umberto saba

I poeti della domenica #198: Umberto Saba, Tre momenti

Immagine mostra. Umberto Saba. La poesia di una vita

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I poeti della domenica #196: Umberto Saba, Tre momenti (da Cinque poesie sul gioco del calcio in Parole, Carabba, 1934

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Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune.
Poi, quello che nasce poi,
che all’altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come sentinella.
Il pericolo lontano è ancora.
Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessuna offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida ch’eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste.

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© Umberto Saba

Giovanna Iorio, La neve è altrove

Giovanna Iorio,  La neve è altrove, Fara Editore 2017

 

A tre cose ho pensato la prima volta che ho avuto tra le mani La neve è altrove di Giovanna Iorio. A tre cose.
La prima era che quasi bastava averlo lì, posato sulle dita, oggetto già bello nel suo scuro color carta da zucchero e nella sua forma alta e stretta da mappa stradale, nelle fotografie che si intuivano da una cadenza di colore nero dei fogli. Ho pensato che era dolce dover prendersi cura, da quella sera, di un libro che manteneva la promessa troppo spesso trascurata di essere bello nella sua fattura, premuroso nella sua offerta, e tanto vario da incantare. Perché La neve è altrove è una scatola dei giochi: è assieme breve raccolta (o poemetto, se si vogliono ignorare i suoi stacchi) e sua traduzione in sei lingue  (in inglese da Charlie Hann, in spagnolo da Zingonia Zingone, in polacco da Anna Jolanta Lagoda, in francese da Grazia Calanna, in tedesco da Anna Maria Curci e in russo da Anna Tumatova); è catalogo di fiocchi di neve – dalle fotografie di Alexey Klijatov – con prefazione poetica (di Marco Sonzogni) e postfazione matematica (di Stefano Iannone). Sfogliarlo dà l’impressione di un libro che si basta, appena prima che la mente del lettore proceda e lo continui e lo riverberi come si fa per ogni libro che ha un suo profondo valore. (altro…)

#Bolle (di #SamueleFioravanti)

copertina

Bolle.
Se Walt Disney scrivesse poesie in italiano

 

Se, per un gioco di affinità, i cartoni animati della Disney dovessero essere paragonati a poesie italiane – no, l’eventualità è persino troppo difficile da immaginare. È pur vero che Winnie the Pooh compare in un testo di Alba Donati (Tv, in Idillio con cagnolino, 2013) e che Raboni, com’è noto, definì Delio Tessa «il poeta che amava Walt Disney» (“Corriere della Sera”, 10 maggio 1958), tuttavia il connubio tra la poesia italiana e l’animazione statunitense non è dei più sentiti. Persino Raboni sceglieva Proust quando Patri­zia Valduga si dedicava alla lettura di Topolino.
Certo, Paolo Zanotti ambienta a Genova almeno il romanzo postumo Il testamento Disney (2013), ma proprio a Genova era fallito trent’anni prima il progetto di una Disneyland italiana (“la Repubblica. Ge­nova”, 12 dicembre 1984). Dora Markus possiede un topolino d’avorio bianco che purtroppo non è Topolino e, sebbene Dino Buzzati straveda per il buon Paperone (prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, 1968), non ha dedicato nemmeno un verso al pennuto.
La collana “Classici della letteratura Disney” ha recentemente ripubblicato tutte le felicissime interpre­tazioni a fumetti del canone poetico nostrano (l’Inferno, l’Orlando, la Gerusalemme), eppure i poeti italiani contemporanei non sembrano ansiosi di ricambiare il favore.
Sì, Anna Banti riscontrava una certa somiglianza tra i personaggi di Calvino e i disegni di Walt Disney (Italo Calvino, in “Paragone-Letteratura”, III, 28, aprile 1952), ma si trattava pur sempre di testi in prosa perché invece, per quanto riguarda la poesia, la sagoma di Topolino compare appena in un verso di Magrelli (Sul nome di un’utilitaria della DDR che in tedesco significa «satellite», in Didascalie per la lettura di un giornale, 1999) – e compare oltretutto come documento dell’«ingenuità estetica» promossa dall’immaginario cute (Carpi, Nota sul cute nella poesia di Valerio Magrelli, in “Sincronie”, XII, 23, gennaio-giugno 2008).
Lo sforzo di rintracciare qualche altro caso di interazione fra i poeti e i cartoni –fosse anche un caso isolato o magari un po’ più lusinghiero– sarebbe comunque vanificato dall’ombra lunga delle condanne pronunciate da Salvatore Settis (Se Venezia muore, 2014) e da Vanni Codeluppi (Lo spettacolo della merce, 2000) nei confronti dei parchi a tema. Disney World è tacciato non solo di esoso consumismo ma di es­sere, a tutti gli effetti, il perverso rovesciamento del centro storico di Venezia o dei passages parigini.
La prosa italiana, insomma, fa del suo meglio e del suo peggio; la poesia pressoché tace.
Con l’articolo E Topolino inventò la letteratura (“Topolino Story”, allegato al “Corriere della Sera”, 30 mar­zo 2005), Paolo Di Stefano ha rilevato quanto siano diffusi gli abitanti di Topolinia nella narrativa ita­liana contemporanea (Veronesi, Mari, Nove…) mentre Giorgio Fontana ha dedicato a Paperopoli un intervento al Festival della Letteratura di Mantova 2016. La maggior parte dei poeti, al contrario, sem­bra evitare il confronto con la Disney. Persino Guido Catalano, che pur non si risparmia nulla, ma pro­prio nulla, liquida paperi e sorci sputando su «un cazzo di film di merda di Walt Disney». (altro…)

“Come se tutto bianco” di Lorenzo Ciufo

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Se tutto fosse bianco, sarebbe questo libro di poesia

di © Simone di Biasio

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800px-claude_monet_-_camille_monet_sur_son_lit_de_mortLa lettura del libro è avvenuta durante le festività natalizie, dunque può essere che sia stato influenzato dal paesaggio cristiano che più volte ci si è parato davanti agli occhi, solo più moderno, anzi più contemporaneo: «Di ore donami un container./ Che mi ci possa accoccolare/ come su paglia di campo./ Nella stalla, più che nel granaio,/ al tiepido vapore delle vacche,/ al mattino operose, a sera stanche». Lorenzo Ciufo ha visto il presepe vuoto dopo l’Epifania e ci si è andato a stendere lui stesso, coi doni già scartati e il caldo ancora sagomato attorno ai pochi personaggi superstiti. «Tocco la mia/ solitudine/ in questi luoghi. Ha carni/ flaccide e fredde»: forse è un pupazzo di neve la solitudine; raramente ho potuto toccare con mano come con questa immagine un sentimento tanto vivo. Grande solitudine deve aver sfiorato anche Claude Monet quando, nel 1879, realizzò un ritratto della moglie Camille morta prematuramente a 32 anni. Così descrisse quel dramma lo stesso pittore impressionista: «Un giorno, all’alba mi sono trovato al capezzale del letto di una persona che mi era molto cara e che tale rimarrà sempre. I miei occhi erano rigidamente fissi sulle tragiche tempie e mi sorpresi a seguire la morte nelle ombre del colorito che essa depone sul volto con sfumature graduali. Toni blu, gialli, grigi, che so. A tal punto ero arrivato. Naturalmente si era fatto strada in me il desiderio di fissare l’immagine di colei che ci ha lasciati per sempre. Tuttavia prima che mi balenasse il pensiero di dipingere i lineamenti a me così cari e familiari, il corpo reagì automaticamente allo choc dei colori…». (altro…)

Poeti della domenica #30: Umberto Saba, L’addio

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L’addio

Senz’addii m’hai lasciato e senza pianti;
devo di ciò accorarmi?
Tu non piangevi perché avevi tanti,
tanti baci da darmi.

Durano sì certe amorose intese
quanto una vita e piú.
Io so un amore che ha durato un mese,
e vero amore fu.

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da: Umberto Saba, Antologia del «Canzoniere», Torino, Einaudi, 1963

Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

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Giusi Marchetta

Interviste credibili #18: Giusi Marchetta tra lettura e scrittura

D: Ciao Giusi, comincio da una delle mie fissazioni: le città. Tu vivi a Torino, come è cambiata negli ultimi anni? Mi racconti la tua Torino?

R: La mia Torino è una città che sei anni fa conoscevo poco e mi spaventava un po’. Poi ho iniziato a conoscerla attraverso i nomi delle scuole: arrivavo alle convocazioni con tutti questi cerchietti disegnati in certi punti della città e una legenda complicatissima per individuare subito quelle che si trovavano a una distanza meno problematica da casa mia. Adesso la scuola è quella in cui insegno da un anno e la città mi sembra più accogliente perché sono aumentate col tempo le persone che mi hanno accolta. La penso come “casa”: è il cambiamento più importante che Torino ha fatto per me negli ultimi anni.

D: Quanto conta, penso ai fiumi, avere tutta quell’acqua a due passi da casa?

R: Molto. Quando vivevo a Napoli sapevo che proseguendo lungo via Roma avrei trovato il mare e qualcosa di bello da guardare. Adesso abito vicino alla Dora, in una curva particolarmente affascinante del fiume. A volte, quando rincaso, mi sembra assurdo che sia così facile vederla.

D: Tu insegni, sei matta? Tu scrivi, sei sicura di star bene? Tu sei una lettrice, dobbiamo rinchiuderti?

R: Penso che ci sia qualcosa di lievemente disturbato in tutti e tre gli ambiti. E sì, la compresenza e l’importanza che do a tutte e tre le cose non mi aiuta a sembrare più sana di mente. Però a esser giusti bisognerebbe dare tutte le colpe alla letteratura. Più che cambiarmi la vita me l’ha impostata e non sono riuscita a fare altro: la insegno, la leggo e quando scrivo il confronto con i libri degli altri mi mantiene lucida sulle mie potenzialità e i miei limiti. Qualche lato positivo c’è: le volte in cui riesco a trasmettere la mia malattia in classe è proprio perché questa follia l’avvertono anche i miei alunni e ne sono travolti. Insomma, non sono sicura di stare bene ma se mi rinchiudessero saprei come passare il tempo.

D: Ho letto da poco il bel libro di Rossella Milone, Il silenzio del lottatore (minimum fax, 2015), ti riporto questo passaggio: «Nella libreria riuscì a scorgere le costole di qualche libro, ma la maggior parte era stata distrutta o rovinata. Aiutandosi con i piedi, cercò i superstiti tra le macerie. Suo padre e sua madre collezionavano La Critica e Il Corriere dei Piccoli da cui lei leggeva le storie di Bilbolbul a sua sorella. In realtà cercava altro (Ventimila leghe sotto i mari, Dottor Jekyll e Mister Hyde, Piccole donne – tutti libri che erano sempre stati lì, nella libreria, dietro le piantine di sua madre), ma in quel momento le sarebbero bastate anche le riviste noiose del padre. Se fosse rimasto anche solo un foglio intatto». Nel racconto ci troviamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando ho letto questo passaggio ho pensato alla te bambina in Lettori si cresce (Einaudi, 2015), che legge rapita. Quella bambina fra le macerie che libro avrebbe sperato di trovare?

R: Avrei cercato delle fiabe. (Amavo le fiabe e penso che abbiano davvero contribuito a imbastire un mio primo solido immaginario). E poi avrei sperato di veder comparire il libro arancione dedicato a tutti i misteri del mondo, dallo yeti ai cerchi nel grano; la copertina di “Ascolta il mio cuore” di Bianca Pitzorno sgualcita per le troppe letture. “Pel di carota”. E almeno un Dylan Dog quello de “Il lungo addio”.  Certo, vincere la lotteria sarebbe stato ritrovare qualche vecchia antologia di scuola dello zio o di papà: centinaia di pezzi di storie da leggere subito aspettando il giorno in cui avrei saputo come andavano a finire.

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Simone Consorti è oscenamente onesto (di Massimiliano Damaggio)

Simone Consorti, Nell'antro del misantropo, L'arcolaio, 2014C’è una cosa che viene rimarcata qua e là, quando si scrive di libri – specialmente di poesia. C’è un giudizio che riguarda il contenuto. Si è fortemente contro, almeno a livello inconscio, a ciò che non presenta vie di fuga. Sembra proibita la poesia che non ha uscite di emergenza. Pare che la poesia, in qualche modo, debba espletare un ruolo moralistico, addirittura edificante. Debba “costruire”. C’è chi fa commenti sull’assenza di una non chiara pars construens dopo essere passati per la pars destruens – come lessi qualche tempo fa in un commento su un blog. Ma chi scrive poesie non è – e sarebbe meglio non lo fosse mai – un filosofo – altrimenti tanto varrebbe scrivere un trattato di filosofia. Il contenuto di una poesia non è soggetto ad interpretazioni personali, e deve essere preso per quello che è – piaccia o non piaccia, poco importa. Perché la poesia non si struttura su tesi e antitesi filosofiche, non è politica, non è pensiero. La poesia è antecedente il pensiero e solo a volte gli è propedeutica. Così, ci sono testi che mi colpiscono anche se hanno un contenuto che non condivido – per la forma, per la potenza o, addirittura, per il suo proprio opposto. Non mi sembra compito della poesia portarmi su un terreno di argomentazioni filosofiche – e se non ne condivido il contenuto, posso sempre andare a bermi una birra e non farla tanto lunga. Nell’antro del misantropo è appunto uno di questi libri, dove non c’è alcuna pars construens – ma molta pars destruens – almeno così può sembrare. Forse è meglio che sia più chiaro: non c’è nemmeno alcuna pars destruens ma una visione soggettiva dello sfacelo, proprio e altrui. Lo sfacelo non è positivo né negativo: è. Uno sfacelo piacevole, ironico, fine a se stesso – una scrittura che rimesta la sporcizia inevitabile e che in tutti i modi vogliamo mascherare con la creazione di tesi costruttive per qualcosa che, semplicemente, si avvia verso la decomposizione. Dico “piacevole” perché piacevole è il linguaggio di Consorti, ironico sempre, a volte giocoso – questa la migliore modalità per rendere fulminante un concetto:

Oggi ho piantato un sasso
innaffiandolo e parlandoci
dandogli semi e cercando
il terreno adatto
Il mio sogno è che cresca come
un Partenone
Oggi ho piantato in asso
un fiore per un sasso

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Reloaded (riproposte estive) #5: Casa di Saba, con vista

 

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Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

***

Malinconia amorosa
del nostro cuore,
come una cura secreta o un fervore
solitario, più sempre intima e cara;
per te un dolce pensiero ad un’amara
rimembranza si sposa;
discaccia il tedio che dentro ristagna,
e poi tutta la vita t’accompagna.

Malinconia amorosa
nel giovane che siede
dietro un banco, che vede
(…)

Malinconia amorosa
della mia vita,
prima del cuore ed ultima ferita;
chi a cogliere i tuoi frutti
ama l’ombre calanti, i luoghi oscuri,
lento cammina, va rasente i muri,
non vede quello che vedono tutti,
e quello che nessuno vede, adora.

(altro…)

Casa di Saba, con vista

trieste.vista

 

Malinconia amorosa
del nostro cuore,
come una cura secreta o un fervore
solitario, più sempre intima e cara;
per te un dolce pensiero ad un’amara
rimembranza si sposa;
discaccia il tedio che dentro ristagna,
e poi tutta la vita t’accompagna.

Malinconia amorosa
nel giovane che siede
dietro un banco, che vede
(…)

Malinconia amorosa
della mia vita,
prima del cuore ed ultima ferita;
chi a cogliere i tuoi frutti
ama l’ombre calanti, i luoghi oscuri,
lento cammina, va rasente i muri,
non vede quello che vedono tutti,
e quello che nessuno vede, adora.

 

È La malinconia amorosa, poesia compresa in Trieste e una donna (1910-12).
Due piccole stanze, una d’ingresso e l’ultima, prima di uscire. Otto versi ciascuna. In mezzo, un salone, più ampio – sedici versi – esattamente il doppio. Buona metratura, ottima disposizione. Quando si dice la costruzione, in poesia.
Per scelta, qui si mostra solo una parte di questa “casa”: del salone solo l’incipit. L’incipit, ecco, la porta d’entrata di ciascuna stanza: un vocativo, spezzato in due-tre versi. Si tratta di un’invocazione, sempre la stessa. Che all’inizio è rivolta a tutti: il poeta infatti parla al plurale, dice «del nostro cuore». D’altronde è la prima porta che si incontra, che invita a entrare. Appena entrati, ecco che terzo, quarto e quinto verso mettono in carica la visione: endecasillabi disposti come a spirale, come fosse una molla la riflessione, cresciuta in segreto e compressa al punto che si toccano continuamente i suoi due poli dominanti, maschile e femminile. Anzi, di più, si inseguono, alternati come sono, confusi l’un l’altro. Si mescolano e, infine, nella «rimembranza si sposa(no)». L’enjambement, qui con tagli fortissimi, decisivi, scandisce ritmo e senso di questo mélange: si confondono i sostantivi, «cura» con «fervore»; gli aggettivi, «solitario» con «intima e cara» e poi «dolce», riferito al pensiero, con «un’amara». E c’è effettivamente qualcosa di dolce che aleggia per un attimo poi sparirà, quel tedio che se allontanato regalerebbe l’idea di una malinconia cullante, di una dolce compagnia.
Poi, giunti nel salone, c’è un giovane seduto «dietro un banco, che vede». Ecco dunque che la vista/visione emerge, ancora timida, ma si pronuncia. Poi, tra i versi qui omessi appaiono anche l’orgoglio e la follia, necessaria e pericolosa.
Bisogna però entrare nell’ultima stanza, per – diciamo così – “vedere il vedere”.
L’invocazione, in quest’ultima soglia, stavolta si rivolge a se stesso. Effetto finale della malinconia. Il poeta parla al singolare, quasi fosse una confessione, e dice: vi dico “della mia vita”, di quanto è “prima del cuore ed ultima ferita”. Vale davvero la pena di fermarsi un po’ su questo splendido endecasillabo: “prima” e “ultima” sembrerebbero legate, e invece no. Perché “prima” non è aggettivo, ma luogo, un luogo primario appunto, che sta sul fondo e che si ferma dove comincia il cuore, la persona, lì dove hanno gioco, con l’esperienza della vita, le possibilità del sentimento.
È idea dunque, la malinconia, ante rem. Ha casa nell’essere, e in quella casa ci si è disposta a priori.
I quattro versi finali, poi, sono da manifesto: mentre i suoni “alant” e “asent” si chiamano, come dentro al vento, dandosi reciprocamente sostegno, l’uomo «ama» e «va», «non vede» e «adora».
Prende piede dall’oscurità, l’uomo, si avvicina alla cecità. Il suo muoversi è necessariamente oscuro come il linguaggio che in poesia voglia onestamente mostrare la vita.
“Occhio non vede, cuore non duole”, recita il proverbio: non è vero, in questa casa di Saba. Negato il vedere, infatti, il cuore duole ugualmente, perché non è il risultato dell’occasione momentanea, ma è dolore nella sua interezza. Platone, nel Simposio, afferma: «…noi eravamo interi: e dunque, il nome amore significa questo tendere e muovere verso l’unità e l’intero» (trad. F. Zanatta). Questa è la malinconia amorosa, che il poeta sintetizza nella battaglia fra il vedere di «tutti» e «nessuno».
Nel verso conclusivo, in particolare, «e quello che nessuno vede, adora», si concentra tutto il segreto in circolo fin dall’inizio, dalla porta d’ingresso. Come sempre, fra ombra e luce. Anzi, meglio ancora, il segreto è “luce in ombra”. Come una tela di Fontana (nera, se pensiamo ai «luoghi oscuri» evocati), una tela tagliata perché dallo spiraglio passi luce. Per farsi finalmente adorazione, contemplazione.
E viene la voglia alla fine di un parallelo: vista/visione, quello che trentadue anni più tardi Sereni trasformerà, nella poesia in re del Diario d’Algeria, in udito/suono. In due perfetti endecasillabi: «E la voce più chiara non è più / che un trepestio di pioggia sulle tende,» la sua musica di allora, la malinconia di Sainte-Barbe, inverno 1944.

Cristiano Poletti

L’ora esatta (dedica a Giorgio Orelli)

g. orelli

In quest’alba che quasi non odora
di fieno e di letame
i padroni di tutto il Viale
della Stazione sono tre piccioni
partiti insieme da presso l’ardita
bottega ove si vende
l’orologio che segna
l’ora esatta per tutta la vita.

Questa poesia, che ha per titolo L’ora esatta, è dedicata a Vittorio Sereni e appare nel volume Poesie, Edizioni della Meridiana, del 1953.
Preziosa la testimonianza secondo cui sarebbe stato Umberto Saba, uno dei suoi maestri, dopo aver letto il componimento ancora in bozza, a convincerlo a rendere endecasillabo il primo verso, aggiungendo il “quasi”.
L’ultimo verso invece, che offre appunto l’appiglio per il titolo, “l’ora esatta per tutta la vita”, era la grande scritta pubblicitaria che in quegli anni campeggiava sulla facciata dell’orologeria bellinzonese Tettamanti, proprio sotto Castelgrande, nella centrale Piazza della Collegiata, al termine del Viale della Stazione.
“L’ora esatta” inchioda a una fissità del tempo, minaccia una predestinazione, rappresentativa del tutto e del niente. E richiama, come per riflesso negativo, in un’associazione di immagini e di idee, il Posto delle fragole di Bergman, quel terrificante orologio senza lancette, ansiogeno e mortifero che appare improvvisamente nell’incubo di Borg. Il film, del resto, è proprio di quegli anni, del 1957.
“Per tutta la vita”, invece, vale per i luoghi dove il poeta è nato, ha vissuto e ha insegnato: Airolo, Bellinzona, Friburgo, dove ha studiato sotto la guida di Contini. Si tratta dunque degli “immediati dintorni”, riconducendoci giusto a Sereni, ossia un territorio circoscritto sempre caro in cui fare continuamente e profondamente ricognizione di sé e del mondo.
Con “ora”, seppure qui in chiave avverbiale, prende inizio un’altra poesia di Orelli:

Ora è lieve sperare.
Oltre le alte valli nella luna,
cuore, sentirti vivo.
Dove solo cammino ancora parlano
ragazzi sottovoce.
ti penso in questo odore
di carbone, al rumore
del treno che sereno s’allontana.

Versi che fanno pensare a Leopardi, il suo amatissimo Leopardi;  L’infinito, specialmente, “questo ciottolo così ben levigato” – come ebbe a definirlo, davvero come fosse una scoperta improvvisa, una meravigliosa sorpresa trovata nel letto di un fiume (da ascoltare e conservare la splendida sua interpretazione di questo Canto):
http://la1.rsi.ch/home/networks/la1/cultura/2011/05/06/orelli-leopardi.html#Audio.
L’ultima uscita pubblica di Orelli fu a Legnano il 19 ottobre 2013. In quell’occasione, nel ricevere il Premio Tirinnanzi alla Carriera, regalò una splendida lezione, insistendo in particolare sugli ultimi due versi di questa poesia, intitolata Frammento della martora, pubblicata per la prima volta nel 1952:


A quest’ora la martora chi sa
dove fugge con la sua gola d’arancia.
Tra i lampi forse s’arrampica, sta
col muso aguzzo in giù sul pino e spia,
mentre riscoppia la fucileria.

Nei nodi qui evidenziati in corsivo, in particolare, mettendo in luce i significati voluti mediante il gioco dell’allitterazione da una parte e dall’altra con la massima cura nella costruzione dei versi, trasmetteva ai presenti tutto l’amore per lo studio, svelando alcuni segreti della composizione, di un sentire capace di librarsi sempre tra giusta misura e pienezza di ragionamento.
Voce vibrante, quella di Orelli, e misurata. Coscienza della poesia, potremmo dire. Una liricità, la sua, ben condotta nel cammino che fu anche di altre, fondamentali, voci del Novecento (si potrebbe parlare, in questo senso, di “spessore storico offerto all’io”). Amorevole poi la comprensione anche ironica di sé e degli altri così come l’affabilità della persona e l’impegno sempre profuso nel lavoro di insegnante.
«La celebrità e la gloria passano come nuvole nel cielo» – aveva saggiamente detto in un’intervista rilasciata qualche anno fa alla Televisione ticinese.
Giorgio Orelli è morto a Bellinzona il 10 novembre 2013, all’età di novantadue anni.
«I libri si fanno con la vita» – gli piaceva ricordare. Lui ha fatto esattamente questo, con intelligenza e gratitudine («da luna a luna grazie /nell’infinito dei dì»).
L’editore Casagrande di Bellinzona dovrebbe pubblicare oltre a un suo Abbecedario, l’ultima sua raccolta di poesie, dal titolo – bellissimo – L’orlo della vita.
Continueremo a leggere e ascoltare, oltre l’Addio.

                                                                    Cristiano Poletti