Twin Peaks

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #30

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Ventinove – Oltre la vita e la morte]
And now, an ending. Where there was once one, there are now two. Or were there always two? What is a reflection? A chance to see two? When there are chances for reflections, there can always be two – or more. Only when we are everywhere will there be just one. It has been a pleasure speaking to you.

E ora, un finale. Dove c’era una volta uno, adesso ci sono due. O ci sono sempre stati due? Cos’è un riflesso? Un’occasione per vedere due? Quando ci sono occasioni per riflettere, lì può esserci sempre due – o più. Solo quando siamo ovunque ci sarà solo uno. È stato un piacere parlare con voi. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Tutto era cominciato parlando di ambiguità, doppiezza, cime gemelle: there were always two, anche dove sembrava uno. Quando si riflette fino in fondo (e si affonda nel proprio riflesso), non c’è immagine fissa che resti salda. Ogni cosa si accompagna al suo contrario, il bene col male, la vita con la morte. Solo dopo che accettiamo la nostra molteplicità, il nostro essere everywhere, capaci di dolcezze e nefandezze, vivi e lucenti dentro un cupo consumarci, solo a quel punto possiamo sentirci inalterati nel gioco dei riflessi. Con la sorpresa finale, Twin Peaks finiva (per ora) qui. Pur nella violenza e nell’incubo, quello che rimane di vitale in fondo alla storia è il nostro diritto di contraddirci, sbandare, cercarci senza trovarci se non nel lampo incerto di un “sono qui”.
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@Andrea Accardi

 

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #29

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio ventotto – Miss Twin Peaks]
A log is a portion of a tree. At the end of a crosscut log – many of you know this – there are rings. Each ring represents one year in the life of the tree. How long it takes to a grow a tree. I don’t mind telling you some things. Many things I musn’t say. Just notice that my fireplace is boarded up. There will never be a fire there. On the mantelpiece, in that jar, are some of the ashes of my husband. My log hears things I cannot hear. But my log tells me about the sounds, about the new words. Even though it has stopped growing larger, my log is aware.
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Un ceppo è una porzione di un albero. Alla fine di un ceppo tagliato – molti di voi lo sanno – ci sono anelli. Ogni anello rappresenta un anno nella vita dell’albero. Quanto tempo occorre per far crescere un albero. Non mi pesa dirvi alcune cose. Ci sono molte cose che non devo dire. Solamente far notare che il mio camino è murato. Non ci sarà mai un fuoco lì. Sulla mensola, nel vaso, c’è parte delle ceneri di mio marito. Il mio ceppo sente cose che io non posso sentire. Ma il mio ceppo mi parla di suoni, di parole nuove. Anche se ha smesso di crescere, il mio ceppo è consapevole. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Nel tronco crescono anelli concentrici, uno per ogni anno della vita di un albero. Tanti anelli, tanti anni. Tanti alberi, tantissimi anelli, tantissimi anni, una foresta di tempo in cui perdersi. La Signora Ceppo vive lì, in mezzo al tempo fattosi profonda penombra vegetale. Margaret si porta dietro un pezzo di tempo che si è staccato dal resto, un ceppo che non cresce più. I bisbigli del legno arrivano da lontano, dall’esterno della mischia degli anni che passano, da quella distanza che rende infinitamente aware. Intanto a Twin Peaks gli uomini, ancora impigliati nei loro pochi anelli, giocano a fare come il tempo, uccidendosi fra di loro. Windom Earle rapisce Annie, vincitrice del concorso locale di bellezza, proprio travestito da Signora Ceppo. Il suo obiettivo è però un altro, raggiungere la Loggia Nera, un luogo in cui gli anelli sono infiniti, non si contano più. Margaret ha scelto un’altra malinconica infinità, quella del ricordo: le ceneri del marito riposano in un vaso; il suo camino è boarded up, murato, chiuso a ogni fuoco futuro. Nel primo monologo Margaret ce lo aveva detto, questa storia va “al di là del fuoco”: è anche questo un anello, un cerchio che si chiude.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #28

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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gigante

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[Episodio Ventisette – Il sentiero per la Loggia Nera]
There are clues everywhere, all around us. But the puzzle maker is clever. The clues, although surrounding us, are somehow mistaken for something else. And the something else, the wrong interpretation of the clues, we call our world. Our world is a magical smoke screen. How should we interpret the happy song of the meadowlark or the robust flavor of a wild strawberry?  

Ci sono indizi ovunque, tutt’intorno a noi. Ma il creatore del rompicapo è astuto. Gli indizi, anche se ci circondano, sono in qualche modo scambiati per qualcos’altro. E questo altro, l’errata interpretazione degli indizi, lo chiamiamo mondo. Il nostro mondo è un magico schermo di fumo. Come dovremmo interpretare la canzone felice di un’allodola o il forte aroma di una fragola selvatica? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Per tutta la vita decifriamo indizi sparsi per il mondo, tra le parole degli altri, dentro i nostri pensieri. Per andare avanti, ci convinciamo che ogni volta la nostra lettura sia quella più affidabile, plausibile, sostenibile, e così le altre a seguire, fingendo una coerenza invincibile delle cose che ci accadono. Questo nostro travisare, scambiare gli indizi per something else, lo chiamiamo mondo. Cosa c’è davvero dietro quel magical smoke screen, fatto del fumo delle nostre convinzioni? Ognuno è il puzzle maker di se stesso, anche quando crediamo di uscire dall’isolamento, che la nostra idea abbia di fuori l’evidenza del canto di un’allodola o dell’aroma di una fragola selvatica. Ma la nostra interpretazione del mondo è solo una possibilità, non l’unica verità. Inebriati dal nostro stesso canto, non sentiamo invece quello degli altri. Siamo l’uno per l’altro come il Gigante per Cooper, agitandoci senza parole per un messaggio che verrà frainteso.
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@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #27

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Ventisei – Variazioni e relazioni]
Pie. Whoever invented the pie? Here was a great person. In Twin Peaks, we specialize in cherry pie and huckleberry pie. We do have many other types of pie, and at the Double R Diner, Norma knows how to make them all better than anyone I have ever known. I hope Norma likes me. I know I like her and respect her. I have spit my pitch gum out of my mouth onto her walls and floors and sometimes onto her booths. Sometimes I get angry and do things I’m not proud of. I do love Norma’s pies. I love pie with coffee.

Torta. Chi ha inventato la torta? Ecco una grande persona. A Twin Peaks, siamo specializzati in torte di ciliegia e di mirtilli. Abbiamo molti altri tipi di torta, e al Double R Diner, Norma sa come farle tutte meglio di chiunque io abbia mai conosciuto. Io spero di piacere a Norma. So che lei mi piace e la rispetto. Ho sputato la mia gomma da masticare sui suoi muri e pavimenti e a volte sui suoi sedili. A volte mi arrabbio e faccio cose di cui non sono fiera. Adoro le torte di Norma. Adoro la torta col caffé. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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La speranza che abbiamo tutti è di lasciare qualche segno del nostro passaggio. Facciamo figli, libri, crimini, qualcosa che rappresenti una traccia di noi dopo che saremo spariti. Ma i segni possono anche essere una sfida a chi resta, o venire travolti e cancellati e rimanere come briciole, rimasugli, enigmi decomposti per semiologi da fiaba. I misteriosi disegni nella caverna del gufo (gli stessi incisi sul collo del maggiore Briggs dopo il rapimento nel bosco, e sulla gamba di Margaret) sono l’ennesima sfida per l’agente Cooper, una minaccia, una richiesta di aiuto, la chiave di tutto? Il monologo sposta l’attenzione e l’enfasi sulle torte, cherry pie e huckleberry pie, specialità di Norma. La Signora Ceppo mangia spesso nel suo locale, lasciando gomme masticate e attaccate su muri, pavimenti, sedili. Anche questa è una richiesta di aiuto? Una pretesa infantile di attenzione? Dopo Margareth deve tornare da sola nella sua casa nel bosco, e invece forse preferirebbe restare seduta al Double R Diner. Là fuori le torte sono già un ricordo, una riserva di briciole per ritrovare la strada.
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@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #26

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Venticinque – Sulle ali dell’amore]
The beautiful thing about treasure is that it exists. It exists to be found. How beautiful it is to find treasure. Where is the treasure, that when found, leaves one eternally happy? I think we all know it exists. Some say it is inside us – inside us one and all. That would be strange. It would be so near. Then why is it so hard to find, and so difficult to attain?

Il bello di un tesoro è che esiste. Esiste per essere trovato. Quant’è bello trovare un tesoro. Dov’è il tesoro che, una volta trovato, ci lascia eternamente felici? Io penso che noi tutti sappiamo che esiste. Qualcuno dice che è dentro di noi – dentro ciascuno di noi, nessuno escluso. Sarebbe strano. Sarebbe così vicino. Allora perché è così difficile da trovare, e così difficile da raggiungere? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
Esiste il tesoro che ci rende eternally happy? Margaret è convinta di sì, dobbiamo crederlo insieme a lei, e magari comincia a crederci anche Cooper dopo l’arrivo di Annie, una pausa nella violenza e nello spavento. Ma se questo tesoro arriva davvero on the wings of love, forse passa così in fretta che nessuno lo prende. Se fosse invece dentro di noi, niente potrebbe portarcelo via, in attesa di impossessarcene. Questa intimità so difficult to attain, questa evidenza so hard to find ci dice del tesoro più di qualunque tangibile ritrovamento. Ci parla di un possesso imperituro, a condizione di rinunciarci. Di una pienezza vera, vitale, al prezzo di un vuoto insanabile. Trovare il tesoro significa scoprire che non esiste, e tenerselo stretto.
@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #25

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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truman

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[Episodio Ventiquattro – Ferite e cicatrici]
Sometimes, well let’s say all times, things are changing. We are judged as human beings on how we treat our fellow human beings. How do you treat your fellow human beings? At night, just before sleep, as you lay by yourself in the dark, how do you feel about yourself? Are you proud of your behavior? Are you ashamed of your behavior? You know in your heart if you have hurt someone, you know. If you have hurt someone, don’t wait another day before making things right. The world could break apart with sadness in the meantime.

Qualche volta, beh diciamo tutte le volte, le cose cambiano. Noi siamo giudicati come essere umani per il modo in cui trattiamo il nostro prossimo. Come tratti il tuo prossimo? Di notte, proprio prima di addormentarti, mentre sei solo con te stesso nel buio, come ti senti? Sei fiero del tuo comportamento? Te ne vergogni? Tu sai in cuor tuo se hai ferito qualcuno, lo sai. Se hai ferito qualcuno, non aspettare un altro giorno prima di raddrizzare le cose. Il mondo potrebbe andare in pezzi per la tristezza nel frattempo. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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A volte di notte non ci diamo pace pensando alle nostre azioni del giorno, sentiamo il peso di colpe più grandi di quelle che abbiamo, crediamo di avere ferito il prossimo anche se non è così. Più facilmente invece proprio chi ha ferito si addormenta tranquillo, per apatia, autodifesa, puro carattere stellare. Non si vive il buio tutti allo stesso modo, per qualcuno laying by himself in the dark è il momento più difficile. Come per lo sceriffo Truman, rimasto solo di notte senza Josie, ripensando agli errori del giorno, se ce ne sono stati. Il nostro cuore ci giudica as human beings, ma lo fa spesso in modo inumano. The world will break apart per la tristezza degli incolpevoli.
@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo#21

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Venti: Scacco matto]
My husband died in a fire. No one can know my sorrow. My love is gone. Yet, I feel him near me. Sometimes I can almost see him. At night when the wind blows, I think of what he might have been. Again I wonder: why? When I see a fire, I feel my anger rising. This was not a friendly fire. This was not a forest fire. It was a fire in the woods. This is all I am permitted to say.

Mio marito è morto in un incendio. Nessuno può conoscere il mio dolore. Il mio amore è perduto. Eppure, lo sento vicino a me. Qualche volta posso quasi vederlo. Di notte quando il vento soffia, penso a quello che avrebbe potuto essere. Di nuovo mi chiedo: perché? Quando vedo un fuoco, sento la mia rabbia che cresce. Non era un fuoco amico. Non era un fuoco nella foresta. Era un fuoco nel bosco. Questo è tutto ciò che posso dire. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

In questo monologo Margaret parla di sé, del suo dolore, del marito morto in un incendio nel bosco, quel bosco dove adesso si stanno accumulando i nuovi misteri. Eppure è come se queste parole ci allontanassero per qualche istante da Twin Peaks e dalle sue stranezze (è in arrivo Windom Earle, con i suoi scacchi), soffermandosi invece sospese sul mistero che riguarda tutte le vite, in qualunque luogo. Margaret, eccentrica in un paese di eccentrici, ha in realtà una sofferenza segreta di cui nessuno deve permettersi di ridere. Il suo amore is gone, e a volte il vento di notte glielo ricorda, simulando il tempo in compagnia che non è mai avvenuto. Margaret ci sta parlando del fuoco che non è amico, della cenere che resta e si deposita su tutto, della paradossale combinazione di sopravvivenza e nulla. Non le siamo mai stati così vicini, per tutti i ceppi invisibili che ci portiamo dietro.

@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #20

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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..[Episodio Diciannove – La vedova nera]
Is a dog man’s best friend? I had a dog. The dog was large. It ate my garden, all the plants, and much earth. The dog ate so much earth it died. Its body went back to the earth. I have a memory of this dog. The memory is all that I have left of my dog. He was black and white.

Un cane è il miglior amico dell’uomo? Io avevo un cane. Il cane era grosso. Mangiò il mio giardino, tutte le piante e molta terra. Il cane mangiò così tanta terra che morì. Il suo corpo ritornò alla terra. Mi ricordo di questo cane. Il ricordo è tutto ciò che mi è rimasto di questo cane. Era bianco e nero. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Questo strano e bellissimo monologo sembra il rovesciamento del famoso finale del primo canto della Terra desolata di T. S. Eliot: lì il cane, amico dell’uomo, andava tenuto lontano dal giardino, o avrebbe potuto dissotterrare il cadavere sepolto sotto la terra (il titolo del canto è proprio The burial of the dead). Cadavere simbolico, connesso ai riti della fertilità e a un risveglio della vita rifiutato attraverso la cacciata dell’animale. Cosa succede invece qui? La “casa del cane morto” è il nome di una casa abbandonata divenuta il covo di Jean Renault e centro di lavorazione e traffico della droga. Ma sotto la terra non pare esserci nessun corpo da tirare fuori, e il cane nella sua furia scavatrice ha finito per morire sotto l’impresa indigesta, dopo aver mangiato “all the plants, and much earth”. Di fatto il mistero del cadavere, che era quello di Laura, è stato risolto, illuminato, dissotterrato. Sembra quasi che le indagini girino adesso su se stesse, perché il nuovo caso che coinvolge Cooper e gli altri non regge il confronto col precedente, nella sua banale evidenza. La sensazione è che il cane inquisitore non debba tirar fuori proprio nulla, e allora finisce in un circuito autofagico, s’ingozza di terra e piante fino a strozzarsi. O forse questo cane che va a vuoto ci dice qualcos’altro, che il segreto non è sotto la terra nuda, concreta, la terra che possiamo spostare e scavare, ma altrove, lontano dalla materialità del mondo, dove non arrivano le zampe caritatevoli del cane, che è man’s best friend.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #19

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Diciotto – Ballo in maschera]
Is life like a game of chess? Are our present moves important for future success? I think so. We paint our future with every present brush stroke. Painting, colors, shapes, textures, composition, repetition of shapes, contrast. Let nature guide us. Nature is the great teacher. Who is the principal?

Sometimes jokes are welcome. Like the one about the kid who said “I enjoyed school. It was just the principal of the thing”.

 La vita è come una partita a scacchi? Le nostre mosse del momento sono importanti per il successo futuro? Penso di sì. Dipingiamo il nostro futuro con ogni pennellata dell’oggi. Pittura, colori, forme, trama, composizione, ripetizione di forme, contrasto. Lasciamo che la natura ci guidi. La natura è il grande insegnante. Chi è il principale [preside, n.d.t.]?
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Qualche volta le barzellette sono gradite. Come quella sul bambino che disse: “Mi piaceva la scuola. Era però una questione di principio [Era il preside a non piacermi, n.d.t.] (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Dalle mosse di ora dipendono le mosse che verranno, dai colori di oggi il quadro di domani. Sembrerebbe per una volta un monologo ottimista, un invito a seguire la natura, the great teacher. Il gioco di parole finale, difficilmente traducibile, sembra però togliere con una mano l’ottimismo elargito con l’altra. Giocare a scacchi vuol dire conoscere i ruoli, e colorare il futuro in qualche modo camuffarlo. Il senso della doppiezza, della mascherata, così forte fin dall’inizio, a quest’altezza della serie è ribadito in toni meno angoscianti e sinistri, con l’arrivo dell’agente FBI Denise, uomo dall’identità femminile, o con la nuova vita di Josie, costretta sotto ricatto a divenire la cameriera di Catherine Martell. Nadine, la moglie di Ed, dopo un tentato suicidio si è risvegliata convinta di essere ancora studentessa al liceo, e questa regressione innesca una serie di effetti grotteschi. In fondo è l’intera storia ad essersi camuffata, ad aver perso momentaneamente la tragicità iniziale per virare verso una strana comicità informe, che toglie pathos anche a fatti residuali di violenza e intrigo. Ma la consueta metafora della vita vista come a game of chess assumerà una nuova forza drammatica con l’arrivo di Windom Earle, l’ex-collega e presto nuovo antagonista di Cooper e di tutta Twin Peaks, fin qui soltanto nominato. Sbagliando le mosse non prepari il futuro, ma il suo contrario. I colori inadatti deturpano il quadro. Un travestimento imposto non raddoppia la nostra identità, l’annulla.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #18

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Diciassette – Disputa tra fratelli]
Complications set in – yes, complications. How many times have we heard “it’s simple”? Nothing is simple. We live in a world where nothing is simple. Each day, just when we think we have a handle on things, suddenly some new element is introduced and everything is complicated once again. What is the secret? What is the secret to simplicity, to the pure and simple life? Are our appetites, our desires undermining us? Is the cart in front of the horse?”

Complicazioni prendono piede – sì, complicazioni. Quante volte abbiamo sentito “è semplice”? Niente è semplice. Viviamo in un mondo dove niente è semplice. Ogni giorno, proprio quando pensiamo di aver capito come stanno le cose, improvvisamente qualche nuovo elemento si aggiunge e tutto si complica un’altra volta ancora. Qual è il segreto? Qual è il segreto per la semplicità, per una pura e semplice vita? Sono i nostri appetiti, i nostri desideri che ci danneggiano? è il carro davanti ai buoi? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Il mistero della morte di Laura è stato svelato, sembrerebbe ammettere una spiegazione razionale, potrebbero esserci insomma tutti gli elementi per chiudere qui la storia. Ma… complications, che nell’economia del racconto significa nuovi ostacoli, nuovi personaggi, e soprattutto un improvviso allargamento di prospettiva su ciò che finora è avvenuto. E così l’agente Cooper, che si apprestava a lasciare la città, viene invece trattenuto per avere superato la frontiera senza permesso durante le indagini al One Eyed Jack. Anche noi che credevamo di avere ormai a handle on things, ecco che ci ritroviamo nella confusione, nuovamente sballottati, trattenuti a sorpresa. Non si tratta però del caos che aveva prevalso fino a questo momento, e che accentrandosi tutto intorno all’indagine in qualche modo si ordinava e regolava. Il racconto adesso si sfaccetta e si moltiplica in tante sottotrame irrelate, arbitrarie, talvolta stucchevoli, come se la follia di Twin Peaks per un po’ si immergesse nella frivolezza e nella gratuità. Lo stesso titolo fa riferimento a un episodio marginale che coinvolge due personaggi secondari, cioè l’anziano sindaco e il fratello. Il pubblico ha da sempre ritenuto la serie spezzata in due, prima e dopo la scoperta dell’assassino, con netta preferenza per il prima (ometto qui i retroscena di produzione che potrebbero aver spinto Lynch a rivelare così presto il segreto). E però nella quotidianità balorda e stralunata dentro cui la storia pare addormentarsi, cresce di nascosto un altro mistero, ancora più grande del primo, e che di quotidiano non ha nulla. Il Maggiore Briggs, in visita di notte nel bosco con Cooper, scompare. Presenze incomprensibili sembrano abitare i boschi intorno al paese. La stessa morte di Laura è forse collegata a quell’oltre ancora indefinibile. Sia nel frivolo che nello spaventoso, il linguaggio lynchano persiste nel continuo rovesciamento delle abitudini, della logica, di ogni visione rassicurante del mondo. Continua insomma, ed è lì la sua forza, a mettere il carro in front of the horse.
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@Andrea Accardi

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #17

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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cooper

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[Episodio Sedici – Legge arbitraria]
So now the sadness comes. The revelation. There is a depression after an answer is given. It was almost fun not knowing. Yes, now we know. At least we know what we sought in the beginning. But there is still the question, why? And this question will go on and on until the final answer comes. Then the knowing is so full there is no room for questions.

Così adesso arriva la tristezza. La rivelazione. C’è un crollo dopo che si riceve una risposta. Era quasi meglio non sapere. Sì, ora sappiamo. Almeno sappiamo quello che cercavamo all’inizio. Ma resta la domanda, perché? E questa domanda continuerà fino alla risposta finale. Allora la conoscenza sarà così piena da non lasciare spazio alle domande. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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A quest’altezza della storia, i protagonisti scoprono la verità sull’omicidio di Laura. Agli spettatori è già nota da un paio di puntate, e questo ha prodotto anche momenti di ironia tragica, che non è altro che il contrasto tra un punto di vista assoluto (il nostro) e uno parziale (quello dei personaggi). La scoperta sarà straziante e investirà drammaticamente tutti, compreso naturalmente l’agente Cooper. Dopo la risposta there is a depression, che non è però soltanto il crollo emotivo successivo alla rivelazione (a qualunque rivelazione, sembra dire Margaret), ma anche un crollo narrativo, l’improvviso allentarsi della tensione che si riprenderà solo dopo molte puntate. L’obiettivo che muoveva le azioni dei personaggi e teneva allacciate le diverse sottotrame è venuto meno, e subentrerà uno strano caos. Sopra quel caos resta sospesa a question, che non trova risposta nel guazzabuglio delle cose umane. Bisognerà attendere the final answer, che riempirà tutto lo spazio disponibile, colmando in anticipo ogni possibile domanda. Il ceppo, insomma, sta guardando al di là della fiamma.
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@Andrea Accardi
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Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #16

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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norma

[Episodio Quindici – Guida con ragazza morta]
Food is interesting. For instance, why do we need to eat? Why are we never satisfied with just the right amount of food to maintain good health and proper energy? We always seem to want more and more. When eating too much, the proper balance is disturbed and ill health follows. Of course, eating too little food throws the balance off in the opposite direction and there is the ill health coming at us again. Balance is the key. Balance is the key to many things. Do we understand balance? The word balance has seven letters. Seven is difficult to balance, but not impossible if we are able to divide. There are, of course, the pros and cons of division.

Il cibo è interessante. Per esempio, perché abbiamo bisogno di mangiare? Perché non siamo mai soddisfatti con l’esatta quantità di cibo necessaria a mantenere buona salute e corretta energia? Sembriamo sempre volere di più e di più. Quando mangiamo troppo, il corretto equilibrio è turbato e la malattia sopraggiunge. Certo, mangiare troppo poco cibo sposta l’ago della bilancia nella direzione opposta e c’è la malattia che nuovamente ci colpisce. L’equilibrio è la chiave. L’equilibrio è la chiave per molte cose. Capiamo l’equilibrio? La parola “balance” ha sette lettere. Sette è difficile da bilanciare, ma non impossibile se siamo in grado di dividere. Ci sono, certo, i pro e i contro della divisione. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Perché la Signora Ceppo ci parla di cibo? Un aggancio con l’episodio potrebbe essere la visita imminente e in incognito di un critico culinario, la cui attesa inquieta Norma, proprietaria dell’RR Diner. Ma in Twin Peaks il quotidiano assume sempre proporzioni vertiginose, si carica di altri significati insondabili e oscuri, e anche in questo caso un monologo sulle abitudini alimentari e sul corretto equilibrio tra quantità e salute pare alludere ad altro. L’equilibrio non dipende soltanto dal cibo, ci sono altre inclinazioni che possono arrivare a turbarlo. Queste inclinazioni squilibrate si chiamano anche vizi? Quelli fondamentali sono davvero i vizi capitali, sette come le lettere che compongono la parola balance? In questa storia molti vizi sono in gioco, scatenati, portati alla dismisura. La capacità di bilanciarsi tra i vizi senza sprofondare in nessuno di loro è l’unica innocenza che possiamo raggiungere? Non è impossibile, if we are able to divide, ma dividere cosa? Colui che divise il cibo nella cena più famosa di ogni tempo finì male (the pros and cons della divisione e dell’innocenza). Ci sono davvero degli innocenti tra i personaggi? Senz’altro ci sono vittime, ma basta diventare vittime per essere innocenti? Basta avere delle colpe per essere colpevoli? In fondo si tratta comunque di uno squilibrio momentaneo.
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@Andrea Accardi
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