U_30_MiS

Under 30 – Alfonso Maria Petrosino

[Con Alfonso Maria Petrosino prosegue la rubrica che ospita i versi di giovani autori nati negli anni ’80, cui Poetarum Silva si dedica da mesi allo scopo di tracciare una mappatura delle poetiche attuali.

Sono stati pubblicati Fabio Teti, Greta Rosso, Valentina De Lisi, Chiara Daino, Domenico Ingenito, Simona Menicocci, Carmen Gallo, Francesco Terzago, Tommaso Di Dio, Mariasole Ariot, Luca Minola, Alessandro Giammei, Anna Ruotolo, Roberta D’Aquino, Riccardo Raimondo, Nadia Tamarini, Giovanni Catalano, Luigi Bosco, Luciano Mazziotta, Michele Ortore, Andrea Cangialosi e Domenico Stagno]

VDL

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Di che colore sono i rossi tram di Leningrado?
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Di che colore sono i rossi tram
di Leningrado? Sono in bianco e nero
le foto che ho a disposizione e in queste,
piene di macchie simili a fosfeni,
immagini e figure flou, non colgo
la differenza, ad essere sincero,
fra le possibili tonalità.
Non so perciò di che colore il tram sarà,
né quale senso avrà l’andirivieni
forsennatissimo delle sue corse.
Se vanno e vengono vuol dire, forse,
che almeno esistono due capolinea,
che il viaggio, quindi, ha inizio e fine;
non sai quando, ma almeno sai che passa.
È quanto basta per organizzare
un piano quinquennale per la massa
o un altro metaforico samsara.
I lunghi e rossi tram di Leningrado
non attraversano San Pietroburgo
ma solo alcune tra le vie contorte
dei miei, chiamiamoli così, pensieri.
Mi accorgo che non si aprono le porte,
e che perciò mi tocca continuare.
Io non ti ho vista ma lo so che c’eri
non eri libera, non eri lì, ma c’eri.
La tua presenza era tremenda e varia.
Sia fatta luce, o almeno un luccichio
sulla faccenda e sulla mia speranza.
Io non sapevo che ci fosse un figlio;
mi ero convinto, a torto, che il suo sperma
fosse fecale e quindi non fecondo.
Di stelle non ce ne erano e la stalla
è sottoposta a priorità bovine.
Erano stati i re già giustiziati,
i magi, i re dei re: qualsiasi titolo
costituiva un viatico al patibolo;
l’oro, qualsiasi fossero i carati,
era da tempo stato requisito.
Sarebbe andata avanti all’infinito
o almeno per un secolo, fino alla
fine, chiamiamola così, del mondo;
verrà il diluvio e resteremo a galla.
Ma la Storia, si sa, boicotta il mito,
lo rende anacronistico o giocondo
o peggio, peggio ancora, lo realizza,
finché nessuno più si raccapezza.
Che questo fosse il mito più vetusto
lo sospettavo e me ne dà conferma
sempre meravigliandomi la Wehrmacht
che assedia e assidera; il compagno Stalin
ci mette, dicono, alla prova. I pali
della luce ora servono soltanto
a misurare a spanne il buio e d’altro canto
non c’era molto da vedere. Ieri
sui rossi tram di Leningrado un estone
ha detto che ti conosceva ed io
ho aggiunto: “Anch’io!” Sarà stato per questo
che un angelo mi dichiarò in arresto
sottoponendomi ad un terzo grado
e molto sopravvalutando il mio
coinvolgimento mi ha persino chiesto
il luogo esatto del tuo nascondiglio.
E se mi chiedono di che colore
sono quei tram risponderò che sono
daltonico, mi spiace, non lo so.
E se mi dicono che sono rossi
io non avrò nulla in contrario: i suoni
che fanno i rossi tram di Leningrado
di sibili e sferragliamenti scossi
somigliano ai pensieri nell’amore.
A una fermata, non so quale, i tossici
mi rubano il biglietto e in cambio mi offrono
un altro po’ di vita: un cambio pessimo
(preferirei, piuttosto, della nera).
Se solo un’altra volta ci vedessimo,
sotto una pensilina, anche per poco,
sarebbe, non ne dubito, diverso,
ma ignoro in che misura e in che maniera
e comunque sarei ancora goffo
ed indeciso, quindi, sul da farsi.
Da quando ho preso il tram mi sono perso
anche perché è impossibile trovarsi.
Ma se potessimo incontrarci, allora
avrei una richiesta temeraria:
un’ora d’aria, un attimo di fuoco.
Le circostanze sono molto serie:
la mia, chiamiamola così, memoria
esce sconfitta. Dice che non c’eri
ed io le dico: “Zitta! tu non sai,
memoria mia, che la parola mai
con magnus condivide la radice.”
Allora lei risponde che la boria
è figlia di grandezza e di miserie
che sono perlopiù insignificanti.
La mia memoria questo me lo dice
perché non vuole rendermi felice
con una gioia di secondo grado.
I lunghi e rossi tram di Leningrado
si svuotano e si arrestano davanti
a un cumulo rubesto di macerie.
.
*
.
Marion sub specie angelica
.
Sopra uno spillo o dietro la mia spalla
destra, per darmi un bacio sulle tempie
e per soccorrermi, Marion. La falla
è diventata grande e l'acqua riempie
.
la stiva della nave di onde scure.
Che cosa vuoi che importino le date
e men che meno le temperature:
se c'è Marion è immensamente estate.
.
Il mondo gira a vuoto e compie un giro
e un giro e un giro su se stessa l'elica
lenta e indolente del ventilatore.
.
Se nella morte rivedrò l'amore
mi apparirà Marion sub specie angelica:
l'ultimo bacio, l'ultimo respiro.


Under 30 Made in Sicily – Domenico Stagno (post di natàlia castaldi)

Nell’ambito della rubrica dedicata alle giovani voci siciliane, dopo i testi del giovanissimo Andrea Cangialosi, vi propongo l’ironia e il suono della poetica di Domenico Stagno. Buona lettura.

nc

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Direzione Nord-Sud 

Scorre plausibile ogni citazione
il pensiero di te è limpido e improrogabile,
smaniosi di star fermi
urlano
i quadri alle pareti gongolano
alle costellazioni di ferro dei chiodi
e la luce fievole della giornata
è un po’ spenta, ma si dà.
Giuoco coi tuoi occhi,
patrono della messa e del piccolo
corteo delle tue mani,
dal foro convesso del mio
desiderio
lingue cucite a sfera e nervi sani,
salvi come acciughe,
salvo le intemperie.
Chi si tuffa è meno cieco
di chi sta già in acqua,
trova testuggini a incoraggiarlo
e le sembianze umane
lasciano posto a comodi zerbini
a due, a quattro a cinque posti,
tranne i triangoli,
ma la convergenza è seria:
qui si rischia di rischiare !

*
“Cara prof. (ovvero breve ritratto di una rompi palle)” 

Posticipati i tuoi pensieri
dal legame dativo dell’ora (15: 21+)
in cui ti presto qualcosa
e tu non dai niente,
spicciolate di parole,
parolieri spacciati le tue labbra.
Aspidi spinose di filosofi
e per dessert il cin cin dei bar
cosi che il tragitto
possa farti dimenticare il danno:
hanno detto le lampare
che sei niente male
squamosa di schiuma
e i capelli d’alga:
partecipi ai miei participi attivi,
a parte i cipi cipi del
verbo ceppare
e le viscose applicazioni
di te céppita inula e inutile
nelle esternazioni salivari,
parti cipigliosa dal tuo thesaurus mefitico
e metti i puntini sulle “i”,
e quei chiodi mi crocifiggono
all’ennesimo : “va bene!”.

*

Pri (ma) mordi 

Così le dinamiti
sfilavano in passerelle di pietra
sotto lo stupore di mariti e amici
archeologi dalle mille montature.
La fascia in legno massello,
ma-se-lo vuoi anche in radica,
ti arricchisce il ventre ovarico
e passi alla storia.
Storica presenza di lei che ride
e tutti la guardano
e si girano nei capitomboli dei colli
poi come a molla
tornano a guardarsi lo SpettaColo,
tonnano i panini e le tartine:
spetta a Colombo il merito del purè,
eppure tutti se la mangiano
con gl’occhi.

*

Di ritorno
.

Sono con te ma ti piace non vedermi,
il tempo scorre a picco dalle campate
e ti sembri restituita
all’idea di stare zitta.
Si tolgono i rami di bocca le foglie
per sperare di volare nel giardino del vicino,
e sovente la vernice ne resta spaventata
per rimpiazzi anzi tempo e si cicatrizza
laddove lacuna l’attenzione dell’usura.
Conta la staccionata le stazioni dei suoi pali,
e i chiodi li hanno messi adesso,
giungerà a breve l’ora dell’ascensore
e la parola torna a farti suora:
nella meditazione della luce divina
di statuette al neon su ogni piano.
Circostanza memorabile e la casa
è trapezista, di divani e tende
in quell’ordine sconvolto della sera
in attesa del panno, del profumo
delle ciglia e del maglione in lana mista.
L’Abat-jour prova a baciarti le labbra
nella posa del suo nome
ma è di luce che invade l’asta
non di te, ma delle braccia inusate dell’argenteria…
presti l’ultimo sguardo alla finestra
e l’addio è pregato in peristalsi
dalla mano ferma, gli occhi fissi, i piedi scalzi.

*

“La Romantica sfida la Natura” (ovvero 5 5 5 5 5)

Trave principale a parte
la riflessione sui muri è più importante:
quanto è vero che passando
non ti dai un’occhiata? Di te
che temperi lo spigolo a ricordarti la sua finezza,
dove il muro t’abbandona e
lascia respirare le piastrelle, invidia…
belle anche quelle e per dispetto
ci cammini sopra, sfoggiando il tuo
stile dorico, di braccia e ali impreziosite
dagli sfarzi del popolo inca,
accipicchia, …
compete anche la porta e la tenda
nella furbizia di far squadra;
resti sola e t’armi di nastrini
aiutanti spremitori di meningi
ma il pensiero non ti supporta,
non c’è cosa che ti sottenda
né porta che sostenga il tuo andante regolare.
Scappi via ma una stanza vale l’altra
ti rincuori e ti rimpiazzi
all’acqua marina di quei fiori
l’ultimo cargo di salvezza
è la caseina dei tuoi tori
appesi alle pareti dei quadri,
ma son mozzarelle i tori femmina
e t’immergi nello stesso
fastidio dell’avanscoperta,
neanche lei a darti retta la
ripieghi nell’armadio
con due pastiglie, zuccherini di veleno.
Il pensiero della resa
è finemente cesellato nelle ceramiche di Waterloo
ti affretti a formulare l’ultimo
calcolo di stizza
la mole lascia freddati i davanzali
ogni parola resta zitta,
l’ingegno a tungsteno degli illustri
soppiantato dal mormorio di nuovi
neon-logismi.

*

Per un uomo che si perde

Video-pensi dal foro ottico del tuo cellulare e provi a parlare, a dire qualcosa di sensato, ma la sim- card ti smentisce, hai finito il credito, è cessato il tuo diritto di far venire le borse anche all’occhio elettronico di quell’aggeggino. La stazione è deserta adesso, tutti hanno percorso la loro strada, gli spazi dilagano tra la nostra volontà di comunicare così tanto che non avrei più niente da dire, forse nessun motivo per farlo. O forse sono stato anch’io screditato.
Eterni debitori, inconsci oscurantisti di quelle parole che ho già dimenticato, mossi dalle fila di radio e carica batteria, pronti a non sorpassare la linea gialla di delimitazione tra l’umile servire e il campo incolto della coscienza, rintracciabili animisti che smettono volentieri la meditazione piuttosto che perdersi la prima fila delle liti calcistiche e delle serie A “realityste”. Affascinati dalla diceria dei decimi pianeti solari si scaldano per la corsa e corrono la giornata, perché il tempo è poco e tutti, pur rischiando di impelagarsi in inutili occupazioni, sentono di vivere il loro tempo: applicazioni futili di corpo e cuore alla moglie durante il bacio del mattino, stenditoi di lingue ormai secche di tritare sempre le stesse parole che per ora non van poi di moda (e ciò li rende compiaciuti!). Alle luci ortofrutticole carote e finocchi illeciti che si sposano perfettamente con l’insalata dell’ora-pranzo, così è più sazio il non guardare, occuparsi solo del tempo e l’orologio ti avvisa che sta piovendo. Somministrazioni convulse di orgogli e oli ed agli per tentare la religio, un po’ di broncio poi t’accorgi che è più facile dipingere e ti disegni una faccia nuova per il prossimo carnevale e t’indigni per colui che accanto a te, inerte, perde tempo a pensare: “…povero lui, pochi spiccioli possono andar bene per quell’uomo che si perde !”

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Domenico Stagno

Domenico Stagno è nato a Palermo il 2 Marzo del 1987, diplomato al Liceo Scientifico “Benedetto Croce” di Palermo Corso PNI, prosegue tutt’oggi i suoi studi di Design Grafico. Cantante dell’Orchestra Popolare Rosa Parks. Passioni: scrittura creativa, fotografia, musica, grafica.

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Under 30 Made in Sicily – Andrea Cangialosi (post di natàlia castaldi)

In occasione dello Slam tenutosi lo scorso sabato presso la sede del CeSMI di Palermo, ho conosciuto diverse giovani voci siciliane, che ritengo meritino condivisione e ascolto. Inauguro dunque questa rubrica, che si ripropone di operare una mappatura delle poetiche provenienti dall’ “isola che non c’è”, con le scritture di Andrea Cangialosi, cui seguiranno nei prossimi giorni i testi di Domenico Stagno e altri giovani autori, per eventualmente tracciarne il percorso e scoprirne il filo conduttore, qualora ci fosse. Buona lettura.

nc

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UNA SETTIMANA DA TOSSICOMANE IN RIABILITAZIONE

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CAP.1: DELIRIO TREMENS

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Quello che cerco è qualcosa che non si chiede, che ha la forza di uccidere o portare un animo morto all’Eden.
Quello che necessito è qualcosa che non si vede, che come il vento ti porta al largo gonfiandoti le vele, ti riempie il cuore e si spande nelle vene.
Cerco l’Amore e in questo solo ho fede. Una storia tra due persone vere, capace di colorare queste giornate nere.
Dare e ricevere carezze d’affetto piene; avere lei, fare di tutto per il suo bene. Sono i deliri di un romantico che non si contiene, i suoi dolori, le sue pene.
La magia che non son mai riuscito ad avere, sempre morta prematura come falene….

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CAP.2: LINEA PIATTA

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7 giorni come sette note, sette lacrime sulle nostre gote, sette bugie senza voce: una sola verità, di morte precoce.
Un percorso di purificazione da una dose che dalla normalità mi scuote. Interruzioni di un fiume che scorre troppo veloce, dighe di chiusura alla foce.
Eliminare gli indizi, cancellare le prove, uccidere il mandante, la vittima e il testimone. Scappare dal bianco del sole, rifugiarsi negli abissi come piovre.
Sottoporsi alla lobotomia del cuore, al trapianto di emozioni nuove.
Istantanee di giornate ombrose, dove cessa l’identità di tutte le cose, la percezione del quando e del dove, dei secondi, dei minuti, delle ore….

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CAP. 3: MASSA CRITICA

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Passare oltre, rinascere, scoprire un faro anche nella coltre. Togliere il senso di vite già corte, laddove desistere significa morte.
Proseguire archiviando i ricordi, chiudere le porte, ripulire il tavolo dal crollato castello di carte. Sprigionare il sentimento, puro e forte, sopportare il giudizio del re e della corte.
Ergere una barriera, detonare un ponte, dare l’addio, come un soldato al fronte. Prendere le cose piccole e farne arte, ritrovare armonia nell’universo, farne parte.
Sfidare il destino, l’ombra che m’avvolge, la cui coercizione confonde e patimenti effonde. Perdonare la pioggia incessante, farsi portare al largo dalle onde.

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CAP. 4: CALMA APPARENTE

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Un intervallo in un match, una pace, un bluff. Un respiro dallo stress, un censimento delle sensazioni pregresse. Una frase fra tonde, quadre, graffe, un flebile sussurro contro il frastuono delle casse.
Un punto asimmetrico all’asse cerca asilo da false promesse. Un insonne collide con le note di Bach sognando di volare alto come un RAF.
Un grido di SOS lanciato da un ebreo, naufraga nell’orecchio di un SS. Un ipotetico drink a base di As o il tintinnio del bossolo di un AK-47.
Guerra dentro come se piovesse, raschiano la gola come colpi di tosse.

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CAP.5: DECAY B

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Everything starts to lose sense, it escapes from my hands. In my head they all dance, angry sheep shatter against the fence. I can’t help myself, in this fight there’s no rest.
I wish an angel quitted her wings and fell to avoid what came and what I felt. Somebody to make me not this hopeless, putting me somewhere else.
It’s strange disown what you dwell just because of who lived there. Ignore the call of her who I really care. To cut off the wire and throw me away.
My space’s shrinking, even my day, while I’m trying to hold on each today.

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CAP.6: SABBATH

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CAP.7: PANDORA’S BOX

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All these words I couldn’t tell, I couldn’t write. It’s like warming up the hell when reality slips from me as a kite.
It’s a pain I can’t stand, it pierce me like a sword of a knight. I used to scream, I used to yell, but what for? Why this night?
No matter how hard is my shell my core is on fire. It’s like I’m holding a burden without having the right.
It’s my soul on sell and your name covers the price. I don’t want to farewell, but I can’t be of ice. It’s a never ending ringing bell, the sore of my own bite.

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La Stazione del Treno Perduto

«Non preoccuparti», ti dici, «è solo un altro giorno», mentre mandi via la polvere che si accumula.
«Chissà se oggi nevica», ripensi a quante volte sei quasi rimasto sepolto da quel gelido biancore che leziosamente avvolgeva tutto. «Magari piove», come quella volta che pensavi di esser scomparso, con tutta quell’acqua che ti passava attraverso e nessun’emozione a percepirne il freddo. «Presto, l’ingresso», affannato accorri ai portoni, non sia mai di lasciar fuori qualcuno; certo arriverà qualcuno, altrimenti perché questa stazione?
Quell’incontro che ti ha ribattezzato manovratore, capotreno e macchinista, da nessuno che eri; quando ti sei rimboccato le maniche, a far dal nulla quella che ora è la Stazione del Treno Perduto.
«Secondo me, torna oggi», ti sussurri sorridendo, sottovoce, come se quelle panchine, quei binari, potessero svegliarsi. «Dovrò procurarmi un tabellone», scuoti la testa per niente agitato, «per l’andata no di certo!».
Poi ripensi al tempo, che non riesci a misurare, lontano dal cielo e dalla città, in questo posto misterioso. Qui, dove l’ho incontrato, ho eretto questa Stazione, come un profeta di una nuova religione, un altare. Il primo, anzi il secondo miracolo forse è stato proprio questo: la grazia di un tempo leggero, impercettibile.
O quasi, «giusto un minuto», ti dici, «per riprendere le forze», mentre ti stendi in quella panchina, vicino la linea gialla, che se dovesse passare un treno, il Treno, apriresti gli occhi lucidi ad accogliere un bagno di luce…
«Non preoccuparti», ti dici, «è solo un altro giorno», mentre mandi via la polvere che si accumula

*

Lascia un fiore, quando avrai finito

«Corri!»
«Devi correr, non fermarti»
Però è strano: per quanto fletta e stenda queste sfinite gambe, tutto resta
dov’è, nulla si muove. Come su di un tapis roulant, non riesco a lasciar niente
alle spalle.
«Corri!»
«Devi correr, guarda che il passato ha fretta»
Faccio una vita normale, soltanto la faccio correndo: saluto la gente, lavoro,
amo. Eppure ho questo appuntamento a cui non posso mancare.
«Corri!»
«Devi correr o farai tardi»
Mentre ansimo, ho un pensiero fisso: e se non ci fosse? Come farò da solo?
Questa cosa va fatta in due, come un patto o un contratto.
«Corri!»
«Devi correr, sei in ritardo»
Lo so che sono in ritardo, ho pure il vestito buono; e chiunque mi conosce sa
quanto odio le formalità. Questa, però, è un’occasione speciale: il mio
funerale. Devi seppellirmi, vangare i ricordi sulla mia testa mentre ancora
respira.
Lascia un fiore, quando avrai finito; tornerò per svuotare il vaso.
Corro.
Debbo correre, per fermarmi.
Debbo correre perché non è ancora troppo tardi, non è ancora troppo presto.
Debbo correre, ché il passato ha fretta, il futuro non tanto.
Debbo correre: per fermarmi e ricominciare a camminare.

*

L’ingombrante presenza del vuoto

Ha una consistenza ben precisa, determinabile, misurabile.
La sua densità è tale da lasciarti stordito quando, sbadatamente, c’inciampi di
sopra, come un alluce contro lo spigolo del mobile di casa. Ha anche massa e
volume: massa come un astro che, dopo aver accecato, attrae fatale anche da
spento; volume come un libro prestato via da quello scaffale lì, mai restituito.
Insomma, se proprio posso dirlo, ha anche un odore! È l’odore tipico della
menzogna, della metafisicità di un inganno o, più che quello, direi l’olezzo del
sudore inutile, di un consiglio da quattro soldi di uno psichiatra, o chi per lui.
Ogni asse occupato è peculiare: orizzontale come un sole abbattuto al primo sparo;
verticale come la scia di un sonda mandata alla ricerca, nello spazio infinito;
trasversale e parabolica come la caduta di quest’ultima, per chissà quale inetta
tragedia della quotidianità.
Il colore, il colore, come non parlarne! È pallido, come la pelle lasciata al chiuso, e
al contempo cupa, di nature morte, di notti, di abiti a lutto.
La sua voce, invece, ha il timbro basso, baritonale di una risposta attesa, di un
richiamo mormorato o forse sognato. Però può diventare stridula, quando si tende a
rincorrer le corde di qualche canzone, più veloce dei fotogrammi di una pellicola;
per lacerarsi, poi, in un pianto.
Ha tanti nomi quanti volti. Sconosciuti, talvolta, per lo più noti; più che noti, quasi
studiati, mandati a memoria come le filastrocche da bambini. La cosa buffa è che
ognuno sa qual è quel nome, ma non serve a scuoterlo, a riscuotere attenzione;
forse, quel nome, nemmeno lo sa; oppure lo sapeva, ma l’ha scordato, come un
piano da salotto, impolverato.
Dell’età, per educazione, non si discute! Mai chieder gli anni, mai. Meglio darne
sempre meno, pochi, quasi fosse una condanna in prigione di qualche malfattore,
maledettamente ben difeso.
C’è così tanto da dire, quasi mi perdo! Torno sulla dimensione, per esempio. Debbo
ammettere che è stata dura, quasi non ci credevo, ma ho udito di un uomo che ne
ha scovato la fine; e dato che io ne conosco l’inizio, posso parlarvi della distanza.
Quella, signori e signore, è la più enigmatica delle proprietà, la più mutevole e, se
mi si concede, la quintessenziale. In tanti hanno provato a traversarla, armati fino
al cuore, con la dignità in spalla e troppi pensieri ricacciati nelle tasche. Altri
ancora hanno scelto altre strade, fermi al bivio hanno poi imboccato il passato,
nella “Foresta Incantata dei Ricordi”; giocati da qualche burlone che ha corretto
l’insegna, proprio quella che diceva “Foresta Stregata dei Ricordi”.
E per finire, c’è chi ha preso una decisione differente, volendolo affrontare in casa
ha sventolato un drappo bianco di carta, come a voler chiedere tregua; poveri
stolti, questi! Pensano davvero di potercela fare, accozzando parola dopo parola,
tanto inchiostro da seppellire l’ingombrante presenza del vuoto

*

Metamorfosi di un’ossessione

Quella che sto per raccontarvi non è una storia a lieto fine. Pregai Dio mille e ancora mille notti perché lo fosse. Quello che mi resta è provare ad uscire dal vortice delle sue conseguenze schiudendo le mie labbra, a lungo serrate, lasciando sfiatare la pressione accumulata.
È una di quelle storie con un’apertura di sipario scontata: lui, timido e incompreso, lei, splendida e sovrannaturale, insomma “La Bella e la Bestia”. Proprio un aggettivo indovinato: “sovrannaturale”! C’era una sorta di incantesimo, qualcosa che né l’uno né l’altro riuscivano a comprendere, che intrecciava tacitamente i percorsi dei loro passi.
L’energia che si sprigionava nei brevi incontri dei due era qualcosa paragonabile alla nascita di una stella, un amplesso di luci e calore; la forza con la quale l’incantesimo si ruppe: la nemesi di quella stella.
Tutto improvvisamente si ricoprì di una patina opaca di fuliggine, come di polvere. Era come se nevicassero pennellate di vernice nera e grigia, a lavare via il colore, le emozioni, i ricordi. No quelli no, quelli lavarli sarebbe stato impossibile, li avrebbe portati incatenati all’anima per sempre.
Le droghe non fecero che consolidare quegli anelli, mutando i ricordi felici in demoni persecutori. Ora “la bestia” incominciava ad assumerne forma fuori di metafora. L’ossessione di quei giorni stava letteralmente ingoiando la sua umanità tutta in un boccone. La metamorfosi era inarrestabile, dentro e fuori.
Il peso delle conseguenze era insostenibile, anche per l’apatia comatosa di questo nuovo stato animalesco. Ogni tentativo di trovare una soluzione era un dito premuto su un grilletto di una pistola a tamburo, un giro di caricatore. Fino a quando questa disperata roulette russa sparò una cartuccia nel cranio ottenebrato della bestia: era la fine, era l’inizio della fine.
Si era scelto il suo destino, il suo supplizio. Avrebbe trascorso i suoi giorni mendicando, quasi da eremita, elemosinando qualche spicciolo o una dose in cambio di una storia, questa stessa storia che voi ora state ascoltando.

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Andrea Cangialosi

Andrea Cangialosi, 20 anni, studente di Filosofia a Palermo