Un giorno vi racconterò

Silvia Tebaldi – Into something rich and strange

biennale arte - foto gm

 

Into something rich and strange

 

A Roma noi si torna ogni anno, chi per la bellezza e per la storia, chi per dispetto alla vecchiaia, chi per certe compresse contro le emorroidi che in Italia non c’è verso di trovarle, solo alla farmacia del vaticano. Io, io per la casa di Keats e di Shelley, perché un tempo ero una che scriveva; e per le pastiglie delle emorroidi, mica strano quando si ha un’età, e non solo fra scrittori.

Stanze a buon prezzo al Tuscolano, mezzi pubblici e le regole son semplici, in questo scampolo di Grand Tour postumo: niente sbronze moleste; chi ha malinconie religiose o vaticane padrone, ma zitto e senza rompere; attenti a soldi, documenti e lagne e niente passato remoto; bando agli avverbi lunghi, tipo praticamente o normalmente, e gli aggettivi solo se servono e mai davanti al nome, sempre dopo.

Ma soprattutto, niente passati remoti.

Queste son poi le cose che mi insegnava il mio maestro, quando avevo quarant’anni e un ego ancora florido, con le fossette sulle guance, e tutto cercavo tranne un maestro, solo un laboratorio di scrittura come alla moda del tempo e voglia di provare a scrivere, parole, gente. E invece era proprio un maestro, davvero.

E insomma abbiam deciso queste regole, siam tutti sopra i settanta, e ieri a torre Argentina ci pensavo, che son regole buone per un racconto così come per una gita a Roma, come ai vecchi tempi. Che maestri ne abbiamo avuti tutti e anche ricordi, chiaro.

Come quella volta che nevicò in piazza di Spagna – pura meraviglia, ma nessuno aveva una macchina fotografica e i cellulari non esistevano; Arvo Paert al portico di Ottavia; la città nascosta dell’ospedale Forlanini e il medico che operò mia mamma – gli avevamo portato una bottiglia di Laurent Perrier, per Natale, ma una uguale anche per noi, a Bologna e ricordo ancora il brindisi, alla potentia generandi in arte e alla potentia coeundi in tutto il resto.

Che niente va perduto, ma cambia e si trasforma in qualcosa di ricco e strano.

Ti parlo con il tu, che mi ascolti: non con il voi, tipo ehi gente, ascoltate, come nei discorsi; è proprio come quando scrivevo, sei un lettore e io ti parlo con il tu; da questo il maestro mi aveva messo in guardia, nei racconti dico – piano con l’appello al lettore, trucco pericoloso e strambo. Ti potrei raccontare ogni cosa di quella volta là, in vicolo Bolognetti a san Vitale, che non avevo preso appunti ma ricordo tutto; come di ogni volta qui, nella terrazza che fu di John Keats, al riparo dal viavai di turisti e maragli a Trinità dei Monti eppure qui, proprio sulla scalinata, edera e rose e addirittura una pianta di fragole e tutta questa vita, altro che passato remoto. Vieni qui e capisci cosa resta di noi, a parte lettere manoscritti e cimeli. Memoria; carbonio; azoto.

Qualcosa di ricco e strano.

Il passato remoto, ecco – tempo che vetrifica, che smalta le cose, che ne decreta la fine. Ci ho pensato tante volte. E al maestro, guai chiamarlo maestro. E se uno andasse a vedere dove e quando e come usava il passato remoto, lui – nei suoi racconti, nei suoi romanzi, nei suoi pezzi giornalistici magari quelli sul fumetto – ne avrebbe, delle sorprese: lo usava eccome, lui, e mai a caso. C’era come un centro invisibile. Qualcuno potrebbe farci uno studio, una tesi di laurea, qualcuno più giovane di me.

Io invece son qui, sulla terrazza di John e Percy in piazza di Spagna, e quanto vorrei usare l’incipit di un pezzo del suddetto maestro, usarlo come in un bricolage da vecchi, dico, e dirti questo.

Dopo un po’ che eravamo bambini, ci accorgemmo dell’esistenza dei fumetti. Ce n’erano dappertutto. Eravamo nati in Emilia, dove il fiato esce nella nebbia come fumo, come nube, quindi niente di nuovo quanto a questo; nuova era un’altra cosa, parole e immagini insieme, come nella vita.

Oppure:

Dopo un po’ che eravamo bambini, ci accorgemmo del passato remoto. Ce n’era nelle favole, nei libri, a scuola ed era strano, eravamo nati in Emilia e lì nessuno lo usava, neanche nei giorni di festa. Lo studiavamo a scuola, era solo nei libri; nei fumetti un po’ ce n’era, sì, ma poco, nei testi senza nuvoletta.  Ma tutto era al presente, parole e immagini insieme come nella vita

Devo averlo sognato, guai chiamarlo maestro, che diceva così; settembre, dalle parti del Pratello. Ma forse ricordo male, sono vecchia.

Qualcosa di ricco e strano. Guai chiamarlo maestro.

Ora vado, qui chiude e gli altri mi aspettano a Campo de’ Fiori; e tu ricordati, a thing of beauty is a joy forever, il presente, qualcosa di ricco e strano. Ma ora si fa tardi; devo andare.

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©silvia  tebaldi, 17 maggio 2014.

Luigi Bernardi – Il tempo delle croci (aspettando InEdito – Raccontare Obliquo)

biennale architettura 2010 foto gm

biennale architettura 2010 foto gm

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni 23/24/25 maggio. Il 24 sera alle 19,30 Un giorno vi racconterò ricordo di Luigi Bernardi. Nell’attesa riproponiamo il bellissimo racconto di Luigi “Il tempo delle croci”. A sabato (gm)

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Luigi Bernardi: Il tempo delle croci

Il secondo giorno di croci in piazza ce n’erano cinque. Cinque croci con un largo piedistallo che le teneva su, belle dritte a puntare il cielo. Chi le aveva messe aveva imparato la lezione della prima volta, quando di croce ce n’era una sola, ma con un piedistallo stretto e lungo che erano bastati gli spasimi della donna inchiodata sopra a farla rovinare per terra. Cinque croci e cinque crocifissi, tre uomini, una donna e un bambino. E neanche un segno che spiegasse perché.

Tonino il falegname dice che quelle croci sono fatte in serie, per cui c’è da aspettarsi che se ne trovino parecchie altre in giro. Poi dice che di chiodi del genere non se ne vedono più, che hanno smesso di fabbricarli da quando le case le costruiscono con il cemento armato. Alla fine si gratta la testa, spalanca gli occhi e dice che è proprio una cosa strana.

Il terzo giorno di croci in piazza ce n’erano soltanto due, un’altra era per terra, mezza rotta, pareva che un intoppo ne avesse impedito l’elevazione. I crocifissi erano un frate e una suora, lui calzava ancora i sandali, lei l’avevano lasciata con i piedi nudi. C’era chi sosteneva che la terza doveva essere per il cardinale. Uno biascicava che invece era meglio se fosse stata per il sindaco, però non spiegava perché.

Yuri lo zingaro dice che loro non c’entrano, che loro non hanno mai provato gusto a mettere in croce nessuno. Poi dice che i suoi figli avevano solo voluto fare uno scherzo, e che li tengano pure in galera se vogliono, basta che non sia per molto. Alla fine sputa per terra, si spazza la bocca con una manata e chiede se gli possono restituire almeno i due rami, che lui li aveva raccolti per fare la legna.

Il quarto giorno di croci in piazza ce n’erano ancora cinque, questa volta erano disposte in cerchio e al centro sembrava mancasse qualcosa. Erano tutti e cinque giovani, avranno avuto sui vent’anni ed erano vestiti diversi. Sotto quella dov’era inchiodata la ragazza con i capelli gialli c’era un cane, immobile, che però ogni tanto alzava la testa e guaiva. Si era lasciato portar via solo dopo che avevano smontato le croci. Ma c’erano già diciotto famiglie che lo volevano adottare.

Celso il poliziotto dice che non c’è verso, che la città è grande e le piazze troppo numerose, che non ce la fanno a controllarle tutte. Poi dice che le vittime non si sa chi siano, che non avevano documenti e che nessuno le ha ancora riconosciute. Alla fine si soffia il naso e aggiunge che questa è la cosa più strana, perché le fotografie di quelle facce le hanno viste dappertutto.

Il quinto giorno di croci in piazza non ce n’era nessuna. Erano tutti soddisfatti, soprattutto gli allibratori che avevano incassato le giocate e non dovevano pagare nessuna vincita, perché la gente aveva scommesso solo su una crescita di morti. Qualcuno che di nascosto teneva la lista dei cadaveri aveva messo via il quadernetto, poi aveva fatto finta di essere contento anche lui. Sotto sotto però si capiva che gli giravano le balle.

La signora Armida dice che è stato come i suoi reumatismi, che le vengono di quegli attacchi che durano proprio cinque giorni e dopo vanno via e la lasciano in pace per un po’. Poi dice che bisogna farci l’abitudine. Alla fine prende il rosario e comincia a sgranare delle preghiere, aggiunge solo che volenti o nolenti siamo pur sempre nelle mani del signore.

Il sesto giorno di croci in piazza ce n’erano novantadue, così tante che si faceva fatica a contarle.

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© Luigi Bernardi