchestrine e orchestrine, piccole botteghe scintillanti e folla e folla, seduta e ricoperta di brillanti e dolciumi.

.  La mia seconda Venezia, una Venezia di un giorno, è una Venezia luminosa, non estiva, quasi ancora invernale.
.  E questa volta conobbi i veneziani, salivo e scendevo i ponti con loro, tutto era luce, anche le loro voci. Vidi San Marco, vidi i palazzi celebri scintillare al sole, come bene si addice alla loro indole vanitosa.
.  E andai al «Lido». Non amo i ritrovi di «vita mondana», e allora la stagione era la più adatta per me. Non amore della solitudine soltanto, ché allora cercherei la campagna, o la montagna, o il deserto. Ma qualcosa che non so mi spinge, sempre, verso i luoghi della vita, della più fitta vita, proprio quando si ritrovano deserti. Amo le grandi città, e quando ci sono dentro finisco col dormire di giorno e girare di notte.
.  Il tragitto per la celebre spiaggia non è più fra stretti labirintici canali, ma veloce e diretto come in mare.
.  I miei due o tre compagni, nel «battello», erano tedesconi, già neri di pelle in febbraio, e appena ci staccammo dalla città si aprirono al sole come avidi fiori.
.  Quando arrivai seppi che dovevo farmi a piedi la strada per il mare: non tranvai, non altri veicoli. La strada mi dette l’indefinibile malinconia di un museo di orge all’alba o, se volete, di un film veduto «vent’anni dopo». Tutto era stato lì per la «stagione»: ville, caffè, cinematografi, insegne e insegne a grandi caratteri. E tutto morto per ora.
.  Ma quando fui alla grande sabbia, di fronte al grande solito mare, ogni malinconia sparì o – meglio – perdette quel senso di ristretta angoscia. Fu la felice malinconia dell’amore. Il mare, il solito mare, con le più solite onde e intorno a me nessuno. Forse una vecchia laggiù. Forse due ragazzi in corsa verso una palla cadente.
.  E la sera cercai, come sempre, un più stretto contatto col popolo. Io non so bene esprimermi, e mi sarà sempre impossibile dire quello ch’io provo vicino al popolo. Vicino a un popolo nuovo. La meraviglia affettuosa di udire dolci sconosciuti accenti uscire da bocche in tutto simili ad altre conosciute. I modi, le voglie, la vita insomma è forse sempre la stessa, ma sentirla tradotta in altro linguaggio, e sentire la spontaneità fresca di questa nuova invenzione ripetersi identica presso tutto un popolo vario come per un miracolo, è davvero per me la più dolce delle scoperte – né so dire di più. Più tardi importano le scoperte individuali, la psicologia di ognuno, ed è forse cosa più profonda. Ma chi ci ridà la gioia della musica?
.  Non avete mai domandato a un popolano delle inutili cose solo per sentirlo cantare in un dialetto a voi poco noto? Non siete mai entrato in un cinematografo popolare (due film centesimi ottanta) solo per godervi lo spettacolo attraverso i vivi commenti dei ragazzacci? Io sì. E così feci a Venezia. E tanto gioia ne provai anche se, entrando nel buio di uno di quei tali locali, andai quasi in terra da un troppo alto scalino, con rumorosa soddisfazione di quei tali amati ragazzacci.

.

025Sandro Penna, Due Venezie, in Un po’ di febbre,
Milano, Garzanti

.

.

.

.

.

.

.

[l’immagine in alto a sinistra riproduce il quadro di Filippo De Pisis, Palazzo Ducale (1940)]

[sulla poesia di Sandro Penna qui]