Tullio De Mauro

proSabato: Camilleri – De Mauro, La lingua batte dove il dente duole. Ad alta voce

 

CAMILLERI   Il mio modo di raccontare obbedisce al mio ritmo personale, cioè obbedisce a certe leggi, a certe pause, a certe accelerazioni e ralenti che io sento dentro di me. Quando devo esprimere una situazione o un’idea in un dialogo di un romanzo che sto scrivendo a me più di tutto interessa questo, poi c’ è il modo in cui lo metto sulla carta. Se, nel contesto generale, quella pagina ha un certo ritmo che mi serve per fare da controcanto al ritmo precedente o a quello che ho in mente di scrivere subito dopo, vuol dire che quella pagina io devo pensarla con un certo ritmo, che non è solo il ritmo della pagina in sé, ma è collegato a tutto come se fosse una sinfonia. È collegato a quello che c’è immediatamente prima e immediatamente dopo.
È questo alternarsi di ritmi all’interno di un romanzo che fa quello che chiamo il respiro di un romanzo, che è preciso identico a quello che avviene in teatro. Se si piglia un esempio massimo, come può essere l’Amleto, e lo si studia solo dal punto di vista del succedersi delle scene, della durata delle scene e della quantità dei personaggi che ci sono all’interno di ogni scena, si scopre che quello dà il ritmo generale a tutto l’Amleto, è un continuo alternarsi e un progredire in crescendo, un respiro che parte lento e si fa sempre più affannoso. Ci possono essere pagine di sosta, un ritorno a un ritmo precedente, ma deve essere voluto, studiato, perché ogni pagina ha uno spartito che deve obbedire a un insieme, a un ritmo più grande.
Mi capita spesso di pensare a un romanzo come se fosse una partitura, e la domanda che mi ripeto è: «Che respiro deve avere questa vicenda?». Il mio Un filo di fumo è tutto pensato in questo modo, inizia con un ritmo affannoso, finisce con un maestoso e la processione. Gli autori di teatro di solito danno fuori testo le indicazioni che suggeriscono l’andamento dell’opera. (altro…)

proSabato: Camilleri – De Mauro, La lingua batte dove il dente duole

DE MAURO  Comincerei con lui, con Luigi Meneghello. Ti ricordi quel passo bellissimo in Libera nos a Malo? «Nell’epidermide di un uomo si possono trovare, sopra, le ferite superficiali, vergate in italiano, in francese, in latino; sotto ci sono le ferite più antiche, quelle delle parole del dialetto, che rimarginandosi hanno fatto delle croste. Queste ferite, se toccate, provocano una reazione a catena, difficile da spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nocciolo indistruttibile di materia, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, percepita prima che imparassimo a ragionare, e immodificabile, anche se in seguito ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua».

CAMILLERI Il dialetto è sempre la lingua degli affetti, un fatto confidenziale, intimo, familiare. Come diceva Pirandello, la parola del dialetto è la cosa stessa, perché il dialetto di una cosa esprime il sentimento, mentre la lingua di quella stessa cosa esprime il concetto.
A casa mia si parlava un misto di dialetto e di italiano. Un giorno analizzai una frase che mia madre che mia madre mi aveva detto quando avevo diciassette anni: mi aveva dato le chiavi di casa e io tornavo tardi la notte. Mi disse:«Figliu mè, vidi ca si tu nun torni presto la sira e io nun sento la porta ca si chiui, nun arrinescio a pigliari sonnu. Resto viglianti cu l’occhi aperti. E se questa storia dura ancora io ti taglio i viveri e voglio vedere cosa fai fuori fino alle due di notte!». (altro…)

Tullio De Mauro, Linguistica educativa, scommessa e risorsa

26 novembre 2005, Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Nella sala gremita tutti ascoltano con attenzione l’intervento conclusivo del seminario nazionale Lend Lingue e culture: una sfida per la cittadinanza. L’intervento è di Tullio De Mauro e porta il titolo Linguistica educativa: una scommessa  per linguisti e insegnanti, una risorsa per l’educazione linguistica democratica. Prendo appunti, entusiasta. Nei mesi successivi, rivedo in continuazione il video – su una cassetta VHS – della registrazione di questo intervento. Stiamo preparando gli atti di quel seminario nazionale che ha rappresentato una tappa fondamentale per l’educazione plurilingue in Italia. Quegli appunti e quelle ripetute visioni mi permettono di ricostruire la sintesi dell’intervento di De Mauro, così come, su sua autorizzazione, sarà pubblicato nel numero monografico, il n. 5/2006, anno XXXV, della rivista “Lend”. Riporto qui il testo, ricordo riconoscente tra le tante letture di testi di Tullio De Mauro alle quali mi sono formata, alle quali ci siamo formati in tanti. Credevamo e continuiamo e credere nella linguistica educativa, scommessa e risorsa. Di quell’invito pronunciato in maniera chiara e inequivocabile abbiamo fatto tesoro, sprone e insegnamento. (Anna Maria Curci)

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Tullio De Mauro, Linguistica educativa: una scommessa  per linguisti e insegnanti, una risorsa per l’educazione linguistica democratica

Linguistica educativa ed educazione linguistica democratica sono le due espressioni, i due concetti, i due poli, tra cui si muoverà il mio discorso, i due poli tra cui mi piacerebbe che tutti potessero sempre muoversi.[i] Di recente, proprio qui a Roma, una valorosa docente universitaria di glottodidattica, che mi autorizza a fare il suo nome, Bona Cambiaghi – ha detto, a proposito dell’espressione “educazione linguistica democratica”, che, a sentirla, avverte “un odore di anni settanta”. Non ho intenzione di polemizzare, voglio ora constatare assieme a voi qualcosa.
Il legame tra l’eredità socioculturale della lingua e cittadinanza è evocato nelle stesse articolazioni del vostro seminario. E non è evocato guardando al passato. La stessa espressione di Pécheur, “sfida della cittadinanza”, rinvia al futuro, rinvia alla sfida che ci attende. Al futuro delle lingue in Europa guarda anche un convegno che si svolgerà a Firenze tra due giorni, dedicato proprio alle sfide della cittadinanza. È quasi inutile, ma fatemelo sottolineare: il convegno non è indetto da una cricca di parrucconi, ma dalla Regione Toscana, dall’Unione Industriali Toscani, dalla Camera di Commercio. Alcuni aspetti del futuro dell’Europa plurilingue sono stati indicati qui nelle relazioni che avete ascoltato per esempio da Hans-Jürgen Krumm. Più precisamente, Krumm ci ha detto “attraverso programmi di educazione plurilingue dobbiamo guardare al futuro di una democrazia europea”.
Il nesso tra educazione, e in particolare educazione linguistica, e coesione culturale e sociale, è stato messo in evidenza, così mi pare, nelle relazioni di Pécheur e Coste. Il secondo nesso è quello tra educazione civile e democrazia. Questo è stato colto nelle relazioni di Krumm, di Edelhoff, di Audrey Osler.
Nell’antico mondo greco Aristotele aveva già rilevato la stessa coesione tra il linguaggio e la coesione sociale: senza il linguaggio verbale non vi è nessuna coesione sociale; per questo è dato il linguaggio, per vivere in gruppi e in comunità. Per lui, già per lui, l’educazione al discorso era parte dell’arte che chiamava “politica”. In effetti, le buone pratiche linguistico-educative sono fondamentali per muovere verso una cittadinanza consapevole e realmente democratica. L’educazione è luogo privilegiato di realizzazione del diritto alla parola, non solo nelle scuole ordinarie, ma anche nel lifelong learning. (altro…)

Lunga vita all’italiano (codicillus per Tullio De Mauro)

de-mauro-in-principioMentre comincio a scrivere mi rendo conto che non è facile ricordare in un breve ritratto Tullio De Mauro. Il “professore” per chi scrive è stato un luminosissimo faro, un costante punto di riferimento e un’immensa pagina da consultare per ogni dubbio sulla lingua.
Nato a Torre Annunziata nel 1932, Tullio De Mauro è stato docente universitario e uomo politico (fu Ministro dell’Istruzione del governo Amato); in tutta onestà, però, della carriera accademica, e ancor meno di quella politica, poco mi importa ora, e chiedo scusa per la schietta irriverenza.
Tullio De Mauro per me è e rimane un grande studioso della lingua italiana, uno studioso che ha dato moltissimo a generazioni e generazioni di italianisti. Mi direte che tutto ciò rientra nella carriera accademica. Sì, vero! Ma mi basterà ricordarvi che De Mauro è stato uno che a un certo punto disse che era giunto il momento di spodestare l’atavica gerarchia accademica (“sbaraccare il modello del docente in cattedra”) e rinvigorire gli studi di nuova linfa, e lui ai miei occhi rimane un eterno giovane innamorato dell’italiano; innamorato a tal punto da difenderlo negli ultimi anni dai costanti attacchi del malcostume e soprattutto dalla piaga dell’analfabetismo, da quello strutturale (ossia assoluto) e da quello funzionale (incapacità di comprendere anche un testo semplice), fino all’analfabetismo di regresso. Uno studioso interessato all’impatto sociale della lingua tra gli italiani. Lingua viva, perciò, e non solo la lingua della letteratura (che ben conosceva).
Le sue opere, i suoi studi sono dei veri e propri monumenti, a partire dalla traduzione, datata 1967, del Corso di linguistica generale di De Saussure, fino ai volumi dedicati all’italiano dell’uso e al Dizionario avanzato dell’italiano corrente negli anni Novanta dello scorso secolo.
Non era raro leggere suoi articoli nei principali quotidiani nei quali bacchettava il malcostume di maltrattare l’italiano; ma lo faceva sempre in maniera lucida e intelligente, e non come fosse una sorta di Padre Cesari 2.0.
Non erano rare nemmeno le sue incursioni in rete; anzi, malgrado l’età, è stato uno dei primi a rendersi conto dell’alta potenzialità, anche di rischio, che aveva la rete nei confronti della lingua dell’uso.
Insomma, quella di oggi è una gravissima perdita per chi come me guarda all’italiano ancora con gli occhi dello studente al primo anno che durante le lezioni di Storia della lingua italiana cominciava a chiedersi “chi è ‘sto De Mauro?”
Grazie professore!

Fabio Michieli e la redazione di Poetarum Silva