Turchia

Una frase lunga un libro #12. Pinar Selek: La maschera della verità

Una frase lunga un libro #12

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Pinar Selek, La mascherà della verità, Fandango, 2015. Traduzione di M. Maddamma. € 13,50

Per cominciare, ricordiamo che non ci sono stati massacri di armeni nel nostro paese. In ogni caso non li ho visti personalmente. Non ho mai avuto amici armeni e non ne avrei mai voluti, del resto. A quanto pare sono tirchissimi, ce l’ha detto il nostro professore: è un signore coltissimo che sa un sacco di cose. Che farmene di un compagno che non mi presterebbe nemmeno la sua matita o la sua gomma? […] Per fortuna non esistono. Se esistessero ci divorerebbero tutti, stando al nostro professore di storia. Sarebbero tutti terroristi, e avrebbero sicuramente minacciato l’unità del paese. E ora farebbero di tutto per istigare i turchi mettendoli gli uni contro gli altri sostenendo che un genocidio c’è stato.

Pinar Selek comincia così il suo libro, con un racconto e poi domanda al lettore se ne è rimasto scioccato. Il 14 aprile del 2003, il ministro dell’educazione della Turchia, incredibilmente, tentò di imporre ai presidi delle scuole elementari una linea molto semplice, quella dell’istigazione alla negazione. La circolare ministeriale ordinava ai presidi di organizzare dibattiti, di tenere la linea, nessuno doveva supporre, nessuno doveva dire. La Selek in quel periodo faceva la giornalista e scrisse il racconto con cui sono partito, sotto forma di Tema, racconto che è il primo capitolo di questo libro. Questo libro che non è un romanzo e non è una biografia, ma sembra entrambe le cose. Questo libro in cui l’autrice fa racconto giornalistico della propria vita, perché è giornalista, perché questa storia l’ha vissuta sulla propria pelle.
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Solo 1500 n. 61 – I viaggiatori, i passeggeri e gli stanziali

Solo 1500 n. 61 – I viaggiatori, i passeggeri e gli stanziali

Qualche giorno fa, a pranzo, un caro amico mi raccontava del suo viaggio in Turchia. Viaggio abbastanza lungo che gli ha permesso di girare parecchio e, soprattutto, di conoscere persone del posto, chiacchierare, viaggiare sul serio insomma. Mi ha fatto notare che, durante una sosta di due/tre giorni al mare, ha incontrato diversi italiani che, rintanati al riparo di  una mini Turchia riprodotta in scala, avevano “paura” di domandare ai locali anche il minimo indispensabile. Questo imbarazzo che si prova verso ciò che non si conosce è tipico degli italiani, anche da parte (purtroppo) di persone relativamente giovani. Mentre la nostra julienne di pollo, con colpevolissimo ritardo, non arrivava a me è venuta in mente mia madre. Mi chiede di comprarle il biglietto del treno per ritornare a Napoli, le dico che proverò a comprarlo con Italo che in questo periodo costa meno del Frecciarossa ma lei si trincera dietro un no, vuole Trenitalia. Perché quest’altro non lo ha mai preso, come saranno le carrozze, ci saranno i bagni per ogni carrozza, qualcuno le ha detto che le poltrone sono strette. No, no, no. Manco le avessi detto di andare a piedi. Mi ha fatto venire in mente quando furono i primi tempi di Mediaset, che lei – ostinatamente – diceva che non avrebbe mai tradito la Rai (e, col senno di poi,  ha avuto un po’ di ragione). Ognuno teme il diverso, a modo suo, chi ha paura di mangiare sushi e chi ha paura di stringere una mano.  Però se vai in Turchia o in Messico e non ti sposti dal tuo ombrellone, non impari (e scambi) qualche parola in quelle lingue, non sei mai partito e, forse, a noi conviene che tu non torni.

Gianni Montieri